Storie – La notte dei cristalli © di Antonino Schiera.

La notte dei cristalli di Antonino Schiera (Tutti diritti riservati ©)

Lochhausen, Monaco di Baviera, 1938 – Tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic. La radio posta sul grande mobile del salotto aveva terminato di rendicontare i fatti della notte del 9 novembre 1938. Informazioni riservate e controllate perché i tedeschi e il mondo intero non dovevano conoscere la verità. Un numero imprecisato di ebrei arrestati e deportati nei campi di concentramento e rilasciati dopo avere dichiarato che se ne sarebbero andati dalla Germania nazista, quattrocento vittime. Adolf Hitler aveva deciso di vendicare la morte di un funzionario tedesco nell’ambasciata di Parigi, per mano di un ebreo polacco,  che protestava contro l’espulsione dei suoi genitori dalla Germania. Soltanto un pretesto per portare a compimento il suo folle piano di epurazione dagli ebrei, dai rom, dagli omosessuali, da chi soffriva di gravi patologie congenite, dagli uomini definiti asociali che si opponevano apertamente al suo regime.

Erano passati sette giorni da quei terribili fatti e Albert, poliziotto in servizio negli uffici centrali di Monaco di Baviera, dormiva nella sua casa che sorgeva nella campagna di Lochhausen, qualche chilometro a nord della capitale bavarese. Il freddo della notte aveva preso il sopravvento, gelando tutto ciò che non era riscaldato dalla mano dell’uomo. Il suo non era un sonno tranquillo. Non accettava l’idea che un gruppo di nazisti, spesso ubriachi, stessero mettendo a ferro e a fuoco le città tedesche, assaltando le case degli ebrei mentre ufficiali nazisti puntavano la pistola alla tempia dei proprietari. E gli faceva ancora più rabbia che né lui, né i suoi colleghi poliziotti, né tantomeno la popolazione avevano alzato un dito per opporsi all’ingiusta carneficina. L’unica scusante era il fatto che il regime nazista aveva vietato per legge, qualsiasi intervento in difesa degli ebrei.

La moglie dormiva profondamente accanto a lui e i suoi due figli  nella stanza adiacente. Nella notte sentiva lo sferragliare dei treni merci che percorrevano la vicina linea ferroviaria di collegamento tra il sud e il nord della Germania. “Alt polizei!!!” – sentì gridare nella notte e poi l’abbaiare dei cani aizzati contro qualcuno di indefinito. Albert si addormentò di nuovo.

Tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic.

Era un rumore fastidioso, non capiva se sognava o cos’altro? Albert si destò e vide una luce fioca proveniente dalla finestra al primo piano della sua casa. E ancora quel rumore: tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic. Aprì la finestra e intravide tre figure nella notte. Era un uomo che teneva una candela in mano e con l’altra lanciava pietruzze verso la sua finestra, accanto a lui una donna che piangeva con in braccio una bambina che dormiva. “Hilfe, hilfe (aiuto, aiuto)” – disse l’uomo a bassa voce per non farsi scoprire da chi gli dava la caccia a poche centinaia di metri di distanza. In lontananza si sentivano i cani abbaiare, voci concitate e affannate, ma erano sempre più vicini. Albert aveva due possibilità richiudere la finestra facendo finta di niente, oppure aprire la porta a quella famiglia di ebrei che fuggiva dalla polizia. Decise di scendere giù e di aprire. Una folata di vento gelido lo colpì, svegliandolo definitivamente dal torpore. Quando il fascio di luce dell’androne illuminò l’uomo lo riconobbe, era Binyamine il proprietario della gioielleria di Pasing, il paesino vicino casa. Tre anni prima aveva comprato da lui le fedine d’oro con brillantino, che lui e sua moglie avevano portato al dito fino al loro matrimonio. Non credeva ai suoi occhi l’uomo era disperato e la moglie altrettanto, la bimba dormiva ancora. Rischiando la vita e quella della sua famiglia decise di salvarli e di farli uscire dalla Germania prima di essere catturati dai nazisti. Un gesto d’amore che decise di ripetere in altre occasioni. Quando ne ebbe la possibilità salvò altri esseri umani,  ingiustamente spogliati dai loro averi, dalla loro identità, dai propri cari e braccati come animali.

Intanto il vicino campo di concentramento di Dachau, una ventina di chilometri più a nord di Monaco di Baviera, si riempiva di uomini, donne e bambini non graditi ai nazisti che spesso non uscivano vivi da lì. E poi ancora Auschwitz, Bergen Belsen, Birkenau, Buchenwald, Mauthausen, Varsavia…

(in memoria dei milioni di uomini, donne e bambini uccisi dalla follia di un dittatore e di chi lo ha seguito…)

Antonino Schiera

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