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Il Salto della Quaglia – Cultura e social network: progressione o regressione?

Cultura e social network: progressione o regressione?

Ciao come spiego nel video, l’articolo che ti invito a leggere si intitola social network: progressione o regressione? Puoi ben immaginare che la domanda è molto attuale, in quanto a livello planetario moltissimi di noi utilizziamo i social network per i più svariati e talvolta originali motivi. Continua pertanto la mia collaborazione con il sito d’informazione Il Salto della Quaglia diretto da Angelo Barraco. Clicca sul link che segue per leggermi. Grazie e arrivederci direi.

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Protagonisti – Buon Anno 2021 e grazie a tutti i protagonisti e i lettori del mio blog [VIDEO]

Come da tradizione pubblico un mio breve video di auguri per tutti gli amici del blog e a seguire le fotografie più significative di questo anno 2020 appena trascorso.

Buon Anno 2021 da Antonino Schiera

Guarda il video da You Tube

Galleria Fotografica 2020

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Ti consiglio un libro – Le iguane non mi turbano più, le poesie di Dina Bellrham tradotte in italiano da Lorenzo Spurio [VIDEO]

Copertina

La raccolta di poesie Le iguane non mi turbano più edita da Le Mezzelane Editore (2020) pur essendo opera di una poetessa giovane è purtroppo da ascrivere alla bibliografia delle opere postume, in quanto l’autrice e venuta a mancare suicida nel 2011. Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), ecuadoriana, meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham, ritengo possa essere definita una poetessa predestinata, per l’accuratezza e l’eleganza delle sue poesie ricche di invenzioni metaforiche. Con una connotazione, però, tendente al macabro che poteva lasciare presagire il tragico epilogo di un’esistenza volontariamente stroncata nel pieno della sua vitalità.

Antonino Schiera per Ti consiglio un libro

Il volume contiene una scelta di poesie tratte dalle opere di Dina Bellrham Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011) e dall’opera postuma Inédita Bellrham. Ad impreziosire il volume è la presenza di un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España dal titolo dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa.

Fondamentale per la pubblicazione della raccolta di poesie è stato il lavoro svolto dallo scrittore, poeta e critico d’arte Lorenzo Spurio che ha tradotto la prefazione di Siomara España, ha scelto le poesie da inserire nel testo, le ha tradotte e ha curato il libro nel suo insieme. Il tutto con la fattiva collaborazione e l’interessamento della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos. Il libro è tutto in italiano e non contiene poesie originali in spagnolo, né testo a fronte.

Le iguane non mi turbano più” di Dina Bellrham – commento di Lorenzo Spurio

Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

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Link all’acquisto del libro

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Appuntamenti – Laura Ephrikian a Palermo per promuovere i suoi libri, ricordando il genocidio armeno [VIDEO]

Inizio questo post con una poesia scritta da Daniel Varujan poeta armeno contemporaneo, vittima del genocidio degli armeni.

Il pianto di Dio di Daniel Varujan (fonte La Sepoltura della Letteratura)

Quando nello spazio non si era ritirato
ancora il Nulla di questo Universo,
io credo che Dio cercasse qualcosa,
come rimedio alla ferita della noia.

In un istante girò intorno allo spazio,
e non trovò nulla tranne se stesso:
volle un’Essenza della sua Essenza: –
e la sua Essenza fu la sua eco.

Poi ritornando, triste e addolorato,
dal sordo Silenzio e dal cieco Nulla,
anche da loro volle qualcosa, ed essi
diedero se stessi, cioè non diedero nulla.

Quando Egli trovò l’Immensità così vuota,
provò un profondo, crudele dolore:
e sul Silenzio e sul Nulla
pianse dal cuore la sua disperazione.

Cadendo, le sue lacrime lo esaudirono,
formando ogni stella nel cielo: –
e come al Poeta anche a Dio,
per creare, fu necessario piangere.

Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha ignorato. In quell’anno la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente la deportazione e l’uccisione di un numero imprecisato di armeni. Si parla di circa un milione e mezzo di vittime causate da una scellerata politica militare, da parte dell’impero ottomano, tanto da potere essere definito come il primo genocidio del XX secolo.

Daniel Varujan

Volendo inquadrare brevemente l’evento dal punto di vista storico, è bene ricordare che il genocidio degli armeni fu condotto in un più ampio e ugualmente tragico quadro storico, ovvero quello della Prima guerra mondiale. I drammatici eventi, che segnarono in modo indelebile la comunità armena, si svolsero durante il conflitto armato, ma continuarono anche in una fase successiva al termine dello stesso.

Eventi tragici carichi di dolore che stanno tornando attuali, così come ha ricordato Laura Ephrikian nei suoi incontri palermitani, per via delle recenti tensioni tra l’Armenia e l’ Azerbaijan, che si colloca nel conflitto trentennale che vede contrapposti i due stati dell’ex Unione Sovietica.

Lo spunto della riflessione storica e poetica sul genocidio del popolo armeno nei primi anni del 1900, mi è stato dato dalla recente visita a Palermo dell’attrice e scrittrice Laura Ephrikian che per parte di padre è di origine armena. Nel programma palermitano era prevista la presentazione del libro epistolario Lettere a Laura dal mondo dei nessuno (Spazio Cultura Edizioni 2020) scritto insieme a Nino Mandalà.

Grazie all’iniziativa del dottor Francesco Anello presidente dell’Associazione Culturale Palermo Cult Pensiero che organizza il premio Premio Nazionale di Poesia Arenella Città di Palermo, Laura Ephrikian e l’editore Nicola Macaione, si sono incontrati per un giro culturale nel quartiere palermitano dell’Arenella. Prima tappa Villa Igea e a seguire Villa Mocciaro, I Quattro Pizzi e infine le suggestive grotte marine presso la Lega Navale di Palermo Arenella.

Laura Ephrikian e Nicola Macaione alla Lega Navale di Palermo Arenella

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Aforismi e Pensieri Sparsi (7) ©

Ciao continua, la pubblicazione dei miei Pensieri e Aforismi Sparsi che giunge al settimo appuntamento con te, lettore del mio blog. Buona lettura e condivisione.

È di fondamentale importanza rimanere terreno fertile per i semi dell’ispirazione

Chi scrive con il cuore è normale che lasci qualche residuo di dolcezza

L’incontro con l’orizzonte è come carezzare il nostro infinito

Prima un’alba e poi un tramonto amandosi, mentre il mare incontra i ciotoli

Ho parcheggiato nell’antro di uno spazio angusto, il mio desiderio di incontrarti

Gli occhi continuano ad intrecciarsi senza un abbraccio, senza una stretta di mano

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Clicca qua per acquistare la mia raccolta di poesie Meditare e sentire

Aforismi e Pensieri Sparsi (1)

Aforismi e Pensieri Sparsi (2)

Aforismi e Pensieri Sparsi (3)

Aforismi e Pensieri Sparsi (4)

Aforismi e Pensieri Sparsi (5)

Aforismi e Pensieri Sparsi (6)

Antonino Schiera (Tutti i diritti Riservati ©)

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Storie – Paco il millepiedi incontra il suo amico Pasqualino di Antonino Schiera.

Quella che vi apprestate a leggere, se ne avrete voglia e tempo, è la breve storia di Paco, un millepiedi che ad un certo punto della sua esistenza, si ritrova a ripensare e a rielaborare il suo modo di camminare. Un atto spontaneo e naturale, che per lui era ormai cristallizzato e rodato nel tempo, tanto che ormai non ci faceva più caso. La storiella è un adattamento della Metafora del millepiedi derivata dalla cultura Zen, che Paul Watzlawick, psicologo ed esponente della Scuola di Palo Alto, raccontava di frequente nel corso delle sue conferenze.

Paco il Millepiedi

Un grazioso millepiedi di nome Paco, girovagava per foglie, tronchi e arbusti. Era orgoglioso e felice di tutto quell’ambaradan sgambettante del quale era dotato. Era altrettanto felice di vivere in perfetta sintonia con la natura nel mezzo della vegetazione che cambiava continuamente aspetto. Era quel continuo ciclo vitale, senza soluzione di continuità, che lo affascinava e nel suo peregrinare non si annoiava mai.
Paco amava molto l’acqua e quando, dopo un acquazzone, trovava una foglia che galleggiava in una pozza, vi saliva su e allegramente raggiungeva altre sponde del suo allegro mondo. Così cominciava nuove esplorazioni nutrendosi di foglie, ma anche di animaletti più piccoli di lui. Nelle giornate calde e secche dell’estate riposava per molte ore all’ombra di un cespuglio.
Un giorno Paco allegro e fischiettante, con la testa tra le nuvole, incontrò un altro millepiedi di nome Pasqualino, che gli voleva bene. Quest’ultimo ne osservava attentamente l’allegro e scanzonato incedere. Allora gli disse: “Paco secondo me dovresti accorciare i passi e soprattutto aspettare un poco prima di muovere le gambette che stanno dietro. Inoltre cerca di divaricarle di meno, sai con l’età arriva prima o poi l’artrosi e poi sono guai!”. Paco resosi conto del problema e, prendendo coscienza di ciò che aveva fatto spontaneamente da quando era nato, cominciò ad avere qualche difficoltà e a riflettere lungamente. Pasqualino salutò e se ne andò via.
Paco non sapeva se essere felice o no, ma di una cosa era certo: quando avrebbe ricominciato a sgambettare allegramente per i boschi lo avrebbe fatto con maggiore eleganza, compostezza e consapevolezza delle sue meravigliose mille gambette.

Antonino Schiera

Ecco la metafora zen da me adattata:

“Un millepiedi aveva sempre camminato senza alcun problema per le sue terre. Un bel giorno passò di li una formica curiosa e chiese al millepiedi come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere: con tanti piedi per lei era un miracolo che non inciampasse in qualche ostacolo. Molto turbato da questa idea, il millepiedi cominciò a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina, e in breve tempo non riuscì più a camminare”.

Invito tutti i lettori a commentare facendo riferimento alle due storielle in modo da sviscerarne quello che può essere il significato e l’interpretazione soggettiva. Buona vita a tutti.

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Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale, verso un’apparente normalità (4)

Il 4 maggio 2020 è alle porte, mancano poche ore. Come spesso accade il popolo italiano è diviso in due distinte fazioni o correnti di pensiero: una tende al pessimismo e alla paura e teme che la riapertura possa rappresentare un boomerang dagli effetti imprevedibili. L’altra invece tende all’ottimismo sperando che le paure legate ad una maggiore esposizione delle persone, siano infondate. In ogni caso dobbiamo fidarci, cominciare a riprendere in mano la nostra esistenza e sperare che le autorità competenti recitino bene il loro ruolo di controllori, ma anche di decisori riguardo le soluzioni e le strategie da adottare in futuro.

4 maggio 2020
Una data importante

Va detto però e di questo sono profondamente convinto, che ciascuno di noi ha una grandissima responsabilità. Il comportamento di ogni singolo individuo, anche per effetto dell’emulazione, è importante. È come enorme un’onda che si muove in una certa direzione e con una certa forza, grazie alla fisica che unisce ogni particella della stessa determinandone gli effetti più o meno disastrosi. Pertanto in questa fase, la famosa fase due come tutti la definiamo, perché non usare tutti indistintamente la mascherina? Perché non cercare di mantenere la distanza tra noi? Perché non decidere di rispettare comunque tutte le norme di igiene? Perché non continuare a stare in casa, uscendo soltanto se strettamente necessario? Facendo nostro una sorta di decalogo e di modellamento naturale, dettato dal buon senso personale che non va percepito come un’imposizione dall’alto. In quanto tutti sappiamo che l’uomo in generale non ama subire restrizione della propria libertà. È un sacrificio che perde di valenza negativa perché parte da una scelta personale per il bene di tutti.

Quando iniziò il periodo del coprifuoco scrivevo che era necessario vivere nella certezza di una evoluzione in positivo della nostra condizione, come conseguenza della fede e della speranza. Oggi desidero aggiungere a completamento della mia riflessione altri elementi: approccio positivo, reattivo, resiliente, consapevole.

  • approccio positivo: dobbiamo tenere alto il tono dell’umore il che serve ad aumentare le difese immunitarie.
  • approccio reattivo: dobbiamo reagire a livello fisico e intellettivo con l’allenamento quotidiano.
  • approccio resiliente: dobbiamo operare un virtuoso cambiamento del punto di vista per apprezzare e potenziare a livello di percezione le cose positive
  • approccio consapevole: dobbiamo cercare di conoscere e rispettare le regole, ascoltando attentamente la vocina dell’Io genitore che ci consiglia la prudenza.

La professoressa Domenica Perrone ha sintetizzato ulteriormente il concetto estendendolo nell’ambito poetico: bellezza, poesia, resilienza. Francesca Perrone, che ringrazio e saluto, è Professore Ordinario presso l’Università di Palermo dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea ed è anche Presidente del comitato di Palermo dell’Associazione Culturale Dante Alighieri.

La domanda finale è: quanto deve durare ancora tutto questo? La risposta non ce l’ha nessuno, ma Panta rei (Tutto scorre), citando Eraclito anche se dell’attribuzione non v’è certezza, in quanto tutto è in divenire e speriamo tutti in senso positivo.

Cliccando qua puoi scaricare e stampare il nuovo modello di autocertificazione per circolare a partire dal 4 maggio 2020.

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Appuntamenti – Il Conservatorio di Palermo Alessandro Scarlatti di Palermo presente all’International Jazz Day 2020 on-line [VIDEO]

Flora Faja nota cantante jazz palermitana (nella fotografia in evidenza) è una delle protagoniste del video caricato su YouTube a supporto dell’International Jazz Day 2020, che a causa del perdurare delle restrizioni relative al coronavirus, quest’anno si svolge interamente utilizzando il web.

Gli altri protagonisti del video sono Gaetano Ricccobono, Orazio Maugeri, Gaspare Palazzolo, Vito Giordano, Paolo Sorge, Riccardo Randisi, Fabio Crescente, Giuseppe Urso in rappresentanza del Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo.

L’importante manifestazione jazzistica internazionale è giunta quest’anno alla sua nona edizione e vuole rappresentare un riferimento di alto livello per tutti gli amanti del jazz sia come esecutori che come semplici ascoltatori, fornendo anche contenuti di masterclass free.

“Vogliamo tutti vivere in un mondo jazz in cui lavoriamo tutti insieme, improvvisiamo insieme, non abbiamo paura di rischiare ed esprimerci”.– Herbie Hancock

Herbie Hancock Ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO per il dialogo interculturale e copresidente della Giornata internazionale del jazz, ha dichiarato attraverso il sito web: “Questi sono tempi senza precedenti per i cittadini del mondo e siamo molto grati per il supporto, la comprensione e la collaborazione della nostra comunità del Jazz Day. Armati di ottimismo, pazienza e grazia, affronteremo queste sfide come famiglie, comunità, paesi e come un mondo unito più forte. Ora più che mai, uniamo le forze e diffondiamo l’etica del movimento globale del Jazz Day in tutto il pianeta e usiamo questa come un’opportunità d’oro per l’umanità di riconnettersi, specialmente nel mezzo di tutto questo isolamento e incertezza”.

Per visitare il sito web dell’International Jazz Day 2020 clicca qua.

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Sondaggi – Scegli il tuo poeta preferito tra quelli elencati

Ciao nell’elenco ho inserito i principali poeti italiani dell’Ottocento e grazie al sondaggio che trovi sotto puoi scegliere il tuo preferito. Si può esprimere un solo voto per persona e mi raccomando condividi il post ai tuoi amici in modo da avere un risultato significativo.

  • Ugo Foscolo (1778 – 1827)
  • Giacomo Leopardi (1798 – 1837 )
  • Alessandro Manzoni (1785 – 1873)
  • Giosuè Carducci (1835 – 1907)
  • Giovanni Pascoli (1855 – 1912)
  • Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)
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Newsletter – Ocean Viking tornerà in mare senza Medici Senza Frontiere [VIDEO]

Ho ricevuto oggi da parte di  Sos Mediterranee Italia e pubblico volentieri, una newsletter che così recita:

Foto dal sito SOS Mediterranee
Foto dal sito SOS Mediterranee

Cari amici, speriamo che voi e i vostri cari stiate bene in questo periodo  particolarmente difficile. Come vi abbiamo segnalato di recente, data l’attuale situazione sanitaria dovuta al COVID-19, la Ocean Viking è temporaneamente in attesa nel porto di Marsiglia.

La nostra priorità è riprendere al più presto le nostre operazioni in modo responsabile, in condizioni che ci permettano di garantire la sicurezza dei nostri team e delle persone soccorse. Tuttavia, riteniamo che a causa della forte perturbazione del settore marittimo e delle reazioni degli Stati tali condizioni non siano attualmente soddisfatte.

Non condividendo la nostra strategia, il nostro partner medico Medici Senza Frontiere ha deciso di rompere la partnership che da quattro anni ci lega intorno alla nostra missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Prendiamo atto di questa decisione, anche se ce ne rammarichiamo a causa della eccezionale cooperazione tra le nostre organizzazioni a bordo della Aquarius e poi della Ocean Viking, che ci ha permesso di salvare più di 30.000 vite in mare.

Ciò nondimeno, sulla base delle nostre esperienze passate con il nostro primo partner Médecins du Monde e poi con Medici Senza Frontiere, i nostri team sono già al lavoro, determinati a riprendere il più presto possibile le operazioni di salvataggio con la Ocean Viking.

Nel Mediterraneo centrale, infatti, l’emergenza umanitaria si aggrava. Negli ultimi dieci giorni sono state segnalate più di 1.000 persone in fuga dalla Libia su imbarcazioni di fortuna. Centinaia di persone sono state intercettate e rinviate forzatamente in Libia,  mentre il governo di Tripoli ha dichiarato i propri porti “non sicuri” a causa dei bombardamenti che infuriano nella regione. Due giorni fa, cinque corpi senza vita sono stati trovati a bordo di una imbarcazione da diversi giorni in mare senza assistenza, mentre diversi Stati europei hanno annunciato ufficialmente di non essere in grado di fornire un luogo sicuro o di supportare lo sbarco di persone soccorse in mare.

Anche se siamo pienamente consapevoli della situazione estremamente difficile che gli Stati si trovano ad affrontare a causa del Covid-19, crediamo che le preoccupazioni e le misure adottate per preservare la salute pubblica non debbano andare a scapito dell’assistenza alle persone che rischiano di morire in mare.

L’Europa deve essere più che mai solidale, a terra come in mare. Insistiamo per aprire un dialogo urgente con gli Stati europei allo scopo di lavorare su scenari legali e innovativi e raccogliere insieme questa sfida.

Stiamo lavorando attivamente per ripartire presto per salvare vite in mare perché questo rimane il nostro dovere di cittadini europei e di marittimi. Vi informeremo regolarmente sul proseguimento delle nostre operazioni.  

Prendetevi cura di voi e grazie per il vostro sostegno. Finché sarete al nostro fianco, rinunciare non sarà mai un’opzione.

Il team di SOS MEDITERRANEE

#TogetherForRescue

 

 

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Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (3)

Il calendario segna il 4 maggio 2020! È soltanto una nostra immaginazione, una sorta di proiezione mentale che ci porta dentro la fase 2 per approdare poi verso una condizione normale, simil pre-coronavirus. Seppur gradualmente riprendiamo in mano la nostra esistenza, così come l’avevamo lasciata a inizio di quest’anno, rimoduliamo il nostro stile di vita, l’approccio ai nostri simili, alla vita in generale.

Di una cosa sono convinto. I buoni sentimenti saranno rafforzati in coloro che già li praticavano, così come saranno rafforzati i cattivi sentimenti in coloro che hanno la sfortuna, se non la volontà, di sperimentarli esacerbando la loro esistenza.

Ma non basta analizzare e fare considerazioni! In generale l’umanità necessita urgentemente di un approccio nuovo alla vita, più vicino a ciò di cui abbiamo veramente bisogno: sentimenti, relazioni, natura, meditazione, studio, esplorazione. Ci siamo focalizzati esageratamente a livello mondiale sul prodotto interno lordo (p.i.l.) delle nazioni e delle città, sui consumi, sull’arricchimento economico, sulla ricerca del potere. Un atteggiamento che il pianeta, oggi, ci sta facendo pagare, presentandoci un conto molto salato e non solo in riferimento al coronavirus. Pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai, ai cambiamenti climatici, al buco dell’ozono, all’innalzamento della temperatura, alla sempre maggiore difficoltà del nostro pianeta di rigenerarsi e di smaltire le scorie prodotte dall’uomo.

Il buio insidia la bellezza di un fiore
Il buio e il cemento insidiano la bellezza di un fiore, che malgrado tutto è sbocciato.

Non è una semplice influenza il corona virus che colpisce gli uomini, al di là delle cifre che ci vengono propinate ogni giorno, dei tanti decessi che continuano a susseguirsi. Ad essere malato, ad essere influenzato è l’intero pianeta e di conseguenza l’uomo che lo abita e che sta causando tutto questo. La terra è come se fosse il nostro organismo che, attraverso una malattia o più semplicemente per mezzo del dolore,  ci sta sbattendo sotto il naso un enorme segnale di STOP.

Non è un cambiamento graduale quello che stiamo vivendo, non è un degradare lento della qualità della vita è un evento traumatico ed epocale a carattere mondiale. Fino all’ultimo ho sperato che si stava esagerando. Sulla gravità della situazione non ho più dubbi, ne ho tanti, come tutti voi, sulla vera genesi della pandemia legata al coronavirus.

A tal proposito consiglio di leggere le illuminanti considerazioni della professoressa Gabriella Maggio che, nel suo editoriale sul Vesprino di settembre 2019, cita tra gli altri Greta Thunberg, seguitissima paladina delle moderne istanze ecologiste dei giovani.

Antonino Schiera

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Società – Nasce #angolodipoesia, da un’idea di Vincenzo Perricone fondatore del gruppo Siciliando

Vincenzo_Perricone_Siciliando
Vincenzo Perricone

Vincenzo Perricone – “Oggi voglio cominciare a sognare insieme a voi creando un #angolodipoesia nella solitudine del mondo. Non esistono barriere sia pur nelle chiusure, basta solo ritrovare l’amore di un testo, di un libro, di una poesia, per evadere.

Un modo per ritrovarsi, ciascuno nei suoi pensieri, un modo per lasciarsi andare in un surreale mondo che pensavamo non potesse toccarci mai e vivevamo lontani, ma poi la percezione è arrivata e con la percezione la paura. Ed allora ritrovarsi qui con un libro, una lettura da condividere insieme, esprimendo ciò che sentiamo in un momento che, di certo, non pensavamo potesse appartenerci e in cui ci si ritrova indifesi. E in cui ci si ritrova a percepire l’assenza di ciò che davamo per scontato il nostro”.

Così scrive Vincenzo Perricone (per leggere il post completo clicca qua) fondatore nel 2014 del gruppo Siciliando, che oggi conta oltre 70.000 iscritti su Facebook e innumerevoli iniziative culturali e turistiche. Invito pertanto gli amici scrittori, poeti, ma anche chi magari per timidezza non ha pubblicato ancora nulla, a postare il proprio contributo, videopoesie, fotografie con il testo poetico, nel gruppo Siciliando apponendo l’hashtag #angolodipoesia.

Clicca qua per visitare il gruppo Siciliando

Dice ancora Vincenzo Perricone per il blog Riflessioni d’Autore “L’idea nasce dalla necessità di stare in casa con il tempo che sembra essersi dilatato. Prendendo le opere composte e mai proposte, ritrovando vecchi biglietti, vecchie foto, album sepolti nei cassetti che non si aveva mai tempo di aprire. Sono i cassetti della memoria, come molti la definiscono. Rispolveriamo oggi vecchi libri per ritrovarci nei ricordi e nelle memorie perdute ma che vivono in noi, oggi più di ieri”.

Antonino Schiera

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Società – Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan

7 Ottobre 2019 è un pomeriggio autunnale a Milano quando tutto era ancora avvolto dalla gioiosa normalità. Passeggiando in Piazza Duomo ho notato alla destra del magnifico e imponente edificio religioso una struttura che riportava a caratteri cubitali:  Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan.

Sono entrato e sono stato rapito da un super concentrato di eleganza, di bellezza, di armoniose forme e colori, di lusso all’ennesima potenza, di creatività che mi hanno spinto a fotografare quasi tutte le vetrine raccolte in questo mosaico, che ti consiglio di ingrandire e sfogliare una per una per osservare da vicino la magnificenza dei prodotti Louis Vuitton.

 

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Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Leggere in questi tempi in cui il tempo sembra essersi dilatato serve ad arricchirci, spero che il mio breve monologo possa attaccarvi allo schermo del vostro computer o telefonino. Grazie per la lettura e per le condivisioni…:

Antonino Schiera - Riflessioni d'Autore

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995 Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di…

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Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

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Poesie – Uniti per la vita, video poesia di Lavinia Alberti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri una riflessione della poetessa Lavinia Alberti che ha pubblicato una video poesia con la collaborazione dell’attrice Elena Pistillo. Ti invito alla lettura, alla visione e all’ascolto di questo importante contributo alla poesia, da parte di due donne eccezionali.

Lavinia Alberti – La giornata del 21 marzo, come tutti sanno, oltre ad essere stata quella che ha segnato l’inizio della primavera, è stata anche la giornata Mondiale della Poesia, per me importante, come ogni anno, perché rappresenta un’occasione per mettermi in gioco, per sfidare me stessa e dare voce a ciò che mi urge dal più profondo. Ed è per questo che, spinta da una profonda motivazione interiore, da una carica emotiva per certi aspetti “dissonante”, fatta di chiaroscuri, di proiezioni al futuro ma anche di sguardi vigili sul passato, ho sentito l’esigenza di scrivere prima ancora che per me stessa, per tutti voi questo mio componimento.

Lo scopo vuole essere quello di descrivere – come diceva anche il poeta irlandese Seamus Heaney – da un lato la nuda e cruda realtà in cui ci troviamo (che ho definito in questo momento storico “un vortice inumano e spaventoso”) dall’altro la dolcezza che ancora ci resta e che spesso non abbiamo saputo o voluto vivere appieno quando potevamo farlo, perché presi dalla “frenesia ubriaca del corri corri”. Il mio intento con questa poesia, vuole essere quello di lanciare un messaggio di speranza, un inno alla bellezza e alla libertà; parole queste ultime che, sebbene in questo momento sembrino svanite nel nulla e diventate quasi intangibili e dunque utopistiche, torneranno ad assumere una loro specificità e un loro peso. Il mio vuole essere dunque un appello, quasi uno scuotimento, un tentativo di risvegliare le “coscienze” di tutti noi, “coscienze” che adesso sembrano assopite in un lungo sonno, in un torpore che sembra non avere mai fine e neppure limiti spazio-temporali.

Ho scritto questo componimento con una prospettiva propositiva, certa del fatto che da un grande male nasce sempre un grande bene, che i nostri sacrifici prima o poi ci ritorneranno in altra forma e che torneremo a riappropriarci della nostra quotidianità, dei piccoli gesti che compivamo ogni giorno. Quando ciò accadrà sarà bellissimo. Assaporeremo finalmente il valore della parola vita,  tutti insieme “Uniti per la vita”, per ritornare alla poesia.

#iorestoacasa  #andratuttobene

 

 

 

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Protagonisti – Mario Tamburello quando la poesia diventa arte del ricordare [VIDEO]

Ho conosciuto il poeta Mario Tamburello (nella fotografia in evidenza realizzata da Enzo Merlotti) grazie all’eco del successo ottenuto dalle sue numerose opere, che si sono affermate in diversi premi di livello nazionale, attraverso tutto lo stivale da nord a sud e viceversa. Si perché nell’animo e nei versi di Mario Tamburello trovano dolce accoglienza e terreno fertile tradizioni e tratti appartenenti al nord Italia, ma anche all’estremo sud nelle terre assolate dell’agrigentino che hanno dato i natali a grandi uomini letterati quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello.

A Cuggiono, cittadina della città metropolitana di Milano, vive il nostro poeta ed è qui che è nato nel 1950 Angelo Branduardi, poesia e musica insieme in un virtuoso abbraccio mi vien da dire e poi come non andare con la mente su per le acque del Ticino, con i suoi antichi ponti, che attraversa quei luoghi meravigliosi, pingui terre di pianura irte di storia.

In questo contesto, pregno di ispirazioni e di ricordi, nascono le poesie di Mario Tamburello che,  come anticipato nel titolo, hanno il pregio di fare rivivere antiche atmosfere, nostalgie e ricordi plasmate e arricchite dall’essere uomo contemporaneo lavoratore, marito, padre. E poi tante premurose parole che tradiscono un animo sensibile e generoso. Per conoscere meglio il poeta consiglio di leggere la sua biografia (clicca qui) e di continuare la lettura del post con le domande che gli ho posto e le sue risposte a seguire.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Premio_Internazionale_di_Poesia_Città_Marineo
Premio Internazionale di Poesia Città Marineo

Mario Tamburello – “Ho incominciato a scrivere piuttosto recentemente, correva l’anno 2007. Una riflessione mi interpellava allora di continuo. Questa: è necessario scrivere quel che alla mente si presenta, quel che proviamo visitando lo spazio dell’Amore o salendo al luogo della sofferenza e dell’Anima, dove tutto è raccolto interamente, dove il dolore profondo è difficilmente condivisibile ed esperienza solitaria? Per me era divenuto inevitabile, indispensabile, direi vitale, da quando almeno decisi di smarcarmi, anche per poco, dalla realtà dolorosa che mordeva gelosa. “Gruppu ntra l’arma/ mpidia di parlari./ Quannu un juornu,/ disìu di scriviri/ si fici focu…/ ni ss’agnuni, /friddu senza luci/ scuru senza vuci/ nputa di pinna/lu mè sentiri/ lestu si misi.”. (da Accussì fu). Poesia laddove sfiorata, comunque scrittura come opportunità di rinascita attraverso la raccolta di pensieri sciolti che emergevano dalla distonia rigida del corpo, espressione dell’angoscia, altre volte della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, vi erano cose da fare, da dire, da sentire. La scrittura cominciava a vestirsi del piacere di comunicare, di testimoniare un’esistenza e diventava mezzo terapeutico, via creativa che permetteva di uscire liberi dall’immobilismo e dall’isolamento che una condizione di malattia cronica degenerativa stava inducendo”.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mario Tamburello – “I riconoscimenti letterari, quelli seri, sono appuntamenti di “notorietà”, chiaramente di gratificazione per un autore, specialmente per chi come me, autopublisher, non ha alle spalle una casa editrice che promuove e distribuisce il libro. Non sono certo, almeno personale giudizio, corse ansiose al medagliere più ricco o alla coccarda dello scrittore più “bravo”, ma occasioni di incontro e confronto con critici e autori, senza nessuna velleità altezzosa e diffidente verso alcuno. Talora dallo scambio di qualche libro nascono amicizie che si sviluppano nel tempo. Il riconoscimento più alto è comunque la riuscita trasmissione e condivisione delle emozioni in un rapporto privilegiato con i lettori, nelle situazioni spesso meno rituali e più imprevedibili”.

(La scrittrice Germana Peritore interpreta una poesia di Mario Tamburello)

Interessante questo connubio di uomo cresciuto al nord, ma di chiare origini siciliane che, attraverso la poesia, si esprime prevalentemente in lingua siciliana. Raccontaci di questo connubio, come avviene e come si sviluppa?

Mario Tamburello – “Soprattutto autore in lingua siciliana. Un dato di fatto. Motivo? Penso che tutto nasca dalla formazione e dalla curiosità. Dalla formazione in primis: mia madre mi parlava del suo mondo, della storia familiare, dei racconti ironici e irriverenti di Giufà, ora stolto ora briccone. Cantava le sue emozioni in sicilianu strittu, mi educava agli usi di Sicilia.  Da lei tanto e molto più: la vita e il bene. Da lei la lingua delle mie “poesie”. Ho trovato quindi naturale, dal principio, raccontare del mio sentire usando suoni e immagini che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria. Nei momenti di maggiore concitazione emotiva, di riflessione più calda, intima, la lingua originaria risale e torna alle labbra per istinto.

-La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata” (G. Pasquali) -. I terreni sono quelli dell’amore e del dolore, del dubbio e della speranza. La roccia la pietra lavica dei miei Padri.

Il vernacolo usato è quello ereditato quindi, parlato nell’area sicana di Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino. Idioma musicato con le note del sentire e del fare, insieme alle pause dell’approfondimento linguistico, della tensione conoscitiva che rufulìa e cuogli nella storia di quei luoghi continuamente visitati e ritrovati, Accussì Il linguaggio del mondo antico e sobrio, fasciato con gli aromi e le tradizioni che si sono succedute tra pini e ulivi di collina, mandorli e spighe di frumento, nei secoli, dà parola alle personali emozioni di oggi.  E scrivendo in ssa manera “Pari xhiumi/ca curriennu/s’assìrina sulu/ vasannu lu so mari.” (da ACQUI)”

In una nostra conversazione ti sei definito un comunicatore asciutto ed essenziale dei sentimenti veri, senza ricorso a vezzi estetici e compiaciuti rimati versi stucchevoli. Vuoi ampliare il ragionamento e la descrizione di Mario Tamburello poeta e uomo per i nostri lettori?

Mario Tamburello – “Le definizioni sono gabbie, vicoli stretti e ciechi dove la personalità come l’ispirazione poetica è spinta in un angolo, messa a muro. Più che definirmi e catalogare il mio modo di scrivere, ho cercato di parlare dello stile al quale tendo. Semplicità ed essenzialità, questi i modelli, quando non di rado invece si è presi dal’enfasi e dalla esuberanza. Le emozioni vere e sentite non hanno bisogno dell’eccesso, che imprigiona la forza del messaggio. Dire molto con poco: il Multa paucis dei Romani. Peraltro Francesco De Sanctis diceva: ”La semplicità è la forma della vera grandezza”.

Più in dettaglio riguardo l’uomo e il poeta, che dire? Lasciamo ai lettori di cogliere i tratti. Il profilo è lì, tra le parole intimamente intrecciato delle mie “poesie”.

INCOMPRESO CANTIMBANCO
Non sempre
puoi essere capito,
apprezzato,
amato.
Da dogmatici critici,
aristocratici sapienti del rimato vezzo,
sempre
rifuggo.
Parole sciolte
valigie di pensieri
legano.
Non altero
né geloso,
non posatore di ricercati versi svenevoli,
semplice pellegrino cantimbanco,
in solitudine,
errante,
i sandali
logoro
nel mio vissuto.

A quale raccolta di poesie sei particolarmente affezionato e perché?

Mario Tamburello – “Le sillogi edite ad oggi sono 7. Ciascuna ha un significato, un richiamo emozionale diverso. Tutte mi sono care, difficile quindi dire. Salomonicamente citerei come favorita PINSERA SCUTULIATI, perché questa è la silloge che tutte le altre scritte in lingua siciliana comprende: opera omnia delle poesie scritte dal 2007 al 2019, setacciate, rivedute e curate con certosino piglio. E un cenno all’ultima dal titolo ARROCCO, raccolta di liriche in italiano, componimenti dal 2015 al 2019, tranne due “acquerelli” più una dedicata ad Andrea Camilleri scritte in siciliano.

Progetti futuri?

Mario Tamburello – “E domani? La produzione continua, l’ispirazione sempre alta non conosce pause prolungate, quasi volesse a tappe “forzate” procedere per uno stato di agitazione comunicativa che non si placa, perché muove sempre dalle stesse motivazioni originarie: nonostante tutto c’è sempre qualcosa da sentire, da dire, da fare. E questo è appagato sempre più dal piacere di comunicare scrivendo. Aggiungo solo che un altro progetto, si affiancherà alla raccolta di poesie già in divenire. Un libro di aforismi, di pensieri sciolti e ripresi, scritti in polilinguismo ovvero facendo uso contemporaneo di più idiomi: dal siciliano all’inglese, dal siculish al latino, dall’italiano al meneghino.

Antonino Schiera

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Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute.

Marzo 2020 – La luce soffusa della stanza bluastra e tante lucine sui macchinari che si accendono e si spengono ad intermittenza. I respiratori alitano artificialmente, inspirando ed espirando senza pausa. Il battito del cuore amplificato e storpiato dal rumore stridulo dei cicalini elettronici e le linee che rappresentano le pulsazioni cardiache che salgono e che scendono. Un tubo di plastica che mi entra direttamente nella trachea. E poi fili che salgono e che scendono, connettori, morsetti e adattatori che sembrano quasi avvolgermi in un bozzolo apparentemente mortale. Le flebo e i farmaci che non riesco nemmeno a contare. Al di là del vetro solo il silenzio e la solitudine di un corridoio inanimato. Attorno a me vedo delle figure amorfe di verde vestite e poi maschere e occhiali e i guanti di lattice. Non riesco a sentirne il calore vorrei toccarli, sentire l’odore della pelle, specchiarmi nel lago dei loro occhi. Che strano odore di disinfettante nell’aria e poi il caldo abbraccio di un letto che non è il mio. Ogni tanto qualcuno di loro si avvicina con sguardo benevolo e qualche parola di incoraggiamento.

A quando il risveglio da questo brutto sogno? A quando il lieto fine di un film drammatico e crudele? No! Non è un sogno, non è un film drammatico. Sono proprio io in rianimazione. In una di quelle sale dove si pratica la terapia intensiva. Ma se non ricordo male l’ultima volta erano state issate  le bandiere verdi al posto di quelle rosse. I mostriciattoli erano stati sconfitti! Cosa è andato storto? Devo risvegliarmi, capire cosa mi sta succedendo! Sono perso nel vuoto temporale. Forse sto per morire!

Non voglio morire senza sapere chi sono, senza sapere perché mi trovo qui. Adesso ricordo: ero disteso nel mio letto con la febbre a trentanove, mia mamma che piangeva: “ti sei beccato il coronavirus di sicuro” –  diceva. E io no, non è possibile. Il solito inguaribile ottimista ricordando che quando ero piccolo e gli amici e i parenti mi chiedevano: “Come stai?” Io rispondevo sempre: “Bene!!!”, anche se avevo la febbre alta e la tosse convulsa e mia nonna che mi portava in montagna per respirare aria buona.

Cosa posso inventarmi per capire cosa succede fuori da questo posto? Il cellulare, ora controllo, ma dov’è? Non lo trovo, lo hanno certamente sequestrato. Un giornale. Si posso leggere un giornale, lo chiederò al primo infermiere che si avvicina. Ma come faccio a leggerlo sono bloccato in questo letto e non posso muovere nemmeno un braccio! Ecco ci sono, chiederò a mia moglie appena viene a trovarmi e poi c’è mio figlio. Si, chi meglio di loro possono raccontarmi quanto mi è successo! Ma no non ho più una moglie da tanto tempo e poi mio figlio studia e lavora lontano da qui. Chiederò ai miei cari quando verranno a trovarmi. Li faranno entrare? Non ne sono certo. Ho trovato! Posso rivolgermi a Dio, non importa quale, basta che mi salvi. Posso pregarlo di salvarmi? Mia nonna mi diceva sempre di non allontanarmi da lui! Ma quando ho pregato l’ultima volta? Da quanto tempo non vado in chiesa? Oddio devo stare calmo e aspettare che tutto passi. Non ho altra scelta se non aspettare.

Dentro di me avviene il delirio, ora sono cosciente ma è come se mi trovassi sulle montagne russe, alterno ebbrezza a disperazione. Passano i giorni, oggi mi sento decisamente meglio, non sono più intubato e respiro autonomamente. Il dottore e gli infermieri mi lanciano occhiate e sorrisi, mi sembrano soddisfatti di come stanno andando le cose. La flebo continua a instillare medicinale nelle mie vene, goccia dopo goccia. Ma sono io che mi sento meglio adesso, non ho più paura di morire. E comincio a riprendere il controllo della situazione, non mi sento più in balia degli eventi. Penso che potrò rivedere i miei cari, che potrò ricominciare a scrivere e a viaggiare, ma anche ad amare.

Torno nel mio letto d’ospedale senza tutti quei macchinari che mi toglievano lo spazio vitale. Ora è come se avessi una normale influenza, posso alzarmi dal letto, posso affacciarmi dalla finestra e osservare il panorama. La notte riesco a dormire e alterno momenti di veglia ad altri in cui sprofondo nel sonno.

I fuochi vengono riaccesi; i forni crematoi lavorano a pieno regime; i caduti in battaglia ricevono degna sepoltura; le guarnigioni di globuli bianchi vengono sciolte e messe a riposo; la temperatura scende; le bandiere verdi sventolano alte; i generali contano le perdite ed hanno una nuova arma, frutto dell’esperienza, contro il corona virus; il respiro si fa più regolare. Tutti volgono lo sguardo al cielo, verso l’imboccatura da dove provengono ogni volta i mostriciattoli e pregano perché la mente-organismo che occupano sia prudente per il futuro, si copra bene e non prenda freddo.

Antonino Schiera ©

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Poesie – 27 Gennaio 1945 di Antonino Schiera nella Giornata della Memoria

Pubblico, nella Giornata della Memoria, questa mia poesia inedita dedicata alle vittime innocenti di tutte le guerre e in particolare dell’ Olocausto. Segue una mia breve testimonianza e riflessione per non dimenticare.

27 Gennaio 1945

Sul brullo e freddo campo
aleggiano​ le anime liberate
da corpi violati dal dolore.
Carni svuotate dall’essenza
dell’amore, abbandonato
nei luoghi dove il crepitare
di legna riuniva la famiglia.

Dalle città ai lager, dal camino
acceso ai forni crematori,
il passo è stato breve.
Delatori, manette, retate
distruzioni, spari, treni a vapore
lungo la via verso l’inferno,
cristallizzato dalla barbarie.

Ti penso ogni giorno,
vorrei scriverti, abbracciarti,
guardarti negli occhi
ma non so dove sei, forse
non calpesti più la terra.
Intanto tuonano i cannoni,
​sparano gli aerei​ sui salvatori.

Non so se resisterò,
vorrei non averti mai
conosciuta per non soffrire
ancora, in questa alba
ghiacciata di gennaio.
I cancelli vengono aperti
i morti non usciranno mai più.

Antonino Schiera © 27.01.2020

In questi giorni si ricorda il dramma dell’Olocausto, attraverso la commemorazione della Giornata della Memoria, stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel giorno 27 gennaio di ogni anno. Va ricordato che in quel giorno dell’anno 1945, le Truppe dell’Armata Rossa, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Mi auguro che le nostre vite fluiscano senza eccessivo clangore: il silenzio, la riflessione, la pace tra i popoli come atto d’amore in memoria di chi è stato deportato. In contrapposizione di chi nel mondo, con atti eclatanti e gridati tende ancora oggi, a negare quanto è successo, sminuirne la portata quasi a volere ripristinare le condizioni politiche, economiche e sociali che portarono al disastro del secolo scorso.

Nel lontano 1992 ho visitato il campo di concentramento di Bergen Belsen in Germania, normalmente si parla di Dachau e Auschwitz in quanto sono più conosciuti. Il campo di Bergen Belsen sorgeva nelle vaste pianure della Bassa Sassonia vicino la cittadina di Celle, tra Hannover e Amburgo. Oggi è divenuto uno dei tanti luoghi della memoria per non dimenticare, un luogo visitato da chi vuole con la propria presenza testimoniare l’orrore di quanto successo, ma anche dalle scolaresche. E in tal senso posso testimoniare che le istituzioni tedesche lavorano ogni giorno, per creare una classe dirigente che abbia piena consapevolezza degli orrori perpetrati dal nazismo.

È stato impressionante vedere le fosse comuni dove si stimava con una generica targa quanti morti c’erano: 500 morti, tot in tedesco, 1000 morti, 2000 morti. 50000 ne morirono in totale in quel campo, nell’arco di 5 anni, e tra questi c’era Anna Frank deportata da Amsterdam, passando da Auschwitz. Ricordo come se fosse ieri il piccolo museo all’ingresso del campo di concentramento, dove rimangono accatastati le suppellettili, le lettere dei deportati e dove è possibile scorrere una galleria fotografica che testimonia quanto successo.

L’epilogo della guerra, per quanto mi riguarda non poteva essere diverso, in quanto credo che prima o poi il bene ha sempre la meglio sul male. Ma il prezzo pagato in termini di vite umane e strazianti sofferenze, è stato altissimo. Anche per questo non è possibile dimenticare, non è possibile annullare le commemorazioni.

Infine: in questi giorni nelle Tv vengono trasmessi film e documentari che ricordano quanto successo durante il secondo conflitto mondiale. Un film in particolare mi ha colpito ed è tratto dal libro La verità negata di Deborah Lipstadt riguardo un fatto eclatante non tanto lontano nel tempo. Fate una ricerca sul web, è molto interessante.

Antonino Schiera 25/01/2020

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Le fotografie presenti in questo post fanno parte della mia raccolta privata.

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Storie – Una donna vestita di bianco ©

Olanda

Una donna vestita di bianco di Antonino Schiera ©

Non ho mai capito perché quella volta una donna vestita di bianco correndo mi venne incontro facendomi accorciare bruscamente il passo per evitare d’investirla. Va bene, capita a chiunque, almeno una volta nella vita, di rischiare di scontrarsi con una donna vestita di bianco che ti viene incontro correndo, ma ero preso dai miei pensieri che da qualche mese non mi abbandonavano e non ci feci caso.

Avevo già percorso dieci metri oltre il punto in cui la incrociai, in quella trafficata strada di città, nel momento in cui tutti, pedoni e automobili, correvano verso casa dopo una giornata di lavoro. Con la coda dell’occhio la rividi e nel mio cervello cominciai a replicare quella strana scena. D’improvviso calò il silenzio e tutti i pensieri che fino a poco tempo prima affollavano la mia mente, si placarono.

Tornai sui miei passi e la rividi volteggiare tra i pedoni per raggiungere una meta che non conoscevo. Non sapevo nulla di lei, ma qualcosa riaffiorava dal mio passato: non sapevo se fosse una perfetta sconosciuta, oppure una delle tante donne che avevo incontrato in un lontano giorno della mia esistenza.

Mi venne in mente una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto, e cominciai a canticchiarla e nel frattempo correvo nella sua direzione, sperando di non perderla tra la folla.

Lei era veloce nel suo incedere, appariva e spariva, dalla mia visuale, a un certo punto temetti di averla persa e mi fermai, pensando di essere uno stupido romantico. Decisi di fare un ultimo tentativo e bruciai a piedi, in pochi secondi, l’ennesimo isolato. La vidi davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento a contemplare i manichini che sfoggiavano i vestiti leggeri di quell’estate che stava per arrivare.

Mi avvicinai a lei e la chiamai: “Carla!”

Lei mi guardava con i suoi occhi neri da cerbiatto, la chioma castano chiaro sulle spalle, con il suo corpo da ballerina, le spalle declive sulle braccia muscolose. La dolce voce, talvolta rauca, che faceva vibrare intonse corde vocali. Il seno turgido e i fianchi sinuosi, che lasciavano presagire momenti di vera passione, nell’attimo in cui si fosse concessa a me. Io la amavo di un amore giovanile, una sorta d’idealizzazione dei sentimenti che mi rendeva fragile e vulnerabile.

Olanda.1

Frequentavo le sue amiche, le sue compagne di classe, la invitavo sempre a ballare un innocente lento nelle feste di classe, mi recavo all’uscita di scuola soltanto per incrociare il suo sguardo. Dopo tanto riflettere e sperare che lei facesse il primo passo, mi decisi ad affrontarla. Erano passati due anni dal momento in cui l’amore si era insinuato nella mia mente.

Dovetti farmi forza quella sera. Non era facile alzare la cornetta del telefono e parlarle. Mi domandavo: “Come fa una ragazza così bella ed elegante a non avere un fidanzato?”.

Ormai ero eroso dai pensieri e dalla sofferenza. Mi sentivo come una quercia il cui tronco era sempre più aggrovigliato da una pianta d’edera e quindi destinato a perire, se non disinnescando quella fitta matassa sinuosa e mortale nello stesso tempo. Alzai la cornetta e composi il suo numero di casa: “Ciao Carla, sono Manfredi non mi riconosci?” Domani vorrei incontrarti prima che entri a scuola. “Facciamo una passeggiata insieme?” Dopo un lungo silenzio mi rispose: “Sì perché no?”

Per tutta la notte non chiusi occhio. Incoscienza e paura lottavano tra loro: al centro di tutto il desiderio di dare un colpo di maglio ai miei dubbi, a quell’edera che mi stava soffocando, in quella che era diventata una simbiosi parassitaria. All’alba salii su un autobus e raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Pensavo a Lord Byron che in un suo aforisma scrisse: l’amore è come l’amicizia senza le sue ali e sì perché Carla era una mia amica, ma non eravamo dotati delle ali dell’amore, che ci potessero portare lontani da tutti per amarci.

Lei scese dall’autobus e mi venne incontro, la baciai sulle guance e cominciai a camminarle accanto nel tragitto che ci divideva dall’ingresso della sua scuola. Poche centinaia di metri e quindi pochi minuti di tempo, per dichiararle l’amore che provavo verso di lei. Lo feci, anche se ancora oggi non so dove e come trovai il coraggio per proferire quelle poche parole: “Carla, vuoi metterti con me?”

Lei rimase fredda e imperturbabile. Brutto segno per me e, dopo aver superato l’iniziale stupore, mi disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di pochi giorni. Mi sentivo finalmente libero: se fosse stato un no ci avrei messo una pietra sopra, se invece fosse stato un si avrei cominciato a volare con le ali dell’amore.

Passarono cinque giorni da quel momento e dovetti sollecitare una risposta che tardava ad arrivare, fino a quando lei decise di darmi un appuntamento nella piazza principale della città. Ci sedemmo nei gradoni sotto la statua di Ruggiero Settimo che svettava di fronte al grande teatro. Non mi sembrava convinta, la osservavo con attenzione in silenzio, ma la sua risposta fu sì. Caspita non mi sembrava vero e mi lanciai in un lungo bacio appassionato che fu interrotto dallo sguardo disgustato e dai rimbrotti di un passante bigotto, che non poteva capire i miei sentimenti. La testa mi girava e le vertigini presero il sopravvento.

Quello fu il mio primo vero bacio. Cominciarono così le telefonate serali per raccontarci i nostri pensieri, le uscite pomeridiane per fare incontrare le nostre anime, le liti e le riappacificazioni tipiche di ogni storia d’amore.

Olanda.1

Carla ed io eravamo troppo giovani e non conoscevamo le passioni di un rapporto totalizzante fino a quando il desiderio, l’uno per l’altra, non ci fece superare i tabù e così ci amammo.

Quando avvenne, in un pomeriggio di un freddo inverno, tra le mura di un’anonima stanza, capii che lei mi amava e divenne ancora più bella, quantomeno ai miei occhi. Contrariamente ad ogni attesa quello fu l’inizio della fine, non eravamo pronti, pur amandoci profondamente, a sceglierci.

La nostra storia durò meno dell’eclittica del sole. Smisi di ricordare… e come in una dissolvenza cinematografica, tornai alla realtà.

“Carla?” ripetei. Lei si voltò verso di me e disse: “prego chi è lei? Io non mi chiamo Carla.” Diresse il suo sguardo dall’altra parte e riprese il suo andamento svolazzante tra la folla.

Ritornai alla realtà e realizzai che quello strano incontro mi aveva riportato indietro nel tempo. Per un attimo avevo pensato che quella donna, che mi aveva intralciato piacevolmente il cammino, potesse essere la mia ex: Carla che non ho mai più incontrato.

(Antonino Schiera – Tutti i Diritti Riservati)

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Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

Appuntamento con i lettori martedì 21 maggio 2019 alle ore 17.00 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo per la prima presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della poetessa e drammaturga palermitana Emilia Ricotti.

All’evento poetico saranno presenti l’autrice e le relatrici la professoressa Maria Elena Mignosi e la professoressa Michela Sacco Messineo. Il coordinamento è affidato a chi scrive. Ingresso libero.

Emilia_Ricotti
La poetessa Emilia Ricotti

“I miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire, di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita…” scrive l’autrice Emilia Ricotti (Palermo, giugno 1949). Si laurea in Lettere e Filosofia, con specializzazione in Lettere classiche, presso l’Università di Palermo nel giugno 1971. Insegna letteratura italiana e storia ininterrottamente dal 1972 fino al 2006-2007, anno in cui rassegna le dimissioni per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Associata alla S.I.A.E. nella categoria autori, dal 2011. Per la drammaturgia, con Casa memoria ha vinto il “Premio Autori Italiani 2013”, con La pescatrice di perle nel 2015, con Io, ero tutto diverso nel 2017, con Mare deserto il Premio Centro Attori 2018, tutti e quattro i concorsi indetti da «Sipario». È su “Cyclopedia” di «Sipario» con Achuna Mathata, su «Sipario Bis» con: Mare deserto, C’era una volta una conca d’oro, la trilogia di Mandela life e con i testi premiati da «Sipario» nelle edizioni 2013, 2015, 2017. È sul n. 793-794 del mensile «Sipario» con La pescatrice di perle e sul n. 823-824 Speciale Autori Italiani per l’Europa con Mare deserto.

 

 

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Emilia Ricotti è stata finalista nella sezione Teatro al “Premio inedito Colline d’Oro di Torino 2014” e nell’Edizione XVII 2018 le è stata attribuita una Menzione per l’opera Io, ero tutto diverso.

Evento Presente su Facebook

Antonino Schiera

 

 

Eventi – L’attrice e scrittrice Laura Ephrikian torna in Sicilia. Il 13 ottobre a Salemi presenterà Una famiglia armena, Spazio Cultura Edizioni [VIDEO]

La nota attrice, scrittrice e creativa Laura Ephrikian torna in Sicilia per un nuovo giro promozionale delle sue opere letterarie. Il 13 ottobre presenterà a Salemi, cittadina in provincia di Trapani, il suo ultimo libro che si intitola Ephrikian. Una famiglia armena, edito da Spazio Cultura Edizioni nel mese di giugno 2021. L’opera letteraria fortemente voluta dall’autrice e dal suo editore Nicola Macaione, presidente dell’associazione librai di Palermo, rappresenta una sorta di lascito ai posteri, che Laura Ephrikian ha deciso di rendere tangibile, attraverso centocinquanta pagine, pregne di racconti, aneddoti, personaggi, fotografie, emozioni e sogni più o meno realizzati e realizzabili.

L’incontro con i lettori e con i suoi numerosi estimatori si realizza grazie alla preziosa collaborazione del Comune di Salemi, ente patrocinatore, e di Nino Capizzo promotore culturale e sportivo, supportato dai numerosi amici che ruotano attorno a una fervida attività di promozione delle arti e dello sport nel territorio di Salemi e non solo.

Laura Efrikian e l’editore Nicola Macaione in un mio recente post con video

Nel video un recente pomeriggio letterario a Partinico molto sentito e partecipato grazie alla pregnanza umana e artistica dell’attrice e scrittrice Laura Ephrikian. Ringrazio sentitamente la padrona di casa, la promotrice culturale Antonietta Greco e l’amico poeta e scrittore Francesco Ferrante, autore di questo video.

PROGRAMMA DELLA PRESENTAZIONE

Castello Normanno Svevo di Salemi – Mercoledì 13 Ottobre 2021 ore 18.00 Laura Ephrikian presenta il suo ultimo libro Eprhikian: una famiglia Armena (Spazio Cultura Edizioni – 2021). Dialoga con l’autrice lo scrittore e poeta Antonino Schiera. Dopo i saluti istituzionali del Sindaco Domenico Venuti, interviene l’editore Nicola Macaione. Sono previsti due interventi artistici: Ignazio Capizzo al pianoforte elettronico con un brano musicale e l’attore Ettore Safina con una poesia omaggio alla Sicilia e una seconda di Antonino Schiera.

EVENTO SU FACEBOOK

Poesie – Se la mia vita da l’aspro tormento di Francesco Petrarca [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Francesco Petrarca

Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta, filosofo e filologo italiano, considerato il precursore dell’umanesimo e uno dei fondamenti della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da Pietro Bembo nei primi del Cinquecento.

Cantiere poesia

Se la mia vita da l’aspro tormento
si può tanto schermire, e dagli affanni,
ch’i’ veggia per vertù degli ultimi anni,
Donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento,

e i cape’ d’oro fin farsi d’argento,
e lassar le ghirlande e i verdi panni,
e ‘l viso scolorir che ne’ miei danni
a lamentar mi fa pauroso e lento:

pur mi darà tanta baldanza Amore
ch’i’ vi discovrirò de’ mei martiri
qua’ sono stati gli anni, e i giorni e l’ore;

e se ‘l tempo è contrario ai be’ desiri,
non fia ch’almen non giunga al mio dolore
alcun soccorso di tardi sospiri.

FRANCESCO PETRARCA

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Le mie poesie – Aridi alvei di corsi d’acqua cristallina

Aridi alvei di corsi d’acqua cristallina © di Antonino Schiera
Abbandonato sul mio morbido letto, 
mi crogiolo nell'incanto del gorgoglio
di fiumi e di mari e di laghi 
che accolgono le acque da cui siamo nati.

Colgo il rumore di fondo dei miei pensieri attoniti 
di fronte al perdurare delle emozioni 
che incatenano il mio desideroso corpo.

E inalo la salsedine della vita
immaginando di essere dentro di te
e avvolto dalle tue braccia, 
già culla di vagiti imploranti latte materno. 

Snocciolo il rosario 
della mia esistenza terrena
che oggi calpesta luoghi saturi
di codardi arrembaggi
alla dolcezza umana.

Imperterrito e languido cavalco
steppe assolate e aridi alvei 
di corsi d'acqua cristallina
che scava e forgia, 
che scivola e accoglie
il seme della vita.
 
Antonino Schiera

Nel mese di giugno 2021 ho pubblicato con la casa editrice Libero Marzetto il mio primo racconto autobiografico dal titolo La valigia gialla. Se vuoi acquistarne una o più copie clicca qua per accedere nella pagina di vendita della casa editrice.

Le mie poesie – M’inebrio di te.

M'inebrio di te © di Antonino Schiera
Perdura indomito, 
mai pavido, 
intatto e mai liso, 
vivo e mai spento
il mio desiderio di amarti. 
Tra le acque saline del Tirreno
e il mormorare del Piave.

Costruirò solidi ponti
tra le nostre sponde
di sicula origine.
e riempirò pozzi di vitale
e cristallina gioia
che disseteranno le greggi
e l'amorevole pastore
nella ciclica transumanza
tra verdi valli e cuspidi di vitalità.

È un crogiolo, il mio, 
che ridonda di felicità
dal quale mescere
prosecco e nero d'avola​.​
S'inebria la mia vita
insieme allo sgorgare 
di parole e al frastuono 
​di un aereo che rulla in pista​
nel prologo del nostro nuovo incontro.
 
Antonino Schiera

Nel mese di giugno 2021 ho pubblicato con la casa editrice Libero Marzetto il mio primo racconto autobiografico dal titolo La valigia gialla. Se vuoi acquistarne una o più copie clicca qua per accedere nella pagina di vendita della casa editrice.

Il Salto della Quaglia – Ieri la paura faceva novanta. Oggi rende no vax.


Ciao L’articolo che ho scritto in questi giorni sul sito d’informazione Il Salto della Quaglia si intitola: Ieri la paura faceva novanta. Oggi rende no vax.

Per leggere l’articolo clicca qua.

Nel mese di giugno 2021 ho pubblicato con la casa editrice Libero Marzetto il mio primo racconto autobiografico dal titolo La valigia gialla. Se vuoi acquistarne una o più copie clicca qua per accedere nella pagina di vendita della casa editrice.

Copertina del mio racconto La valigia gialla

Le mie poesie – Arco acuto

Arco acuto © di Antonino Schiera
Un arco acuto sul mare pervaso di ricordi
d'una giovinezza evaporata nei primordi.

Anima d'un lontano orizzonte
che corruga l'ampia, di pescatore, fronte.

Declino sull'altare d'un monastero nefasto
sul filo di marea d'un destino ancora infausto.

Al calar della sera pallido sole stanco
la luna ritrova al suo sensuale fianco.
 
Antonino Schiera

Nel mese di giugno 2021 ho pubblicato con la casa editrice Libero Marzetto il mio primo racconto autobiografico dal titolo La valigia gialla. Se vuoi acquistarne una o più copie clicca qua per accedere nella pagina di vendita della casa editrice.

Protagonisti – La poetessa Alessandra Di Girolamo si racconta per i lettori del blog.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa palermitana Alessandra Di Girolamo (nella fotografia in evidenza). Come da copione ben collaudato l’autrice ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvela conoscere meglio. Buona lettura.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita.

Alessandra Di Girolamo – Buongiorno Antonino Schiera, ti ringrazio per l’opportunità che mi stai offrendo presentandomi ai nostri amici lettori. Io mi definisco una donna molto poetica, sento molta poesia attorno al mio mondo e alla mia realtà quotidiana. Mi viene naturale respirare l’essenza del bello che ci circonda. La poesia è alba, è amore, è rinascita, è forza, è carezza, è sostegno, è malinconia, è passato, presente e futuro. La poesia per me è curativa, terapeutica, proprio come il mio mare, protagonista assoluto di numerose liriche. Mi emoziono davanti ad un tramonto, sogno ascoltando il suono delle onde, mi lascio cullare dal bacio più bello: quello
tra cielo e mare. Abbiamo tutti bisogno di affetto, di amore, di far vibrare le corde dell’anima, di sentirci liberi come quei gabbiani in cielo, di farci abbracciare dai veri valori della vita, quelli profondi e indelebili che mai scoloriranno. La poesia ci aiuterà in questo percorso esistenziale.

Sei una poetessa giovane e bella, ma non solo, incarni perfettamente lo spirito di una persona curiosa, che ha voglia di conoscere, di studiare e di espandersi. Quale rapporto intercorre, secondo il tuo punto di vista, tra la bellezza e la poesia?

Alessandra Di Girolamo – Penso che siano l’una la conseguenza dell’altra. La poesia è bellezza e la bellezza è poesia. Attraverso la poesia diamo voce alla nostra anima, mettendo a nudo la nostra essenza interiore, e lo facciamo attraverso il bello che c’è in noi. Riuscire, con delicati e incisivi versi, ad oltrepassare confini equivale a baciare la nostra sensibilità e offrirla al cuore di chi ci sta leggendo. Tentare di estrapolare il bello da ogni stato d’animo: felice, giulivo, triste, nostalgico, malinconico. Per ogni stella che muore c’è un fiore che sboccia! La poesia non è altro che un soffio leggero che, delicatamente, ci trasporta tra i meandri della nostra mente illuminando, con la sua purezza, ogni punto oscuro. Quello che abbiamo dentro si riflette intorno a noi, se dentro c’è bellezza d’animo, la bellezza trionferà attraverso la poesia. Come hai scritto sopra, sono molto curiosa e studio costantemente. Mi piace il confronto, quello sano, bello e costruttivo e mi piace espandere le mie amicizie nell’ambito culturale.

Per i lettori del blog, ci dai la tua definizione di poesia?

Alessandra Di Girolamo – La poesia è mia figlia che ogni giorno mi sorride e mi dice: “mamma ti voglio bene, grazie di esistere, grazie per avermi dato la vita, grazie per tutto l’amore che mi doni, grazie per essere come sei, come sei tu, soltanto tu: mamma adorata!”

Dalla tua biografia si evince il tuo impegno finalizzato alla diffusione della conoscenza dei poeti contemporanei e della poesia in generale. Sei infatti ideatrice e amministratrice del gruppo facebook Gli amici delle emozioni. Raccontaci di questa esperienza e perché lo fai.

Alessandra Di Girolamo – Il gruppo letterario Gli amici delle emozioni per me è una famiglia virtuale, che accoglie nel suo nido quasi 7000 membri di tutta Italia e non solo. È nato lo scorso anno e come obiettivo principale ha sempre avuto quello della condivisione culturale, attraverso le emozioni più sincere. I nostri amici sono liberi di condividere le loro recensioni, poesie, interviste, i propri libri, eventi e portare un arricchimento interiore e letterario nella nostra vita. Parole chiave sono: gentilezza, condivisione e rispetto assoluto. Il salotto letterario offre varie rubriche, diversi contest, dove gli autori e anche gli artisti presenti nel gruppo mettono a disposizione, in regalo, le loro opere attraverso un percorso di confronto emozionale. La nostra famiglia letteraria collabora pure con una radio web, italy web radio, nei programmi culturali ad opera della bravissima conduttrice, speaker, professoressa di letteratura Tiziana La Vitola. A contribuire alla realizzazione e alla crescita di questo nostro spazio letterario e artistico, si è impegnato a 360 gradi lo Scrittore, nonché promotore e conduttore di svariati programmi culturali, Carlo Legaluppi, che ringrazio pubblicamente.

Un’infinità di volte (People e Humanities – marzo 2018) e La vita dentro una parola (Bertoni – aprile 2021) sono i titoli delle tue due prime raccolte di poesie. Tratteggia per i lettori del blog quali sono i temi principali che affronti nella tua produzione poetica.

Alessandra Di Girolamo – Il mio primo libro di poesie Un’infinità di volte (People e Humanities edizioni) tratta esclusivamente dell’amore tra due persone. L’amore che nasce, che trionfa, che finisce, ma che non muore mai! L’amore che è lo specchio dell’anima, l’amore che tutto può, perché l’amore vero oltrepassa qualsiasi confine. Il secondo libro La Vita dentro una parola (Bertoni edizioni) tratta sempre dell’amore, ma un amore che abbraccia tutte le sue forme. Amore per la persona che ci sta accanto, amore per i figli, per la famiglia, per gli amici e soprattutto amore per se stessi. Proprio l’amore per se stessi racchiude l’essenza della silloge. Vengono trattate, nella prima parte del libro, tematiche sociali (razzismo, omosessualità, bullismo, integrazione, omertà, pregiudizi, violenza sulle donne) e si instaura, almeno si spera, un rapporto diretto con il lettore, un confronto finalizzato a trovare insieme delle soluzioni. Ovviamente il percorso avrà tante vie, ma la strada principale vedrà protagonista assoluto sempre ed esclusivamente l’amore!

Gli scrittori in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare.

Alessandra Di Girolamo – Ti dico la verità raramente penso al futuro, preferisco concentrarmi sul presente e vivermi ogni prezioso attimo. Non ho mai pensato come sarò tra 10 anni, sicuramente avrò qualche capello bianco in più, qualche ruga si farà spazio sul mio viso, ma la accetterò con piacere, saranno un segno del mio vissuto. Mi auguro solo di mantenere la mia voglia infinita di sognare e di abbracciare tutte le emozioni che la vita vorrà offrirmi. Per i progetti che intendo realizzare, posso dire che presto inizierò una rubrica sulla pagina Punto Zip, il cui amministratore Luca Ceccarelli, ha voluto investire su di me, dandomi questa estrema fiducia, spero di non deluderlo. A breve parteciperò ad altre due antologie poetiche, che sommate a quelle precedenti diventeranno nove. Ovviamente continuerò i mie appuntamenti culturali, attraverso presentazioni, reading poetici e anche mostre. A fine mese inizierà un progetto con il Pittore Filippo Lo Jacono che vedrà l’arte trionfare in tutte le sue forme. Diciamo, caro Antonino, che non mi annoierò…
Adesso ti saluto rinnovandoti la mia sincera stima e buona vita a te e ai nostri lettori.

Biografia artistica di Alessandra Di Girolamo

Alessandra Di Girolamo è nata a Palermo nella la notte di San Lorenzo del 1973. Fin da ragazza ha mostrato un particolare interesse per la poesia e per tutto ciò che riesce a suscitare in lei una forte emozione. Il 10 Marzo del 2018 ha presentato la sua prima raccolta poetica Un’infinità di volte dire dell’amore con parole sempre nuove, con la casa editrice People & Humanities.
L’autrice, negli ultimi anni, ha piacevolmente offerto il suo contributo ad associazioni di beneficenza, partecipando con le sue poesie e una favola a sette antologie. Alessandra amministra da tempo il gruppo letterario : Gli amici delle emozioni (da lei ideato e creato). Partecipa costantemente a vari eventi culturali in radio e precisamente su Italy web radio, grazie alla
professoressa nonché conduttrice di vari programmi radiofonici Tiziana La Vitola. Alessandra collabora dal 2021 anche con Radio in 102 di Palermo.
Ricordiamo inoltre che i suoi versi sono stati letti per parecchi mesi su Radio Palermo Centrale Aforismi e Pensieri programma condotto dal giornalista Filippo Virzì. Numerosi eventi l’hanno vista protagonista per rappresentare l’arte in tutte le sue forme: danza, pittura, musica e poesia. E’ stata ospite al teatro agli archi di Palermo dove ha declamato molti dei suoi versi. E’ stata invitata dal Direttore AZ Salute (Giornale di Sicilia) Carmelo Nicolosi De Luca per sposare il progetto Talassemia e solidarietà.
Ha condiviso con il pittore Massimo Chiappa l’evento Festa del Verde al Giardino Florio, sempre nel capoluogo. Per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata convocata dall’avvocato, giornalista e politico Ninni Terminelli affinché offrisse il suo contributo attraverso le sue poesie.
E’ stata invitata a vari reading poetici promossi da diverse associazioni culturali: Nova Civitas Onlus, Kermesse, Regione Sicilia
Alessandra organizza costantemente eventi letterari, promuovendo la lettura e la scrittura, ricoprendo la veste di relatrice nella presentazione di autori emergenti e non solo. Nell’arco di questi tre anni, Alessandra ha ricevuto tre menzioni d’onore e una targa di merito nei concorsi on line: I Poeti fioriscono al buio, Premio Poesia Vincenzo Ammirà, I Poeti navigano sulle viole. Due sue poesie sono arrivate prime nei concorsi on line: Addio estate e Quando è la vita ad invitare. A ottobre del 2020 è riuscita a classificarsi finalista nel prestigioso concorso letterario Città di Grosseto: Amori sui Generis, letteratura e dintorni. Ad Aprile 2021 è prevista l’uscita della sua seconda silloge poetica: La vita dentro una parola assume la forma di un’emozione, con la casa editrice Bertoni Editore – collana aurora – curata dal professore poeta Bruno Mohorovich.

Presentazioni – InGrate Diario di una internata di Sebastiano Catalano (Arti Grafiche Palermitane).

Copertina del libro

Sarà presentato il diciassette settembre a Palermo alle ore diciotto presso il Giardino dei Giusti Via Alloro 90, il libro di Sebastiano Catalano InGrate – Diario di una internata. L’appuntamento con i lettori, oltre che l’autore, vedrà protagonisti, Pino Apprendi che introdurrà il libro; Edoardo Lazzara, Roberta Zottino relatori; Maria Rondelli, Bianca Maria Lopes, letture; Giovanna Cammarata, Maria Pia Giardelli, voci fuori dal campo, Francesco Tramuto, musiche al pianoforte.


Sinossi del libro InGrate – Diario di una internata

Oggi, per indicare gli scritti prodotti dentro gli ospedali psichiatrici o in luoghi di esclusione, viene utilizzato un nuovo linguaggio, che in questi ultimi tempi sta richiamando la sensibilizzazione e l’attenzione della linguistica: “parole alate, la lingua degli écrits bruts (exsi bruit) – sovvertimenti, variazioni e dissonanze”. “Esprimersi attraverso la scrittura, operata al di fuori di ogni forma, creando neologismi, invenzioni linguistiche, incongruenze di significato, utilizzare la sintassi in maniera personale, incongrua, allo scopo di raccontarsi e raccontare, attraverso lo stato d’isolamento, la loro vita e dare voce al bisogno di ribellione”. Gli scritti eseguiti dai ricoverati nel manicomio sono condizionati dallo spazio circoscritto in cui vivono, dove non ci sono spazi di libertà di pensiero e di azione. La documentazione scritta dai ricoverati è una documentazione molto complessa, spesso disordinata e incongrua, si tratta di un prodotto che pone una difficoltà di lettura, comunemente intesa, da non potersi prendere, in seria considerazione e, quindi, rimane, in qualche modo, inammissibile. Storie di dolore, di sofferenza che spesso non hanno niente a che fare con la follia, ma semplicemente permeate di amarezza, solitudine, malinconia. Dentro i manicomi la vita è piatta, tutti i giorni sono uguali, il tempo non esiste, non ci sono eventi o fatti da raccontare. Quello che i ricoverati scrivono, dopo che sono entrati nello spazio “spazio negante”, sono scampoli di memoria della vita precedente. La funzione volitiva ha immortalato il mondo in cui sono vissuti, conservando il patrimonio ideativo sapendo riferire con esattezza le notizie intorno alla loro vita vissuta e alla loro relazione familiare.

A differenza delle storie riportate nelle cartelle cliniche redatte dai medici e della letteratura prodotta dai ricercatori, nel diario, che integralmente si trascrive, vengono raccontate, in prima persona, le vicende della paziente. Si tratta di una scrittura ricca, riportata in settantasei pagine di carta protocollo, utilizzando tutto lo spazio possibile, senza lasciare alcun vuoto. Si tratta di un diario complesso e per certi aspetti inquietante, che ci interroga e ci invita a interpretare l’eloquio narrativo rappresentato dal suo stato d’animo. Si tratta di un eccezionale documento di notevole valore storico, che ci pone una chiave di lettura alquanto complessa, piena di interrogativi che ci inducono a una serie di riflessioni. L’eccezionalità di questo documento-memoriale consiste anche nel fortunoso ritrovamento, a distanza di novant’anni, fatto all’interno di una cartiera e, pertanto, destinato ad essere distrutto. Il diario si articola in tre periodi: Il primo periodo inizia Il 19 luglio del 1934; Il secondo periodo inizia il 30 aprile del 1939; Il terzo periodo inizia il 23 maggio 1939 e finisce il 29 maggio dello stesso anno 1939. È il 19 luglio del 1934. Siamo dunque in piena era fascista. La persona internata ha l’età di 60 anni. Incomincia a raccontare la sua storia fin dal giorno in cui è stata rinchiusa, non sappiamo se con la complicità del marito e della sorella. Certamente si tratta di una persona colta, che sa scrivere bene, riuscendo a comunicare in modo lineare, efficace e ben organizzato. Infatti, lei stessa esordisce scrivendo “Vediamo di cominciare con un certo ordine”. Inizia il racconto, riuscendo a trasmettere con lucidità quanto le è accaduto, rendendo il racconto affascinante e nello stesso tempo inquietante. Ignoriamo quando finisce di scrivere la prima parte del suo diario, ma sappiamo con certezza quando cominciano la seconda e la terza parte. Sono passati cinque anni dalla prima stesura del diario, un periodo abbastanza lungo per restare lucidi e razionali all’interno di un luogo che adatta, modella e plasma non solo i folli, ma anche le persone sane di mente che internate a vario titolo, finiscono col perdere la ragione e i sentimenti. In questi lunghi cinque anni, di mancata redazione del diario, qualcosa è sicuramente cambiato, perché la scrittura perde di efficacia, diventa spesso saltellante e a volte incomprensibile, riflette sensibilmente lo stato dei luoghi: “deliri senza senso, stati inespressi, inesprimibili”. Tuttavia in alcuni tratti riesce a produrre modelli di linguaggio raffinato e sensibile riuscendo a esprimere tanta poesia, facendo una sintesi di quello che racconta. Si sa che l’eloquio dei ricoverati del manicomio non è certamente riconducibile alla lingua parlata correttamente e va sempre analizzato e contestualizzato, sia rispetto al soggetto che al luogo. Nella maggior parte dei casi, si tratta di persone che non hanno più la percezione del tempo, non sanno distinguere le ore della giornata, confondono la mattina con il pomeriggio, la sera con il giorno.

Giovanna Cammarata

Le persone sane di mente, abituate a vivere il proprio tempo in continuità con le giornate, facilmente trovano questi vuoti di memoria incomprensibili e, pertanto, perdono “fil rouge” il filo del discorso. Quello che dicono i ricoverati del manicomio spesso è incoerente e illogico, pertanto, non è assolutamente possibile annodare i fili, per renderlo chiaro, trattandosi di ammalati di mente, che hanno trovato la negazione e vivono il tempo come uno spazio vuoto. Produrre un discorso vuol dire ricorrere a molte risorse cognitive che hanno a che fare con la memoria, che a sua volta deve permettere di fornire schemi da inserire in quello che si dice e focalizzare la cognizione. Sotto l’aspetto clinico, una paziente disordinata nel pensiero, che ha un’età già avanzata, non è più in grado di produrre campioni di linguaggio ben organizzati, soprattutto quando intervengono problemi di neuro-degenerazione. Di solito emergono problemi sensitivi, morfologici, il cui difetto iniziale non è quello della scelta delle parole, ma di organizzare i concetti che si producono: il vero problema, quindi, consiste nella difficoltà di pianificare un discorso. Il soggetto si trova nell’incapacità di evitare di dire cose non pertinenti, fuori luogo, ripetitive e quindi si mostra incapace di utilizzare un discorso lineare ed efficace. La ridottissima capacità di queste persone di usare un discorso comunicativo con parole adeguate e pertinenti sotto l’aspetto semantico e contestuale, deriva dal loro modo di essere malati mentali; Tuttavia, tratti del suo racconto sono descritti con tanta partecipazione e attenzione al dettaglio e alla puntualizzazione, ma con tanta discontinuità e disordine, da sembrare di essere dinanzi a una umanità smarrita, perduta. L’Autrice del diario racconta le sue pene e i suoi dolori, non racconta mai del desiderio di volere uscire. Mostra di essere quasi rassegnata a restare dentro le mura del manicomio, non avendo mai levato un grido di protesta, come di solito fanno gli internati. Fin dal primo giorno dice alla sorella: “Potevate tenermi a pensione con un po’ di sacrificio vostro e con le lire settecento trenta che avevo quando entrai in Manicomio e che mi dissero di essere depositate; somma che adesso cogli interessi sarà un po’ aumentata”. Si tratta di un diario scritto da una ricoverata dentro il manicomio, che ha conosciuto tante persone, appartenenti alla media e alta borghesia, che scrive raccontando con dovizia di particolari. È certamente una persona colta, intelligente e astuta, quindi, una reclusa “diversa”. Chissà se questo è stato il suo vero castigo. Non lo sapremo mai.

Premi e Concorsi – Il premio nazionale di poesia Himera giunge alla sua IX edizione.

Si avvicina la data di scadenza per presentare le opere partecipanti alla IX edizione del Premio Nazionale di Poesia Himera, organizzato dall’Associazione Termini d’Arte, fissata il giorno trentuno ottobre duemilaventuno. Un lungo e certosino lavoro a cura della presidentessa dell’associazione e ideatrice del premio la poetessa Rita Elia, che anche quest’anno si presenta ai poeti e agli appassionati di poesia con un programma articolato e ben definito. Il premio è costituito da quattro sezioni e prevede la premiazione finale nel mese di Aprile 2022. Due sono le prestigiose giurie: quella poetica presieduta dal prof. Tommaso Romano con Maria Patrizia Allotta, Rita Elia, Giuseppe Bagnasco e Ciro Spataro e quella della sezione speciale presieduta dal prof. Nunzio Allegro, con Flora Rizzo e Manuela Sinatra.

Ho chiesto alla poetessa Rita Elia quali sono le sue sensazioni in questo momento particolare caratterizzato dalla pandemia e quale messaggio vuole rivolgere ai poeti attraverso la sua iniziativa culturale. Ecco la sua risposta riportata in corsivo.

Rita Elia

Dietro il ruolo di una presidente c’è principalmente la donna e la poetessa e le mie sensazioni in questo momento storico sono quelle di una persona sensibile agli avvenimenti, che hanno investito il pianeta e che ci fanno interrogare sul futuro dell’umanità intera.
Quando si vivono forti emozioni, sia in negativo che in positivo, fare poesia è il mezzo catartico che aiuta ad esprimere se stessi.
La poesia è un atto creativo e costruttivo e osservando quanto stiamo vivendo non c’è luogo migliore della nostra interiorità per rigenerarci ed uscire dall’impasse cui ci costringe questa quotidianità alienante.
Quel che mi sento di dire ai poeti e anche a me stessa è: entriamo nell’intimo di noi, traiamo la nostra essenza che è l’Amore Universale e doniamo agli altri i sentimenti che ci accomunano, insieme ai sogni, alle speranze e alle certezze d’amore.

A seguire pubblico il bando integrale scaricabile del premio:

Le mie poesie – Colgo un fiore

Colgo un fiore © di Antonino Schiera
Su quel declivio
nasce un fiore
lo cogli 
e ti ritrovi tra le mani
la corolla dell'amore.
 
La detergi con le lacrime
di un tempo andato
nebuloso, sbiadito
con il piglio in seno
di nuovo vitale afflato.
 
È il degradare del monte
verso il mare, 
Sono i pensieri
traghettati da Caronte, 
… si nutrono 
di nuova linfa. 
 
E poi baci, carezze 
e anelati sospiri
dentro un sogno 
divenuto carico di certezze,
su vellutati petali di rose
 
Tramonta il sole, 
sorge la luna, 
accompagna la notte
nel solitario cammino,
che diviene sorriso. 
 
E poi ti amerò 
sottratto al buio
di una sterile vita.
Senza nessun indugio
sguaino la durlindana. 
 
Ma è dolce il tuo silenzio
nella notte insonne
punteggiata dalle lampare
di stanchi pescatori di anime
chini sulle reti. 
 
È il mutare delle stagioni, 
il mulinare del freddo vento, 
l'ardere del sole sull'arida terra. 
Unico, irripetibile momento
di felicità matura sul grembo
di aridi e penosi arbusti
che divengono sorrisi,
che divengono desideri, 
non più irrealizzati. 
 
Antonino Schiera

Nel mese di giugno 2021 ho pubblicato con la casa editrice Libero Marzetto il mio primo racconto autobiografico dal titolo La valigia gialla. Se vuoi acquistarne una o più copie clicca qua per accedere nella pagina di vendita della casa editrice.

Eventi – IX Simposio Al Tempio dei Poeti Edizione anno 2021.

Riporto il dettagliato resoconto della giornata dedicata al IX Simposio Al Tempio dei Poeti a cura del fondatore del Museo Mirabile di Marsala ed ideatore dell’evento Salvatore Mirabile. A seguire un’ampia galleria fotografica a testimonianza dell’importante incontro culturale.


Lo scrittore Salvatore Mirabile

Nella splendida cornice del patio del Museo Mirabile di Marsala, sito in contrada Fossarunza n.198, in data 21 Agosto 2021, dalle ore 9.30, si è svolto il IX Simposio Al Tempio dei Poeti Edizione anno 2021.

I Poeti partecipanti sono stati: Angela Di Girolamo, Angelo Abbate, Antonino Schiera, Caterina Mantia, David Ingiosi, Emilia Merenda, Giovanni Marino, Giovanni Teresi, Lidia Glorioso, Maria Patrizia Allotta, Maria Quartana, Maria Rita Marino, Mariella Casella, Pietro Vizzini, Rosa Maria Chiarello, Salvatore Mirabile, Vincenza Mistretta, Vito Mezzapelle. Assenti giustificati: Gina Bonasera ed Enrico del Gaudio.

All’arrivo dei poeti è stata distribuita l’antologia poetica redatta a cura di Salvatore Mirabile e la relativa scheda di segnalazione della poesia più gradita. L’evento come di consueto è stato aperto con il Canto Sicilia oh Sicilia di Salvatore Mirabile e cantato dal mezzosoprano Rossella Mirabile. Dopo il benvenuto da parte del Presidente del Museo Avv. Rossella Mirabile, del Presidente Onorario Prof. Tommaso Romano e del direttore Rag. Salvatore Mirabile, si è proceduto alla prima declamazione da parte di quattro poeti e precisamente: Angela Di Girolamo, Angelo Abbate, Antonino Schiera e Caterina Mantia. Successivamente il canto Se di Ennio Morricone eseguito da Rossella Mirabile. Subito dopo si è proceduto alla seconda declamazione da parte di quattro poeti e precisamente: Emilia Merenda, David Ingiosi, Giovanni Marino, Giovanni Teresi. A seguire il canto A Marsalisa di Salvatore Mirabile eseguito da Rossella Mirabile. Subito dopo si è proceduto alla terza declamazione da parte di quattro poeti e precisamente: Lidia Glorioso, Maria Patrizia Allotta, Maria Quartana, Maria Rita Marino. A seguire il canto Nella fantasia di Ennio Morricone eseguito da Rossella Mirabile. Subito dopo si è proceduto alla quarta declamazione da parte di tre poeti e precisamente: Mariella Casella, Pietro Vizzini, Rosa Maria Chiarello. A seguire il canto Cocciu d’amuri dei Tinturia, eseguito da Rossella Mirabile. Subito dopo si è proceduto alla quinta declamazione da parte di tre poeti e precisamente: Vincenza Mistretta, Vito Mezzapelle e Salvatore Mirabile.

Alla fine del recital è stato assegnato il Premio L’Arco della Cultura Lilybetana alla D.ssa Rossella Giglio che ha donato alla Biblioteca del Museo un libro dal titolo Elymos. Successivamente è stato assegnato il Premio alla Carriera al Prof. Tommaso Romano, offerto dal Museo Mirabile, dal Gruppo Poetico Lilybetano e da tutto lo staff organizzativo. Nel contempo il Prof. Romano ha donato alla Biblioteca del Museo un libro di Leonarda Brancato dal titolo Santi, miti e bastoni Edizioni Thule. Dopodiché è stato assegnato il Premio L’Arco della Cultura Lilybetana al M° Carlo Puleo che ha donato alla Biblioteca del Museo i libri dal titolo: Atti mestieri espedienti, Il Convivio Editore, Sull’arpa dell’anima, Vivere d’arte di Antonina Ales Scurti, L’apollo buongustaio di Mario dell’Arco, il paese segreto di Nicola Terranova, Aria color fragola a cura di G. Bagnasco, La pittura di Carlo Puleo, Ignazio Buttitta il presente della memoria di Carlo Puleo, Pitturapoesia di Carlo Puleo, Restauratore di sogni di Carlo Puleo, e due sue litografie riproducenti il Poeta Ignazio Buttitta ed il Poeta Giacomo Giardina. Successivamente è stato iscritto all’Albo d’Oro nella qualità di Socio Onorario il Dott. David Ingiosi. Inoltre sono stati premiati il poeta Giovanni Andrea Marino con il Premio Domenico Asaro, la poetessa Maria Patrizia Allotta con il premio Enrico Piccione e la poetessa Lidia Glorioso con il premio Lontananza. Si è passati dopo alla premiazione dei classificati del 5° Concorso Virtuale Facebook e precisamente: Sezione in Italiano: 1° Classificato Angelo Abbate con la poesia I vecchi; 2° Classificato Pietro Vizzini con la poesia Spuma di Mare; 3^ Classificata Mariella Casella con la poesia Magico Inverno; Menzione d’onore Rosa Maria Chiarello con la poesia Autunno che ha donato alla Biblioteca del Museo un suo libro dal titolo L’attesa…. Ai poeti assenti sarà consegnata la pergamena virtuale. Sezione in Vernacolo : 1^ Classificata Emilia Merenda con la poesia A seggia; Ai poeti assenti sarà consegnata la pergamena virtuale. Sono state consegnate le pergamene attestanti la presenza a Aurelia Piccione per la sponsorizzazione del Premio Piccione, Lorenzo Gigante per la fotografia che ha donato al Museo una lampada antica e Nicola Marino per le riprese video. Dopo sono state consegnate le pergamene di adesione ed i medaglioni di rappresentanza del Gruppo Poetico Lilybetano ai poeti: Maria Patrizia Allotta, Antonino Schiera che nell’occasione ha donato alla biblioteca del museo un suo libro dal titolo Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo, Angelo Abbate e Pietro Vizzini. Dopodiché sono state raccolte le schede di segnalazione da parte dei poeti presenti ed avvenuto lo spoglio delle stesse alla presenza di tutti i poeti ed avendo ottenuto più segnalazioni è stato attribuito il 9° Trofeo Al Tempio dei Poeti al Poeta Giovanni Teresi per la poesia Sospiri della notte. Infine, il Prof. Tommaso Romano nella ricorrenza del cinquantenario della fondazione di Thule ha rilasciato il premio allo scrittore Salvatore Mirabile. Alla fine, i partecipanti al pranzo conviviale hanno raggiunto un noto ristorante marsalese. L’evento si è concluso nel pomeriggio con la visita al Museo Mirabile Salvatore Mirabile.