L’angolo di Cinzia Baldazzi – I versi di Paolo Parrini tra attesa e ricordo.

di Cinzia Baldazzi

Paolo Parrini

Un uomo tra gli uomini

prefazione di Giulio Greco

Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (NO), 2020

pp. 96, € 12,00

  

Nell’aprire le pagine di Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini mi sono fermata sui versi iniziali:

Ho scritto quel che senza voce ho udito

abbracciando vita, corpo e Dio.

   E ho ripensato, chissà, ad alcune domande poste da Confucio: «Se non sei in grado di servire gli uomini, come puoi servire gli spiriti? Se non hai ancora compreso che cos’è la vita, come potresti conoscere della morte?».

   Parrini completa così la sua quartina:

Pronto a esplodere, a morire

m’hanno salvato la penna e la poesia.

   È allora apparso chiaro un importante punto in comune, utopico ma affascinante, tra l’antichissima dottrina dell’estremo oriente e la scrittura contemporanea del nostro poeta: vale a dire, la prevalenza della fattualità dell’esistenza, con le sue attività creative, sulle astrazioni del concetto di individuo.

   Il contesto, l’universo di pertinenza in cui transita il repertorio parriniano – svolto lungo sessanta componimenti raggruppati in tre sezioni: “E morendo ho vissuto”, “La luce che viene”, “Mentre il sole cadeva sui miei occhi” – promuove uno stile (ha ragione Giulio Greco, autore della prefazione) che «spesso confina nell’aforisma»; e al pari dei messaggi di Confucio, di Gesù o di Buddha, coltiva forme espressive e contenuti sintetici, diretti, a volte impreziositi dall’allusività di un apologo:

Cercavo acqua da bere

trovai la tua sete

così uguale alla mia.

   In altri casi, affidati a brevi, lapidarie osservazioni concrete:

Solca il viso ogni ora

si fa ruga nuova.

Ogni ruga ha il tuo nome,

ha il tuo nome ogni ora.

   Il tutto avviene in una classe di riferimento – ovvero il piano ontologico – equivalente a un “organismo” in cui l’interno e l’esterno, la conoscenza e la relazione, la poesia e il reale, mostrano inscindibile reciprocità. Nelle strofe di Parrini, la natura suscita la bellezza e il disagio, la felicità e l’assenza, il mattino e l’oscurità, edificando un intero microcosmo nel quale è necessario e urgente comprendere il momento presente, poiché ogni cosa potrebbe all’improvviso svanire:

Il mare

non arriva a questa casa.

Ha una voce di sale e di vento

Libeccio

È un sorso d’acqua

che brucia.

Un volto, volato via.

   L’insieme della φύσις, del mondo naturale, trapela frammentario, quasi scaturisse dalla convinzione che, essendo la verità utile a vivere e ad amare, sia proficuo coglierla in senso obbiettivo solo in singole vicende, anche minimali: in uno sguardo o un gesto, un suono oppure un colore,  consapevoli di quanto i procedimenti conoscitivi per mezzo della poesia possano costituire un modello costruttivo di stile e comportamento personali, sociali, in sintonia con l’impegno morale di tante culture a noi lontane, al pari di quella estremo-orientale. Tutto ciò risulta particolarmente stimolante perché l’uomo di Parrini, «tra gli uomini» di oggi, appare figlio di una civiltà assai vasta, di esperienze storiche ampie e percettibili, versatile rispetto a condizionamenti esterni, e soprattutto portato a uno spiccato sincretismo, come mai avvenuto in passato.

   Così il sinologo Paolo Santangelo scrive di Confucio: «Se fosse stato possibile, egli avrebbe persino evitato di parlare», nella convinzione che «la verità si può cogliere concretamente e in singole situazioni, ma che ogni tentativo di elaborare un quadro completo non fa che impoverirne o travisarne l’infinita ricchezza».

   I testi di Un uomo tra gli uomini, segnati dall’apparenza del “frammento”, composti “per sottrazione” anziché tramite accumulo, sembrano votati all’esplorazione dell’unità minimale della poiesis (salvo poi a distendersi nelle ultime pagine della raccolta). La ricerca dello scrittore è evidente là dove scorre lento e inesorabile il tema della morte, come nei tre brevissimi exploit posti uno di seguito all’altro nella prima sezione:

Sulle colline della vita mia

dolcemente muore ogni sera.

Feroce la vita

tiene per i polsi

misurando i battiti.

Qualcosa, sempre, muore.

Un giorno saremo,

la mia ombra e io,

fratelli di sangue.

   L’Io narrante di questa raccolta evita, peraltro, di cedere alla tentazione di ritenere banale l’interdipendenza di forma-sostanza: si tiene lontano dal sottovalutare la seconda, riuscendo al contempo a non incorrere nell’errore di enfatizzare il formalismo fine a se stesso.

   Per l’individuo di Parrini la strada dell’esistenza è in salita, rappresenta una dura prova, continua, compatta. L’immediato di rado produce appagamento, le verifiche ingannano e conducono sino a un esito fatale coincidente con la somma degli insegnamenti:

Morire mille volte e mille volte vivere:

inesausta sete

di venire al mondo ogni mattina

per morire inghiottito dalla sera.

Mille volte e ancora morire

un poco ogni giorno morire.

Poi finalmente imparare.

   Il crudele θάνατος attraversa molti brani nella parte centrale del libro:

La luce troppo forte

del mattino

aveva la sfrontatezza della morte,

senza avvertire era ferita.

   Dopo una iconografia naturalistica e una simbologia antropomorfica, affiora la sofferenza di un soggetto vissuto nel contemplare “i sentimenti nei sentimenti”, ovvero entro la propria coscienza che «senza avvertire era ferita». La strofa di Parrini appena riportata esemplifica il complesso di segni-segnali dell’intera antologia: pur trasfigurando il contesto in virtù di elaborate scelte poetiche, lo restituisce per ognuno di noi intenso e riformulabile.

   Per meglio comprendere il meccanismo all’opera in questi versi, vorrei richiamare l’apertura del celebre volume I miti della parola, nelle cui pagine il critico Francesco Flora indagava l’essenza di cellule verbali e artistiche fondate sulle associazioni della memoria individuale: «La fantasia costruisce anche i mondi più impossibili e irreali sempre con frammenti di tempo già conosciuti e sperimentati, con elementi cioè di sensazioni vere, combinate in nuova armonia». È necessario però un energico attaccamento alla vita, comunque rinnovato dalla parola: e sono d’accordo con Giulio Greco nel sottolineare come Parrini si voglia assimilare agli «eterni bambini in attesa».

   Ancora illuminanti, a distanza di oltre mezzo secolo, sono alcuni passi di Flora: «V’è dietro ogni figura o immagine di poesia un certo fluido spazio che ogni lettore riempie a suo modo, soprattutto con ricordi d’infanzia; e la visione poetica si fa corporea proprio per quelle linee personali che la nostra singola esperienza di vita apporta alle sillabe e ai segni dello scrittore». Ecco un esempio nell’ultima sezione di Un uomo tra gli uomini:

Ho accompagnato mia sorella per mano

su un grande prato bianco

la tenevo stretta per non farla cadere

mi guardava senza vedermi

luce bianca, tra le mie dita.

Le ho chiesto aiuto

da tanto non respiravo il suo odore

e quanto mi era mancata

lo scoprivo ora, tra quell’erba

senza tempo

mentre il sole cadeva sui miei occhi.

   La struttura logico-intuitiva è raffinata, con una tensione informativa e di stampo emozionale davvero ragguardevole, nonché all’altezza di accompagnare il lettore all’interno della funzione estetica del linguaggio (così la definiva Roman Jakobson), di “addestrarlo” magistralmente ad accogliere l’evenienza di ricevere un messaggio basato sulla sua matrice autoriflessiva ma in progress, sempre disponibile ad accrescersi, a riformularsi.

   Se dovessi indicare la chiave esegetica primaria di Un uomo tra gli uomini, suggerirei tuttavia l’amore in sé:

Il sasso che sconvolge

il piatto stagno.

Questo sia l’amore

dentro la tua vita.

   La passione e l’innamoramento possono essere considerati il leitmotiv della silloge, in un’oscillazione ininterrotta di bene-male, ardore-nostalgia, capace di coinvolgere il destinatario sino a renderlo autore di propri codici, etici e ideologici, in grado di riproporre senza sosta il contenuto “amore” nella polarità inquietante del ménage quotidiano tra calma e contrasto, estasi e tormento:

Nei volti che hai amato

si stempera il nucleo delle cose

ogni mistero in questa vita

prende un nome

rinasce e muore

il senso del dolore.

Gli specchi dove non ti riconosci

trascolorano le notti senza sonno

il bambino fatto vecchio

il risveglio dentro il mondo.

E faticoso è il passo di domani

attende ancora finché spiova

che tra i rami nelle foglie ancora vive

il tuo sorriso nuovo incontri il mio.

   Negli anni Ottanta, il sociologo Francesco Alberoni spiegava: «La vita quotidiana è caratterizzata dal dover sempre fare qualcosa d’altro, dal dover scegliere fra cose che interessano ad altri, scelta fra un disappunto più grande ed un disappunto più lieve. Nell’innamoramento, fra il tutto e il nulla. È come se ogni giorno noi ottenessimo quanto nella vita quotidiana è impensabile: un regno, il potere, la felicità e la gloria».  

Nel leggere, e rileggere, Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini, sarà possibile toccare e assaporare una felicità in genere difficile da cogliere.

Paolo Parrini nasce a Vinci (FI) nel 1964, si diploma in maturità scientifica nel 1983 e si laurea in Scienze Politiche all’Istituto universitario “Cesare Alfieri” di Firenze. Da sempre ama leggere e scrivere: i libri sono stati e sono la sua compagnia in tutti i momenti, belli e meno belli, della sua vita. Ha esordito con le poesie giovanili raccolte in Di vita, di solitudine e d’amore (2016) edito da Pagine. Con Aletti ha pubblicato Di luce e d‘ombra (2016) e Tra la terra e il cielo (2018), con La Vita Felice Oltre il buio della notte (2019), con Ladolfi Quando cadranno i giorni (2019) (questi ultimi due con la prefazione di Renato Minore). Ha ottenuto premi e menzioni in vari concorsi.

2 Comments

  1. Sublime la tua recensione Cinzia per come riesci ad entrare sempre nella profondità del pensiero laddove espresso con parole all’apparenza semplici ma che racchiudono un mondo infinito ed immagini che si configurano spesso come visioni.
    Mi soffermo con te sui versi iniziali e sulla loro grandezza. Le riflessioni a cui portano non sono poche ed ancor più mi piacciono i versi “pronto a esplodere, a morire/m’hanno salvato la penna e la poesia”.
    Il concetto della poesia come salvezza in cui mi ritrovo perfettamente.
    Ma tutti i versi da te citati mi portano ad apprezzare del poeta Paolo Parrini, che non conoscevo, il suo stile, la scelta lessicale, la raffinatezza del suo pensiero, la struttura dei versi.
    Bravi entrambi, tu, Cinzia per l’ottima recensione e l’autore per la sua opera così coinvolgente.

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