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Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

Poesie – Uniti per la vita, video poesia di Lavinia Alberti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri una riflessione della poetessa Lavinia Alberti che ha pubblicato una video poesia con la collaborazione dell’attrice Elena Pistillo. Ti invito alla lettura, alla visione e all’ascolto di questo importante contributo alla poesia, da parte di due donne eccezionali.

Lavinia Alberti – La giornata del 21 marzo, come tutti sanno, oltre ad essere stata quella che ha segnato l’inizio della primavera, è stata anche la giornata Mondiale della Poesia, per me importante, come ogni anno, perché rappresenta un’occasione per mettermi in gioco, per sfidare me stessa e dare voce a ciò che mi urge dal più profondo. Ed è per questo che, spinta da una profonda motivazione interiore, da una carica emotiva per certi aspetti “dissonante”, fatta di chiaroscuri, di proiezioni al futuro ma anche di sguardi vigili sul passato, ho sentito l’esigenza di scrivere prima ancora che per me stessa, per tutti voi questo mio componimento.

Lo scopo vuole essere quello di descrivere – come diceva anche il poeta irlandese Seamus Heaney – da un lato la nuda e cruda realtà in cui ci troviamo (che ho definito in questo momento storico “un vortice inumano e spaventoso”) dall’altro la dolcezza che ancora ci resta e che spesso non abbiamo saputo o voluto vivere appieno quando potevamo farlo, perché presi dalla “frenesia ubriaca del corri corri”. Il mio intento con questa poesia, vuole essere quello di lanciare un messaggio di speranza, un inno alla bellezza e alla libertà; parole queste ultime che, sebbene in questo momento sembrino svanite nel nulla e diventate quasi intangibili e dunque utopistiche, torneranno ad assumere una loro specificità e un loro peso. Il mio vuole essere dunque un appello, quasi uno scuotimento, un tentativo di risvegliare le “coscienze” di tutti noi, “coscienze” che adesso sembrano assopite in un lungo sonno, in un torpore che sembra non avere mai fine e neppure limiti spazio-temporali.

Ho scritto questo componimento con una prospettiva propositiva, certa del fatto che da un grande male nasce sempre un grande bene, che i nostri sacrifici prima o poi ci ritorneranno in altra forma e che torneremo a riappropriarci della nostra quotidianità, dei piccoli gesti che compivamo ogni giorno. Quando ciò accadrà sarà bellissimo. Assaporeremo finalmente il valore della parola vita,  tutti insieme “Uniti per la vita”, per ritornare alla poesia.

#iorestoacasa  #andratuttobene

 

 

 

Protagonisti – Mario Tamburello quando la poesia diventa arte del ricordare [VIDEO]

Ho conosciuto il poeta Mario Tamburello (nella fotografia in evidenza realizzata da Enzo Merlotti) grazie all’eco del successo ottenuto dalle sue numerose opere, che si sono affermate in diversi premi di livello nazionale, attraverso tutto lo stivale da nord a sud e viceversa. Si perché nell’animo e nei versi di Mario Tamburello trovano dolce accoglienza e terreno fertile tradizioni e tratti appartenenti al nord Italia, ma anche all’estremo sud nelle terre assolate dell’agrigentino che hanno dato i natali a grandi uomini letterati quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello.

A Cuggiono, cittadina della città metropolitana di Milano, vive il nostro poeta ed è qui che è nato nel 1950 Angelo Branduardi, poesia e musica insieme in un virtuoso abbraccio mi vien da dire e poi come non andare con la mente su per le acque del Ticino, con i suoi antichi ponti, che attraversa quei luoghi meravigliosi, pingui terre di pianura irte di storia.

In questo contesto, pregno di ispirazioni e di ricordi, nascono le poesie di Mario Tamburello che,  come anticipato nel titolo, hanno il pregio di fare rivivere antiche atmosfere, nostalgie e ricordi plasmate e arricchite dall’essere uomo contemporaneo lavoratore, marito, padre. E poi tante premurose parole che tradiscono un animo sensibile e generoso. Per conoscere meglio il poeta consiglio di leggere la sua biografia (clicca qui) e di continuare la lettura del post con le domande che gli ho posto e le sue risposte a seguire.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Premio_Internazionale_di_Poesia_Città_Marineo
Premio Internazionale di Poesia Città Marineo

Mario Tamburello – “Ho incominciato a scrivere piuttosto recentemente, correva l’anno 2007. Una riflessione mi interpellava allora di continuo. Questa: è necessario scrivere quel che alla mente si presenta, quel che proviamo visitando lo spazio dell’Amore o salendo al luogo della sofferenza e dell’Anima, dove tutto è raccolto interamente, dove il dolore profondo è difficilmente condivisibile ed esperienza solitaria? Per me era divenuto inevitabile, indispensabile, direi vitale, da quando almeno decisi di smarcarmi, anche per poco, dalla realtà dolorosa che mordeva gelosa. “Gruppu ntra l’arma/ mpidia di parlari./ Quannu un juornu,/ disìu di scriviri/ si fici focu…/ ni ss’agnuni, /friddu senza luci/ scuru senza vuci/ nputa di pinna/lu mè sentiri/ lestu si misi.”. (da Accussì fu). Poesia laddove sfiorata, comunque scrittura come opportunità di rinascita attraverso la raccolta di pensieri sciolti che emergevano dalla distonia rigida del corpo, espressione dell’angoscia, altre volte della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, vi erano cose da fare, da dire, da sentire. La scrittura cominciava a vestirsi del piacere di comunicare, di testimoniare un’esistenza e diventava mezzo terapeutico, via creativa che permetteva di uscire liberi dall’immobilismo e dall’isolamento che una condizione di malattia cronica degenerativa stava inducendo”.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mario Tamburello – “I riconoscimenti letterari, quelli seri, sono appuntamenti di “notorietà”, chiaramente di gratificazione per un autore, specialmente per chi come me, autopublisher, non ha alle spalle una casa editrice che promuove e distribuisce il libro. Non sono certo, almeno personale giudizio, corse ansiose al medagliere più ricco o alla coccarda dello scrittore più “bravo”, ma occasioni di incontro e confronto con critici e autori, senza nessuna velleità altezzosa e diffidente verso alcuno. Talora dallo scambio di qualche libro nascono amicizie che si sviluppano nel tempo. Il riconoscimento più alto è comunque la riuscita trasmissione e condivisione delle emozioni in un rapporto privilegiato con i lettori, nelle situazioni spesso meno rituali e più imprevedibili”.

(La scrittrice Germana Peritore interpreta una poesia di Mario Tamburello)

Interessante questo connubio di uomo cresciuto al nord, ma di chiare origini siciliane che, attraverso la poesia, si esprime prevalentemente in lingua siciliana. Raccontaci di questo connubio, come avviene e come si sviluppa?

Mario Tamburello – “Soprattutto autore in lingua siciliana. Un dato di fatto. Motivo? Penso che tutto nasca dalla formazione e dalla curiosità. Dalla formazione in primis: mia madre mi parlava del suo mondo, della storia familiare, dei racconti ironici e irriverenti di Giufà, ora stolto ora briccone. Cantava le sue emozioni in sicilianu strittu, mi educava agli usi di Sicilia.  Da lei tanto e molto più: la vita e il bene. Da lei la lingua delle mie “poesie”. Ho trovato quindi naturale, dal principio, raccontare del mio sentire usando suoni e immagini che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria. Nei momenti di maggiore concitazione emotiva, di riflessione più calda, intima, la lingua originaria risale e torna alle labbra per istinto.

-La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata” (G. Pasquali) -. I terreni sono quelli dell’amore e del dolore, del dubbio e della speranza. La roccia la pietra lavica dei miei Padri.

Il vernacolo usato è quello ereditato quindi, parlato nell’area sicana di Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino. Idioma musicato con le note del sentire e del fare, insieme alle pause dell’approfondimento linguistico, della tensione conoscitiva che rufulìa e cuogli nella storia di quei luoghi continuamente visitati e ritrovati, Accussì Il linguaggio del mondo antico e sobrio, fasciato con gli aromi e le tradizioni che si sono succedute tra pini e ulivi di collina, mandorli e spighe di frumento, nei secoli, dà parola alle personali emozioni di oggi.  E scrivendo in ssa manera “Pari xhiumi/ca curriennu/s’assìrina sulu/ vasannu lu so mari.” (da ACQUI)”

In una nostra conversazione ti sei definito un comunicatore asciutto ed essenziale dei sentimenti veri, senza ricorso a vezzi estetici e compiaciuti rimati versi stucchevoli. Vuoi ampliare il ragionamento e la descrizione di Mario Tamburello poeta e uomo per i nostri lettori?

Mario Tamburello – “Le definizioni sono gabbie, vicoli stretti e ciechi dove la personalità come l’ispirazione poetica è spinta in un angolo, messa a muro. Più che definirmi e catalogare il mio modo di scrivere, ho cercato di parlare dello stile al quale tendo. Semplicità ed essenzialità, questi i modelli, quando non di rado invece si è presi dal’enfasi e dalla esuberanza. Le emozioni vere e sentite non hanno bisogno dell’eccesso, che imprigiona la forza del messaggio. Dire molto con poco: il Multa paucis dei Romani. Peraltro Francesco De Sanctis diceva: ”La semplicità è la forma della vera grandezza”.

Più in dettaglio riguardo l’uomo e il poeta, che dire? Lasciamo ai lettori di cogliere i tratti. Il profilo è lì, tra le parole intimamente intrecciato delle mie “poesie”.

INCOMPRESO CANTIMBANCO
Non sempre
puoi essere capito,
apprezzato,
amato.
Da dogmatici critici,
aristocratici sapienti del rimato vezzo,
sempre
rifuggo.
Parole sciolte
valigie di pensieri
legano.
Non altero
né geloso,
non posatore di ricercati versi svenevoli,
semplice pellegrino cantimbanco,
in solitudine,
errante,
i sandali
logoro
nel mio vissuto.

A quale raccolta di poesie sei particolarmente affezionato e perché?

Mario Tamburello – “Le sillogi edite ad oggi sono 7. Ciascuna ha un significato, un richiamo emozionale diverso. Tutte mi sono care, difficile quindi dire. Salomonicamente citerei come favorita PINSERA SCUTULIATI, perché questa è la silloge che tutte le altre scritte in lingua siciliana comprende: opera omnia delle poesie scritte dal 2007 al 2019, setacciate, rivedute e curate con certosino piglio. E un cenno all’ultima dal titolo ARROCCO, raccolta di liriche in italiano, componimenti dal 2015 al 2019, tranne due “acquerelli” più una dedicata ad Andrea Camilleri scritte in siciliano.

Progetti futuri?

Mario Tamburello – “E domani? La produzione continua, l’ispirazione sempre alta non conosce pause prolungate, quasi volesse a tappe “forzate” procedere per uno stato di agitazione comunicativa che non si placa, perché muove sempre dalle stesse motivazioni originarie: nonostante tutto c’è sempre qualcosa da sentire, da dire, da fare. E questo è appagato sempre più dal piacere di comunicare scrivendo. Aggiungo solo che un altro progetto, si affiancherà alla raccolta di poesie già in divenire. Un libro di aforismi, di pensieri sciolti e ripresi, scritti in polilinguismo ovvero facendo uso contemporaneo di più idiomi: dal siciliano all’inglese, dal siculish al latino, dall’italiano al meneghino.

Antonino Schiera

Galleria Fotografica

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute…

Antonino Schiera ©

Poesie – 27 Gennaio 1945 di Antonino Schiera nella Giornata della Memoria

Pubblico, nella Giornata della Memoria, questa mia poesia inedita dedicata alle vittime innocenti di tutte le guerre e in particolare dell’ Olocausto. Segue una mia breve testimonianza e riflessione per non dimenticare.

27 Gennaio 1945

Sul brullo e freddo campo
aleggiano​ le anime liberate
da corpi violati dal dolore.
Carni svuotate dall’essenza
dell’amore, abbandonato
nei luoghi dove il crepitare
di legna riuniva la famiglia.

Dalle città ai lager, dal camino
acceso ai forni crematori,
il passo è stato breve.
Delatori, manette, retate
distruzioni, spari, treni a vapore
lungo la via verso l’inferno,
cristallizzato dalla barbarie.

Ti penso ogni giorno,
vorrei scriverti, abbracciarti,
guardarti negli occhi
ma non so dove sei, forse
non calpesti più la terra.
Intanto tuonano i cannoni,
​sparano gli aerei​ sui salvatori.

Non so se resisterò,
vorrei non averti mai
conosciuta per non soffrire
ancora, in questa alba
ghiacciata di gennaio.
I cancelli vengono aperti
i morti non usciranno mai più.

Antonino Schiera © 27.01.2020

In questi giorni si ricorda il dramma dell’Olocausto, attraverso la commemorazione della Giornata della Memoria, stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel giorno 27 gennaio di ogni anno. Va ricordato che in quel giorno dell’anno 1945, le Truppe dell’Armata Rossa, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Mi auguro che le nostre vite fluiscano senza eccessivo clangore: il silenzio, la riflessione, la pace tra i popoli come atto d’amore in memoria di chi è stato deportato. In contrapposizione di chi nel mondo, con atti eclatanti e gridati tende ancora oggi, a negare quanto è successo, sminuirne la portata quasi a volere ripristinare le condizioni politiche, economiche e sociali che portarono al disastro del secolo scorso.

Nel lontano 1992 ho visitato il campo di concentramento di Bergen Belsen in Germania, normalmente si parla di Dachau e Auschwitz in quanto sono più conosciuti. Il campo di Bergen Belsen sorgeva nelle vaste pianure della Bassa Sassonia vicino la cittadina di Celle, tra Hannover e Amburgo. Oggi è divenuto uno dei tanti luoghi della memoria per non dimenticare, un luogo visitato da chi vuole con la propria presenza testimoniare l’orrore di quanto successo, ma anche dalle scolaresche. E in tal senso posso testimoniare che le istituzioni tedesche lavorano ogni giorno, per creare una classe dirigente che abbia piena consapevolezza degli orrori perpetrati dal nazismo.

È stato impressionante vedere le fosse comuni dove si stimava con una generica targa quanti morti c’erano: 500 morti, tot in tedesco, 1000 morti, 2000 morti. 50000 ne morirono in totale in quel campo, nell’arco di 5 anni, e tra questi c’era Anna Frank deportata da Amsterdam, passando da Auschwitz. Ricordo come se fosse ieri il piccolo museo all’ingresso del campo di concentramento, dove rimangono accatastati le suppellettili, le lettere dei deportati e dove è possibile scorrere una galleria fotografica che testimonia quanto successo.

L’epilogo della guerra, per quanto mi riguarda non poteva essere diverso, in quanto credo che prima o poi il bene ha sempre la meglio sul male. Ma il prezzo pagato in termini di vite umane e strazianti sofferenze, è stato altissimo. Anche per questo non è possibile dimenticare, non è possibile annullare le commemorazioni.

Infine: in questi giorni nelle Tv vengono trasmessi film e documentari che ricordano quanto successo durante il secondo conflitto mondiale. Un film in particolare mi ha colpito ed è tratto dal libro La verità negata di Deborah Lipstadt riguardo un fatto eclatante non tanto lontano nel tempo. Fate una ricerca sul web, è molto interessante.

Antonino Schiera 25/01/2020

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Le fotografie presenti in questo post fanno parte della mia raccolta privata.

Storie – Una donna vestita di bianco ©

Olanda

Una donna vestita di bianco di Antonino Schiera ©

Non ho mai capito perché quella volta una donna vestita di bianco correndo mi venne incontro facendomi accorciare bruscamente il passo per evitare d’investirla. Va bene, capita a chiunque, almeno una volta nella vita, di rischiare di scontrarsi con una donna vestita di bianco che ti viene incontro correndo, ma ero preso dai miei pensieri che da qualche mese non mi abbandonavano e non ci feci caso.

Avevo già percorso dieci metri oltre il punto in cui la incrociai, in quella trafficata strada di città, nel momento in cui tutti, pedoni e automobili, correvano verso casa dopo una giornata di lavoro. Con la coda dell’occhio la rividi e nel mio cervello cominciai a replicare quella strana scena. D’improvviso calò il silenzio e tutti i pensieri che fino a poco tempo prima affollavano la mia mente, si placarono.

Tornai sui miei passi e la rividi volteggiare tra i pedoni per raggiungere una meta che non conoscevo. Non sapevo nulla di lei, ma qualcosa riaffiorava dal mio passato: non sapevo se fosse una perfetta sconosciuta, oppure una delle tante donne che avevo incontrato in un lontano giorno della mia esistenza.

Mi venne in mente una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto, e cominciai a canticchiarla e nel frattempo correvo nella sua direzione, sperando di non perderla tra la folla.

Lei era veloce nel suo incedere, appariva e spariva, dalla mia visuale, a un certo punto temetti di averla persa e mi fermai, pensando di essere uno stupido romantico. Decisi di fare un ultimo tentativo e bruciai a piedi, in pochi secondi, l’ennesimo isolato. La vidi davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento a contemplare i manichini che sfoggiavano i vestiti leggeri di quell’estate che stava per arrivare.

Mi avvicinai a lei e la chiamai: “Carla!”

Lei mi guardava con i suoi occhi neri da cerbiatto, la chioma castano chiaro sulle spalle, con il suo corpo da ballerina, le spalle declive sulle braccia muscolose. La dolce voce, talvolta rauca, che faceva vibrare intonse corde vocali. Il seno turgido e i fianchi sinuosi, che lasciavano presagire momenti di vera passione, nell’attimo in cui si fosse concessa a me. Io la amavo di un amore giovanile, una sorta d’idealizzazione dei sentimenti che mi rendeva fragile e vulnerabile.

Olanda.1

Frequentavo le sue amiche, le sue compagne di classe, la invitavo sempre a ballare un innocente lento nelle feste di classe, mi recavo all’uscita di scuola soltanto per incrociare il suo sguardo. Dopo tanto riflettere e sperare che lei facesse il primo passo, mi decisi ad affrontarla. Erano passati due anni dal momento in cui l’amore si era insinuato nella mia mente.

Dovetti farmi forza quella sera. Non era facile alzare la cornetta del telefono e parlarle. Mi domandavo: “Come fa una ragazza così bella ed elegante a non avere un fidanzato?”.

Ormai ero eroso dai pensieri e dalla sofferenza. Mi sentivo come una quercia il cui tronco era sempre più aggrovigliato da una pianta d’edera e quindi destinato a perire, se non disinnescando quella fitta matassa sinuosa e mortale nello stesso tempo. Alzai la cornetta e composi il suo numero di casa: “Ciao Carla, sono Manfredi non mi riconosci?” Domani vorrei incontrarti prima che entri a scuola. “Facciamo una passeggiata insieme?” Dopo un lungo silenzio mi rispose: “Sì perché no?”

Per tutta la notte non chiusi occhio. Incoscienza e paura lottavano tra loro: al centro di tutto il desiderio di dare un colpo di maglio ai miei dubbi, a quell’edera che mi stava soffocando, in quella che era diventata una simbiosi parassitaria. All’alba salii su un autobus e raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Pensavo a Lord Byron che in un suo aforisma scrisse: l’amore è come l’amicizia senza le sue ali e sì perché Carla era una mia amica, ma non eravamo dotati delle ali dell’amore, che ci potessero portare lontani da tutti per amarci.

Lei scese dall’autobus e mi venne incontro, la baciai sulle guance e cominciai a camminarle accanto nel tragitto che ci divideva dall’ingresso della sua scuola. Poche centinaia di metri e quindi pochi minuti di tempo, per dichiararle l’amore che provavo verso di lei. Lo feci, anche se ancora oggi non so dove e come trovai il coraggio per proferire quelle poche parole: “Carla, vuoi metterti con me?”

Lei rimase fredda e imperturbabile. Brutto segno per me e, dopo aver superato l’iniziale stupore, mi disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di pochi giorni. Mi sentivo finalmente libero: se fosse stato un no ci avrei messo una pietra sopra, se invece fosse stato un si avrei cominciato a volare con le ali dell’amore.

Passarono cinque giorni da quel momento e dovetti sollecitare una risposta che tardava ad arrivare, fino a quando lei decise di darmi un appuntamento nella piazza principale della città. Ci sedemmo nei gradoni sotto la statua di Ruggiero Settimo che svettava di fronte al grande teatro. Non mi sembrava convinta, la osservavo con attenzione in silenzio, ma la sua risposta fu sì. Caspita non mi sembrava vero e mi lanciai in un lungo bacio appassionato che fu interrotto dallo sguardo disgustato e dai rimbrotti di un passante bigotto, che non poteva capire i miei sentimenti. La testa mi girava e le vertigini presero il sopravvento.

Quello fu il mio primo vero bacio. Cominciarono così le telefonate serali per raccontarci i nostri pensieri, le uscite pomeridiane per fare incontrare le nostre anime, le liti e le riappacificazioni tipiche di ogni storia d’amore.

Olanda.1

Carla ed io eravamo troppo giovani e non conoscevamo le passioni di un rapporto totalizzante fino a quando il desiderio, l’uno per l’altra, non ci fece superare i tabù e così ci amammo.

Quando avvenne, in un pomeriggio di un freddo inverno, tra le mura di un’anonima stanza, capii che lei mi amava e divenne ancora più bella, quantomeno ai miei occhi. Contrariamente ad ogni attesa quello fu l’inizio della fine, non eravamo pronti, pur amandoci profondamente, a sceglierci.

La nostra storia durò meno dell’eclittica del sole. Smisi di ricordare… e come in una dissolvenza cinematografica, tornai alla realtà.

“Carla?” ripetei. Lei si voltò verso di me e disse: “prego chi è lei? Io non mi chiamo Carla.” Diresse il suo sguardo dall’altra parte e riprese il suo andamento svolazzante tra la folla.

Ritornai alla realtà e realizzai che quello strano incontro mi aveva riportato indietro nel tempo. Per un attimo avevo pensato che quella donna, che mi aveva intralciato piacevolmente il cammino, potesse essere la mia ex: Carla che non ho mai più incontrato.

(Antonino Schiera – Tutti i Diritti Riservati)

Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

Appuntamento con i lettori martedì 21 maggio 2019 alle ore 17.00 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo per la prima presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della poetessa e drammaturga palermitana Emilia Ricotti.

All’evento poetico saranno presenti l’autrice e le relatrici la professoressa Maria Elena Mignosi e la professoressa Michela Sacco Messineo. Il coordinamento è affidato a chi scrive. Ingresso libero.

Emilia_Ricotti
La poetessa Emilia Ricotti

“I miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire, di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita…” scrive l’autrice Emilia Ricotti (Palermo, giugno 1949). Si laurea in Lettere e Filosofia, con specializzazione in Lettere classiche, presso l’Università di Palermo nel giugno 1971. Insegna letteratura italiana e storia ininterrottamente dal 1972 fino al 2006-2007, anno in cui rassegna le dimissioni per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Associata alla S.I.A.E. nella categoria autori, dal 2011. Per la drammaturgia, con Casa memoria ha vinto il “Premio Autori Italiani 2013”, con La pescatrice di perle nel 2015, con Io, ero tutto diverso nel 2017, con Mare deserto il Premio Centro Attori 2018, tutti e quattro i concorsi indetti da «Sipario». È su “Cyclopedia” di «Sipario» con Achuna Mathata, su «Sipario Bis» con: Mare deserto, C’era una volta una conca d’oro, la trilogia di Mandela life e con i testi premiati da «Sipario» nelle edizioni 2013, 2015, 2017. È sul n. 793-794 del mensile «Sipario» con La pescatrice di perle e sul n. 823-824 Speciale Autori Italiani per l’Europa con Mare deserto.

 

 

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Emilia Ricotti è stata finalista nella sezione Teatro al “Premio inedito Colline d’Oro di Torino 2014” e nell’Edizione XVII 2018 le è stata attribuita una Menzione per l’opera Io, ero tutto diverso.

Evento Presente su Facebook

Antonino Schiera

 

 

Poesie – La Risurrezione di Alessandro Manzoni [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Alessandro Manzoni può ricordarci un episodio triste e doloroso de I Promessi Sposi, la peste, ma anche la Risurrezione. Così voglio proporvelo oggi…:

Cantiere poesia

van-dyck-resurrezione

È risorto: or come a morte
La sua preda fu ritolta?
Come ha vinto l’atre porte,
Come è salvo un’altra volta
Quei che giacque in forza altrui?
Io lo giuro per Colui
Che da’ morti il suscitò.

È risorto: il capo santo
Più non posa nel sudario;
È risorto: dall’un canto
Dell’avello solitario
Sta il coperchio rovesciato:
Come un forte inebbriato
Il Signor si risvegliò.

Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che, dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi ristè:

Tale il marmo inoperoso,
Che premea l’arca scavata
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l’anima tornata
Dalla squallida vallea,
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con Te.

Che parola si diffuse
Tra i sopiti d’Israele!
Il Signor le porte ha schiuse!
Il Signor, l’Emmanuele!
O sopiti in aspettando,
È finito il vostro bando:
Egli è desso…

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Poesie – Coronavirus di Giovanni De Simone [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Un attuale acrostico del poeta contemporaneo Giovanni De Simone…:

Cantiere poesia

Confini avidi di paura
Opprimono la mente e spengono i pensieri
Rubando giorni ai deboli
Ombre di vuoto urlano domande
Nel silenzio di verdi parole frantumate
Atte a portare i profumi e i colori della speranza
Vitale per la luce e
Idonea per accecare il male
Rumoroso della pandemia
Uniamoci contro lo sconosciuto
Senza paura

Giovanni De Simone

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Newsletter – Torneremo in mare, ma sin da subito ci impegniamo a terra [VIDEO]

Ho ricevuto oggi da parte di  Sos Mediterranee Italia e pubblico volentieri, una newsletter che così recita:

Foto dal sito SOS Mediterranee
Foto dal sito SOS Mediterranee

Cari amici, come tutti voi siamo costretti in casa dall’emergenza che sta attraversando l’Europa. Il Covid-19 ci mette di fronte a una situazione senza precedenti.

La gravità dell’epidemia mette a dura prova il nostro Paese. In questa situazione è nostra responsabilità fermarci temporaneamente per fare le giuste valutazioni e poter riprendere il mare in condizioni che garantiscano la salute dei nostri team, quella delle persone che soccorriamo e la sicurezza della nostra missione. L’infezione ha sconvolto profondamente, fra le altre cose, gli assetti del settore marittimo causando l’impossibilità di assicurare i turni degli equipaggi, la chiusura dei porti, la messa in quarantena delle imbarcazioni, ecc. Sono state adottate anche misure straordinarie, come la chiusura delle frontiere europee. Fermarci è stata per noi una decisione difficile da prendere, perché sappiamo bene che l’emergenza umanitaria nel Mediterraneo centrale continua e le persone continuano a fuggire dalla Libia su imbarcazioni non adatte alla navigazione.

Conosciamo a fondo il dramma di chi è lasciato solo in mare, e per questo garantiamo con tutte le nostre forze che torneremo nel Mediterraneo il prima possibile. Nel frattempo, però, la nostra associazione, fatta di cittadini e soccorritori non può ignorare le tantissime situazioni di difficoltà, di paura e isolamento che vivono le nostre comunità a terra. E quando parliamo di comunità intendiamo dire tutti noi: cittadini italiani e stranieri, richiedenti asilo, persone senza fissa dimora, anziani e bambini.

Torneremo in mare, ma sin da subito ci impegniamo a terra.

Molti di noi volontari, soci, soccorritori, sono già coinvolti attivamente in tante realtà e associazioni su tutto il territorio italiano. In questi tempi difficili la solidarietà è più che mai necessaria ed essenziale. Ognuno di noi può fare la differenza, supportando il personale sanitario e le realtà attive sul territorio, utilizzando i dati dei canali ufficiali per diffondere informazioni corrette sull’epidemia, o semplicemente rimanendo responsabilmente a casa.

Gli effetti del Covid-19 possono essere mitigati anche senza essere in prima linea, fornendo aiuto a progetti sociali di distribuzione di medicinali, supporto psicologico telefonico o portando la spesa a domicilio. Sono iniziative da svolgere in tutta sicurezza, con la formazione necessaria, senza improvvisazione e rispettando le regole. Vi segnaliamo che queste attività possono essere svolte diventando volontari  temporanei con la Croce Rossa, su tutto il territorio nazionale (https://www.cri.it/12-03-2020-covid-19-diventa-volontario-temporaneo-croce-rossa), portando in questi giorni difficili un contributo a centinaia di progetti locali.

Diamo un segnale di vicinanza al nostro Paese, rendiamoci utili perché a mare, a terra o a casa, siamo #tuttisoccorritori.

Alessandro Porro

Presidente di SOS MEDITERRANEE Italia

 

 

Poesie – E non riesco, video poesia di Roberto Crinò [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri una riflessione del poeta Roberto Crinò che ha pubblicato una video poesia in collaborazione con l’attrice Elena Pistillo. Ti invito alla lettura, alla visione e all’ascolto di questo importante contributo alla poesia.

Roberto Crinò – La prospettiva con cui guardiamo le cose fa sempre la differenza e la prospettiva stessa è differente per ognuno di noi, perché differenti sono gli animi, le storie, le sensibilità e soprattutto differente è il nostro modo di interagire con gli accadimenti delle nostre vite. È da qui che parte tutto, dal bene o dal male che lasciamo germogliare in noi.

Noi possiamo scegliere, sempre, indipendentemente da ciò che accade al di fuori di noi, perché abbiamo un mondo dentro e ce lo portiamo in ogni dove. Ogni volta che accade qualcosa di grande – senza giudizio di merito, grande in quanto eccezionale – siamo come di fronte ad un bivio: prendere la strada nuova o restare sedentari nel nostro comfort e in quello riassestarci?

Sta a noi la scelta, ad ognuno di noi, perché “fatti non foste a viver come bruti” dice Ulisse nella sua “orazion picciola” al suo equipaggio davanti le colonne d’Ercole nel XXVI canto dell’Inferno. E oggi, che è la giornata dedicata a Dante, che cade così vicina alla giornata mondiale della poesia del 21 marzo scorso, non può e non deve mancare di risuonare nei nostri animi questo “memento”: e non riesco a rinunciare alla mia umanità, e non riesco a non sognare più, a non sperare più, a non lottare più, a non vivere più come un essere umano, perché se lo facessi, se recedessi alla condizione ferina dell’istinto violento, dell’accettazione passiva, della morte dell’anima, andrei contro la mia stessa natura di essere umano, bambino, uomo venuto al mondo come “speranza guerriera del futuro che attende chi lo cerca”.

Essere donne, uomini, figli, madri, padri, al di là delle cicliche ricorrenze, essere insomma Esseri Umani è un nostro dovere verso la nostra Madre Terra, è un talento che spesso sprechiamo e che invece potrebbe regalarci quelle ali virtuali, che fisicamente non possediamo, con le quali raggiungere meravigliose, inusuali altezze, di cui talvolta a sprazzi intravediamo il fulgore e la vertigine quando ogni tanto ci ricordiamo della nostra dote e la doniamo.

Io non voglio solo che vada tutto bene, io voglio che tutto vada meglio di prima, così avrebbe senso dire “andrà tutto bene”. Questo è un bivio della vita di fronte al quale siamo chiamati a scegliere e sarebbe opportuno che scegliessimo, finita la quarantena dalla frenesia e dal consumo, una strada nuova, una “social catena di nuova consapevolezza”. Utopia? Forse sì. Ma io sono un Essere Umano “e non riesco” a comportarmi diversamente. Grazie alla splendida Elena Pistillo per la sua toccante interpretazione della mia poesia “E non riesco“. Buona visione e buona riemersione!

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (2)

Circa un mese fa, il 27 febbraio scorso per la precisione, ho pubblicato una riflessione sul tema scottante e attuale del coronavirus. Forte del mio inguaribile ottimismo e di ciò che dichiarava parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i toni di quel mio post erano molto moderati e lasciavano presagire e sperare una soluzione abbastanza veloce del problema che oggi ci attanaglia.

Se torniamo indietro con la mente intorno alla prima decade di marzo, in Italia, ma anche nel resto del mondo, insistenti e diffuse erano le tesi ottimistiche di chi sposava l’idea che i toni e i provvedimenti fossero esagerati.

L’attuale primo ministro britannico Boris Johnson, ancora preso dai festeggiamenti per la ratifica della Brexit, aveva scelto la linea della leggerezza, ovvero restrizioni per combattere il coronavirus, prossime allo zero, confidando nella capacità dei nostri anticorpi di generare l’immunizzazione contro il coronavirus. Tesi che inizialmente, nel dubbio e nella confusione, era stata sposata oltreoceano dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in un primo momento aveva bloccato i voli da tutta Europa, tranne che dalla Gran Bretagna così come riportanto dai giornali (vedi notizia su ilsole24ore)

E poi le opinioni discordanti di virologi e scienziati di diversa estrazione culturale e appartenenza a vari istituti, il Sacco e lo Spallanzani in primis, ma anche all’interno della stessa Organizzazione Mondiale della Salute riguardo la pericolosità del coronavirus e dei provvedimenti da adottare.

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Pietro Mistretta pittore con Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi, noto politico e critico d’arte, spesso presente come ospite nelle trasmissioni d’opinione, dal suo profilo facebook tuonava, come suo costume, contro i provvedimenti di restrizione italiani, salvo poi fare marcia indietro perché accusato di sottovalutare il rischio pandemia da coronavirus. Non riesco a dargli torto in quanto, come me, era pervaso da un senso di ottimismo e di protezione rispetto alle iniziative lavorative, culturali, politiche, economiche strutturate e non strutturate del mondo intero, che rischiavano di fermarsi non si sa per quanto tempo. Scenario oggi che si è realizzato.

Tutto questo ha generato confusione e paura e ancora oggi, pur di fronte alle prime notizie di un arretramento del viruscorona nei numeri, nelle proiezioni e nelle tendenze, rimaniamo pietrificati e attoniti di fronte a un problema del tutto nuovo per la nostra generazione. Ancora oggi non siamo certi se siamo di fronte ad una epidemia o a una pandemia e la differenza non è da poco.

Chiudo questa mia breve riflessione, che spero possa dare un contributo ed una equilibrata valutazione di quanto stiamo vivendo con un mio aforisma: quando su tutto prevale il sentimento della paura tutto finisce, anche l’amore tra le persone.

Antonino Schiera

Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di febbraio con un riferimento alla giornata mondiale della poesia

Ieri, 21 marzo 2020, era la giornata mondiale della poesia, una ricorrenza istituita dall’UNESCO che celebra una delle forma espressive più belle e antiche. Ringrazio la scrittrice Gabriella Maggio che mi ha inviato un pensiero poetico con foto pubblicato in evidenza in questo post. Buona lettura del bellissimo e attuale editoriale di Gabriella.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care amiche, cari amici, pare che la conoscenza scientifica non abbia molto valore agli occhi della gente. Grazie anche alla scarsa formazione scientifica della maggior parte di noi, sui social più che gli articoli di argomento scientifico hanno successo i sensazionalismi della pseudoscienza tendente al misterioso che, pur allarmandoci, alla fine rassicurano perché dicono proprio quello che ci aspettiamo e in qualche modo abbiamo previsto. Vediamo inoltre che gli investimenti nella ricerca e nel personale addetto scarseggiano e questo contribuisce a diffondere un atteggiamento di disinteresse se non di sfiducia. E intanto l’articolo 27 comma 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 recita: «Ogni persona ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici».

In altri termini, la scienza e i suoi benefici sono un diritto inalienabile di tutti gli uomini. Ma il riconoscimento di questo diritto non ha ottenuto un’adeguata attenzione. Esso implica un dialogo attraverso tutti i canali di comunicazione, in primo luogo la scuola e la stessa università per la costruzione di una cultura diffusa. Purtroppo è un diritto relativamente sconosciuto anche tra gli esperti in nome della presunta estrema specializzazione del discorso, per cui si tende a circoscriverla tra élite ristrette. La scienza è la risorsa più efficace per affrontare le sfide della società globale e nel corso del tempo ha dato grandi contributi al miglioramento della vita degli esseri umani. Il futuro dell’umanità dipende, ancor più che nel passato, dallo sviluppo di una scienza libera e responsabile e di una cittadinanza democratica e consapevole. Gli scienziati devono essere liberi e responsabili, ma devono anche valutare le conseguenze delle proprie azioni. Poiché la scienza è un bene pubblico globale, va garantito il diritto di ogni essere umano alla conoscenza; dove ci sono sapere oligarchico e ignoranza diffusa, si inaspriscono infatti anche le altre forme di disuguaglianze, in un circolo vizioso di ignoranza e deprivazione.

Gabriella Maggio

Il_Vesprino_febbraio_2020
Copertina del Vesprino del mese di febbraio 2020

Per scaricare il magazine completo clicca sul link: Vesprino_febbraio_2020

Per visitare il Blog Palermo dei Vespri clicca sul link: Lions Palermo dei Vespri

Per contributi e per ricevere via email il magazine scrivere a: gamaggio@yahoo.it

Newsletter – L’Ocean Viking a Marsiglia [VIDEO]

Ho ricevuto oggi da parte di  Sos Mediterranee Italia e pubblico volentieri, una newsletter che così recita:

Ocean_Viking_in_porto
Ocean Viking in porto

Cari amici, mentre l’epidemia del COVID-19 continua a diffondersi su scala mondiale, speriamo che voi e i vostri cari stiate bene. Tutte le squadre di SOS MEDITERRANEE sia in mare che a terra vogliono esprimere la loro solidarietà ai servizi di soccorso di tutti quei paesi che stanno cercando, in questo momento di straordinaria crisi, di salvare vite con tutti i mezzi disponili.

Con questo messaggio, vorremmo anche darvi alcune notizie riguardo alla nostra missione. La Ocean Viking ha appena attraccato nel porto di Marsiglia. Vi rimarrà stazionata il tempo necessario affinché i nostri team possano adeguare le nostre operazioni a questo contesto eccezionale.

La pandemia mondiale sta causando gravi problemi nell’accesso ai servizi medici e logistici nella maggior parte degli Stati europei. Al contempo, l’infezione ha sconvolto profondamente gli assetti del settore marittimo causando l’impossibilità di assicurare i turni degli equipaggi, la chiusura dei porti, la messa in quarantena delle imbarcazioni, ecc. Sono state adottate anche misure straordinarie, come la chiusura delle frontiere europee.

In questo contesto in rapida evoluzione, è nostra responsabilità valutare al meglio la situazione, per poter riprendere il mare in condizioni che garantiscano la salute dei nostri team, quella delle persone che soccorriamo e la sicurezza della nostra missione.

La nostra è una lotta contro il tempo in quanto sappiamo bene che l’emergenza umanitaria continua nel Mediterraneo centrale. Attualmente in mare non ci sono ONG né altre imbarcazioni di ricerca e salvataggio. Uomini, donne e bambini continuano a fuggire dalla Libia su imbarcazioni non adatte alla navigazione. Lo scorso fine settimana più di 400 persone sono state intercettate e rimandate in Libia, che non è un paese sicuro.

La nostra determinazione rimane costante e non perdiamo di vista il Mediterraneo. Le nostre squadre rimangono pienamente mobilitate per preparare, al più presto, il nostro ritorno in mare al fine di proseguire la nostra missione di salvataggio.

A terra, i nostri uffici sono chiusi e tutti gli eventi che comportano raduni fisici sono rinviati o cancellati in conformità con le misure di contenimento. Continuiamo il nostro lavoro a distanza e ci impegniamo in una riflessione con soci e volontari per sviluppare nuove forme di mobilitazione digitale. È certo che continueremo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammatica situazione del Mediterraneo ogni volta che potremo essere ascoltati.

In questi tempi difficili la solidarietà è più che mai necessaria ed essenziale. Abbiate cura di voi e degli altri, e restate a casa.

Il team di SOS MEDITERRANEE
#TogetherForRescue

Visita il sito di Sos Mediterranee