Blog

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale, verso un’apparente normalità (4)

Il 4 maggio 2020 è alle porte, mancano poche ore. Come spesso accade il popolo italiano è diviso in due distinte fazioni o correnti di pensiero: una tende al pessimismo e alla paura e teme che la riapertura possa rappresentare un boomerang dagli effetti imprevedibili. L’altra invece tende all’ottimismo sperando che le paure legate ad una maggiore esposizione delle persone, siano infondate. In ogni caso dobbiamo fidarci, cominciare a riprendere in mano la nostra esistenza e sperare che le autorità competenti recitino bene il loro ruolo di controllori, ma anche di decisori riguardo le soluzioni e le strategie da adottare in futuro.

4 maggio 2020
Una data importante

Va detto però e di questo sono profondamente convinto, che ciascuno di noi ha una grandissima responsabilità. Il comportamento di ogni singolo individuo, anche per effetto dell’emulazione, è importante. È come enorme un’onda che si muove in una certa direzione e con una certa forza, grazie alla fisica che unisce ogni particella della stessa determinandone gli effetti più o meno disastrosi. Pertanto in questa fase, la famosa fase due come tutti la definiamo, perché non usare tutti indistintamente la mascherina? Perché non cercare di mantenere la distanza tra noi? Perché non decidere di rispettare comunque tutte le norme di igiene? Perché non continuare a stare in casa, uscendo soltanto se strettamente necessario? Facendo nostro una sorta di decalogo e di modellamento naturale, dettato dal buon senso personale che non va percepito come un’imposizione dall’alto. In quanto tutti sappiamo che l’uomo in generale non ama subire restrizione della propria libertà. È un sacrificio che perde di valenza negativa perché parte da una scelta personale per il bene di tutti.

Quando iniziò il periodo del coprifuoco scrivevo che era necessario vivere nella certezza di una evoluzione in positivo della nostra condizione, come conseguenza della fede e della speranza. Oggi desidero aggiungere a completamento della mia riflessione altri elementi: approccio positivo, reattivo, resiliente, consapevole.

  • approccio positivo: dobbiamo tenere alto il tono dell’umore il che serve ad aumentare le difese immunitarie.
  • approccio reattivo: dobbiamo reagire a livello fisico e intellettivo con l’allenamento quotidiano.
  • approccio resiliente: dobbiamo operare un virtuoso cambiamento del punto di vista per apprezzare e potenziare a livello di percezione le cose positive
  • approccio consapevole: dobbiamo cercare di conoscere e rispettare le regole, ascoltando attentamente la vocina dell’Io genitore che ci consiglia la prudenza.

La professoressa Domenica Perrone ha sintetizzato ulteriormente il concetto estendendolo nell’ambito poetico: bellezza, poesia, resilienza. Francesca Perrone, che ringrazio e saluto, è Professore Ordinario presso l’Università di Palermo dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea ed è anche Presidente del comitato di Palermo dell’Associazione Culturale Dante Alighieri.

La domanda finale è: quanto deve durare ancora tutto questo? La risposta non ce l’ha nessuno, ma Panta rei (Tutto scorre), citando Eraclito anche se dell’attribuzione non v’è certezza, in quanto tutto è in divenire e speriamo tutti in senso positivo.

Cliccando qua puoi scaricare e stampare il nuovo modello di autocertificazione per circolare a partire dal 4 maggio 2020.

Appuntamenti – Il Conservatorio di Palermo Alessandro Scarlatti di Palermo presente all’International Jazz Day 2020 on-line [VIDEO]

Flora Faja nota cantante jazz palermitana (nella fotografia in evidenza) è una delle protagoniste del video caricato su YouTube a supporto dell’International Jazz Day 2020, che a causa del perdurare delle restrizioni relative al coronavirus, quest’anno si svolge interamente utilizzando il web.

Gli altri protagonisti del video sono Gaetano Ricccobono, Orazio Maugeri, Gaspare Palazzolo, Vito Giordano, Paolo Sorge, Riccardo Randisi, Fabio Crescente, Giuseppe Urso in rappresentanza del Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo.

L’importante manifestazione jazzistica internazionale è giunta quest’anno alla sua nona edizione e vuole rappresentare un riferimento di alto livello per tutti gli amanti del jazz sia come esecutori che come semplici ascoltatori, fornendo anche contenuti di masterclass free.

“Vogliamo tutti vivere in un mondo jazz in cui lavoriamo tutti insieme, improvvisiamo insieme, non abbiamo paura di rischiare ed esprimerci”.– Herbie Hancock

Herbie Hancock Ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO per il dialogo interculturale e copresidente della Giornata internazionale del jazz, ha dichiarato attraverso il sito web: “Questi sono tempi senza precedenti per i cittadini del mondo e siamo molto grati per il supporto, la comprensione e la collaborazione della nostra comunità del Jazz Day. Armati di ottimismo, pazienza e grazia, affronteremo queste sfide come famiglie, comunità, paesi e come un mondo unito più forte. Ora più che mai, uniamo le forze e diffondiamo l’etica del movimento globale del Jazz Day in tutto il pianeta e usiamo questa come un’opportunità d’oro per l’umanità di riconnettersi, specialmente nel mezzo di tutto questo isolamento e incertezza”.

Per visitare il sito web dell’International Jazz Day 2020 clicca qua.

Sondaggi – Scegli il tuo poeta preferito tra quelli elencati

Ciao nell’elenco ho inserito i principali poeti italiani dell’Ottocento e grazie al sondaggio che trovi sotto puoi scegliere il tuo preferito. Si può esprimere un solo voto per persona e mi raccomando condividi il post ai tuoi amici in modo da avere un risultato significativo.

  • Ugo Foscolo (1778 – 1827)
  • Giacomo Leopardi (1798 – 1837 )
  • Alessandro Manzoni (1785 – 1873)
  • Giosuè Carducci (1835 – 1907)
  • Giovanni Pascoli (1855 – 1912)
  • Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)

Newsletter – Ocean Viking tornerà in mare senza Medici Senza Frontiere [VIDEO]

Ho ricevuto oggi da parte di  Sos Mediterranee Italia e pubblico volentieri, una newsletter che così recita:

Foto dal sito SOS Mediterranee
Foto dal sito SOS Mediterranee

Cari amici, speriamo che voi e i vostri cari stiate bene in questo periodo  particolarmente difficile. Come vi abbiamo segnalato di recente, data l’attuale situazione sanitaria dovuta al COVID-19, la Ocean Viking è temporaneamente in attesa nel porto di Marsiglia.

La nostra priorità è riprendere al più presto le nostre operazioni in modo responsabile, in condizioni che ci permettano di garantire la sicurezza dei nostri team e delle persone soccorse. Tuttavia, riteniamo che a causa della forte perturbazione del settore marittimo e delle reazioni degli Stati tali condizioni non siano attualmente soddisfatte.

Non condividendo la nostra strategia, il nostro partner medico Medici Senza Frontiere ha deciso di rompere la partnership che da quattro anni ci lega intorno alla nostra missione di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Prendiamo atto di questa decisione, anche se ce ne rammarichiamo a causa della eccezionale cooperazione tra le nostre organizzazioni a bordo della Aquarius e poi della Ocean Viking, che ci ha permesso di salvare più di 30.000 vite in mare.

Ciò nondimeno, sulla base delle nostre esperienze passate con il nostro primo partner Médecins du Monde e poi con Medici Senza Frontiere, i nostri team sono già al lavoro, determinati a riprendere il più presto possibile le operazioni di salvataggio con la Ocean Viking.

Nel Mediterraneo centrale, infatti, l’emergenza umanitaria si aggrava. Negli ultimi dieci giorni sono state segnalate più di 1.000 persone in fuga dalla Libia su imbarcazioni di fortuna. Centinaia di persone sono state intercettate e rinviate forzatamente in Libia,  mentre il governo di Tripoli ha dichiarato i propri porti “non sicuri” a causa dei bombardamenti che infuriano nella regione. Due giorni fa, cinque corpi senza vita sono stati trovati a bordo di una imbarcazione da diversi giorni in mare senza assistenza, mentre diversi Stati europei hanno annunciato ufficialmente di non essere in grado di fornire un luogo sicuro o di supportare lo sbarco di persone soccorse in mare.

Anche se siamo pienamente consapevoli della situazione estremamente difficile che gli Stati si trovano ad affrontare a causa del Covid-19, crediamo che le preoccupazioni e le misure adottate per preservare la salute pubblica non debbano andare a scapito dell’assistenza alle persone che rischiano di morire in mare.

L’Europa deve essere più che mai solidale, a terra come in mare. Insistiamo per aprire un dialogo urgente con gli Stati europei allo scopo di lavorare su scenari legali e innovativi e raccogliere insieme questa sfida.

Stiamo lavorando attivamente per ripartire presto per salvare vite in mare perché questo rimane il nostro dovere di cittadini europei e di marittimi. Vi informeremo regolarmente sul proseguimento delle nostre operazioni.  

Prendetevi cura di voi e grazie per il vostro sostegno. Finché sarete al nostro fianco, rinunciare non sarà mai un’opzione.

Il team di SOS MEDITERRANEE

#TogetherForRescue

 

 

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (3)

Il calendario segna il 4 maggio 2020! È soltanto una nostra immaginazione, una sorta di proiezione mentale che ci porta dentro la fase 2 per approdare poi verso una condizione normale, simil pre-coronavirus. Seppur gradualmente riprendiamo in mano la nostra esistenza, così come l’avevamo lasciata a inizio di quest’anno, rimoduliamo il nostro stile di vita, l’approccio ai nostri simili, alla vita in generale.

Di una cosa sono convinto. I buoni sentimenti saranno rafforzati in coloro che già li praticavano, così come saranno rafforzati i cattivi sentimenti in coloro che hanno la sfortuna, se non la volontà, di sperimentarli esacerbando la loro esistenza.

Ma non basta analizzare e fare considerazioni! In generale l’umanità necessita urgentemente di un approccio nuovo alla vita, più vicino a ciò di cui abbiamo veramente bisogno: sentimenti, relazioni, natura, meditazione, studio, esplorazione. Ci siamo focalizzati esageratamente a livello mondiale sul prodotto interno lordo (p.i.l.) delle nazioni e delle città, sui consumi, sull’arricchimento economico, sulla ricerca del potere. Un atteggiamento che il pianeta, oggi, ci sta facendo pagare, presentandoci un conto molto salato e non solo in riferimento al coronavirus. Pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai, ai cambiamenti climatici, al buco dell’ozono, all’innalzamento della temperatura, alla sempre maggiore difficoltà del nostro pianeta di rigenerarsi e di smaltire le scorie prodotte dall’uomo.

Il buio insidia la bellezza di un fiore
Il buio e il cemento insidiano la bellezza di un fiore, che malgrado tutto è sbocciato.

Non è una semplice influenza il corona virus che colpisce gli uomini, al di là delle cifre che ci vengono propinate ogni giorno, dei tanti decessi che continuano a susseguirsi. Ad essere malato, ad essere influenzato è l’intero pianeta e di conseguenza l’uomo che lo abita e che sta causando tutto questo. La terra è come se fosse il nostro organismo che, attraverso una malattia o più semplicemente per mezzo del dolore,  ci sta sbattendo sotto il naso un enorme segnale di STOP.

Non è un cambiamento graduale quello che stiamo vivendo, non è un degradare lento della qualità della vita è un evento traumatico ed epocale a carattere mondiale. Fino all’ultimo ho sperato che si stava esagerando. Sulla gravità della situazione non ho più dubbi, ne ho tanti, come tutti voi, sulla vera genesi della pandemia legata al coronavirus.

A tal proposito consiglio di leggere le illuminanti considerazioni della professoressa Gabriella Maggio che, nel suo editoriale sul Vesprino di settembre 2019, cita tra gli altri Greta Thunberg, seguitissima paladina delle moderne istanze ecologiste dei giovani.

Antonino Schiera

Società – Nasce #angolodipoesia, da un’idea di Vincenzo Perricone fondatore del gruppo Siciliando

Vincenzo_Perricone_Siciliando
Vincenzo Perricone

Vincenzo Perricone – “Oggi voglio cominciare a sognare insieme a voi creando un #angolodipoesia nella solitudine del mondo. Non esistono barriere sia pur nelle chiusure, basta solo ritrovare l’amore di un testo, di un libro, di una poesia, per evadere.

Un modo per ritrovarsi, ciascuno nei suoi pensieri, un modo per lasciarsi andare in un surreale mondo che pensavamo non potesse toccarci mai e vivevamo lontani, ma poi la percezione è arrivata e con la percezione la paura. Ed allora ritrovarsi qui con un libro, una lettura da condividere insieme, esprimendo ciò che sentiamo in un momento che, di certo, non pensavamo potesse appartenerci e in cui ci si ritrova indifesi. E in cui ci si ritrova a percepire l’assenza di ciò che davamo per scontato il nostro”.

Così scrive Vincenzo Perricone (per leggere il post completo clicca qua) fondatore nel 2014 del gruppo Siciliando, che oggi conta oltre 70.000 iscritti su Facebook e innumerevoli iniziative culturali e turistiche. Invito pertanto gli amici scrittori, poeti, ma anche chi magari per timidezza non ha pubblicato ancora nulla, a postare il proprio contributo, videopoesie, fotografie con il testo poetico, nel gruppo Siciliando apponendo l’hashtag #angolodipoesia.

Clicca qua per visitare il gruppo Siciliando

Dice ancora Vincenzo Perricone per il blog Riflessioni d’Autore “L’idea nasce dalla necessità di stare in casa con il tempo che sembra essersi dilatato. Prendendo le opere composte e mai proposte, ritrovando vecchi biglietti, vecchie foto, album sepolti nei cassetti che non si aveva mai tempo di aprire. Sono i cassetti della memoria, come molti la definiscono. Rispolveriamo oggi vecchi libri per ritrovarci nei ricordi e nelle memorie perdute ma che vivono in noi, oggi più di ieri”.

Antonino Schiera

Società – Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan

7 Ottobre 2019 è un pomeriggio autunnale a Milano quando tutto era ancora avvolto dalla gioiosa normalità. Passeggiando in Piazza Duomo ho notato alla destra del magnifico e imponente edificio religioso una struttura che riportava a caratteri cubitali:  Louis Vuitton: Time Capsule Exhibition Milan.

Sono entrato e sono stato rapito da un super concentrato di eleganza, di bellezza, di armoniose forme e colori, di lusso all’ennesima potenza, di creatività che mi hanno spinto a fotografare quasi tutte le vetrine raccolte in questo mosaico, che ti consiglio di ingrandire e sfogliare una per una per osservare da vicino la magnificenza dei prodotti Louis Vuitton.

 

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Leggere in questi tempi in cui il tempo sembra essersi dilatato serve ad arricchirci, spero che il mio breve monologo possa attaccarvi allo schermo del vostro computer o telefonino. Grazie per la lettura e per le condivisioni…:

Antonino Schiera Riflessioni d'Autore

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995 Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di…

View original post 1.503 altre parole

Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

Poesie – Uniti per la vita, video poesia di Lavinia Alberti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri una riflessione della poetessa Lavinia Alberti che ha pubblicato una video poesia con la collaborazione dell’attrice Elena Pistillo. Ti invito alla lettura, alla visione e all’ascolto di questo importante contributo alla poesia, da parte di due donne eccezionali.

Lavinia Alberti – La giornata del 21 marzo, come tutti sanno, oltre ad essere stata quella che ha segnato l’inizio della primavera, è stata anche la giornata Mondiale della Poesia, per me importante, come ogni anno, perché rappresenta un’occasione per mettermi in gioco, per sfidare me stessa e dare voce a ciò che mi urge dal più profondo. Ed è per questo che, spinta da una profonda motivazione interiore, da una carica emotiva per certi aspetti “dissonante”, fatta di chiaroscuri, di proiezioni al futuro ma anche di sguardi vigili sul passato, ho sentito l’esigenza di scrivere prima ancora che per me stessa, per tutti voi questo mio componimento.

Lo scopo vuole essere quello di descrivere – come diceva anche il poeta irlandese Seamus Heaney – da un lato la nuda e cruda realtà in cui ci troviamo (che ho definito in questo momento storico “un vortice inumano e spaventoso”) dall’altro la dolcezza che ancora ci resta e che spesso non abbiamo saputo o voluto vivere appieno quando potevamo farlo, perché presi dalla “frenesia ubriaca del corri corri”. Il mio intento con questa poesia, vuole essere quello di lanciare un messaggio di speranza, un inno alla bellezza e alla libertà; parole queste ultime che, sebbene in questo momento sembrino svanite nel nulla e diventate quasi intangibili e dunque utopistiche, torneranno ad assumere una loro specificità e un loro peso. Il mio vuole essere dunque un appello, quasi uno scuotimento, un tentativo di risvegliare le “coscienze” di tutti noi, “coscienze” che adesso sembrano assopite in un lungo sonno, in un torpore che sembra non avere mai fine e neppure limiti spazio-temporali.

Ho scritto questo componimento con una prospettiva propositiva, certa del fatto che da un grande male nasce sempre un grande bene, che i nostri sacrifici prima o poi ci ritorneranno in altra forma e che torneremo a riappropriarci della nostra quotidianità, dei piccoli gesti che compivamo ogni giorno. Quando ciò accadrà sarà bellissimo. Assaporeremo finalmente il valore della parola vita,  tutti insieme “Uniti per la vita”, per ritornare alla poesia.

#iorestoacasa  #andratuttobene

 

 

 

Protagonisti – Mario Tamburello quando la poesia diventa arte del ricordare [VIDEO]

Ho conosciuto il poeta Mario Tamburello (nella fotografia in evidenza realizzata da Enzo Merlotti) grazie all’eco del successo ottenuto dalle sue numerose opere, che si sono affermate in diversi premi di livello nazionale, attraverso tutto lo stivale da nord a sud e viceversa. Si perché nell’animo e nei versi di Mario Tamburello trovano dolce accoglienza e terreno fertile tradizioni e tratti appartenenti al nord Italia, ma anche all’estremo sud nelle terre assolate dell’agrigentino che hanno dato i natali a grandi uomini letterati quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello.

A Cuggiono, cittadina della città metropolitana di Milano, vive il nostro poeta ed è qui che è nato nel 1950 Angelo Branduardi, poesia e musica insieme in un virtuoso abbraccio mi vien da dire e poi come non andare con la mente su per le acque del Ticino, con i suoi antichi ponti, che attraversa quei luoghi meravigliosi, pingui terre di pianura irte di storia.

In questo contesto, pregno di ispirazioni e di ricordi, nascono le poesie di Mario Tamburello che,  come anticipato nel titolo, hanno il pregio di fare rivivere antiche atmosfere, nostalgie e ricordi plasmate e arricchite dall’essere uomo contemporaneo lavoratore, marito, padre. E poi tante premurose parole che tradiscono un animo sensibile e generoso. Per conoscere meglio il poeta consiglio di leggere la sua biografia (clicca qui) e di continuare la lettura del post con le domande che gli ho posto e le sue risposte a seguire.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Premio_Internazionale_di_Poesia_Città_Marineo
Premio Internazionale di Poesia Città Marineo

Mario Tamburello – “Ho incominciato a scrivere piuttosto recentemente, correva l’anno 2007. Una riflessione mi interpellava allora di continuo. Questa: è necessario scrivere quel che alla mente si presenta, quel che proviamo visitando lo spazio dell’Amore o salendo al luogo della sofferenza e dell’Anima, dove tutto è raccolto interamente, dove il dolore profondo è difficilmente condivisibile ed esperienza solitaria? Per me era divenuto inevitabile, indispensabile, direi vitale, da quando almeno decisi di smarcarmi, anche per poco, dalla realtà dolorosa che mordeva gelosa. “Gruppu ntra l’arma/ mpidia di parlari./ Quannu un juornu,/ disìu di scriviri/ si fici focu…/ ni ss’agnuni, /friddu senza luci/ scuru senza vuci/ nputa di pinna/lu mè sentiri/ lestu si misi.”. (da Accussì fu). Poesia laddove sfiorata, comunque scrittura come opportunità di rinascita attraverso la raccolta di pensieri sciolti che emergevano dalla distonia rigida del corpo, espressione dell’angoscia, altre volte della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, vi erano cose da fare, da dire, da sentire. La scrittura cominciava a vestirsi del piacere di comunicare, di testimoniare un’esistenza e diventava mezzo terapeutico, via creativa che permetteva di uscire liberi dall’immobilismo e dall’isolamento che una condizione di malattia cronica degenerativa stava inducendo”.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mario Tamburello – “I riconoscimenti letterari, quelli seri, sono appuntamenti di “notorietà”, chiaramente di gratificazione per un autore, specialmente per chi come me, autopublisher, non ha alle spalle una casa editrice che promuove e distribuisce il libro. Non sono certo, almeno personale giudizio, corse ansiose al medagliere più ricco o alla coccarda dello scrittore più “bravo”, ma occasioni di incontro e confronto con critici e autori, senza nessuna velleità altezzosa e diffidente verso alcuno. Talora dallo scambio di qualche libro nascono amicizie che si sviluppano nel tempo. Il riconoscimento più alto è comunque la riuscita trasmissione e condivisione delle emozioni in un rapporto privilegiato con i lettori, nelle situazioni spesso meno rituali e più imprevedibili”.

(La scrittrice Germana Peritore interpreta una poesia di Mario Tamburello)

Interessante questo connubio di uomo cresciuto al nord, ma di chiare origini siciliane che, attraverso la poesia, si esprime prevalentemente in lingua siciliana. Raccontaci di questo connubio, come avviene e come si sviluppa?

Mario Tamburello – “Soprattutto autore in lingua siciliana. Un dato di fatto. Motivo? Penso che tutto nasca dalla formazione e dalla curiosità. Dalla formazione in primis: mia madre mi parlava del suo mondo, della storia familiare, dei racconti ironici e irriverenti di Giufà, ora stolto ora briccone. Cantava le sue emozioni in sicilianu strittu, mi educava agli usi di Sicilia.  Da lei tanto e molto più: la vita e il bene. Da lei la lingua delle mie “poesie”. Ho trovato quindi naturale, dal principio, raccontare del mio sentire usando suoni e immagini che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria. Nei momenti di maggiore concitazione emotiva, di riflessione più calda, intima, la lingua originaria risale e torna alle labbra per istinto.

-La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata” (G. Pasquali) -. I terreni sono quelli dell’amore e del dolore, del dubbio e della speranza. La roccia la pietra lavica dei miei Padri.

Il vernacolo usato è quello ereditato quindi, parlato nell’area sicana di Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino. Idioma musicato con le note del sentire e del fare, insieme alle pause dell’approfondimento linguistico, della tensione conoscitiva che rufulìa e cuogli nella storia di quei luoghi continuamente visitati e ritrovati, Accussì Il linguaggio del mondo antico e sobrio, fasciato con gli aromi e le tradizioni che si sono succedute tra pini e ulivi di collina, mandorli e spighe di frumento, nei secoli, dà parola alle personali emozioni di oggi.  E scrivendo in ssa manera “Pari xhiumi/ca curriennu/s’assìrina sulu/ vasannu lu so mari.” (da ACQUI)”

In una nostra conversazione ti sei definito un comunicatore asciutto ed essenziale dei sentimenti veri, senza ricorso a vezzi estetici e compiaciuti rimati versi stucchevoli. Vuoi ampliare il ragionamento e la descrizione di Mario Tamburello poeta e uomo per i nostri lettori?

Mario Tamburello – “Le definizioni sono gabbie, vicoli stretti e ciechi dove la personalità come l’ispirazione poetica è spinta in un angolo, messa a muro. Più che definirmi e catalogare il mio modo di scrivere, ho cercato di parlare dello stile al quale tendo. Semplicità ed essenzialità, questi i modelli, quando non di rado invece si è presi dal’enfasi e dalla esuberanza. Le emozioni vere e sentite non hanno bisogno dell’eccesso, che imprigiona la forza del messaggio. Dire molto con poco: il Multa paucis dei Romani. Peraltro Francesco De Sanctis diceva: ”La semplicità è la forma della vera grandezza”.

Più in dettaglio riguardo l’uomo e il poeta, che dire? Lasciamo ai lettori di cogliere i tratti. Il profilo è lì, tra le parole intimamente intrecciato delle mie “poesie”.

INCOMPRESO CANTIMBANCO
Non sempre
puoi essere capito,
apprezzato,
amato.
Da dogmatici critici,
aristocratici sapienti del rimato vezzo,
sempre
rifuggo.
Parole sciolte
valigie di pensieri
legano.
Non altero
né geloso,
non posatore di ricercati versi svenevoli,
semplice pellegrino cantimbanco,
in solitudine,
errante,
i sandali
logoro
nel mio vissuto.

A quale raccolta di poesie sei particolarmente affezionato e perché?

Mario Tamburello – “Le sillogi edite ad oggi sono 7. Ciascuna ha un significato, un richiamo emozionale diverso. Tutte mi sono care, difficile quindi dire. Salomonicamente citerei come favorita PINSERA SCUTULIATI, perché questa è la silloge che tutte le altre scritte in lingua siciliana comprende: opera omnia delle poesie scritte dal 2007 al 2019, setacciate, rivedute e curate con certosino piglio. E un cenno all’ultima dal titolo ARROCCO, raccolta di liriche in italiano, componimenti dal 2015 al 2019, tranne due “acquerelli” più una dedicata ad Andrea Camilleri scritte in siciliano.

Progetti futuri?

Mario Tamburello – “E domani? La produzione continua, l’ispirazione sempre alta non conosce pause prolungate, quasi volesse a tappe “forzate” procedere per uno stato di agitazione comunicativa che non si placa, perché muove sempre dalle stesse motivazioni originarie: nonostante tutto c’è sempre qualcosa da sentire, da dire, da fare. E questo è appagato sempre più dal piacere di comunicare scrivendo. Aggiungo solo che un altro progetto, si affiancherà alla raccolta di poesie già in divenire. Un libro di aforismi, di pensieri sciolti e ripresi, scritti in polilinguismo ovvero facendo uso contemporaneo di più idiomi: dal siciliano all’inglese, dal siculish al latino, dall’italiano al meneghino.

Antonino Schiera

Galleria Fotografica

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute.

Marzo 2020 – La luce soffusa della stanza bluastra e tante lucine sui macchinari che si accendono e si spengono ad intermittenza. I respiratori alitano artificialmente, inspirando ed espirando senza pausa. Il battito del cuore amplificato e storpiato dal rumore stridulo dei cicalini elettronici e le linee che rappresentano le pulsazioni cardiache che salgono e che scendono. Un tubo di plastica che mi entra direttamente nella trachea. E poi fili che salgono e che scendono, connettori, morsetti e adattatori che sembrano quasi avvolgermi in un bozzolo apparentemente mortale. Le flebo e i farmaci che non riesco nemmeno a contare. Al di là del vetro solo il silenzio e la solitudine di un corridoio inanimato. Attorno a me vedo delle figure amorfe di verde vestite e poi maschere e occhiali e i guanti di lattice. Non riesco a sentirne il calore vorrei toccarli, sentire l’odore della pelle, specchiarmi nel lago dei loro occhi. Che strano odore di disinfettante nell’aria e poi il caldo abbraccio di un letto che non è il mio. Ogni tanto qualcuno di loro si avvicina con sguardo benevolo e qualche parola di incoraggiamento.

A quando il risveglio da questo brutto sogno? A quando il lieto fine di un film drammatico e crudele? No! Non è un sogno, non è un film drammatico. Sono proprio io in rianimazione. In una di quelle sale dove si pratica la terapia intensiva. Ma se non ricordo male l’ultima volta erano state issate  le bandiere verdi al posto di quelle rosse. I mostriciattoli erano stati sconfitti! Cosa è andato storto? Devo risvegliarmi, capire cosa mi sta succedendo! Sono perso nel vuoto temporale. Forse sto per morire!

Non voglio morire senza sapere chi sono, senza sapere perché mi trovo qui. Adesso ricordo: ero disteso nel mio letto con la febbre a trentanove, mia mamma che piangeva: “ti sei beccato il coronavirus di sicuro” –  diceva. E io no, non è possibile. Il solito inguaribile ottimista ricordando che quando ero piccolo e gli amici e i parenti mi chiedevano: “Come stai?” Io rispondevo sempre: “Bene!!!”, anche se avevo la febbre alta e la tosse convulsa e mia nonna che mi portava in montagna per respirare aria buona.

Cosa posso inventarmi per capire cosa succede fuori da questo posto? Il cellulare, ora controllo, ma dov’è? Non lo trovo, lo hanno certamente sequestrato. Un giornale. Si posso leggere un giornale, lo chiederò al primo infermiere che si avvicina. Ma come faccio a leggerlo sono bloccato in questo letto e non posso muovere nemmeno un braccio! Ecco ci sono, chiederò a mia moglie appena viene a trovarmi e poi c’è mio figlio. Si, chi meglio di loro possono raccontarmi quanto mi è successo! Ma no non ho più una moglie da tanto tempo e poi mio figlio studia e lavora lontano da qui. Chiederò ai miei cari quando verranno a trovarmi. Li faranno entrare? Non ne sono certo. Ho trovato! Posso rivolgermi a Dio, non importa quale, basta che mi salvi. Posso pregarlo di salvarmi? Mia nonna mi diceva sempre di non allontanarmi da lui! Ma quando ho pregato l’ultima volta? Da quanto tempo non vado in chiesa? Oddio devo stare calmo e aspettare che tutto passi. Non ho altra scelta se non aspettare.

Dentro di me avviene il delirio, ora sono cosciente ma è come se mi trovassi sulle montagne russe, alterno ebbrezza a disperazione. Passano i giorni, oggi mi sento decisamente meglio, non sono più intubato e respiro autonomamente. Il dottore e gli infermieri mi lanciano occhiate e sorrisi, mi sembrano soddisfatti di come stanno andando le cose. La flebo continua a instillare medicinale nelle mie vene, goccia dopo goccia. Ma sono io che mi sento meglio adesso, non ho più paura di morire. E comincio a riprendere il controllo della situazione, non mi sento più in balia degli eventi. Penso che potrò rivedere i miei cari, che potrò ricominciare a scrivere e a viaggiare, ma anche ad amare.

Torno nel mio letto d’ospedale senza tutti quei macchinari che mi toglievano lo spazio vitale. Ora è come se avessi una normale influenza, posso alzarmi dal letto, posso affacciarmi dalla finestra e osservare il panorama. La notte riesco a dormire e alterno momenti di veglia ad altri in cui sprofondo nel sonno.

I fuochi vengono riaccesi; i forni crematoi lavorano a pieno regime; i caduti in battaglia ricevono degna sepoltura; le guarnigioni di globuli bianchi vengono sciolte e messe a riposo; la temperatura scende; le bandiere verdi sventolano alte; i generali contano le perdite ed hanno una nuova arma, frutto dell’esperienza, contro il corona virus; il respiro si fa più regolare. Tutti volgono lo sguardo al cielo, verso l’imboccatura da dove provengono ogni volta i mostriciattoli e pregano perché la mente-organismo che occupano sia prudente per il futuro, si copra bene e non prenda freddo.

Antonino Schiera ©

Poesie – 27 Gennaio 1945 di Antonino Schiera nella Giornata della Memoria

Pubblico, nella Giornata della Memoria, questa mia poesia inedita dedicata alle vittime innocenti di tutte le guerre e in particolare dell’ Olocausto. Segue una mia breve testimonianza e riflessione per non dimenticare.

27 Gennaio 1945

Sul brullo e freddo campo
aleggiano​ le anime liberate
da corpi violati dal dolore.
Carni svuotate dall’essenza
dell’amore, abbandonato
nei luoghi dove il crepitare
di legna riuniva la famiglia.

Dalle città ai lager, dal camino
acceso ai forni crematori,
il passo è stato breve.
Delatori, manette, retate
distruzioni, spari, treni a vapore
lungo la via verso l’inferno,
cristallizzato dalla barbarie.

Ti penso ogni giorno,
vorrei scriverti, abbracciarti,
guardarti negli occhi
ma non so dove sei, forse
non calpesti più la terra.
Intanto tuonano i cannoni,
​sparano gli aerei​ sui salvatori.

Non so se resisterò,
vorrei non averti mai
conosciuta per non soffrire
ancora, in questa alba
ghiacciata di gennaio.
I cancelli vengono aperti
i morti non usciranno mai più.

Antonino Schiera © 27.01.2020

In questi giorni si ricorda il dramma dell’Olocausto, attraverso la commemorazione della Giornata della Memoria, stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel giorno 27 gennaio di ogni anno. Va ricordato che in quel giorno dell’anno 1945, le Truppe dell’Armata Rossa, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Mi auguro che le nostre vite fluiscano senza eccessivo clangore: il silenzio, la riflessione, la pace tra i popoli come atto d’amore in memoria di chi è stato deportato. In contrapposizione di chi nel mondo, con atti eclatanti e gridati tende ancora oggi, a negare quanto è successo, sminuirne la portata quasi a volere ripristinare le condizioni politiche, economiche e sociali che portarono al disastro del secolo scorso.

Nel lontano 1992 ho visitato il campo di concentramento di Bergen Belsen in Germania, normalmente si parla di Dachau e Auschwitz in quanto sono più conosciuti. Il campo di Bergen Belsen sorgeva nelle vaste pianure della Bassa Sassonia vicino la cittadina di Celle, tra Hannover e Amburgo. Oggi è divenuto uno dei tanti luoghi della memoria per non dimenticare, un luogo visitato da chi vuole con la propria presenza testimoniare l’orrore di quanto successo, ma anche dalle scolaresche. E in tal senso posso testimoniare che le istituzioni tedesche lavorano ogni giorno, per creare una classe dirigente che abbia piena consapevolezza degli orrori perpetrati dal nazismo.

È stato impressionante vedere le fosse comuni dove si stimava con una generica targa quanti morti c’erano: 500 morti, tot in tedesco, 1000 morti, 2000 morti. 50000 ne morirono in totale in quel campo, nell’arco di 5 anni, e tra questi c’era Anna Frank deportata da Amsterdam, passando da Auschwitz. Ricordo come se fosse ieri il piccolo museo all’ingresso del campo di concentramento, dove rimangono accatastati le suppellettili, le lettere dei deportati e dove è possibile scorrere una galleria fotografica che testimonia quanto successo.

L’epilogo della guerra, per quanto mi riguarda non poteva essere diverso, in quanto credo che prima o poi il bene ha sempre la meglio sul male. Ma il prezzo pagato in termini di vite umane e strazianti sofferenze, è stato altissimo. Anche per questo non è possibile dimenticare, non è possibile annullare le commemorazioni.

Infine: in questi giorni nelle Tv vengono trasmessi film e documentari che ricordano quanto successo durante il secondo conflitto mondiale. Un film in particolare mi ha colpito ed è tratto dal libro La verità negata di Deborah Lipstadt riguardo un fatto eclatante non tanto lontano nel tempo. Fate una ricerca sul web, è molto interessante.

Antonino Schiera 25/01/2020

Questo slideshow richiede JavaScript.

Le fotografie presenti in questo post fanno parte della mia raccolta privata.

Storie – Una donna vestita di bianco ©

Olanda

Una donna vestita di bianco di Antonino Schiera ©

Non ho mai capito perché quella volta una donna vestita di bianco correndo mi venne incontro facendomi accorciare bruscamente il passo per evitare d’investirla. Va bene, capita a chiunque, almeno una volta nella vita, di rischiare di scontrarsi con una donna vestita di bianco che ti viene incontro correndo, ma ero preso dai miei pensieri che da qualche mese non mi abbandonavano e non ci feci caso.

Avevo già percorso dieci metri oltre il punto in cui la incrociai, in quella trafficata strada di città, nel momento in cui tutti, pedoni e automobili, correvano verso casa dopo una giornata di lavoro. Con la coda dell’occhio la rividi e nel mio cervello cominciai a replicare quella strana scena. D’improvviso calò il silenzio e tutti i pensieri che fino a poco tempo prima affollavano la mia mente, si placarono.

Tornai sui miei passi e la rividi volteggiare tra i pedoni per raggiungere una meta che non conoscevo. Non sapevo nulla di lei, ma qualcosa riaffiorava dal mio passato: non sapevo se fosse una perfetta sconosciuta, oppure una delle tante donne che avevo incontrato in un lontano giorno della mia esistenza.

Mi venne in mente una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè, Canzone dell’amore perduto, e cominciai a canticchiarla e nel frattempo correvo nella sua direzione, sperando di non perderla tra la folla.

Lei era veloce nel suo incedere, appariva e spariva, dalla mia visuale, a un certo punto temetti di averla persa e mi fermai, pensando di essere uno stupido romantico. Decisi di fare un ultimo tentativo e bruciai a piedi, in pochi secondi, l’ennesimo isolato. La vidi davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento a contemplare i manichini che sfoggiavano i vestiti leggeri di quell’estate che stava per arrivare.

Mi avvicinai a lei e la chiamai: “Carla!”

Lei mi guardava con i suoi occhi neri da cerbiatto, la chioma castano chiaro sulle spalle, con il suo corpo da ballerina, le spalle declive sulle braccia muscolose. La dolce voce, talvolta rauca, che faceva vibrare intonse corde vocali. Il seno turgido e i fianchi sinuosi, che lasciavano presagire momenti di vera passione, nell’attimo in cui si fosse concessa a me. Io la amavo di un amore giovanile, una sorta d’idealizzazione dei sentimenti che mi rendeva fragile e vulnerabile.

Olanda.1

Frequentavo le sue amiche, le sue compagne di classe, la invitavo sempre a ballare un innocente lento nelle feste di classe, mi recavo all’uscita di scuola soltanto per incrociare il suo sguardo. Dopo tanto riflettere e sperare che lei facesse il primo passo, mi decisi ad affrontarla. Erano passati due anni dal momento in cui l’amore si era insinuato nella mia mente.

Dovetti farmi forza quella sera. Non era facile alzare la cornetta del telefono e parlarle. Mi domandavo: “Come fa una ragazza così bella ed elegante a non avere un fidanzato?”.

Ormai ero eroso dai pensieri e dalla sofferenza. Mi sentivo come una quercia il cui tronco era sempre più aggrovigliato da una pianta d’edera e quindi destinato a perire, se non disinnescando quella fitta matassa sinuosa e mortale nello stesso tempo. Alzai la cornetta e composi il suo numero di casa: “Ciao Carla, sono Manfredi non mi riconosci?” Domani vorrei incontrarti prima che entri a scuola. “Facciamo una passeggiata insieme?” Dopo un lungo silenzio mi rispose: “Sì perché no?”

Per tutta la notte non chiusi occhio. Incoscienza e paura lottavano tra loro: al centro di tutto il desiderio di dare un colpo di maglio ai miei dubbi, a quell’edera che mi stava soffocando, in quella che era diventata una simbiosi parassitaria. All’alba salii su un autobus e raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Pensavo a Lord Byron che in un suo aforisma scrisse: l’amore è come l’amicizia senza le sue ali e sì perché Carla era una mia amica, ma non eravamo dotati delle ali dell’amore, che ci potessero portare lontani da tutti per amarci.

Lei scese dall’autobus e mi venne incontro, la baciai sulle guance e cominciai a camminarle accanto nel tragitto che ci divideva dall’ingresso della sua scuola. Poche centinaia di metri e quindi pochi minuti di tempo, per dichiararle l’amore che provavo verso di lei. Lo feci, anche se ancora oggi non so dove e come trovai il coraggio per proferire quelle poche parole: “Carla, vuoi metterti con me?”

Lei rimase fredda e imperturbabile. Brutto segno per me e, dopo aver superato l’iniziale stupore, mi disse che mi avrebbe dato una risposta nel giro di pochi giorni. Mi sentivo finalmente libero: se fosse stato un no ci avrei messo una pietra sopra, se invece fosse stato un si avrei cominciato a volare con le ali dell’amore.

Passarono cinque giorni da quel momento e dovetti sollecitare una risposta che tardava ad arrivare, fino a quando lei decise di darmi un appuntamento nella piazza principale della città. Ci sedemmo nei gradoni sotto la statua di Ruggiero Settimo che svettava di fronte al grande teatro. Non mi sembrava convinta, la osservavo con attenzione in silenzio, ma la sua risposta fu sì. Caspita non mi sembrava vero e mi lanciai in un lungo bacio appassionato che fu interrotto dallo sguardo disgustato e dai rimbrotti di un passante bigotto, che non poteva capire i miei sentimenti. La testa mi girava e le vertigini presero il sopravvento.

Quello fu il mio primo vero bacio. Cominciarono così le telefonate serali per raccontarci i nostri pensieri, le uscite pomeridiane per fare incontrare le nostre anime, le liti e le riappacificazioni tipiche di ogni storia d’amore.

Olanda.1

Carla ed io eravamo troppo giovani e non conoscevamo le passioni di un rapporto totalizzante fino a quando il desiderio, l’uno per l’altra, non ci fece superare i tabù e così ci amammo.

Quando avvenne, in un pomeriggio di un freddo inverno, tra le mura di un’anonima stanza, capii che lei mi amava e divenne ancora più bella, quantomeno ai miei occhi. Contrariamente ad ogni attesa quello fu l’inizio della fine, non eravamo pronti, pur amandoci profondamente, a sceglierci.

La nostra storia durò meno dell’eclittica del sole. Smisi di ricordare… e come in una dissolvenza cinematografica, tornai alla realtà.

“Carla?” ripetei. Lei si voltò verso di me e disse: “prego chi è lei? Io non mi chiamo Carla.” Diresse il suo sguardo dall’altra parte e riprese il suo andamento svolazzante tra la folla.

Ritornai alla realtà e realizzai che quello strano incontro mi aveva riportato indietro nel tempo. Per un attimo avevo pensato che quella donna, che mi aveva intralciato piacevolmente il cammino, potesse essere la mia ex: Carla che non ho mai più incontrato.

(Antonino Schiera – Tutti i Diritti Riservati)

Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

Appuntamento con i lettori martedì 21 maggio 2019 alle ore 17.00 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo per la prima presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della poetessa e drammaturga palermitana Emilia Ricotti.

All’evento poetico saranno presenti l’autrice e le relatrici la professoressa Maria Elena Mignosi e la professoressa Michela Sacco Messineo. Il coordinamento è affidato a chi scrive. Ingresso libero.

Emilia_Ricotti
La poetessa Emilia Ricotti

“I miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire, di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita…” scrive l’autrice Emilia Ricotti (Palermo, giugno 1949). Si laurea in Lettere e Filosofia, con specializzazione in Lettere classiche, presso l’Università di Palermo nel giugno 1971. Insegna letteratura italiana e storia ininterrottamente dal 1972 fino al 2006-2007, anno in cui rassegna le dimissioni per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Associata alla S.I.A.E. nella categoria autori, dal 2011. Per la drammaturgia, con Casa memoria ha vinto il “Premio Autori Italiani 2013”, con La pescatrice di perle nel 2015, con Io, ero tutto diverso nel 2017, con Mare deserto il Premio Centro Attori 2018, tutti e quattro i concorsi indetti da «Sipario». È su “Cyclopedia” di «Sipario» con Achuna Mathata, su «Sipario Bis» con: Mare deserto, C’era una volta una conca d’oro, la trilogia di Mandela life e con i testi premiati da «Sipario» nelle edizioni 2013, 2015, 2017. È sul n. 793-794 del mensile «Sipario» con La pescatrice di perle e sul n. 823-824 Speciale Autori Italiani per l’Europa con Mare deserto.

 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Emilia Ricotti è stata finalista nella sezione Teatro al “Premio inedito Colline d’Oro di Torino 2014” e nell’Edizione XVII 2018 le è stata attribuita una Menzione per l’opera Io, ero tutto diverso.

Evento Presente su Facebook

Antonino Schiera

 

 

Riflessioni – L’evoluzione del coronavirus delinea il percorso dagli animali all’uomo

Pubblico un interessante approfondimento di Daniele Corbo riguardo il Corona Virus.

ORME SVELATE

This shows covid19

Un team di scienziati che studia l’origine di SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia di COVID-19, ha scoperto che era particolarmente adatto per saltare dagli animali agli umani cambiando forma mentre acquisiva la capacità di infettare le cellule umane. Conducendo un’analisi genetica, i ricercatori della Duke University, del Los Alamos National Laboratory, dell’Università del Texas a El Paso e della New York University hanno confermato che il parente più vicino del virus era un coronavirus che infetta i pipistrelli. Ma la capacità di quel virus di infettare gli umani è stata acquisita attraverso lo scambio di un frammento genico critico da un coronavirus che infetta un mammifero squamoso chiamato pangolino, che ha permesso al virus di infettare l’uomo. I ricercatori riferiscono che questo salto da una specie all’altra è stato il risultato della capacità del virus di legarsi alle cellule ospiti attraverso alterazioni del suo materiale genetico. Per…

View original post 428 altre parole

Protagonisti – Lo scrittore Giuseppe Tamburello dialoga con la vita alla scoperta dell’origine della vita stessa

Copertina del Dialogo con la vita di Giuseppe Tamburello

Il gioco di parole contenuto nell’intestazione nasce dal titolo di due delle numerose opere dello scrittore Giuseppe Tamburello (nella fotografia in alto), protagonista dell’odierno articolo in evidenza nel mio blog. Il nostro autore è nato a Ribera in provincia di Agrigento, ma è residente a Cuggiono in provincia di Milano. Desta molta curiosità la lettura di due testi, Dialogo con la vita (Oceano Edizioni – 2020) e Origine della vita (Convivio Editore – 2017), che fanno bella mostra insieme a saggi e raccolte di poesie di Giuseppe Tamburello. Il poeta José Russotti ha scritto recentemente di lui: “Spesso nei suoi versi, con un trapelato accenno alla poetica leopardiana, riesce a scovare le cadenze più intense e al tempo stesso più dirette per denunciare il male di vivere dell’uomo. Ma il suo scetticismo non nasce solo come reazione alla delusione di un aspirazione di vita all’insegna della festosità e della completezza. Il malessere che mostra non è mai accettazione dolorosa ma pura ed essenziale rivendicazione del diritto alla felicità, protesta e insurrezione eroica contro tutte quelle forze che soffocano l’impellente necessità di vivere…”. La scrittrice Francesca Luzzio scrive nella rivista Il Convivio a proposito del libro Origine della vita di Giuseppe Tamburello : “l’autore nel suo saggio sull’origine della vita, ci pone di fronte a domande a cui neanche i più grandi scienziati e filosofi di tutti i tempi hanno saputo dare razionale risposta e le conclusioni a cui perviene, sono una convinta manifestazione dell’impotenza umana, di fronte a problematiche che superano le nostre limitate capacità e per le quali solo la fede e l’amore possono soccorrerci. Ogni scoperta scientifica è superata da un’altra, ogni convinzione filosofica appare insufficiente, sicché alla fine nessuno è riuscito a spiegare con certezza l’origine dell’universo, della vita, nessuno sa dirci cosa c’è dopo la morte.

Cosa significa per te scrivere, in che modo la scrittura ti ha arricchito e come si è evoluta nel tempo.

Giuseppe Tamburello – Scrivere, per me significa dare vita alle idee. Infatti, le idee sono pensieri impresse nella mente, che riaffiorano nella memoria per farci rivivere il passato. Altresì ci sono momenti particolari durante i quali queste idee diventano un tormento interiore, che come per magia ti portano a scrivere. Quando scrivo, per diletto o per un preciso progetto letterario, il mio coinvolgimento è totale. Infatti prima di scrivere: vivo, rivivo e do vita mentalmente a tutto ciò che devo mettere nero su bianco. Questo perché, la scrittura così come la lettura rappresentano per me una necessità intellettuale, un qualcosa di prezioso che difficilmente posso farne a meno. Devo tanto alla lettura e alla scrittura. Come diceva Sant’Agostino “Circulus et calamus fecerunt me doctorem” (La lettura, la conversazione e l’esercizio della scrittura mi hanno fatto diventare dotto). In questo senso la scrittura mi ha arricchito e reso cosciente del grande valore della curiosità e voglia di sapere. Nel corso degli anni, il mio modo di scrivere, pur mantenendo continuità nello stile, si è evoluto nei contenuti. Secondo me, lo stile nello scrivere è personale e si identifica col pensiero. In altre parole, è come il corpo che appartiene all’anima. Col trascorrere degli anni, ho maturato l’idea che il mio fine è quello di scrivere per essere capito e non per essere interpretato. Questo spiega perché la chiarezza della mia scrittura “rende semplici, argomenti complessi e di indubbia difficoltà” (Prof.ssa Silvana Vassallo).

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Giuseppe Tamburello – Sarebbe pura ipocrisia dire: nessuna, o poca importanza. Fa sempre piacere partecipare, e ancora di più, ricevere un premio o un riconoscimento pubblico della propria opera. Non si tratta solo di vincere un premio, ma in egual misura stabilire delle relazioni amichevoli ed interscambi con altri autori. Cito solo due, dei tanti premi vinti e che mi hanno reso felice, non per vanità, ma per il valore del riconoscimento: Libro d’Argento 2018 al Premio Internazionale di Poesia e Prosa – dell’Accademia Il Convivio, per il mio libro: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea? Inoltre, il Premio Letterario – Mons. Giuseppe Petralia, Vescovo e Poeta II Edizione – 2019, per il volume Giochi di strada e Tradizioni popolari. Questo riconoscimento viene assegnato a Personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Giuseppe Tamburello – La poesia è qualcosa che senti dentro, che ti strugge e accarezza l’anima. E’ qualcosa di intimo, spontaneo, una voce che ti chiede in maniera silenziosa e per certi versi assordante, di renderla manifesta e portarla all’aperto in mezzo allo spazio, come l’aria che si respira. Una volta resa pubblica non è più tua, non è di nessuno ma appartiene a tutti. Una delle principali doti della poesia sta nel ritmo, perché il suono delle parole è fondamentale in ogni scritto creativo, ma la poesia, in modo particolare, non potrebbe assolutamente esistere in solitudine e nel silenzio, senza il suono, senza musicalità. “Potrei innalzare un canto e voglio cantarlo, sebbene sia solo in una casa vuota e debba cantare nelle mie stesse orecchie” (Friedrich Nietzsche). Inoltre, la rima aumenta ancora di più la probabilità che un verso venga ricordato. “A tutti par che quella cosa sia, che più ciascun per sé brama e desia”(Ariosto). 

Nelle tue opere spesso ti rifai alle tradizioni locali, che importanza hanno l’identità e la memoria spesso veicolate attraverso la scrittura?

Giuseppe Tamburello – Sono nato in un paese a vocazione agricola, i miei genitori, i nonni e i nonni dei miei nonni, lavoravano la terra. Amavano il profumo, i sapori, i colori e ogni cosa che li riconducesse alla terra, la nostra terra. Per questa ragione l’identità siciliana scorre nelle mie vene, è dentro di me: “Arde nelle mie vene siculo sangue e sono della mia terra fedele amante…” (Adolescenza dal libro Dialogo con la vita). Diceva Goethe: “Un popolo che non ha memoria storica non è un popolo civile”, e poi Puskin: “Il rispetto per il passato contraddistingue la civiltà dalla barbarie”. Inoltre la passione per le tradizioni locali, contribuì in maniera determinante alla stesura e pubblicazione del mio libro “Giochi di strada e Tradizioni Popolari” (Il Convivio Editore). 

Impara l’arte e mettila da parte ovvero l’importanza del lavoro nella vita di ciascun uomo. Nella tua biografia metti in evidenza il tuo approccio al mondo del lavoro sin da giovane. Se puoi parlarcene?

Giuseppe Tamburello – Ricordo che negli anni ‘40/50, l’’età delle Scuole Elementari e Medie, la maggior parte delle famiglie, mandavano i propri ragazzi a “lu mastru” (maestro artigiano), per fargli imparare un “mestiere”. A giustificazione di questa usanza, veniva citato il motto: “impara l’arte e mettila da parte”. Da ragazzo frequentavo la pasticceria gelateria dei fratelli Bonafede, per imparare “l’arte del pasticciere”. Invece durante il periodo delle scuole superiori, anziché fare le vacanze estive, andavo a lavorare per tre mesi l’anno presso la direzione agricoltura dello stabilimento: Zuccherificio di Granaiolo – Firenze. Finiti gli studi, sempre per ragioni di lavoro, mi trasferii a Milano alle dipendenze di una grande industria Dolciaria. Il lavoro era interessante e mi piaceva tantissimo. Nel giro di alcuni anni, assunsi incarichi dirigenziali che mi accompagnarono fino all’età della pensione.

Hai progetti nel cassetto?

Giuseppe Tamburello – Certamente. Ho dei sogni nel cassetto che mi piacerebbe portare a termine. Uno tratta Il perché della religione nell’uomo primitivo. Un altro sogno è quello di completare una già avviata raccolta di racconti. Però, ciò che mi rammarica è la consapevolezza di non aver più tempo a sufficienza per realizzarli.

PUBBLICAZIONI:

“GIOCHI DI STRADA E TRADIZIONI POPOLARI” – Il Convivio Editore

“PROVERBI E DETTI SICILIANI” – Il Convivio Editore

“ORIGINE DELLA VITA” – Creazione divina o Generazione Spontanea? – Il Convivio Editore

“DIALOGO CON LA VITA” – Il Convivio Editore

PENSIERI D’AMORE” – Appesi all’albero della nostra vita – (inedito)

BIOGRAFIA:

Giuseppe Tamburello nasce nell’aprile del 1941 a Ribera (AG). Trascorre l’infanzia e l’adolescenza, prima in via Chiarenza e dopo, in via Re Federico. Passa il tempo libero, come la maggior parte dei ragazzini di quel tempo, tra “giochi di strada” e “lu mastru”; il cui tradizionale motto era: “impara l’arte e mettila da parte”.

Nei primi anni 60 frequenta l’Istituto Tecnico Agrario di Sciacca. Durante il periodo estivo per mantenersi agli studi, si reca a lavorare per tre mesi l’anno, presso lo stabilimento dello “Zuccherificio di Granaiolo” Castelfiorentino (Firenze). 

Nel giugno del 1963, consegue con pieno merito, il diploma di Perito Agrario. Continua a lavorare a Firenze e vi rimane fino al settembre del 1963. 

Successivamente, sempre per ragioni di lavoro, si trasferisce a Milano alle dipendenze dell’Industria dolciaria Alemagna S.p.A. 

Nello stesso periodo, frequenta per un paio d’anni la facoltà di Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano. Smette di seguire i corsi universitari perché assorbito completamente dagli impegni di lavoro, che lo porteranno nel corso degli anni, ad assumere responsabilità dirigenziali. 

Vive a Milano fino al 1970; nel 1971 si sposa e si trasferisce a Cuggiono (MI) ove tuttora risiede, con la moglie Rosalba e la figlia Sabrina. Da quando è in pensione, si diletta a scrivere libri di narrativa, di poesie e Racconti di vario genere.

Nel 2012 pubblica il suo primo libro intitolato: Giochi di strada e Racconti – Come si viveva a Ribera negli anni ‘50. L’Autore descrive con efficacia i vari giochi di strada e le irripetibili prime emozioni dell’adolescenza. Inoltre, nei vari racconti, affiorano e si alternano i ricordi familiari ricchi di struggente nostalgia e gli usi e costumi della vita contadina e artigianale riberese, negli anni ‘50.  

Nel 2013 porta a compimento il suo secondo libro-diario: Pensieri d’Amore (Appesi all’albero della nostra vita) in cui descrive, con una prosa bella come la poesia, la sacralità della famiglia.

Nel 2014 pubblica un libro di poesie dal titolo: Il mio canto alla vita. I temi affrontati sono quelli universali: la natura; la fanciullezza; la vecchiaia; la solidarietà; la primavera; il pensiero all’origine di tutto. Con questo libro, Giuseppe Tamburello, uomo pragmatico e a volte sognatore, riesce con la forza del suo pensiero creativo, a spaziare tra sogni, sentimenti e fantasia.  

Nel 2017 pubblica, assieme a Don Antonio Nuara, un altro libro dal titolo: Proverbi e Detti siciliani.

I ‘detti’ sono le genuine espressioni delle narrazioni orali, provenienti dalla saggezza popolare e abbracciano tutte le espressioni della vita, propria della civiltà contadina. 

Nello stesso anno, pubblica un altro nuovo libro: Origine della Vita Creazione divina o Generazione spontanea? Per l’autore è un ritorno alla sua giovanile passione di approfondire le conoscenze su come abbia avuto origine l’Universo e come sia apparsa ed evoluta la Vita sulla terra. Il libro tratta uno degli aspetti più interessanti e controversi del genere umano; vengono minuziosamente analizzate le varie teorie scientifiche e filosofiche, il tutto attraverso un percorso tra Scienza, Fede e Ragione.

Nel 2019 pubblica una nuova edizione del libro: Giochi di strada e Tradizioni popolari

Infine, nell’aprile del 2020 esce, con molte altre poesie, la nuova edizione, del libro: Dialogo con la vita.

SINTESI DEI RICONOSCIMENTI

È presente nelle seguenti Antologie:

Premio Poesia, Prosa (Il Convivio 2018)

Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca” 2019

Premio Pontevecchio – Firenze 2019

Enciclopedia di Poesia Italiana (Fondazione Mario Luzi)

Premio Internazionale di poesia – Città di Varallo 2019

Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” 2019

E tante altre.

Le sue opere hanno ricevuto diversi riconoscimenti:

“Libro d’Argento 2018” al Premio Inter. dell’Accademia Il Convivio per il saggio: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio “Keramos” al Premio Letterario Nazionale “Sul far della sera” 2019, per il Racconto: 

Il Vecchio contadino e il Giovane sapientone. 

Diploma d’Onore al concorso Premio Letterario “Milano International 2019” per il libro Origine della vita” – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio Letterario Mons. “Giuseppe Petralia Vescovo e Poeta” 2019 per il volume: Giochi di strada e Tradizioni popolari. Il Convivio Editore.

Questo riconoscimento viene assegnato a “personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.”

Come poeta ha ricevuto:

Menzione d’Onore al Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca 2019” per la poesia Sognar l’Amore.

Menzione al Premio Artistico Letterario Nazionale “Sul far della sera 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Diploma d’Onore e Menzione d’Encomio al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti 2019” per la poesia Ciò che mi resta.

Premio Internazionale di Poesia “Città di Varallo 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Premio Letterario Internazionale “Universum Switzerland 2020” per libro Origine della vita- Creazione divina o Generazione spontanea?

Poesie – Sopra di me le Alpi di George Gordon Byron [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Le Alpi che si stagliano su uno dei tanti paesini dell’Alto Adige, fanno da apripista alla poesia di George Gordon Byron dal titolo Sopra di me le Alpi, ribloggata dal blog Cantiere Poesie. Buona lettura e condivisione…:

Cantiere poesia

ABOVE ME THE ALPS

Above me are the Alps,
⁠The Palaces of Nature, whose vast walls
⁠Have pinnacled in clouds their snowy scalps,
⁠And throned Eternity in icy halls
⁠Of cold Sublimity, where forms and falls
⁠The Avalanche—the thunderbolt of snow!
⁠All that expands the spirit, yet appals,
⁠Gather around these summits, as to show
How Earth may pierce to Heaven, yet leave vain man below.

§

Sopra di me stanno le Alpi,
i palazzi della Natura, le cui immense pareti
lanciano tra le nubi pinnacoli coperti di neve,
e l’Eternità troneggia nelle caverne gelate
di fredda sublimità, dove si forma e cade
la valanga – la saetta di neve!
E tutto ciò che lo spirito emana
si raccoglie intorno a queste sommità,
per mostrare come la terra
possa toccare il cielo
lasciando in basso l’uomo
con la sua meschina superbia.

GEORGE GORDON BYRON

View original post

Recensioni – Incerto confine, nota critica di Antonio Fiori

Riguardo la silloge di Stefano VitaleIncerto confineEdizioni Disegnodiverso (2019) , pubblico la nota critica di Antonio Fiori. Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Albertina Bollati

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è stefano_vitale_poeta_e_critico.jpg
Stefano Vitale

Il libro evoca l’invisibile confine di Giorgio Caproni ed intona le parole di un alfabeto che si sta rivelando muto; il poeta chiede allora soccorso al disegno e al colore, al corsivo disperato, allo spartito musicale, alla nuda cronaca, che riescono insieme a dare un corpo e una voce alla poesia. Stefano Vitale è in simbiosi con Albertina Bollati – il poeta e l’artista, la parola e le immagini in controcanto. Il progetto è umile e al contempo ambizioso: aiutarci a restare umani, a resistere alle derive, prima che la nostra parola resti definitivamente prigioniera del silenzio interiore. Bisogna dunque assecondare la “clandestina urgenza dell’andare/…/ con la voglia di fuggire/ oltre il rischio della resa/…/oltre il flusso arrogante del tempo.” Ma poi scopriamo, in una strofa dai toni caproniani, che “il nemico corre accanto a noi/ con sguardo atterrito forte ci abbraccia./ E s’incunea, s’aggroviglia./ Dio, come ci rassomiglia!”.

Il poeta, in questa urgenza, non può che attraversare la poesia civile (“Chiudere i porti”), interrogarsi e interrogarci (“Ma a che serve ricordare?”), affacciarsi al mondo “Affacciàti”), affrontare il discorso metapoetico (“Alfabeto muto”). E alla fine un dubbio (e una scoperta): “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine…” o addirittura: “Nascondersi non è un delitto…essere vetro dissimulare.”

Un libro coinvolgente, che vuole accompagnarci e sostenerci, arricchito da illustrazioni sapientemente colorate e dai tratti quasi infantili. Attraversato l’incerto confine e adempiuto al suo compito, il percorso poetico di Stefano Vitale si chiude sul mistero del tempo e della Parola: “il tempo è altro tempo, fuori dal calcolo” e “La chiave è nella Parola/ suono che resta accanto”, lasciando forse intravedere, in quella maiuscola, l’unica parola il cui alfabeto mai diverrà muto, quella ultraterrena.

Antonio Fiori

Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di aprile in piena pandemia da coronavirus

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio professoressa e scrittrice, inserito nel Vesprino del mese di aprile 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care Amiche, Cari Amici tutto il mese di aprile si può sintetizzare in poche parole : quarantena, “io resto a casa”, notiziario, protezione civile, terapia intensiva, “tamponare” o meglio fare un tampone. Mi rendo conto che questa distinzione appaia sottile, ma non vedo la necessità di forzare il nostro lessico, già ampio e fornito di lemmi adeguati a molte evenienze, più di quelle che possiamo pensare. Ma i tempi sono confusi e incerti e si prende la prima espressione che capita all’orecchio. Con buona pace della nostra stampa, anche la più qualificata, corriva sempre più ad ogni grossolanità.

Pochi i giornalisti che si cimentano in informazioni articolate e aderenti a quello che è veramente accaduto, espresso in lingua non soltanto corretta, ma ricca di sfumature lessicali. Non desidero soffermarmi sui luoghi comuni di quest’esperienza dura per tutti del Covid-19. Il bilancio lo dovremo fare tra qualche tempo, quando ci sarà la giusta distanza per capire e comunicare , sine ira ac studio, quanto è veramente accaduto, quanto è stata fatalità e quanto errore umano, quanto esteso e peloso il narcisismo mediatico. Adesso forse è meglio cercare di tenere insieme i frantumi della nostra vita, psicologica, professionale, sociale, economica per resistere noi, per potere aiutare chi ne ha bisogno, orgogliosi di appartenere ad un’associazione, il Lions International, che è in grado, grazie al contributo degli associati, di intervenire in maniera cospicua là dove è necessario.

Gabriella Maggio

Per scaricare il magazine completo clicca sul link: Vesprino_aprile_2020

Per visitare il Blog Palermo dei Vespri clicca sul link: Lions Palermo dei Vespri

Per contributi e per ricevere via email il magazine scrivere a: gamaggio@yahoo.it

Recensioni – Il professore e narratore Salvatore Tocco scrive della silloge Terre rare e chicchi di melograno di Emilia Ricotti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che il professore e narratore Salvatore Tocco ha dedicato all’ultima raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della scrittrice Emilia Ricotti (nella foto sopra).

Terre_rare_e_chicchi_di_melograno
Copertina del libro

La raccolta di poesie di Emilia ci pone dinanzi all’interrogativo che si pongono gli uomini di cultura negli ultimi decenni del secolo scorso: qual’è il senso dell’arte e della letteratura nella società di massa, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Walter Benjamin prima di finire suicida per sfuggire ai nazisti, aveva evidenziato la perdita di aura  come effetto della riproduzione di massa. Il museo crea un effetto di straniamento. Theodor W. Adorno, leader indiscussso della scuola di Francoforte,  alla fine della guerra sentenziava:  “Fare poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.” Aveva apprezzato Gottfried Benn, Paul Celan, la denuncia dell’ orrore delle guerre. Era il teorico della musica atonale. L’armonia ottocentesca gli sembrava alienare la mente attraverso il coinvolgimento emotivo. Ma è il problema che attenzionava già uno dei maggiori  drammaturghi del Novecento, Bertold Brecht. Alla forma drammatica del teatro tradizionale, come della poesia, (coinvolgono lo spettatore e ne esauriscono l’attività, producendo emozioni) egli oppone il teatro epico, ma anche la poesia epica. Compito del poeta epico è rendere il lettore-spettatore attivo, sottoporlo ad argomenti, portarlo a decisioni. Usa cartelli che bloccano il fluire delle storie e sintetizzano la tematica, evitando il puro coinvolgimento emozionale catartico.

Nel Novecento Elioth e  Montale teorizzano una poesia scabra ed essenziale, Ungaretti cerca la parola che schiuda il miracolo. La poesia oggi tenta di sfuggire alla censura di Adorno, ma il poeta parla spesso di se stesso, del proprio mondo interiore. Fuori c’è la tragedia, le guerre e i fuggiaschi, chiamati con un eufemismo migranti, i campi di concentramento di milioni di persone indifese, le potenze che hanno solo di mira i beni dei paesi poveri, le terre rare, gli affari di pochi ricchissimi e la trascuratezza verso la fame dei poveri,dei diseredati. Ma come si può fare poesia sopra le nuove mire espansionistiche, predatorie. Sopra il crescere dei nazionalismi isolazionisti e rapaci? Emilia Ricotti ce ne da un esempio. O almeno ci prova. Si può fare poesia attraverso un canto che non crei miti, che non favorisca i sogni, l’intimismo. Questa poesia è, questa sì, scabra ed essenziale. Più severa della beat generetion.

Il libro Terre rare e chicchi di melograno è un atlante dei drammi presenti nel mondo, rappresentato senza mediazione linguistica. Come in  un telegiornale ci scorrono davanti centrali operative di guardie costiere che dovrebbero favorire il soccorso in mare di profughi su un gommone, con precisione giornalistica ci comunica ore, giorno e anno, la contabilità dei morti. La poetessa si pone dura a tu per tu di fronte al ministro cinico, spietato. Espone la banalità del linguaggio burocratico di fronte alla banalità del male. La barca che si rovescia, il carico di donne,  bambini, uomini riversati in mare come chicchi di melograno. Annaspano nell’acqua disperati, finché il mare non li inghiotte. Come in ogni poesia epica la conclusione è una denuncia nei confronti delle responsabilità del mondo civile, che non vuole vedere i risultati delle proprie azioni, assumere le proprie responsabilità. L’ironia diventa sarcasmo contro i potenti. La parola è secca, non ricercata, da notiziario, ma colpisce come un pugno nello stomaco.  Voltiamo pagina dell’atlante. Seguiamo la poetessa che ci guida in una discesa agli inferi:  come Virgilio fa con Dante, Emilia ci porta in Congo. Il nuovo imperialismo unisce i governi   dei paesi africani, ai pescecani delle potenze vecchie e nuove nello sfruttamento delle miniere, nelle rapine dei minerali preziosi. L’ironia genera un effetto di straniamento, scuote il sarcasmo di fronte allo sfruttamento del lavoro infantile. Una sola similitudine finale evita ogni commozione e fa riflettere. L’atlante ci porta in Galizia, dove la marea nera  causata da da una petroliera mal ridotta, distrugge  la vita. La poetessa ci concede solo un verso lirico, montaliano: l’orizzonte in fumo. Poi ci martella la testa con l’ossessiva anafora finale, fortemente accentata. E’ l’assoluto dominio della paratassi opportunamente misurata,  a rendere ossessiva la rappresentazione delle tragedie: le guerre, i bombardamenti dalla Palestina, all’Iraq, allo Yemen; i profughi, i gommoni carichi di fuggiaschi, gli annegati, Pantelleria, Lampedusa ci fanno attraversare  un mare di disumanità. Con la velocità dello sfogliarsi di un atlante. Su tutto regna la pietà, la sua pietà per un’infinita catena di casi, che si estendono e paiono non avere fine. Ridotti i verbi che indicano azione, ci vengono posti innanzi una serie visiva di quadri, noi vediamo in successione le immagini di quelle morti, di quegli sfruttamenti. Raramente ci fa godere di qualche espressione fiorita, una similitudine, una metafora. E’ questa una poesia severa, un’antipoesia. Si percorre l’Italia, si attraversano le isole, si consuma l’animo nel declinare l’elenco delle indifferenze e complicità. 

Emilia Ricotti
Emilia Ricotti alla Real Fonderia Palermo

E dove si può concludere il viaggio nel dolore se non in Libia. Nell’oasi di El Gatrun, il più grande campo di concentramento.  La denuncia degli accordi TripoliRoma, indignano e all’indignazione segue il sarcasmo dell’invettiva finale nella quale si rivolge direttamente al presidente.  La poesia abolisce le gerarchie. In ogni poesia, brevi, ma incisive, scorrono i periodi. La paratassi martella, colpisce con la denuncia la disumanità del potere, richiama i  potenti. Come osate, dice.  Come avete potuto! Voi sapevate! Mi richiama alla memoria, questa poesia, l’espressionismo del più grande poeta futurista, il russo Majakovskij de La guerra è dichiarata: la data iniziale, l’elenco dei paesi in guerra, giornali della sera, l’orrore. E dunque questa poesia ci illumina, ci chiarisce la realtà storica in cui viviamo, non  solo ci commuove. Ci strazia. Ci fa dire a ciascuno di noi: sono io innocente?

Salvatore Tocco

Per acquistare il libro on-line

Poesie – “Meditare e sentire” di Antonino Schiera (Il Convivio Editore)

Ringrazio Giovanna Fileccia che ha parlato nel suo blog della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

Giovanna Fileccia "Io e il Tutto che mi attornia"

Oggi per #Tiraccontounlibro vi propongo la silloge “Meditare e sentire” di Antonino Schiera. Il Convivio Editore 2019. Buon ascolto con #Tiraccontounlibro di Giovanna Fileccia https://m.facebook.com/story.php?stor…

20200429_142945.jpg

View original post

Magazine – Il numero 80 del Trimestrale di Poesia Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio

Ripubblico il post che contiene il numero 80 del Trimestrale di Poesia Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio e il bando del Premio Internazionale Poesia, Prosa e Arti figurative Il Convivio 2020. Da notare che c’è un aggiornamento riguardo una delle email da utilizzare per l’invio delle opere. Invito, pertanto, gli autori a tenere conto di questa variazione.

Antonino Schiera Riflessioni d'Autore

Mi fa molto piacere scrivere del Trimestrale di Poesia, Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio direttamente collegato alla casa editrice Il Convivio Editore, in quanto la mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire è stata pubblicata con loro. Riporto direttamente dal sito: “Il Convivio Editore è un marchio di qualità da anni presente nel panorama italiano e che propone ai lettori opere singolari dal thriller al romanzo letterario, dal giallo al fantasy, dai libri per bambini alla saggistica universitaria, dalla poesia ai libretti teatrali. Inoltre, è presente nei più prestigiosi saloni del libro, nelle fiere letterarie, nelle librerie e nei circuiti on-line“.

Il trimestrale è stato fondato da Angelo Manitta ed è diretto da Enza Conti coadiuvati da Giuseppe Manitta. Nelle sue pagine è possibile trovare articoli di stampo culturale, recensioni, commenti, notizie con un occhio attento all’arte pittorica.

Scrive la direttrice Enza…

View original post 166 altre parole

Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di marzo: il suo interessante punto di vista sul coronavirus

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio inserito nel Vesprino del mese di marzo 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care amiche, cari amici il mese di marzo è stato segnato a fuoco dal corona virus. Le nostre abitudini, le nostre certezze, le nostre fiducie sono state scosse proprio quando godevano del nostro pieno affidamento. Almeno così generalmente pareva. In pochi giorni abbiamo fatto esperienza della nostra fragilità, nonostante la sofisticata tecnologia di cui disponiamo e i potenti mezzi di cura che pure possediamo e che hanno risolto o reso vivibili molte gravi malattie. Alcuni che hanno dimestichezza con la letteratura hanno ricordato tanti autori a cominciare da Omero che nell’Iliade parla di “un feral morbo” che fa perire i guerrieri achei. Ma è solo un modo per consolarsi e dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. O meglio che le nostre reazioni sono sempre le stesse, paura, incredulità, dubbio, sbruffoneria in tutte le sfumature possibili. Questa è la forza della letteratura, la conoscenza dell’uomo.

Personalmente penso che sia preferibile guardare la situazione per quella che è, nella sua severità e cercare lì, nei dati a disposizione, degli elementi esplicativi. La microbiologia ha fatto grandi progressi che però non sono in grado ancora di risolvere l’attuale problema perché non conosce bene questo tipo di virus. Procede a tentativi cercando di mettere a frutto le conoscenze acquisite in esperienze precedenti. Ma non dobbiamo scoraggiarci, la scienza ha percorso un lungo cammino fino a noi sempre accettando le sfide e impegnandosi a superarle. Questa esperienza del corona virus ci dimostra che non siamo noi i padroni del nostro pianeta. Perciò dobbiamo imparare a coabitare con gli altri esseri viventi, virus inclusi. Intanto la condizione più ovvia da mantenere con tranquillità è quella della quarantena, della distanza, dei guanti e della mascherina. E nel frattempo mettere a frutto questi giorni liberi dalle abituali occupazioni intensificando la cura di sé, del proprio corpo e della propria mente. Ciascuno secondo la propria inclinazione.

Gabriella Maggio

Per scaricare il magazine completo clicca sul link: vesprino_marzo_2020

Per visitare il Blog Palermo dei Vespri clicca sul link: Lions Palermo dei Vespri

Per contributi e per ricevere via email il magazine scrivere a: gamaggio@yahoo.it