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Appuntamenti – Laura Ephrikian a Palermo per promuovere i suoi libri, ricordando il genocidio armeno [VIDEO]

Inizio questo post con una poesia scritta da Daniel Varujan poeta armeno contemporaneo, vittima del genocidio degli armeni.

Il pianto di Dio di Daniel Varujan (fonte La Sepoltura della Letteratura)

Quando nello spazio non si era ritirato
ancora il Nulla di questo Universo,
io credo che Dio cercasse qualcosa,
come rimedio alla ferita della noia.

In un istante girò intorno allo spazio,
e non trovò nulla tranne se stesso:
volle un’Essenza della sua Essenza: –
e la sua Essenza fu la sua eco.

Poi ritornando, triste e addolorato,
dal sordo Silenzio e dal cieco Nulla,
anche da loro volle qualcosa, ed essi
diedero se stessi, cioè non diedero nulla.

Quando Egli trovò l’Immensità così vuota,
provò un profondo, crudele dolore:
e sul Silenzio e sul Nulla
pianse dal cuore la sua disperazione.

Cadendo, le sue lacrime lo esaudirono,
formando ogni stella nel cielo: –
e come al Poeta anche a Dio,
per creare, fu necessario piangere.

Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha ignorato. In quell’anno la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente la deportazione e l’uccisione di un numero imprecisato di armeni. Si parla di circa un milione e mezzo di vittime causate da una scellerata politica militare, da parte dell’impero ottomano, tanto da potere essere definito come il primo genocidio del XX secolo.

Daniel Varujan

Volendo inquadrare brevemente l’evento dal punto di vista storico, è bene ricordare che il genocidio degli armeni fu condotto in un più ampio e ugualmente tragico quadro storico, ovvero quello della Prima guerra mondiale. I drammatici eventi, che segnarono in modo indelebile la comunità armena, si svolsero durante il conflitto armato, ma continuarono anche in una fase successiva al termine dello stesso.

Eventi tragici carichi di dolore che stanno tornando attuali, così come ha ricordato Laura Ephrikian nei suoi incontri palermitani, per via delle recenti tensioni tra l’Armenia e l’ Azerbaijan, che si colloca nel conflitto trentennale che vede contrapposti i due stati dell’ex Unione Sovietica.

Lo spunto della riflessione storica e poetica sul genocidio del popolo armeno nei primi anni del 1900, mi è stato dato dalla recente visita a Palermo dell’attrice e scrittrice Laura Ephrikian che per parte di padre è di origine armena. Nel programma palermitano era prevista la presentazione del libro epistolario Lettere a Laura dal mondo dei nessuno (Spazio Cultura Edizioni 2020) scritto insieme a Nino Mandalà.

Grazie all’iniziativa del dottor Francesco Anello presidente dell’Associazione Culturale Palermo Cult Pensiero che organizza il premio Premio Nazionale di Poesia Arenella Città di Palermo, Laura Ephrikian e l’editore Nicola Macaione, si sono incontrati per un giro culturale nel quartiere palermitano dell’Arenella. Prima tappa Villa Igea e a seguire Villa Mocciaro, I Quattro Pizzi e infine le suggestive grotte marine presso la Lega Navale di Palermo Arenella.

Laura Ephrikian e Nicola Macaione alla Lega Navale di Palermo Arenella

Galleria Fotografica

Aforismi e Pensieri Sparsi (7) ©

Ciao continua, la pubblicazione dei miei Pensieri e Aforismi Sparsi che giunge al settimo appuntamento con te, lettore del mio blog. Buona lettura e condivisione.

È di fondamentale importanza rimanere terreno fertile per i semi dell’ispirazione

Chi scrive con il cuore è normale che lasci qualche residuo di dolcezza

L’incontro con l’orizzonte è come carezzare il nostro infinito

Prima un’alba e poi un tramonto amandosi, mentre il mare incontra i ciotoli

Ho parcheggiato nell’antro di uno spazio angusto, il mio desiderio di incontrarti

Gli occhi continuano ad intrecciarsi senza un abbraccio, senza una stretta di mano

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Aforismi e Pensieri Sparsi (1)

Aforismi e Pensieri Sparsi (2)

Aforismi e Pensieri Sparsi (3)

Aforismi e Pensieri Sparsi (4)

Aforismi e Pensieri Sparsi (5)

Aforismi e Pensieri Sparsi (6)

Antonino Schiera (Tutti i diritti Riservati ©)

Storie – Paco il millepiedi incontra il suo amico Pasqualino di Antonino Schiera.

Quella che vi apprestate a leggere, se ne avrete voglia e tempo, è la breve storia di Paco, un millepiedi che ad un certo punto della sua esistenza, si ritrova a ripensare e a rielaborare il suo modo di camminare. Un atto spontaneo e naturale, che per lui era ormai cristallizzato e rodato nel tempo, tanto che ormai non ci faceva più caso. La storiella è un adattamento della Metafora del millepiedi derivata dalla cultura Zen, che Paul Watzlawick, psicologo ed esponente della Scuola di Palo Alto, raccontava di frequente nel corso delle sue conferenze.

Paco il Millepiedi

Un grazioso millepiedi di nome Paco, girovagava per foglie, tronchi e arbusti. Era orgoglioso e felice di tutto quell’ambaradan sgambettante del quale era dotato. Era altrettanto felice di vivere in perfetta sintonia con la natura nel mezzo della vegetazione che cambiava continuamente aspetto. Era quel continuo ciclo vitale, senza soluzione di continuità, che lo affascinava e nel suo peregrinare non si annoiava mai.
Paco amava molto l’acqua e quando, dopo un acquazzone, trovava una foglia che galleggiava in una pozza, vi saliva su e allegramente raggiungeva altre sponde del suo allegro mondo. Così cominciava nuove esplorazioni nutrendosi di foglie, ma anche di animaletti più piccoli di lui. Nelle giornate calde e secche dell’estate riposava per molte ore all’ombra di un cespuglio.
Un giorno Paco allegro e fischiettante, con la testa tra le nuvole, incontrò un altro millepiedi di nome Pasqualino, che gli voleva bene. Quest’ultimo ne osservava attentamente l’allegro e scanzonato incedere. Allora gli disse: “Paco secondo me dovresti accorciare i passi e soprattutto aspettare un poco prima di muovere le gambette che stanno dietro. Inoltre cerca di divaricarle di meno, sai con l’età arriva prima o poi l’artrosi e poi sono guai!”. Paco resosi conto del problema e, prendendo coscienza di ciò che aveva fatto spontaneamente da quando era nato, cominciò ad avere qualche difficoltà e a riflettere lungamente. Pasqualino salutò e se ne andò via.
Paco non sapeva se essere felice o no, ma di una cosa era certo: quando avrebbe ricominciato a sgambettare allegramente per i boschi lo avrebbe fatto con maggiore eleganza, compostezza e consapevolezza delle sue meravigliose mille gambette.

Antonino Schiera

Ecco la metafora zen da me adattata:

“Un millepiedi aveva sempre camminato senza alcun problema per le sue terre. Un bel giorno passò di li una formica curiosa e chiese al millepiedi come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere: con tanti piedi per lei era un miracolo che non inciampasse in qualche ostacolo. Molto turbato da questa idea, il millepiedi cominciò a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina, e in breve tempo non riuscì più a camminare”.

Invito tutti i lettori a commentare facendo riferimento alle due storielle in modo da sviscerarne quello che può essere il significato e l’interpretazione soggettiva. Buona vita a tutti.

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale, verso un’apparente normalità (4)

Il 4 maggio 2020 è alle porte, mancano poche ore. Come spesso accade il popolo italiano è diviso in due distinte fazioni o correnti di pensiero: una tende al pessimismo e alla paura e teme che la riapertura possa rappresentare un boomerang dagli effetti imprevedibili. L’altra invece tende all’ottimismo sperando che le paure legate ad una maggiore esposizione delle persone, siano infondate. In ogni caso dobbiamo fidarci, cominciare a riprendere in mano la nostra esistenza e sperare che le autorità competenti recitino bene il loro ruolo di controllori, ma anche di decisori riguardo le soluzioni e le strategie da adottare in futuro.

4 maggio 2020
Una data importante

Va detto però e di questo sono profondamente convinto, che ciascuno di noi ha una grandissima responsabilità. Il comportamento di ogni singolo individuo, anche per effetto dell’emulazione, è importante. È come enorme un’onda che si muove in una certa direzione e con una certa forza, grazie alla fisica che unisce ogni particella della stessa determinandone gli effetti più o meno disastrosi. Pertanto in questa fase, la famosa fase due come tutti la definiamo, perché non usare tutti indistintamente la mascherina? Perché non cercare di mantenere la distanza tra noi? Perché non decidere di rispettare comunque tutte le norme di igiene? Perché non continuare a stare in casa, uscendo soltanto se strettamente necessario? Facendo nostro una sorta di decalogo e di modellamento naturale, dettato dal buon senso personale che non va percepito come un’imposizione dall’alto. In quanto tutti sappiamo che l’uomo in generale non ama subire restrizione della propria libertà. È un sacrificio che perde di valenza negativa perché parte da una scelta personale per il bene di tutti.

Quando iniziò il periodo del coprifuoco scrivevo che era necessario vivere nella certezza di una evoluzione in positivo della nostra condizione, come conseguenza della fede e della speranza. Oggi desidero aggiungere a completamento della mia riflessione altri elementi: approccio positivo, reattivo, resiliente, consapevole.

  • approccio positivo: dobbiamo tenere alto il tono dell’umore il che serve ad aumentare le difese immunitarie.
  • approccio reattivo: dobbiamo reagire a livello fisico e intellettivo con l’allenamento quotidiano.
  • approccio resiliente: dobbiamo operare un virtuoso cambiamento del punto di vista per apprezzare e potenziare a livello di percezione le cose positive
  • approccio consapevole: dobbiamo cercare di conoscere e rispettare le regole, ascoltando attentamente la vocina dell’Io genitore che ci consiglia la prudenza.

La professoressa Domenica Perrone ha sintetizzato ulteriormente il concetto estendendolo nell’ambito poetico: bellezza, poesia, resilienza. Francesca Perrone, che ringrazio e saluto, è Professore Ordinario presso l’Università di Palermo dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea ed è anche Presidente del comitato di Palermo dell’Associazione Culturale Dante Alighieri.

La domanda finale è: quanto deve durare ancora tutto questo? La risposta non ce l’ha nessuno, ma Panta rei (Tutto scorre), citando Eraclito anche se dell’attribuzione non v’è certezza, in quanto tutto è in divenire e speriamo tutti in senso positivo.

Cliccando qua puoi scaricare e stampare il nuovo modello di autocertificazione per circolare a partire dal 4 maggio 2020.

Appuntamenti – Il Conservatorio di Palermo Alessandro Scarlatti di Palermo presente all’International Jazz Day 2020 on-line [VIDEO]

Flora Faja nota cantante jazz palermitana (nella fotografia in evidenza) è una delle protagoniste del video caricato su YouTube a supporto dell’International Jazz Day 2020, che a causa del perdurare delle restrizioni relative al coronavirus, quest’anno si svolge interamente utilizzando il web.

Gli altri protagonisti del video sono Gaetano Ricccobono, Orazio Maugeri, Gaspare Palazzolo, Vito Giordano, Paolo Sorge, Riccardo Randisi, Fabio Crescente, Giuseppe Urso in rappresentanza del Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo.

L’importante manifestazione jazzistica internazionale è giunta quest’anno alla sua nona edizione e vuole rappresentare un riferimento di alto livello per tutti gli amanti del jazz sia come esecutori che come semplici ascoltatori, fornendo anche contenuti di masterclass free.

“Vogliamo tutti vivere in un mondo jazz in cui lavoriamo tutti insieme, improvvisiamo insieme, non abbiamo paura di rischiare ed esprimerci”.– Herbie Hancock

Herbie Hancock Ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO per il dialogo interculturale e copresidente della Giornata internazionale del jazz, ha dichiarato attraverso il sito web: “Questi sono tempi senza precedenti per i cittadini del mondo e siamo molto grati per il supporto, la comprensione e la collaborazione della nostra comunità del Jazz Day. Armati di ottimismo, pazienza e grazia, affronteremo queste sfide come famiglie, comunità, paesi e come un mondo unito più forte. Ora più che mai, uniamo le forze e diffondiamo l’etica del movimento globale del Jazz Day in tutto il pianeta e usiamo questa come un’opportunità d’oro per l’umanità di riconnettersi, specialmente nel mezzo di tutto questo isolamento e incertezza”.

Per visitare il sito web dell’International Jazz Day 2020 clicca qua.

Sondaggi – Scegli il tuo poeta preferito tra quelli elencati

Ciao nell’elenco ho inserito i principali poeti italiani dell’Ottocento e grazie al sondaggio che trovi sotto puoi scegliere il tuo preferito. Si può esprimere un solo voto per persona e mi raccomando condividi il post ai tuoi amici in modo da avere un risultato significativo.

  • Ugo Foscolo (1778 – 1827)
  • Giacomo Leopardi (1798 – 1837 )
  • Alessandro Manzoni (1785 – 1873)
  • Giosuè Carducci (1835 – 1907)
  • Giovanni Pascoli (1855 – 1912)
  • Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)

Newsletter – Ocean Viking tornerà in mare senza Medici Senza Frontiere [VIDEO]

Ho ricevuto oggi da parte di  Sos Mediterranee Italia e pubblico volentieri, una newsletter che così recita:

Foto dal sito SOS Mediterranee
Foto dal sito SOS Mediterranee

Cari amici, speriamo che voi e i vostri cari stiate bene in questo periodo  particolarmente difficile. Come vi abbiamo segnalato di recente, data l’attuale situazione sanitaria dovuta al COVID-19, la Ocean Viking è temporaneamente in attesa nel porto di Marsiglia.

La nostra priorità è riprendere al più presto le nostre operazioni in modo responsabile, in condizioni che ci permettano di garantire la sicurezza dei nostri team e delle persone soccorse. Tuttavia, riteniamo che a causa della forte perturbazione del settore marittimo e delle reazioni degli Stati tali condizioni non siano attualmente soddisfatte.

Non condividendo la nostra strategia, il nostro partner medico Medici Senza Frontiere ha deciso di rompere la partnership che da quattro anni ci lega intorno alla nostra missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Prendiamo atto di questa decisione, anche se ce ne rammarichiamo a causa della eccezionale cooperazione tra le nostre organizzazioni a bordo della Aquarius e poi della Ocean Viking, che ci ha permesso di salvare più di 30.000 vite in mare.

Ciò nondimeno, sulla base delle nostre esperienze passate con il nostro primo partner Médecins du Monde e poi con Medici Senza Frontiere, i nostri team sono già al lavoro, determinati a riprendere il più presto possibile le operazioni di salvataggio con la Ocean Viking.

Nel Mediterraneo centrale, infatti, l’emergenza umanitaria si aggrava. Negli ultimi dieci giorni sono state segnalate più di 1.000 persone in fuga dalla Libia su imbarcazioni di fortuna. Centinaia di persone sono state intercettate e rinviate forzatamente in Libia,  mentre il governo di Tripoli ha dichiarato i propri porti “non sicuri” a causa dei bombardamenti che infuriano nella regione. Due giorni fa, cinque corpi senza vita sono stati trovati a bordo di una imbarcazione da diversi giorni in mare senza assistenza, mentre diversi Stati europei hanno annunciato ufficialmente di non essere in grado di fornire un luogo sicuro o di supportare lo sbarco di persone soccorse in mare.

Anche se siamo pienamente consapevoli della situazione estremamente difficile che gli Stati si trovano ad affrontare a causa del Covid-19, crediamo che le preoccupazioni e le misure adottate per preservare la salute pubblica non debbano andare a scapito dell’assistenza alle persone che rischiano di morire in mare.

L’Europa deve essere più che mai solidale, a terra come in mare. Insistiamo per aprire un dialogo urgente con gli Stati europei allo scopo di lavorare su scenari legali e innovativi e raccogliere insieme questa sfida.

Stiamo lavorando attivamente per ripartire presto per salvare vite in mare perché questo rimane il nostro dovere di cittadini europei e di marittimi. Vi informeremo regolarmente sul proseguimento delle nostre operazioni.  

Prendetevi cura di voi e grazie per il vostro sostegno. Finché sarete al nostro fianco, rinunciare non sarà mai un’opzione.

Il team di SOS MEDITERRANEE

#TogetherForRescue

 

 

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (3)

Il calendario segna il 4 maggio 2020! È soltanto una nostra immaginazione, una sorta di proiezione mentale che ci porta dentro la fase 2 per approdare poi verso una condizione normale, simil pre-coronavirus. Seppur gradualmente riprendiamo in mano la nostra esistenza, così come l’avevamo lasciata a inizio di quest’anno, rimoduliamo il nostro stile di vita, l’approccio ai nostri simili, alla vita in generale.

Di una cosa sono convinto. I buoni sentimenti saranno rafforzati in coloro che già li praticavano, così come saranno rafforzati i cattivi sentimenti in coloro che hanno la sfortuna, se non la volontà, di sperimentarli esacerbando la loro esistenza.

Ma non basta analizzare e fare considerazioni! In generale l’umanità necessita urgentemente di un approccio nuovo alla vita, più vicino a ciò di cui abbiamo veramente bisogno: sentimenti, relazioni, natura, meditazione, studio, esplorazione. Ci siamo focalizzati esageratamente a livello mondiale sul prodotto interno lordo (p.i.l.) delle nazioni e delle città, sui consumi, sull’arricchimento economico, sulla ricerca del potere. Un atteggiamento che il pianeta, oggi, ci sta facendo pagare, presentandoci un conto molto salato e non solo in riferimento al coronavirus. Pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai, ai cambiamenti climatici, al buco dell’ozono, all’innalzamento della temperatura, alla sempre maggiore difficoltà del nostro pianeta di rigenerarsi e di smaltire le scorie prodotte dall’uomo.

Il buio insidia la bellezza di un fiore
Il buio e il cemento insidiano la bellezza di un fiore, che malgrado tutto è sbocciato.

Non è una semplice influenza il corona virus che colpisce gli uomini, al di là delle cifre che ci vengono propinate ogni giorno, dei tanti decessi che continuano a susseguirsi. Ad essere malato, ad essere influenzato è l’intero pianeta e di conseguenza l’uomo che lo abita e che sta causando tutto questo. La terra è come se fosse il nostro organismo che, attraverso una malattia o più semplicemente per mezzo del dolore,  ci sta sbattendo sotto il naso un enorme segnale di STOP.

Non è un cambiamento graduale quello che stiamo vivendo, non è un degradare lento della qualità della vita è un evento traumatico ed epocale a carattere mondiale. Fino all’ultimo ho sperato che si stava esagerando. Sulla gravità della situazione non ho più dubbi, ne ho tanti, come tutti voi, sulla vera genesi della pandemia legata al coronavirus.

A tal proposito consiglio di leggere le illuminanti considerazioni della professoressa Gabriella Maggio che, nel suo editoriale sul Vesprino di settembre 2019, cita tra gli altri Greta Thunberg, seguitissima paladina delle moderne istanze ecologiste dei giovani.

Antonino Schiera

Società – Nasce #angolodipoesia, da un’idea di Vincenzo Perricone fondatore del gruppo Siciliando

Vincenzo_Perricone_Siciliando
Vincenzo Perricone

Vincenzo Perricone – “Oggi voglio cominciare a sognare insieme a voi creando un #angolodipoesia nella solitudine del mondo. Non esistono barriere sia pur nelle chiusure, basta solo ritrovare l’amore di un testo, di un libro, di una poesia, per evadere.

Un modo per ritrovarsi, ciascuno nei suoi pensieri, un modo per lasciarsi andare in un surreale mondo che pensavamo non potesse toccarci mai e vivevamo lontani, ma poi la percezione è arrivata e con la percezione la paura. Ed allora ritrovarsi qui con un libro, una lettura da condividere insieme, esprimendo ciò che sentiamo in un momento che, di certo, non pensavamo potesse appartenerci e in cui ci si ritrova indifesi. E in cui ci si ritrova a percepire l’assenza di ciò che davamo per scontato il nostro”.

Così scrive Vincenzo Perricone (per leggere il post completo clicca qua) fondatore nel 2014 del gruppo Siciliando, che oggi conta oltre 70.000 iscritti su Facebook e innumerevoli iniziative culturali e turistiche. Invito pertanto gli amici scrittori, poeti, ma anche chi magari per timidezza non ha pubblicato ancora nulla, a postare il proprio contributo, videopoesie, fotografie con il testo poetico, nel gruppo Siciliando apponendo l’hashtag #angolodipoesia.

Clicca qua per visitare il gruppo Siciliando

Dice ancora Vincenzo Perricone per il blog Riflessioni d’Autore “L’idea nasce dalla necessità di stare in casa con il tempo che sembra essersi dilatato. Prendendo le opere composte e mai proposte, ritrovando vecchi biglietti, vecchie foto, album sepolti nei cassetti che non si aveva mai tempo di aprire. Sono i cassetti della memoria, come molti la definiscono. Rispolveriamo oggi vecchi libri per ritrovarci nei ricordi e nelle memorie perdute ma che vivono in noi, oggi più di ieri”.

Antonino Schiera

Società – Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan

7 Ottobre 2019 è un pomeriggio autunnale a Milano quando tutto era ancora avvolto dalla gioiosa normalità. Passeggiando in Piazza Duomo ho notato alla destra del magnifico e imponente edificio religioso una struttura che riportava a caratteri cubitali:  Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan.

Sono entrato e sono stato rapito da un super concentrato di eleganza, di bellezza, di armoniose forme e colori, di lusso all’ennesima potenza, di creatività che mi hanno spinto a fotografare quasi tutte le vetrine raccolte in questo mosaico, che ti consiglio di ingrandire e sfogliare una per una per osservare da vicino la magnificenza dei prodotti Louis Vuitton.

 

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Leggere in questi tempi in cui il tempo sembra essersi dilatato serve ad arricchirci, spero che il mio breve monologo possa attaccarvi allo schermo del vostro computer o telefonino. Grazie per la lettura e per le condivisioni…:

Antonino Schiera Riflessioni d'Autore

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995 Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di…

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Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

Poesie – Uniti per la vita, video poesia di Lavinia Alberti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri una riflessione della poetessa Lavinia Alberti che ha pubblicato una video poesia con la collaborazione dell’attrice Elena Pistillo. Ti invito alla lettura, alla visione e all’ascolto di questo importante contributo alla poesia, da parte di due donne eccezionali.

Lavinia Alberti – La giornata del 21 marzo, come tutti sanno, oltre ad essere stata quella che ha segnato l’inizio della primavera, è stata anche la giornata Mondiale della Poesia, per me importante, come ogni anno, perché rappresenta un’occasione per mettermi in gioco, per sfidare me stessa e dare voce a ciò che mi urge dal più profondo. Ed è per questo che, spinta da una profonda motivazione interiore, da una carica emotiva per certi aspetti “dissonante”, fatta di chiaroscuri, di proiezioni al futuro ma anche di sguardi vigili sul passato, ho sentito l’esigenza di scrivere prima ancora che per me stessa, per tutti voi questo mio componimento.

Lo scopo vuole essere quello di descrivere – come diceva anche il poeta irlandese Seamus Heaney – da un lato la nuda e cruda realtà in cui ci troviamo (che ho definito in questo momento storico “un vortice inumano e spaventoso”) dall’altro la dolcezza che ancora ci resta e che spesso non abbiamo saputo o voluto vivere appieno quando potevamo farlo, perché presi dalla “frenesia ubriaca del corri corri”. Il mio intento con questa poesia, vuole essere quello di lanciare un messaggio di speranza, un inno alla bellezza e alla libertà; parole queste ultime che, sebbene in questo momento sembrino svanite nel nulla e diventate quasi intangibili e dunque utopistiche, torneranno ad assumere una loro specificità e un loro peso. Il mio vuole essere dunque un appello, quasi uno scuotimento, un tentativo di risvegliare le “coscienze” di tutti noi, “coscienze” che adesso sembrano assopite in un lungo sonno, in un torpore che sembra non avere mai fine e neppure limiti spazio-temporali.

Ho scritto questo componimento con una prospettiva propositiva, certa del fatto che da un grande male nasce sempre un grande bene, che i nostri sacrifici prima o poi ci ritorneranno in altra forma e che torneremo a riappropriarci della nostra quotidianità, dei piccoli gesti che compivamo ogni giorno. Quando ciò accadrà sarà bellissimo. Assaporeremo finalmente il valore della parola vita,  tutti insieme “Uniti per la vita”, per ritornare alla poesia.

#iorestoacasa  #andratuttobene

 

 

 

Protagonisti – Mario Tamburello quando la poesia diventa arte del ricordare [VIDEO]

Ho conosciuto il poeta Mario Tamburello (nella fotografia in evidenza realizzata da Enzo Merlotti) grazie all’eco del successo ottenuto dalle sue numerose opere, che si sono affermate in diversi premi di livello nazionale, attraverso tutto lo stivale da nord a sud e viceversa. Si perché nell’animo e nei versi di Mario Tamburello trovano dolce accoglienza e terreno fertile tradizioni e tratti appartenenti al nord Italia, ma anche all’estremo sud nelle terre assolate dell’agrigentino che hanno dato i natali a grandi uomini letterati quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello.

A Cuggiono, cittadina della città metropolitana di Milano, vive il nostro poeta ed è qui che è nato nel 1950 Angelo Branduardi, poesia e musica insieme in un virtuoso abbraccio mi vien da dire e poi come non andare con la mente su per le acque del Ticino, con i suoi antichi ponti, che attraversa quei luoghi meravigliosi, pingui terre di pianura irte di storia.

In questo contesto, pregno di ispirazioni e di ricordi, nascono le poesie di Mario Tamburello che,  come anticipato nel titolo, hanno il pregio di fare rivivere antiche atmosfere, nostalgie e ricordi plasmate e arricchite dall’essere uomo contemporaneo lavoratore, marito, padre. E poi tante premurose parole che tradiscono un animo sensibile e generoso. Per conoscere meglio il poeta consiglio di leggere la sua biografia (clicca qui) e di continuare la lettura del post con le domande che gli ho posto e le sue risposte a seguire.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Premio_Internazionale_di_Poesia_Città_Marineo
Premio Internazionale di Poesia Città Marineo

Mario Tamburello – “Ho incominciato a scrivere piuttosto recentemente, correva l’anno 2007. Una riflessione mi interpellava allora di continuo. Questa: è necessario scrivere quel che alla mente si presenta, quel che proviamo visitando lo spazio dell’Amore o salendo al luogo della sofferenza e dell’Anima, dove tutto è raccolto interamente, dove il dolore profondo è difficilmente condivisibile ed esperienza solitaria? Per me era divenuto inevitabile, indispensabile, direi vitale, da quando almeno decisi di smarcarmi, anche per poco, dalla realtà dolorosa che mordeva gelosa. “Gruppu ntra l’arma/ mpidia di parlari./ Quannu un juornu,/ disìu di scriviri/ si fici focu…/ ni ss’agnuni, /friddu senza luci/ scuru senza vuci/ nputa di pinna/lu mè sentiri/ lestu si misi.”. (da Accussì fu). Poesia laddove sfiorata, comunque scrittura come opportunità di rinascita attraverso la raccolta di pensieri sciolti che emergevano dalla distonia rigida del corpo, espressione dell’angoscia, altre volte della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, vi erano cose da fare, da dire, da sentire. La scrittura cominciava a vestirsi del piacere di comunicare, di testimoniare un’esistenza e diventava mezzo terapeutico, via creativa che permetteva di uscire liberi dall’immobilismo e dall’isolamento che una condizione di malattia cronica degenerativa stava inducendo”.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mario Tamburello – “I riconoscimenti letterari, quelli seri, sono appuntamenti di “notorietà”, chiaramente di gratificazione per un autore, specialmente per chi come me, autopublisher, non ha alle spalle una casa editrice che promuove e distribuisce il libro. Non sono certo, almeno personale giudizio, corse ansiose al medagliere più ricco o alla coccarda dello scrittore più “bravo”, ma occasioni di incontro e confronto con critici e autori, senza nessuna velleità altezzosa e diffidente verso alcuno. Talora dallo scambio di qualche libro nascono amicizie che si sviluppano nel tempo. Il riconoscimento più alto è comunque la riuscita trasmissione e condivisione delle emozioni in un rapporto privilegiato con i lettori, nelle situazioni spesso meno rituali e più imprevedibili”.

(La scrittrice Germana Peritore interpreta una poesia di Mario Tamburello)

Interessante questo connubio di uomo cresciuto al nord, ma di chiare origini siciliane che, attraverso la poesia, si esprime prevalentemente in lingua siciliana. Raccontaci di questo connubio, come avviene e come si sviluppa?

Mario Tamburello – “Soprattutto autore in lingua siciliana. Un dato di fatto. Motivo? Penso che tutto nasca dalla formazione e dalla curiosità. Dalla formazione in primis: mia madre mi parlava del suo mondo, della storia familiare, dei racconti ironici e irriverenti di Giufà, ora stolto ora briccone. Cantava le sue emozioni in sicilianu strittu, mi educava agli usi di Sicilia.  Da lei tanto e molto più: la vita e il bene. Da lei la lingua delle mie “poesie”. Ho trovato quindi naturale, dal principio, raccontare del mio sentire usando suoni e immagini che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria. Nei momenti di maggiore concitazione emotiva, di riflessione più calda, intima, la lingua originaria risale e torna alle labbra per istinto.

-La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata” (G. Pasquali) -. I terreni sono quelli dell’amore e del dolore, del dubbio e della speranza. La roccia la pietra lavica dei miei Padri.

Il vernacolo usato è quello ereditato quindi, parlato nell’area sicana di Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino. Idioma musicato con le note del sentire e del fare, insieme alle pause dell’approfondimento linguistico, della tensione conoscitiva che rufulìa e cuogli nella storia di quei luoghi continuamente visitati e ritrovati, Accussì Il linguaggio del mondo antico e sobrio, fasciato con gli aromi e le tradizioni che si sono succedute tra pini e ulivi di collina, mandorli e spighe di frumento, nei secoli, dà parola alle personali emozioni di oggi.  E scrivendo in ssa manera “Pari xhiumi/ca curriennu/s’assìrina sulu/ vasannu lu so mari.” (da ACQUI)”

In una nostra conversazione ti sei definito un comunicatore asciutto ed essenziale dei sentimenti veri, senza ricorso a vezzi estetici e compiaciuti rimati versi stucchevoli. Vuoi ampliare il ragionamento e la descrizione di Mario Tamburello poeta e uomo per i nostri lettori?

Mario Tamburello – “Le definizioni sono gabbie, vicoli stretti e ciechi dove la personalità come l’ispirazione poetica è spinta in un angolo, messa a muro. Più che definirmi e catalogare il mio modo di scrivere, ho cercato di parlare dello stile al quale tendo. Semplicità ed essenzialità, questi i modelli, quando non di rado invece si è presi dal’enfasi e dalla esuberanza. Le emozioni vere e sentite non hanno bisogno dell’eccesso, che imprigiona la forza del messaggio. Dire molto con poco: il Multa paucis dei Romani. Peraltro Francesco De Sanctis diceva: ”La semplicità è la forma della vera grandezza”.

Più in dettaglio riguardo l’uomo e il poeta, che dire? Lasciamo ai lettori di cogliere i tratti. Il profilo è lì, tra le parole intimamente intrecciato delle mie “poesie”.

INCOMPRESO CANTIMBANCO
Non sempre
puoi essere capito,
apprezzato,
amato.
Da dogmatici critici,
aristocratici sapienti del rimato vezzo,
sempre
rifuggo.
Parole sciolte
valigie di pensieri
legano.
Non altero
né geloso,
non posatore di ricercati versi svenevoli,
semplice pellegrino cantimbanco,
in solitudine,
errante,
i sandali
logoro
nel mio vissuto.

A quale raccolta di poesie sei particolarmente affezionato e perché?

Mario Tamburello – “Le sillogi edite ad oggi sono 7. Ciascuna ha un significato, un richiamo emozionale diverso. Tutte mi sono care, difficile quindi dire. Salomonicamente citerei come favorita PINSERA SCUTULIATI, perché questa è la silloge che tutte le altre scritte in lingua siciliana comprende: opera omnia delle poesie scritte dal 2007 al 2019, setacciate, rivedute e curate con certosino piglio. E un cenno all’ultima dal titolo ARROCCO, raccolta di liriche in italiano, componimenti dal 2015 al 2019, tranne due “acquerelli” più una dedicata ad Andrea Camilleri scritte in siciliano.

Progetti futuri?

Mario Tamburello – “E domani? La produzione continua, l’ispirazione sempre alta non conosce pause prolungate, quasi volesse a tappe “forzate” procedere per uno stato di agitazione comunicativa che non si placa, perché muove sempre dalle stesse motivazioni originarie: nonostante tutto c’è sempre qualcosa da sentire, da dire, da fare. E questo è appagato sempre più dal piacere di comunicare scrivendo. Aggiungo solo che un altro progetto, si affiancherà alla raccolta di poesie già in divenire. Un libro di aforismi, di pensieri sciolti e ripresi, scritti in polilinguismo ovvero facendo uso contemporaneo di più idiomi: dal siciliano all’inglese, dal siculish al latino, dall’italiano al meneghino.

Antonino Schiera

Galleria Fotografica

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute.

Marzo 2020 – La luce soffusa della stanza bluastra e tante lucine sui macchinari che si accendono e si spengono ad intermittenza. I respiratori alitano artificialmente, inspirando ed espirando senza pausa. Il battito del cuore amplificato e storpiato dal rumore stridulo dei cicalini elettronici e le linee che rappresentano le pulsazioni cardiache che salgono e che scendono. Un tubo di plastica che mi entra direttamente nella trachea. E poi fili che salgono e che scendono, connettori, morsetti e adattatori che sembrano quasi avvolgermi in un bozzolo apparentemente mortale. Le flebo e i farmaci che non riesco nemmeno a contare. Al di là del vetro solo il silenzio e la solitudine di un corridoio inanimato. Attorno a me vedo delle figure amorfe di verde vestite e poi maschere e occhiali e i guanti di lattice. Non riesco a sentirne il calore vorrei toccarli, sentire l’odore della pelle, specchiarmi nel lago dei loro occhi. Che strano odore di disinfettante nell’aria e poi il caldo abbraccio di un letto che non è il mio. Ogni tanto qualcuno di loro si avvicina con sguardo benevolo e qualche parola di incoraggiamento.

A quando il risveglio da questo brutto sogno? A quando il lieto fine di un film drammatico e crudele? No! Non è un sogno, non è un film drammatico. Sono proprio io in rianimazione. In una di quelle sale dove si pratica la terapia intensiva. Ma se non ricordo male l’ultima volta erano state issate  le bandiere verdi al posto di quelle rosse. I mostriciattoli erano stati sconfitti! Cosa è andato storto? Devo risvegliarmi, capire cosa mi sta succedendo! Sono perso nel vuoto temporale. Forse sto per morire!

Non voglio morire senza sapere chi sono, senza sapere perché mi trovo qui. Adesso ricordo: ero disteso nel mio letto con la febbre a trentanove, mia mamma che piangeva: “ti sei beccato il coronavirus di sicuro” –  diceva. E io no, non è possibile. Il solito inguaribile ottimista ricordando che quando ero piccolo e gli amici e i parenti mi chiedevano: “Come stai?” Io rispondevo sempre: “Bene!!!”, anche se avevo la febbre alta e la tosse convulsa e mia nonna che mi portava in montagna per respirare aria buona.

Cosa posso inventarmi per capire cosa succede fuori da questo posto? Il cellulare, ora controllo, ma dov’è? Non lo trovo, lo hanno certamente sequestrato. Un giornale. Si posso leggere un giornale, lo chiederò al primo infermiere che si avvicina. Ma come faccio a leggerlo sono bloccato in questo letto e non posso muovere nemmeno un braccio! Ecco ci sono, chiederò a mia moglie appena viene a trovarmi e poi c’è mio figlio. Si, chi meglio di loro possono raccontarmi quanto mi è successo! Ma no non ho più una moglie da tanto tempo e poi mio figlio studia e lavora lontano da qui. Chiederò ai miei cari quando verranno a trovarmi. Li faranno entrare? Non ne sono certo. Ho trovato! Posso rivolgermi a Dio, non importa quale, basta che mi salvi. Posso pregarlo di salvarmi? Mia nonna mi diceva sempre di non allontanarmi da lui! Ma quando ho pregato l’ultima volta? Da quanto tempo non vado in chiesa? Oddio devo stare calmo e aspettare che tutto passi. Non ho altra scelta se non aspettare.

Dentro di me avviene il delirio, ora sono cosciente ma è come se mi trovassi sulle montagne russe, alterno ebbrezza a disperazione. Passano i giorni, oggi mi sento decisamente meglio, non sono più intubato e respiro autonomamente. Il dottore e gli infermieri mi lanciano occhiate e sorrisi, mi sembrano soddisfatti di come stanno andando le cose. La flebo continua a instillare medicinale nelle mie vene, goccia dopo goccia. Ma sono io che mi sento meglio adesso, non ho più paura di morire. E comincio a riprendere il controllo della situazione, non mi sento più in balia degli eventi. Penso che potrò rivedere i miei cari, che potrò ricominciare a scrivere e a viaggiare, ma anche ad amare.

Torno nel mio letto d’ospedale senza tutti quei macchinari che mi toglievano lo spazio vitale. Ora è come se avessi una normale influenza, posso alzarmi dal letto, posso affacciarmi dalla finestra e osservare il panorama. La notte riesco a dormire e alterno momenti di veglia ad altri in cui sprofondo nel sonno.

I fuochi vengono riaccesi; i forni crematoi lavorano a pieno regime; i caduti in battaglia ricevono degna sepoltura; le guarnigioni di globuli bianchi vengono sciolte e messe a riposo; la temperatura scende; le bandiere verdi sventolano alte; i generali contano le perdite ed hanno una nuova arma, frutto dell’esperienza, contro il corona virus; il respiro si fa più regolare. Tutti volgono lo sguardo al cielo, verso l’imboccatura da dove provengono ogni volta i mostriciattoli e pregano perché la mente-organismo che occupano sia prudente per il futuro, si copra bene e non prenda freddo.

Antonino Schiera ©

Poesie – 27 Gennaio 1945 di Antonino Schiera nella Giornata della Memoria

Pubblico, nella Giornata della Memoria, questa mia poesia inedita dedicata alle vittime innocenti di tutte le guerre e in particolare dell’ Olocausto. Segue una mia breve testimonianza e riflessione per non dimenticare.

27 Gennaio 1945

Sul brullo e freddo campo
aleggiano​ le anime liberate
da corpi violati dal dolore.
Carni svuotate dall’essenza
dell’amore, abbandonato
nei luoghi dove il crepitare
di legna riuniva la famiglia.

Dalle città ai lager, dal camino
acceso ai forni crematori,
il passo è stato breve.
Delatori, manette, retate
distruzioni, spari, treni a vapore
lungo la via verso l’inferno,
cristallizzato dalla barbarie.

Ti penso ogni giorno,
vorrei scriverti, abbracciarti,
guardarti negli occhi
ma non so dove sei, forse
non calpesti più la terra.
Intanto tuonano i cannoni,
​sparano gli aerei​ sui salvatori.

Non so se resisterò,
vorrei non averti mai
conosciuta per non soffrire
ancora, in questa alba
ghiacciata di gennaio.
I cancelli vengono aperti
i morti non usciranno mai più.

Antonino Schiera © 27.01.2020

In questi giorni si ricorda il dramma dell’Olocausto, attraverso la commemorazione della Giornata della Memoria, stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel giorno 27 gennaio di ogni anno. Va ricordato che in quel giorno dell’anno 1945, le Truppe dell’Armata Rossa, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Mi auguro che le nostre vite fluiscano senza eccessivo clangore: il silenzio, la riflessione, la pace tra i popoli come atto d’amore in memoria di chi è stato deportato. In contrapposizione di chi nel mondo, con atti eclatanti e gridati tende ancora oggi, a negare quanto è successo, sminuirne la portata quasi a volere ripristinare le condizioni politiche, economiche e sociali che portarono al disastro del secolo scorso.

Nel lontano 1992 ho visitato il campo di concentramento di Bergen Belsen in Germania, normalmente si parla di Dachau e Auschwitz in quanto sono più conosciuti. Il campo di Bergen Belsen sorgeva nelle vaste pianure della Bassa Sassonia vicino la cittadina di Celle, tra Hannover e Amburgo. Oggi è divenuto uno dei tanti luoghi della memoria per non dimenticare, un luogo visitato da chi vuole con la propria presenza testimoniare l’orrore di quanto successo, ma anche dalle scolaresche. E in tal senso posso testimoniare che le istituzioni tedesche lavorano ogni giorno, per creare una classe dirigente che abbia piena consapevolezza degli orrori perpetrati dal nazismo.

È stato impressionante vedere le fosse comuni dove si stimava con una generica targa quanti morti c’erano: 500 morti, tot in tedesco, 1000 morti, 2000 morti. 50000 ne morirono in totale in quel campo, nell’arco di 5 anni, e tra questi c’era Anna Frank deportata da Amsterdam, passando da Auschwitz. Ricordo come se fosse ieri il piccolo museo all’ingresso del campo di concentramento, dove rimangono accatastati le suppellettili, le lettere dei deportati e dove è possibile scorrere una galleria fotografica che testimonia quanto successo.

L’epilogo della guerra, per quanto mi riguarda non poteva essere diverso, in quanto credo che prima o poi il bene ha sempre la meglio sul male. Ma il prezzo pagato in termini di vite umane e strazianti sofferenze, è stato altissimo. Anche per questo non è possibile dimenticare, non è possibile annullare le commemorazioni.

Infine: in questi giorni nelle Tv vengono trasmessi film e documentari che ricordano quanto successo durante il secondo conflitto mondiale. Un film in particolare mi ha colpito ed è tratto dal libro La verità negata di Deborah Lipstadt riguardo un fatto eclatante non tanto lontano nel tempo. Fate una ricerca sul web, è molto interessante.

Antonino Schiera 25/01/2020

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Le fotografie presenti in questo post fanno parte della mia raccolta privata.

Storie – Una donna vestita di bianco ©

Olanda

Una donna vestita di bianco di Antonino Schiera ©

Non ho mai capito perché quella volta una donna vestita di bianco correndo mi venne incontro facendomi accorciare bruscamente il passo per evitare d’investirla. Va bene, capita a chiunque, almeno una volta nella vita, di rischiare di scontrarsi con una donna vestita di bianco che ti viene incontro correndo, ma ero preso dai miei pensieri che da qualche mese non mi abbandonavano e non ci feci caso.

Avevo già percorso dieci metri oltre il punto in cui la incrociai, in quella trafficata strada di città, nel momento in cui tutti, pedoni e automobili, correvano verso casa dopo una giornata di lavoro. Con la coda dell’occhio la rividi e nel mio cervello cominciai a replicare quella strana scena. D’improvviso calò il silenzio e tutti i pensieri che fino a poco tempo prima affollavano la mia mente, si placarono.

Tornai sui miei passi e la rividi volteggiare tra i pedoni per raggiungere una meta che non conoscevo. Non sapevo nulla di lei, ma qualcosa riaffiorava dal mio passato: non sapevo se fosse una perfetta sconosciuta, oppure una delle tante donne che avevo incontrato in un lontano giorno della mia esistenza.

Mi venne in mente una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto, e cominciai a canticchiarla e nel frattempo correvo nella sua direzione, sperando di non perderla tra la folla.

Lei era veloce nel suo incedere, appariva e spariva, dalla mia visuale, a un certo punto temetti di averla persa e mi fermai, pensando di essere uno stupido romantico. Decisi di fare un ultimo tentativo e bruciai a piedi, in pochi secondi, l’ennesimo isolato. La vidi davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento a contemplare i manichini che sfoggiavano i vestiti leggeri di quell’estate che stava per arrivare.

Mi avvicinai a lei e la chiamai: “Carla!”

Lei mi guardava con i suoi occhi neri da cerbiatto, la chioma castano chiaro sulle spalle, con il suo corpo da ballerina, le spalle declive sulle braccia muscolose. La dolce voce, talvolta rauca, che faceva vibrare intonse corde vocali. Il seno turgido e i fianchi sinuosi, che lasciavano presagire momenti di vera passione, nell’attimo in cui si fosse concessa a me. Io la amavo di un amore giovanile, una sorta d’idealizzazione dei sentimenti che mi rendeva fragile e vulnerabile.

Olanda.1

Frequentavo le sue amiche, le sue compagne di classe, la invitavo sempre a ballare un innocente lento nelle feste di classe, mi recavo all’uscita di scuola soltanto per incrociare il suo sguardo. Dopo tanto riflettere e sperare che lei facesse il primo passo, mi decisi ad affrontarla. Erano passati due anni dal momento in cui l’amore si era insinuato nella mia mente.

Dovetti farmi forza quella sera. Non era facile alzare la cornetta del telefono e parlarle. Mi domandavo: “Come fa una ragazza così bella ed elegante a non avere un fidanzato?”.

Ormai ero eroso dai pensieri e dalla sofferenza. Mi sentivo come una quercia il cui tronco era sempre più aggrovigliato da una pianta d’edera e quindi destinato a perire, se non disinnescando quella fitta matassa sinuosa e mortale nello stesso tempo. Alzai la cornetta e composi il suo numero di casa: “Ciao Carla, sono Manfredi non mi riconosci?” Domani vorrei incontrarti prima che entri a scuola. “Facciamo una passeggiata insieme?” Dopo un lungo silenzio mi rispose: “Sì perché no?”

Per tutta la notte non chiusi occhio. Incoscienza e paura lottavano tra loro: al centro di tutto il desiderio di dare un colpo di maglio ai miei dubbi, a quell’edera che mi stava soffocando, in quella che era diventata una simbiosi parassitaria. All’alba salii su un autobus e raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Pensavo a Lord Byron che in un suo aforisma scrisse: l’amore è come l’amicizia senza le sue ali e sì perché Carla era una mia amica, ma non eravamo dotati delle ali dell’amore, che ci potessero portare lontani da tutti per amarci.

Lei scese dall’autobus e mi venne incontro, la baciai sulle guance e cominciai a camminarle accanto nel tragitto che ci divideva dall’ingresso della sua scuola. Poche centinaia di metri e quindi pochi minuti di tempo, per dichiararle l’amore che provavo verso di lei. Lo feci, anche se ancora oggi non so dove e come trovai il coraggio per proferire quelle poche parole: “Carla, vuoi metterti con me?”

Lei rimase fredda e imperturbabile. Brutto segno per me e, dopo aver superato l’iniziale stupore, mi disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di pochi giorni. Mi sentivo finalmente libero: se fosse stato un no ci avrei messo una pietra sopra, se invece fosse stato un si avrei cominciato a volare con le ali dell’amore.

Passarono cinque giorni da quel momento e dovetti sollecitare una risposta che tardava ad arrivare, fino a quando lei decise di darmi un appuntamento nella piazza principale della città. Ci sedemmo nei gradoni sotto la statua di Ruggiero Settimo che svettava di fronte al grande teatro. Non mi sembrava convinta, la osservavo con attenzione in silenzio, ma la sua risposta fu sì. Caspita non mi sembrava vero e mi lanciai in un lungo bacio appassionato che fu interrotto dallo sguardo disgustato e dai rimbrotti di un passante bigotto, che non poteva capire i miei sentimenti. La testa mi girava e le vertigini presero il sopravvento.

Quello fu il mio primo vero bacio. Cominciarono così le telefonate serali per raccontarci i nostri pensieri, le uscite pomeridiane per fare incontrare le nostre anime, le liti e le riappacificazioni tipiche di ogni storia d’amore.

Olanda.1

Carla ed io eravamo troppo giovani e non conoscevamo le passioni di un rapporto totalizzante fino a quando il desiderio, l’uno per l’altra, non ci fece superare i tabù e così ci amammo.

Quando avvenne, in un pomeriggio di un freddo inverno, tra le mura di un’anonima stanza, capii che lei mi amava e divenne ancora più bella, quantomeno ai miei occhi. Contrariamente ad ogni attesa quello fu l’inizio della fine, non eravamo pronti, pur amandoci profondamente, a sceglierci.

La nostra storia durò meno dell’eclittica del sole. Smisi di ricordare… e come in una dissolvenza cinematografica, tornai alla realtà.

“Carla?” ripetei. Lei si voltò verso di me e disse: “prego chi è lei? Io non mi chiamo Carla.” Diresse il suo sguardo dall’altra parte e riprese il suo andamento svolazzante tra la folla.

Ritornai alla realtà e realizzai che quello strano incontro mi aveva riportato indietro nel tempo. Per un attimo avevo pensato che quella donna, che mi aveva intralciato piacevolmente il cammino, potesse essere la mia ex: Carla che non ho mai più incontrato.

(Antonino Schiera – Tutti i Diritti Riservati)

Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

Appuntamento con i lettori martedì 21 maggio 2019 alle ore 17.00 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo per la prima presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della poetessa e drammaturga palermitana Emilia Ricotti.

All’evento poetico saranno presenti l’autrice e le relatrici la professoressa Maria Elena Mignosi e la professoressa Michela Sacco Messineo. Il coordinamento è affidato a chi scrive. Ingresso libero.

Emilia_Ricotti
La poetessa Emilia Ricotti

“I miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire, di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita…” scrive l’autrice Emilia Ricotti (Palermo, giugno 1949). Si laurea in Lettere e Filosofia, con specializzazione in Lettere classiche, presso l’Università di Palermo nel giugno 1971. Insegna letteratura italiana e storia ininterrottamente dal 1972 fino al 2006-2007, anno in cui rassegna le dimissioni per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Associata alla S.I.A.E. nella categoria autori, dal 2011. Per la drammaturgia, con Casa memoria ha vinto il “Premio Autori Italiani 2013”, con La pescatrice di perle nel 2015, con Io, ero tutto diverso nel 2017, con Mare deserto il Premio Centro Attori 2018, tutti e quattro i concorsi indetti da «Sipario». È su “Cyclopedia” di «Sipario» con Achuna Mathata, su «Sipario Bis» con: Mare deserto, C’era una volta una conca d’oro, la trilogia di Mandela life e con i testi premiati da «Sipario» nelle edizioni 2013, 2015, 2017. È sul n. 793-794 del mensile «Sipario» con La pescatrice di perle e sul n. 823-824 Speciale Autori Italiani per l’Europa con Mare deserto.

 

 

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Emilia Ricotti è stata finalista nella sezione Teatro al “Premio inedito Colline d’Oro di Torino 2014” e nell’Edizione XVII 2018 le è stata attribuita una Menzione per l’opera Io, ero tutto diverso.

Evento Presente su Facebook

Antonino Schiera

 

 

Seta sul petto, presentazione a Cinisi

Seta sul petto, autori vari per Alessandro Di Mercurio.

Giovanna Fileccia "Io e il Tutto che mi attornia"

“Essenzialmente noi” con questo titolo ho scritto l’introduzione al libro “Seta sul petto” per mio marito Alessandro Di Mercurio che ora dimora nella parte destra del mio corpo.

Non so da dove io abbia preso, e continui a prendere, la forza per fare tutto quello faccio, forse dall’amore stesso. Come potete immaginare scrivere l’introduzione è stato difficile eppure ho voluto fortemente esprimere parte delle mie emozioni che adesso, dopo giorno 26, diventeranno di tutti. Come sempre sono fiera di me stessa come se io fossi Alessandro.

In SETA SUL PETTO ho inserito alcune foto di Alessandro, e poi ho inserito, nell’ordine in cui mi sono pervenuti, poesie, racconti, lettere, ricordi, scritti per lui da 20 artisti amici e da mia sorella: un segno d’affetto che si è trasformato in un libro a lui dedicato. Grazie a tutti voi per il sostegno psicologico e fisico, il vostro affetto è per me…

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L’angolo di Cinzia Baldazzi -Il cammino verso la vita e la poesia

Note critiche su Meditare e sentire di Antonino Schiera

di Cinzia Baldazzi

Antonino Schiera

Meditare e sentire

Castiglione di Sicilia (CT), Il Convivio Editore, 2019

pp. 64, € 10,00

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Ne Il simbolismo della poesia (1900), l’irlandese William Butler Yeats sosteneva:

Ogni suono, ogni colore, ogni forma, sia in virtù delle sue energie precostituite, sia in virtù di lungo processo associativo, evoca emozioni indefinibili, tuttavia precise, […] evoca e fa scendere in mezzo a noi certe potenze incorporee, i cui passi sui nostri cuori chiamiamo emozioni.

   La ricerca di amore, eleganza e sensibilità, nel crogiolo della ποίησις densa di emotività, nasconde sempre una salda fiducia nella possibilità di poter conoscere in chiave esaustiva il mondo, in qualsiasi modo esso venga evocato e sublimato.

   Su un tracciato analogo avanza il cammino compiuto da Antonino Schiera nella raccolta Meditare e sentire, dove il protagonista del coraggioso itinerario può essere «ferito più volte, ma mai domo», ormai deciso a lasciare «il ponticello sul quale si era rifugiato» e pronto a ricominciare «il cammino verso la vita». Sono versi tratti da Il cammino, che sembra avere un ideale proseguimento nella successiva Oblio, dove – con una tecnica di immagini giustapposte – al desueto, all’abbandonato, all’anonimo, si invita a preferire «l’amorevole ricordo / di un tempo ormai andato», in grado di divenire matrice di un «eterno, delicato esempio d’amore».

   Si fa così strada, fin dalle prime pagine, l’idea centrale di affidare allo strumento poetico il ruolo di illuminare e “schiarire” il contesto reale. Ecco un’ipotesi:

Vorrei essere quel raggio di sole

che per primo ha illuminato

il tuo viso stamane.

Vorrei essere il cuscino

che ha accolto il tuo volto

in questa notte di stelle cadenti.

[Vorrei essere]

   Il poeta si trova quindi a combattere contro i numerosi ostacoli capaci di bloccare la recondita conoscenza degli input umani, naturali: l’oscurità, minacciosa nel suo calare sui «verdi ricordi / di un passato che ritorna» [Al buio]; l’«incertezza», cui l’uomo rischia di abbandonarsi per cadere preda degli «incubi» [Desolazione]; il tormento insopportabile dei rumori, dei pericoli, delle irrequietezze [Periglio]; la solitudine dell’infanzia, «con gli occhi pieni di dolore» [Distacco]. L’autore registra pertanto, pagina dopo pagina, i fenomeni vissuti in uno stretto legame di interdipendenza, di reciprocità tra «sogni e reali inquietudini» [Crepuscolo].

Copertina della raccolta di poesie Meditare e sentire

   Di certo le emozioni non potrebbe esistere, diventare percettibili e attive tra di noi se per loro il poeta non avesse trovato un suono accanto a una forma, o un complesso di tali elementi capaci di esprimerle: Schiera ne è consapevole, al punto da disporre nei suoi componimenti moduli, clichés o stati d’animo plasmati in un tutto armonico, in cui anche una parola, una metafora, siano fonte di radicate e concentriche forze creative e interpretative, quasi – di nuovo con le parole di Yeats – «come gli anelli che si vedono uno dentro l’altro nel ceppo di un vecchio albero».

   L’aura, ovvero l’hic et nunc inconfondibile dei brani – riflette Schiera in apertura – affronta una prospettiva «superiore rispetto alla semplice valutazione estetica della poesia, i quanto i sentimenti che la generano diventano motore per la nostra esistenza, se non addirittura lo scopo». Il componimento intitolato Valle, situato al centro del libro, con la storia in rapidi cenni di un individuo salvato dalla scrittura, è in certo qual modo il manifesto programmatico di Meditare e sentire:

Un uomo si affaccia deciso senza paura sulla valle,

che degrada verso il mare senza incontrarlo,

ma può soltanto, nella sua mente, immaginarlo

il mare porta odorosi ricordi che gravano sulle spalle,

discese che picchiano sulle ginocchia stanche,

salite che ansimano insieme al suo fiato.

Adesso dopo tanto soffrire vive agiato,

saltella solitario tra viali e panche.

La poesia lo ha liberato.

E se guarda indietro si rattrista,

pensa e scrive, la gioia riacquista.

[Valle]

   La ποιητική τέχνη coinvolge le cose in un paesaggio conforme, nonché favorito dalla natura: gesti e oggetti, spunti sensibili e dati materiali, a dispetto della loro inquietante inconsistenza, della precaria atmosfera interiore, tendono a espandersi per sempre: «L’amore per me ha un valore universale», prosegue Schiera: «Tutto ciò che noi facciamo si colloca all’interno di una sacca esistenziale che nutre i rapporti tra le persone e la nostra anima». Il ricordo assume così, nell’area di un umanesimo razionale, progressista, un atteggiamento antagonista alla dimenticanza reificata, prezzo della crisi da pagare nell’ambito attuale, individuale e soggettivo. Nasce, allora, un accorato appello:

Non scendere le scale dell’oblio,

ma sali quelle dell’amorevole ricordo

di un tempo ormai andato, che ti ha forgiato.

[Oblio]

   Ha ragione Francesca Luzzio quando nella prefazione sottolinea: «Scrivere è dunque fermare, dare consistenza di verità al fluido e scorrevole flusso vitale ed è proprio per questo, forse, che il poeta si esprime in modo immediato e realistico: facilitare al lettore la comprensione e non aspirare, come gli Ermetici, a significati generali ed astratti del vero». Infatti, in una simile Kunstanschauung (“visione dell’arte”), la poesia di Schiera sceglie la misura ampia della figurazione, mirando a un discorso aperto, composto di riflessioni, confidenze, abbandoni descrittivi, all’altezza di evocare un sottile gioco di riconoscimento e scambio tra l’ottica del mittente e quella di chi accoglie il messaggio.

Antonino Schiera

Circa trent’anni fa, ne La società trasparente, Gianni Vattimo osservava: Con il passare dei secoli, diventerà sempre più chiaro che il culto del nuovo e dell’originale dell’arte si lega a una prospettiva più generale che, come succede nell’età dell’Illuminismo, considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la sempre più perfetta realizzazione dell’uomo ideale.

In nome di un umanesimo universalizzante, il leitmotiv dell’auto-identificazione, della ricerca del proprio Io, incrementato da una fitta trama di quid metaforici estesa nell’intero corpo di Meditare e sentire, acquista una sfumatura metastorica di coesione assoluta tra bene e male:

Il senso della mia identità

modella e perdura, costruisce

la mia visione di un mondo

talvolta crudele e acre,

balena l’idea di un fiore spinoso

che nasce tra le macerie.

[Identità]

   Sul piano del linguaggio, delle strutture formali della silloge, Schiera privilegia livelli semiologici diretti, benché non immediati, presupponendo nel destinatario la facoltà di cogliere il mito vivente delle immagini suggerite e dei suoi simboli naturali avvalendosi dello stimolo evocativo tipico della lirica: essa è in grado, suggerisce l’autore, di rendersi indispensabile nell’interazione «con il mondo esterno e lo scibile umano»:

Dialoghi interiori che attivano le risorse umane, la nostra capacità di migliorare, innescati dalla composizione e dalla lettura di queste poesie, frutto di situazioni, sensazioni, dialoghi con gli amici.

   Nel sistema dei contenuti emblematici dell’opera richiamati dal titolo Meditare e sentire, il pensiero non procura un’innata sicurezza: piuttosto dichiara la necessità di essere conquistato in un ripiegamento esistenziale, sempre incalzante, drammatico, versificato, di alternanza tra presenza e assenza, di coesistenza fra ἔρως e θάνατος:

Sei andata via all’oscuro.

Nessun barlume di speranza,

di poterti rivedere

di poter sentire il suono della tua voce

di potere immaginare le tue emozioni

di poter dire a me stesso… che sei esistita.

[Fuga]

   Non si tratta di una diserzione affettiva, di una ritirata dall’hic et nunc, ma dell’incipit di un andamento in progress, dove anche «lo sfumare / di un sogno, mai divenuto / realtà» si alimenta dell’aspettativa:

Nutrito dalla speranza

mai doma,

in questa vita

composta di riverberi di luce.

[Ali di colomba]

   Meditare e sentire espone un repertorio dalla potenza vitale e dinamica, di versi provvisti di nuance di autenticità atemporale, dove – con le parole dello stesso Antonino Schiera – «le azioni umane nascono dai pensieri di ciascuno di noi» e «la poesia ne rappresenta un ottimo nutrimento».

Eventi – Recital “Poesie al tramonto.Una squadra per la poesia”.

Poesie al tramonto a Terrasini in provincia di Palermo…:

Giovanna Fileccia "Io e il Tutto che mi attornia"

NELL’AMBITO DELLE MANIFESTAZIONI EVENTI E SPETTACOLI ORGANIZZATI NEL COMUNE DI TERRASINI e DALL’ASSESSORE ALLA CULTURA ARIANNA FIORENZA, IL SALOTTO LETTERARIO SIMPOSIUM PARTECIPA CON L’EVENTO POETICO “POESIE AL TRAMONTO, UNA SQUADRA PER LA POESIA”.
PRESSO LA SUGGESTIVA TORRE ALBA .
VI ASPETTIAMO SABATO 18 LUGLIO 2020, ALLE ORE 19:00 PER RICOMINCIARE INSIEME NEL RISPETTO DELLE NORME VIGENTI PER IL COVID 19.

LINK DELL’EVENTO
https://facebook.com/events/s/recital-una-squadra-per-la-poe/276931060392080/?ti=cl

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3696937003656194&id=100000197915199&sfnsn=scwspmo&extid=BgFu24xbJacfZGBW

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Poesie – Il canto della fanciulla di Giacomo Leopardi [Ribloggato da Cantiere Poesia]

In questa poesia di Giacomo Leopardi viene evidenziato l’approccio romantico all’amore del poeta, che può generare dolore. Soprattutto quando la donna desiderata diventa irraggiungibile e l’incontro amoroso, che si spera si possa perpetuare nel tempo, non si realizza.

Cantiere poesia

Canto di verginella, assiduo canto,
Che da chiuso ricetto errando vieni
Per le quiete vie; come sì tristo
Suoni agli orecchi miei? perché mi stringi
Sì forte il cor, che a lagrimar m’induci?
E pur lieto sei tu; voce festiva
De la speranza: ogni tua nota il tempo
Aspettato risuona. Or, così lieto,
Al pensier mio sembri un lamento, e l’alma
Mi pungi di pietà. Cagion d’affanno
Torna il pensier de la speranza istessa
A chi per prova la conobbe.

GIACOMO LEOPARDI

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Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di maggio

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio inserito nel Vesprino del mese di maggio 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care Amiche, Cari Amici pare che in questo mese di maggio stiamo uscendo dalle restrizioni causate dal Covid-19, almeno le più gravi. In questo mese abbiamo potuto incontrare le persone care che con dolore non  avevamo potuto frequentare, anche se abitavano nella stessa nostra città; ci siamo spostati all’interno della nostra regione, abbiamo ripreso l’attività fisica  all’aperto, pur mantenendo le distanze di sicurezza. Possiamo essere cautamente ottimisti per il futuro anche perché i contagi continuano a diminuire. Siamo incoraggiati dal procedere delle ricerche scientifiche per un possibile vaccino e per cure più mirate.

Di molte supposizioni degli scienziati che potrebbero rassicurarci ancora di più, come per esempio la diminuzione della carica virale del Covid, mancano le evidenze scientifiche. Ma non disperiamo. Questo per quanto riguarda l’aspetto medico-sanitario. Intanto diventano sempre più evidenti e complessi gli strascichi economici e sociali della pandemia, anche per una certa lentezza e talvolta confusione nell’erogazione degli aiuti. La conseguenza della pandemia che appare soltanto sfiorata, ma sicuramente non meno importante di tutte le altre, è quella psicologica. La separazione fisica, imposta a tutte le età, la segregazione tra le quattro mura di casa, le notizie martellanti dei media sull’andamento della pandemia hanno aumentano di molto la nostra ansia in maniera proporzionale al peso delle responsabilità che ci sentivamo addosso. L’ansia è una componente della modernità, è stata considerata motivo di creatività artistica o malattia. Non è un’emozione naturale, istintiva, è legata alla nostra cultura che alimenta l’insicurezza di fronte all’ impegno crescente per adeguarsi alla rapidità dei cambiamenti della realtà e allo sviluppo tecnologico che tende a sfuggire di mano. Perciò i problemi e le criticità legati alla pandemia, accrescendo il conflitto tra individuo, società e ambiente, hanno generato una maggiore sofferenza e stanchezza; hanno acuito l’ansia, connaturata al nostro stile di vita. Si è manifestata in vari modi in acquisti compulsivi di merce non  sempre utile, nell’accumulo di beni di prima necessità, svuotando i negozi alimentari, ma anche incidendo nelle relazioni personali e affettive, sempre alla ricerca del riconoscimento di sé. Un progressivo ritorno alla vita “normale” e un consolidarsi della consapevolezza dei nostri comportamenti probabilmente ci farà ritornare a livelli di ansia più gestibili.

Gabriella Maggio

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Presentazioni – Il ladro di storie e un cane di nome Dakota (Qanat Edizioni – 2020) di Luigi Colajanni

Dall’incontro della fervida e creativa penna dello scrittore Luigi Colajanni con l’instancabile editore Toni Saetta, è nato un nuovo libro dal titolo emblematico e significativo Il ladro di storie e un cane di nome DakotaQanat Edizioni (2020). Il libro è stato presentato il 3 luglio 2020, nella località balneare di Mondello nel contesto di un magnifico scenario che sovrasta il golfo e il Montepellegrino e che ha vissuto l’ennesimo incontro tra il sole che tramontava e la luna che sorgeva agli opposti geografici, per la gioia delle numerose persone presenti.

L’evento è stato moderato dalla giornalista Gabriella Di Carlo, letture a cura delle attrici Rosamaria Carini e Antonella Messina. Musiche di Ray Di Matteo al sax e Vincenzo Albamonte alla chitarra. Erano presenti l’autore del libro Luigi Colajanni e l’editore Toni Saetta.

Poesie – Noi non sappiamo quale sortiremo di Eugenio Montale [Ribloggato da Cantiere Poesia]

In compagnia di Eugenio Montale. Buona lettura:

Cantiere poesia

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di…

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