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Protagonisti – Lo scrittore Giuseppe Tamburello dialoga con la vita alla scoperta dell’origine della vita stessa

Copertina del Dialogo con la vita di Giuseppe Tamburello

Il gioco di parole contenuto nell’intestazione nasce dal titolo di due delle numerose opere dello scrittore Giuseppe Tamburello (nella fotografia in alto), protagonista dell’odierno articolo in evidenza nel mio blog. Il nostro autore è nato a Ribera in provincia di Agrigento, ma è residente a Cuggiono in provincia di Milano. Desta molta curiosità la lettura di due testi, Dialogo con la vita (Oceano Edizioni – 2020) e Origine della vita (Convivio Editore – 2017), che fanno bella mostra insieme a saggi e raccolte di poesie di Giuseppe Tamburello. Il poeta José Russotti ha scritto recentemente di lui: “Spesso nei suoi versi, con un trapelato accenno alla poetica leopardiana, riesce a scovare le cadenze più intense e al tempo stesso più dirette per denunciare il male di vivere dell’uomo. Ma il suo scetticismo non nasce solo come reazione alla delusione di un aspirazione di vita all’insegna della festosità e della completezza. Il malessere che mostra non è mai accettazione dolorosa ma pura ed essenziale rivendicazione del diritto alla felicità, protesta e insurrezione eroica contro tutte quelle forze che soffocano l’impellente necessità di vivere…”. La scrittrice Francesca Luzzio scrive nella rivista Il Convivio a proposito del libro Origine della vita di Giuseppe Tamburello : “l’autore nel suo saggio sull’origine della vita, ci pone di fronte a domande a cui neanche i più grandi scienziati e filosofi di tutti i tempi hanno saputo dare razionale risposta e le conclusioni a cui perviene, sono una convinta manifestazione dell’impotenza umana, di fronte a problematiche che superano le nostre limitate capacità e per le quali solo la fede e l’amore possono soccorrerci. Ogni scoperta scientifica è superata da un’altra, ogni convinzione filosofica appare insufficiente, sicché alla fine nessuno è riuscito a spiegare con certezza l’origine dell’universo, della vita, nessuno sa dirci cosa c’è dopo la morte.

Cosa significa per te scrivere, in che modo la scrittura ti ha arricchito e come si è evoluta nel tempo.

Giuseppe Tamburello – Scrivere, per me significa dare vita alle idee. Infatti, le idee sono pensieri impresse nella mente, che riaffiorano nella memoria per farci rivivere il passato. Altresì ci sono momenti particolari durante i quali queste idee diventano un tormento interiore, che come per magia ti portano a scrivere. Quando scrivo, per diletto o per un preciso progetto letterario, il mio coinvolgimento è totale. Infatti prima di scrivere: vivo, rivivo e do vita mentalmente a tutto ciò che devo mettere nero su bianco. Questo perché, la scrittura così come la lettura rappresentano per me una necessità intellettuale, un qualcosa di prezioso che difficilmente posso farne a meno. Devo tanto alla lettura e alla scrittura. Come diceva Sant’Agostino “Circulus et calamus fecerunt me doctorem” (La lettura, la conversazione e l’esercizio della scrittura mi hanno fatto diventare dotto). In questo senso la scrittura mi ha arricchito e reso cosciente del grande valore della curiosità e voglia di sapere. Nel corso degli anni, il mio modo di scrivere, pur mantenendo continuità nello stile, si è evoluto nei contenuti. Secondo me, lo stile nello scrivere è personale e si identifica col pensiero. In altre parole, è come il corpo che appartiene all’anima. Col trascorrere degli anni, ho maturato l’idea che il mio fine è quello di scrivere per essere capito e non per essere interpretato. Questo spiega perché la chiarezza della mia scrittura “rende semplici, argomenti complessi e di indubbia difficoltà” (Prof.ssa Silvana Vassallo).

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Giuseppe Tamburello – Sarebbe pura ipocrisia dire: nessuna, o poca importanza. Fa sempre piacere partecipare, e ancora di più, ricevere un premio o un riconoscimento pubblico della propria opera. Non si tratta solo di vincere un premio, ma in egual misura stabilire delle relazioni amichevoli ed interscambi con altri autori. Cito solo due, dei tanti premi vinti e che mi hanno reso felice, non per vanità, ma per il valore del riconoscimento: Libro d’Argento 2018 al Premio Internazionale di Poesia e Prosa – dell’Accademia Il Convivio, per il mio libro: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea? Inoltre, il Premio Letterario – Mons. Giuseppe Petralia, Vescovo e Poeta II Edizione – 2019, per il volume Giochi di strada e Tradizioni popolari. Questo riconoscimento viene assegnato a Personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Giuseppe Tamburello – La poesia è qualcosa che senti dentro, che ti strugge e accarezza l’anima. E’ qualcosa di intimo, spontaneo, una voce che ti chiede in maniera silenziosa e per certi versi assordante, di renderla manifesta e portarla all’aperto in mezzo allo spazio, come l’aria che si respira. Una volta resa pubblica non è più tua, non è di nessuno ma appartiene a tutti. Una delle principali doti della poesia sta nel ritmo, perché il suono delle parole è fondamentale in ogni scritto creativo, ma la poesia, in modo particolare, non potrebbe assolutamente esistere in solitudine e nel silenzio, senza il suono, senza musicalità. “Potrei innalzare un canto e voglio cantarlo, sebbene sia solo in una casa vuota e debba cantare nelle mie stesse orecchie” (Friedrich Nietzsche). Inoltre, la rima aumenta ancora di più la probabilità che un verso venga ricordato. “A tutti par che quella cosa sia, che più ciascun per sé brama e desia”(Ariosto). 

Nelle tue opere spesso ti rifai alle tradizioni locali, che importanza hanno l’identità e la memoria spesso veicolate attraverso la scrittura?

Giuseppe Tamburello – Sono nato in un paese a vocazione agricola, i miei genitori, i nonni e i nonni dei miei nonni, lavoravano la terra. Amavano il profumo, i sapori, i colori e ogni cosa che li riconducesse alla terra, la nostra terra. Per questa ragione l’identità siciliana scorre nelle mie vene, è dentro di me: “Arde nelle mie vene siculo sangue e sono della mia terra fedele amante…” (Adolescenza dal libro Dialogo con la vita). Diceva Goethe: “Un popolo che non ha memoria storica non è un popolo civile”, e poi Puskin: “Il rispetto per il passato contraddistingue la civiltà dalla barbarie”. Inoltre la passione per le tradizioni locali, contribuì in maniera determinante alla stesura e pubblicazione del mio libro “Giochi di strada e Tradizioni Popolari” (Il Convivio Editore). 

Impara l’arte e mettila da parte ovvero l’importanza del lavoro nella vita di ciascun uomo. Nella tua biografia metti in evidenza il tuo approccio al mondo del lavoro sin da giovane. Se puoi parlarcene?

Giuseppe Tamburello – Ricordo che negli anni ‘40/50, l’’età delle Scuole Elementari e Medie, la maggior parte delle famiglie, mandavano i propri ragazzi a “lu mastru” (maestro artigiano), per fargli imparare un “mestiere”. A giustificazione di questa usanza, veniva citato il motto: “impara l’arte e mettila da parte”. Da ragazzo frequentavo la pasticceria gelateria dei fratelli Bonafede, per imparare “l’arte del pasticciere”. Invece durante il periodo delle scuole superiori, anziché fare le vacanze estive, andavo a lavorare per tre mesi l’anno presso la direzione agricoltura dello stabilimento: Zuccherificio di Granaiolo – Firenze. Finiti gli studi, sempre per ragioni di lavoro, mi trasferii a Milano alle dipendenze di una grande industria Dolciaria. Il lavoro era interessante e mi piaceva tantissimo. Nel giro di alcuni anni, assunsi incarichi dirigenziali che mi accompagnarono fino all’età della pensione.

Hai progetti nel cassetto?

Giuseppe Tamburello – Certamente. Ho dei sogni nel cassetto che mi piacerebbe portare a termine. Uno tratta Il perché della religione nell’uomo primitivo. Un altro sogno è quello di completare una già avviata raccolta di racconti. Però, ciò che mi rammarica è la consapevolezza di non aver più tempo a sufficienza per realizzarli.

PUBBLICAZIONI:

“GIOCHI DI STRADA E TRADIZIONI POPOLARI” – Il Convivio Editore

“PROVERBI E DETTI SICILIANI” – Il Convivio Editore

“ORIGINE DELLA VITA” – Creazione divina o Generazione Spontanea? – Il Convivio Editore

“DIALOGO CON LA VITA” – Il Convivio Editore

PENSIERI D’AMORE” – Appesi all’albero della nostra vita – (inedito)

BIOGRAFIA:

Giuseppe Tamburello nasce nell’aprile del 1941 a Ribera (AG). Trascorre l’infanzia e l’adolescenza, prima in via Chiarenza e dopo, in via Re Federico. Passa il tempo libero, come la maggior parte dei ragazzini di quel tempo, tra “giochi di strada” e “lu mastru”; il cui tradizionale motto era: “impara l’arte e mettila da parte”.

Nei primi anni 60 frequenta l’Istituto Tecnico Agrario di Sciacca. Durante il periodo estivo per mantenersi agli studi, si reca a lavorare per tre mesi l’anno, presso lo stabilimento dello “Zuccherificio di Granaiolo” Castelfiorentino (Firenze). 

Nel giugno del 1963, consegue con pieno merito, il diploma di Perito Agrario. Continua a lavorare a Firenze e vi rimane fino al settembre del 1963. 

Successivamente, sempre per ragioni di lavoro, si trasferisce a Milano alle dipendenze dell’Industria dolciaria Alemagna S.p.A. 

Nello stesso periodo, frequenta per un paio d’anni la facoltà di Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano. Smette di seguire i corsi universitari perché assorbito completamente dagli impegni di lavoro, che lo porteranno nel corso degli anni, ad assumere responsabilità dirigenziali. 

Vive a Milano fino al 1970; nel 1971 si sposa e si trasferisce a Cuggiono (MI) ove tuttora risiede, con la moglie Rosalba e la figlia Sabrina. Da quando è in pensione, si diletta a scrivere libri di narrativa, di poesie e Racconti di vario genere.

Nel 2012 pubblica il suo primo libro intitolato: Giochi di strada e Racconti – Come si viveva a Ribera negli anni ‘50. L’Autore descrive con efficacia i vari giochi di strada e le irripetibili prime emozioni dell’adolescenza. Inoltre, nei vari racconti, affiorano e si alternano i ricordi familiari ricchi di struggente nostalgia e gli usi e costumi della vita contadina e artigianale riberese, negli anni ‘50.  

Nel 2013 porta a compimento il suo secondo libro-diario: Pensieri d’Amore (Appesi all’albero della nostra vita) in cui descrive, con una prosa bella come la poesia, la sacralità della famiglia.

Nel 2014 pubblica un libro di poesie dal titolo: Il mio canto alla vita. I temi affrontati sono quelli universali: la natura; la fanciullezza; la vecchiaia; la solidarietà; la primavera; il pensiero all’origine di tutto. Con questo libro, Giuseppe Tamburello, uomo pragmatico e a volte sognatore, riesce con la forza del suo pensiero creativo, a spaziare tra sogni, sentimenti e fantasia.  

Nel 2017 pubblica, assieme a Don Antonio Nuara, un altro libro dal titolo: Proverbi e Detti siciliani.

I ‘detti’ sono le genuine espressioni delle narrazioni orali, provenienti dalla saggezza popolare e abbracciano tutte le espressioni della vita, propria della civiltà contadina. 

Nello stesso anno, pubblica un altro nuovo libro: Origine della Vita Creazione divina o Generazione spontanea? Per l’autore è un ritorno alla sua giovanile passione di approfondire le conoscenze su come abbia avuto origine l’Universo e come sia apparsa ed evoluta la Vita sulla terra. Il libro tratta uno degli aspetti più interessanti e controversi del genere umano; vengono minuziosamente analizzate le varie teorie scientifiche e filosofiche, il tutto attraverso un percorso tra Scienza, Fede e Ragione.

Nel 2019 pubblica una nuova edizione del libro: Giochi di strada e Tradizioni popolari

Infine, nell’aprile del 2020 esce, con molte altre poesie, la nuova edizione, del libro: Dialogo con la vita.

SINTESI DEI RICONOSCIMENTI

È presente nelle seguenti Antologie:

Premio Poesia, Prosa (Il Convivio 2018)

Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca” 2019

Premio Pontevecchio – Firenze 2019

Enciclopedia di Poesia Italiana (Fondazione Mario Luzi)

Premio Internazionale di poesia – Città di Varallo 2019

Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” 2019

E tante altre.

Le sue opere hanno ricevuto diversi riconoscimenti:

“Libro d’Argento 2018” al Premio Inter. dell’Accademia Il Convivio per il saggio: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio “Keramos” al Premio Letterario Nazionale “Sul far della sera” 2019, per il Racconto: 

Il Vecchio contadino e il Giovane sapientone. 

Diploma d’Onore al concorso Premio Letterario “Milano International 2019” per il libro Origine della vita” – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio Letterario Mons. “Giuseppe Petralia Vescovo e Poeta” 2019 per il volume: Giochi di strada e Tradizioni popolari. Il Convivio Editore.

Questo riconoscimento viene assegnato a “personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.”

Come poeta ha ricevuto:

Menzione d’Onore al Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca 2019” per la poesia Sognar l’Amore.

Menzione al Premio Artistico Letterario Nazionale “Sul far della sera 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Diploma d’Onore e Menzione d’Encomio al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti 2019” per la poesia Ciò che mi resta.

Premio Internazionale di Poesia “Città di Varallo 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Premio Letterario Internazionale “Universum Switzerland 2020” per libro Origine della vita- Creazione divina o Generazione spontanea?

Poesie – Sopra di me le Alpi di George Gordon Byron [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Le Alpi che si stagliano su uno dei tanti paesini dell’Alto Adige, fanno da apripista alla poesia di George Gordon Byron dal titolo Sopra di me le Alpi, ribloggata dal blog Cantiere Poesie. Buona lettura e condivisione…:

Cantiere poesia

ABOVE ME THE ALPS

Above me are the Alps,
⁠The Palaces of Nature, whose vast walls
⁠Have pinnacled in clouds their snowy scalps,
⁠And throned Eternity in icy halls
⁠Of cold Sublimity, where forms and falls
⁠The Avalanche—the thunderbolt of snow!
⁠All that expands the spirit, yet appals,
⁠Gather around these summits, as to show
How Earth may pierce to Heaven, yet leave vain man below.

§

Sopra di me stanno le Alpi,
i palazzi della Natura, le cui immense pareti
lanciano tra le nubi pinnacoli coperti di neve,
e l’Eternità troneggia nelle caverne gelate
di fredda sublimità, dove si forma e cade
la valanga – la saetta di neve!
E tutto ciò che lo spirito emana
si raccoglie intorno a queste sommità,
per mostrare come la terra
possa toccare il cielo
lasciando in basso l’uomo
con la sua meschina superbia.

GEORGE GORDON BYRON

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Recensioni – Incerto confine, nota critica di Antonio Fiori

Riguardo la silloge di Stefano VitaleIncerto confineEdizioni Disegnodiverso (2019) , pubblico la nota critica di Antonio Fiori. Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Albertina Bollati

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Stefano Vitale

Il libro evoca l’invisibile confine di Giorgio Caproni ed intona le parole di un alfabeto che si sta rivelando muto; il poeta chiede allora soccorso al disegno e al colore, al corsivo disperato, allo spartito musicale, alla nuda cronaca, che riescono insieme a dare un corpo e una voce alla poesia. Stefano Vitale è in simbiosi con Albertina Bollati – il poeta e l’artista, la parola e le immagini in controcanto. Il progetto è umile e al contempo ambizioso: aiutarci a restare umani, a resistere alle derive, prima che la nostra parola resti definitivamente prigioniera del silenzio interiore. Bisogna dunque assecondare la “clandestina urgenza dell’andare/…/ con la voglia di fuggire/ oltre il rischio della resa/…/oltre il flusso arrogante del tempo.” Ma poi scopriamo, in una strofa dai toni caproniani, che “il nemico corre accanto a noi/ con sguardo atterrito forte ci abbraccia./ E s’incunea, s’aggroviglia./ Dio, come ci rassomiglia!”.

Il poeta, in questa urgenza, non può che attraversare la poesia civile (“Chiudere i porti”), interrogarsi e interrogarci (“Ma a che serve ricordare?”), affacciarsi al mondo “Affacciàti”), affrontare il discorso metapoetico (“Alfabeto muto”). E alla fine un dubbio (e una scoperta): “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine…” o addirittura: “Nascondersi non è un delitto…essere vetro dissimulare.”

Un libro coinvolgente, che vuole accompagnarci e sostenerci, arricchito da illustrazioni sapientemente colorate e dai tratti quasi infantili. Attraversato l’incerto confine e adempiuto al suo compito, il percorso poetico di Stefano Vitale si chiude sul mistero del tempo e della Parola: “il tempo è altro tempo, fuori dal calcolo” e “La chiave è nella Parola/ suono che resta accanto”, lasciando forse intravedere, in quella maiuscola, l’unica parola il cui alfabeto mai diverrà muto, quella ultraterrena.

Antonio Fiori

Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di aprile in piena pandemia da coronavirus

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio professoressa e scrittrice, inserito nel Vesprino del mese di aprile 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care Amiche, Cari Amici tutto il mese di aprile si può sintetizzare in poche parole : quarantena, “io resto a casa”, notiziario, protezione civile, terapia intensiva, “tamponare” o meglio fare un tampone. Mi rendo conto che questa distinzione appaia sottile, ma non vedo la necessità di forzare il nostro lessico, già ampio e fornito di lemmi adeguati a molte evenienze, più di quelle che possiamo pensare. Ma i tempi sono confusi e incerti e si prende la prima espressione che capita all’orecchio. Con buona pace della nostra stampa, anche la più qualificata, corriva sempre più ad ogni grossolanità.

Pochi i giornalisti che si cimentano in informazioni articolate e aderenti a quello che è veramente accaduto, espresso in lingua non soltanto corretta, ma ricca di sfumature lessicali. Non desidero soffermarmi sui luoghi comuni di quest’esperienza dura per tutti del Covid-19. Il bilancio lo dovremo fare tra qualche tempo, quando ci sarà la giusta distanza per capire e comunicare , sine ira ac studio, quanto è veramente accaduto, quanto è stata fatalità e quanto errore umano, quanto esteso e peloso il narcisismo mediatico. Adesso forse è meglio cercare di tenere insieme i frantumi della nostra vita, psicologica, professionale, sociale, economica per resistere noi, per potere aiutare chi ne ha bisogno, orgogliosi di appartenere ad un’associazione, il Lions International, che è in grado, grazie al contributo degli associati, di intervenire in maniera cospicua là dove è necessario.

Gabriella Maggio

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Recensioni – Il professore e narratore Salvatore Tocco scrive della silloge Terre rare e chicchi di melograno di Emilia Ricotti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che il professore e narratore Salvatore Tocco ha dedicato all’ultima raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della scrittrice Emilia Ricotti (nella foto sopra).

Terre_rare_e_chicchi_di_melograno
Copertina del libro

La raccolta di poesie di Emilia ci pone dinanzi all’interrogativo che si pongono gli uomini di cultura negli ultimi decenni del secolo scorso: qual’è il senso dell’arte e della letteratura nella società di massa, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Walter Benjamin prima di finire suicida per sfuggire ai nazisti, aveva evidenziato la perdita di aura  come effetto della riproduzione di massa. Il museo crea un effetto di straniamento. Theodor W. Adorno, leader indiscussso della scuola di Francoforte,  alla fine della guerra sentenziava:  “Fare poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.” Aveva apprezzato Gottfried Benn, Paul Celan, la denuncia dell’ orrore delle guerre. Era il teorico della musica atonale. L’armonia ottocentesca gli sembrava alienare la mente attraverso il coinvolgimento emotivo. Ma è il problema che attenzionava già uno dei maggiori  drammaturghi del Novecento, Bertold Brecht. Alla forma drammatica del teatro tradizionale, come della poesia, (coinvolgono lo spettatore e ne esauriscono l’attività, producendo emozioni) egli oppone il teatro epico, ma anche la poesia epica. Compito del poeta epico è rendere il lettore-spettatore attivo, sottoporlo ad argomenti, portarlo a decisioni. Usa cartelli che bloccano il fluire delle storie e sintetizzano la tematica, evitando il puro coinvolgimento emozionale catartico.

Nel Novecento Elioth e  Montale teorizzano una poesia scabra ed essenziale, Ungaretti cerca la parola che schiuda il miracolo. La poesia oggi tenta di sfuggire alla censura di Adorno, ma il poeta parla spesso di se stesso, del proprio mondo interiore. Fuori c’è la tragedia, le guerre e i fuggiaschi, chiamati con un eufemismo migranti, i campi di concentramento di milioni di persone indifese, le potenze che hanno solo di mira i beni dei paesi poveri, le terre rare, gli affari di pochi ricchissimi e la trascuratezza verso la fame dei poveri,dei diseredati. Ma come si può fare poesia sopra le nuove mire espansionistiche, predatorie. Sopra il crescere dei nazionalismi isolazionisti e rapaci? Emilia Ricotti ce ne da un esempio. O almeno ci prova. Si può fare poesia attraverso un canto che non crei miti, che non favorisca i sogni, l’intimismo. Questa poesia è, questa sì, scabra ed essenziale. Più severa della beat generetion.

Il libro Terre rare e chicchi di melograno è un atlante dei drammi presenti nel mondo, rappresentato senza mediazione linguistica. Come in  un telegiornale ci scorrono davanti centrali operative di guardie costiere che dovrebbero favorire il soccorso in mare di profughi su un gommone, con precisione giornalistica ci comunica ore, giorno e anno, la contabilità dei morti. La poetessa si pone dura a tu per tu di fronte al ministro cinico, spietato. Espone la banalità del linguaggio burocratico di fronte alla banalità del male. La barca che si rovescia, il carico di donne,  bambini, uomini riversati in mare come chicchi di melograno. Annaspano nell’acqua disperati, finché il mare non li inghiotte. Come in ogni poesia epica la conclusione è una denuncia nei confronti delle responsabilità del mondo civile, che non vuole vedere i risultati delle proprie azioni, assumere le proprie responsabilità. L’ironia diventa sarcasmo contro i potenti. La parola è secca, non ricercata, da notiziario, ma colpisce come un pugno nello stomaco.  Voltiamo pagina dell’atlante. Seguiamo la poetessa che ci guida in una discesa agli inferi:  come Virgilio fa con Dante, Emilia ci porta in Congo. Il nuovo imperialismo unisce i governi   dei paesi africani, ai pescecani delle potenze vecchie e nuove nello sfruttamento delle miniere, nelle rapine dei minerali preziosi. L’ironia genera un effetto di straniamento, scuote il sarcasmo di fronte allo sfruttamento del lavoro infantile. Una sola similitudine finale evita ogni commozione e fa riflettere. L’atlante ci porta in Galizia, dove la marea nera  causata da da una petroliera mal ridotta, distrugge  la vita. La poetessa ci concede solo un verso lirico, montaliano: l’orizzonte in fumo. Poi ci martella la testa con l’ossessiva anafora finale, fortemente accentata. E’ l’assoluto dominio della paratassi opportunamente misurata,  a rendere ossessiva la rappresentazione delle tragedie: le guerre, i bombardamenti dalla Palestina, all’Iraq, allo Yemen; i profughi, i gommoni carichi di fuggiaschi, gli annegati, Pantelleria, Lampedusa ci fanno attraversare  un mare di disumanità. Con la velocità dello sfogliarsi di un atlante. Su tutto regna la pietà, la sua pietà per un’infinita catena di casi, che si estendono e paiono non avere fine. Ridotti i verbi che indicano azione, ci vengono posti innanzi una serie visiva di quadri, noi vediamo in successione le immagini di quelle morti, di quegli sfruttamenti. Raramente ci fa godere di qualche espressione fiorita, una similitudine, una metafora. E’ questa una poesia severa, un’antipoesia. Si percorre l’Italia, si attraversano le isole, si consuma l’animo nel declinare l’elenco delle indifferenze e complicità. 

Emilia Ricotti
Emilia Ricotti alla Real Fonderia Palermo

E dove si può concludere il viaggio nel dolore se non in Libia. Nell’oasi di El Gatrun, il più grande campo di concentramento.  La denuncia degli accordi TripoliRoma, indignano e all’indignazione segue il sarcasmo dell’invettiva finale nella quale si rivolge direttamente al presidente.  La poesia abolisce le gerarchie. In ogni poesia, brevi, ma incisive, scorrono i periodi. La paratassi martella, colpisce con la denuncia la disumanità del potere, richiama i  potenti. Come osate, dice.  Come avete potuto! Voi sapevate! Mi richiama alla memoria, questa poesia, l’espressionismo del più grande poeta futurista, il russo Majakovskij de La guerra è dichiarata: la data iniziale, l’elenco dei paesi in guerra, giornali della sera, l’orrore. E dunque questa poesia ci illumina, ci chiarisce la realtà storica in cui viviamo, non  solo ci commuove. Ci strazia. Ci fa dire a ciascuno di noi: sono io innocente?

Salvatore Tocco

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Poesie – “Meditare e sentire” di Antonino Schiera (Il Convivio Editore)

Ringrazio Giovanna Fileccia che ha parlato nel suo blog della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

Giovanna Fileccia "Io e il Tutto che mi attornia"

Oggi per #Tiraccontounlibro vi propongo la silloge “Meditare e sentire” di Antonino Schiera. Il Convivio Editore 2019. Buon ascolto con #Tiraccontounlibro di Giovanna Fileccia https://m.facebook.com/story.php?stor…

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Magazine – Il numero 80 del Trimestrale di Poesia Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio

Ripubblico il post che contiene il numero 80 del Trimestrale di Poesia Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio e il bando del Premio Internazionale Poesia, Prosa e Arti figurative Il Convivio 2020. Da notare che c’è un aggiornamento riguardo una delle email da utilizzare per l’invio delle opere. Invito, pertanto, gli autori a tenere conto di questa variazione.

Antonino Schiera Riflessioni d'Autore

Mi fa molto piacere scrivere del Trimestrale di Poesia, Arte e Cultura dell’Accademia Internazionale Il Convivio direttamente collegato alla casa editrice Il Convivio Editore, in quanto la mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire è stata pubblicata con loro. Riporto direttamente dal sito: “Il Convivio Editore è un marchio di qualità da anni presente nel panorama italiano e che propone ai lettori opere singolari dal thriller al romanzo letterario, dal giallo al fantasy, dai libri per bambini alla saggistica universitaria, dalla poesia ai libretti teatrali. Inoltre, è presente nei più prestigiosi saloni del libro, nelle fiere letterarie, nelle librerie e nei circuiti on-line“.

Il trimestrale è stato fondato da Angelo Manitta ed è diretto da Enza Conti coadiuvati da Giuseppe Manitta. Nelle sue pagine è possibile trovare articoli di stampo culturale, recensioni, commenti, notizie con un occhio attento all’arte pittorica.

Scrive la direttrice Enza…

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Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di marzo: il suo interessante punto di vista sul coronavirus

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio inserito nel Vesprino del mese di marzo 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care amiche, cari amici il mese di marzo è stato segnato a fuoco dal corona virus. Le nostre abitudini, le nostre certezze, le nostre fiducie sono state scosse proprio quando godevano del nostro pieno affidamento. Almeno così generalmente pareva. In pochi giorni abbiamo fatto esperienza della nostra fragilità, nonostante la sofisticata tecnologia di cui disponiamo e i potenti mezzi di cura che pure possediamo e che hanno risolto o reso vivibili molte gravi malattie. Alcuni che hanno dimestichezza con la letteratura hanno ricordato tanti autori a cominciare da Omero che nell’Iliade parla di “un feral morbo” che fa perire i guerrieri achei. Ma è solo un modo per consolarsi e dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. O meglio che le nostre reazioni sono sempre le stesse, paura, incredulità, dubbio, sbruffoneria in tutte le sfumature possibili. Questa è la forza della letteratura, la conoscenza dell’uomo.

Personalmente penso che sia preferibile guardare la situazione per quella che è, nella sua severità e cercare lì, nei dati a disposizione, degli elementi esplicativi. La microbiologia ha fatto grandi progressi che però non sono in grado ancora di risolvere l’attuale problema perché non conosce bene questo tipo di virus. Procede a tentativi cercando di mettere a frutto le conoscenze acquisite in esperienze precedenti. Ma non dobbiamo scoraggiarci, la scienza ha percorso un lungo cammino fino a noi sempre accettando le sfide e impegnandosi a superarle. Questa esperienza del corona virus ci dimostra che non siamo noi i padroni del nostro pianeta. Perciò dobbiamo imparare a coabitare con gli altri esseri viventi, virus inclusi. Intanto la condizione più ovvia da mantenere con tranquillità è quella della quarantena, della distanza, dei guanti e della mascherina. E nel frattempo mettere a frutto questi giorni liberi dalle abituali occupazioni intensificando la cura di sé, del proprio corpo e della propria mente. Ciascuno secondo la propria inclinazione.

Gabriella Maggio

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Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale, verso un’apparente normalità (4)

Il 4 maggio 2020 è alle porte, mancano poche ore. Come spesso accade il popolo italiano è diviso in due distinte fazioni o correnti di pensiero: una tende al pessimismo e alla paura e teme che la riapertura possa rappresentare un boomerang dagli effetti imprevedibili. L’altra invece tende all’ottimismo sperando che le paure legate ad una maggiore esposizione delle persone, siano infondate. In ogni caso dobbiamo fidarci, cominciare a riprendere in mano la nostra esistenza e sperare che le autorità competenti recitino bene il loro ruolo di controllori, ma anche di decisori riguardo le soluzioni e le strategie da adottare in futuro.

4 maggio 2020
Una data importante

Va detto però e di questo sono profondamente convinto, che ciascuno di noi ha una grandissima responsabilità. Il comportamento di ogni singolo individuo, anche per effetto dell’emulazione, è importante. È come enorme un’onda che si muove in una certa direzione e con una certa forza, grazie alla fisica che unisce ogni particella della stessa determinandone gli effetti più o meno disastrosi. Pertanto in questa fase, la famosa fase due come tutti la definiamo, perché non usare tutti indistintamente la mascherina? Perché non cercare di mantenere la distanza tra noi? Perché non decidere di rispettare comunque tutte le norme di igiene? Perché non continuare a stare in casa, uscendo soltanto se strettamente necessario? Facendo nostro una sorta di decalogo e di modellamento naturale, dettato dal buon senso personale che non va percepito come un’imposizione dall’alto. In quanto tutti sappiamo che l’uomo in generale non ama subire restrizione della propria libertà. È un sacrificio che perde di valenza negativa perché parte da una scelta personale per il bene di tutti.

Quando iniziò il periodo del coprifuoco scrivevo che era necessario vivere nella certezza di una evoluzione in positivo della nostra condizione, come conseguenza della fede e della speranza. Oggi desidero aggiungere a completamento della mia riflessione altri elementi: approccio positivo, reattivo, resiliente, consapevole.

  • approccio positivo: dobbiamo tenere alto il tono dell’umore il che serve ad aumentare le difese immunitarie.
  • approccio reattivo: dobbiamo reagire a livello fisico e intellettivo con l’allenamento quotidiano.
  • approccio resiliente: dobbiamo operare un virtuoso cambiamento del punto di vista per apprezzare e potenziare a livello di percezione le cose positive
  • approccio consapevole: dobbiamo cercare di conoscere e rispettare le regole, ascoltando attentamente la vocina dell’Io genitore che ci consiglia la prudenza.

La professoressa Domenica Perrone ha sintetizzato ulteriormente il concetto estendendolo nell’ambito poetico: bellezza, poesia, resilienza. Francesca Perrone, che ringrazio e saluto, è Professore Ordinario presso l’Università di Palermo dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea ed è anche Presidente del comitato di Palermo dell’Associazione Culturale Dante Alighieri.

La domanda finale è: quanto deve durare ancora tutto questo? La risposta non ce l’ha nessuno, ma Panta rei (Tutto scorre), citando Eraclito anche se dell’attribuzione non v’è certezza, in quanto tutto è in divenire e speriamo tutti in senso positivo.

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Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti recensite da Michele Barbera

Josè Russotti copertina Dietro al buio
Copertina del libro

“Ma a notti è fatta suru di sirenzi, 

unni mi peddu e mi cunfunnu 

intra stu mancanti i nenti 

iapru ‘u cori e mi lassu iri”.

(ma la notte è fatta solo di silenzi, 

dove mi perdo e mi confondo

dentro questo vuoto di nulla 

apro il cuore e mi lascio andare).

da: Arrèri ô scuru (Lepisma Floema – Controluna Edizioni)

 

Inizia con alcuni versi in vernacolo del poeta José Russotti (nella foto in evidenza), la recensione dello scrittore siciliano Michele Barbera che pubblico volentieri augurando buona lettura ai miei lettori (Antonino Schiera):

Arrèri ô scuru, Dietro al buio, poesie di José Russotti

José Russotti, il cui estro poetico è già ben noto ai nostri lettori, ci ha donato con la sua nuova silloge “Arrèri ô scuru” (Controluna Edizioni, 2019) un emozionante dualismo poetico, in cui lingua italiana e dialetto mavvaggnotu si incontrano in modo simbiotico e rendono trepidante omaggio a quelle emozioni che il critico definì “scissioni dell’animo”, ovvero pure e nude verità emozionali. 

José, da assoluto cantore dell’anima siciliana e poeta celebrativo della “bella lingua”, è riuscito a sanare il mortificante dualismo dialetto-traduzione, esaltando la musicalità poetica di entrambi i registri linguistici, talché la silloge è godibilissima nelle due anime interne che si specchiano l’una nell’altra.

La silloge è afflato di silenzi e grida che animano illusioni di vuoto e nulla, ma anche germinazioni di sentimenti caldi e passionali, ritratti impressionistici e calde emozioni a volte devastanti, come la lava della Muntagna che scorre, linfa vitale e nascosta, tra i versi dei fogghi mavvagnoti di José. 

Tenero e struggente è il messaggio di Senzio Mazza, che apre la silloge, monito ed insieme testamento spirituale a José Russotti, illuminante più di mille ed acute recensioni. Senzio, poeta dialettale finissimo, ma anche vecchiu chi bramìa, depositario di una tradizione letteraria secolare, esprime in modo semplice ma efficace il timore che la “santa palora siculana” vada perduta. L’animo dell’anziano poeta si rallegra leggendo i versi di José, mùsica e meli, per tutti coloro che vivono ‘mpettu la Muntagna. Il tempo diventa così, un inutile diaframma di fronte all’eternità dell’arte poetica, tradizione e patrimonio spirituale, ed allo stesso tempo, luogo immaginifico che frantuma la caducità dell’essere umano. Un messaggio generazionale forte, dall’alto valore simbolico. Parafrasando Pascal, nell’esortazione a José la poesia, eredità spirituale, amplifica così tanto le emozioni “che facciamo dell’eternità un niente e del niente un’eternità”. 

“Vuoto di nulla” che apre il cuore e lascia il poeta “nudo e solo” su un tappeto di pensieri. José non si nasconde dietro i versi, gioca a dadi col destino, diventa funambolo del desiderio, sospeso nel buio.  
Il dialetto scolpisce i versi nel legno vivo e duro, impregnando le liriche di antinomie e di ossimori: sfugge la dimensione del reale, la poesia irride l’illusione di vivere, ma celebra anche l’ansia del puro, la “fini d’ogni cosa” nelle “dumanni senza risposti”.

Michele Barbera
Lo scrittore Michele Barbera

Nelle liriche della silloge, la dimensione onirica ed ineffabile del sentimento poetico si scontra con la salda concretezza di un’esistenza viscerale, scevra di ipocrisie, fiorita “in un pugno di sole con attorno il mare”. Inevitabile il richiamo a Malvagna, alle pendici della Montagna, al paesaggio solare, al fuoco che brucia, alla civiltà che ha radici ataviche, ai legami familiari forti, saldi, certi, da meritare il totale ed “eterno abbandono”. 

Spesso l’uso del dialetto implica un genetico e funzionale policentrismo radicale: geografico, storico, antropologico, dove l’idioma localizzato diventa semeiotica isolazionista, comunicazione iniziatica, fatta non solo di parole, ma di simboli, di segni, di sfumature. José Russotti spezza il localismo verbale, gioca con i fonemi nel duplice registro compositivo e ne fa veicolo di messaggi empatici, universali, densi di atmosfera dominante, in cui ogni antagonismo idiomatico si arena sulle sponde del canone poetico. 

La densità dell’ispirazione poetica è pari al suo pluralismo: le relazioni affettive, l’intimismo arcaico, la sensibilità verso la Sicilia, alma mater, sin’anche la passione politica che trasmuta in rivendicazione sociale, le voci che “si chiamanu” dei migranti in mare, tutto diventa metafora di quel sentimento “vivu e dannatu” che agita l’animo del poeta che affronta, solo e nudo, i contrasti e gli affanni della vita terrena.  

Quasi in una rilettura del dubbio esistenziale che riecheggia i sepolcri foscoliani, anche la morte, specie quella solitaria, nascosta, non confortata dal pianto, diventa occasione di angoscia: “si moriri è tintu e nun duna abbentu / ancora chiù tintu è moriri a mmucciuni”. Il tremito della speranza, che fugge i morti, è amplificato dallo “spleen” (è José che così trasla “cassariamentu”) della insoddisfazione al vivere, della sofferenza che travaglia l’uomo. 

Il sentimento dominante, la cifra originale di José, è, così, l’ansia del puro, il tormento dell’innocenza, a cui solo la poesia, vera catarsi dell’anima, può trovare rimedio. Nell’amore verso chi ama, nell’amicizia, nell’afflato degli ideali, nella natura che non inganna, nei rimpianti dell’essere bambino, José ritrova orizzonti di silenzio, dove si placa ogni tensione emotiva e si rasserena l’inquietudine. 

Ci piace chiudere la lettura delle poesie di José con la doverosa citazione di “Suri d’austu”, Sole d’agosto, dove il montaliano meriggiare pallido ed assorto si veste di sembianze umane, un dialogo che diventa idillio di emozioni solari, nel canto delle cicale, tra i rami di un umile albicocco, a cui “u ma cori si ttacca e si ruspigghia all’umiri lampu di fidi”. Un umile barlume di fede, un rischiarare di speranza, che diventa liricità d’immensa eco ungarettiana, uno sbirciare l’infinito al di là della siepe cara a Leopardi, una metafora naturalistica che invita a guardare con fiducia al domani, al di là del buio, arrèri ô scuru. 

Michele Barbera (visita il suo blog)