L’angolo di Cinzia Baldazzi – Intervista allo scrittore Emanuele Sapuppo

Emanuele Sapuppo

di Cinzia Baldazzi

Nel settembre del 2015 Emanuele Sapuppo, all’epoca quarantenne, parte da Roma senza una destinazione prestabilita. Ha in tasca solo venti euro, il minimo necessario nello zaino per dormire e cambiarsi, e cinquanta copie de Il risveglio di Jacopo Canegatti, il suo primo romanzo appena pubblicato. È una sfida con se stesso: dimostrare come si possa provvedere al sostentamento solo scambiando e barattando il proprio libro. Torna a casa dopo aver percorso per trenta giorni il nord e il centro Italia. Racconta l’esperienza ne Il barattatore di libri, opera che ha avuto una diffusione capillare anche grazie al gran numero di persone incontrate durante il viaggio e rimaste poi in contatto. Emanuele ha nel frattempo scritto il suo terzo libro, 108 aforismi per un viaggio, rigorosamente prodotto in self-publishing come i precedenti.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino consigliava amaramente a ogni scrittore esordiente il mestiere di agente di Borsa: «Se uno non ha uno stipendio non può fare il poeta». Dopo diciannove anni di lavoro, hai abbandonato il posto fisso. Da quel momento, qual è diventata la tua attività principale?

Emanuele Sapuppo – Gesualdo Bufalino era anche un maestro nel gioco degli scacchi. A tal proposito mi viene da citare un aforisma: «La vita è una partita a scacchi in cui l’avversario è il tempo». Ecco, bisogna innanzitutto giocare e giocarsela, questa vita, facendo affidamento alla fede che innanzitutto nutriamo verso noi stessi. E lasciando il posto fisso ho avuto da subito una ricchezza immensa: il mio tempo. Inizialmente pensai di insegnare yoga; piano piano lasciai anche l’attività attoriale, nel contempo iniziai a scrivere testi differenti da quelli che fino allora scrivevo, ossia teatrali. In due anni circa scrissi il mio primo libro, Il risveglio di Jacopo Canegatti, e successivamente gli altri, affinché la mia attività principale divenisse quella dello scrittore.

9 settembre 2015: la partenza da Roma. Chi sapeva di questa tua decisione? Chi avevi avvertito?

Emanuele Sapuppo – Quando partii, nessuno sapeva del viaggio che avrei fatto. Era per me la conferma e la risposta a quello che già sapevo dentro di me, e cioè che nella vita “tutto arriva se lo pensi con il cuore”, tutto si manifesta se intraprendi il solco giusto, se segui la tua verità. Ecco cosa cercavo: questa risposta.

Ti sei ritrovato all’imbocco dell’autostrada Roma-Firenze: perché con destinazione Nord e non verso il Sud?

Emanuele Sapuppo – Uscendo di casa intorno alle due di pomeriggio, senza soldi e senza mèta, o meglio solo con venti euro, non avevo una destinazione: seguii l’istinto e la direzione fu quella del Nord Italia. Ma non è stato pensato.

Il barattatore di libri

L’itinerario di questi trenta giorni di viaggio è stato: Roma, Terni, Falconara, San Marino, Bologna, Padova, Milano, Bergamo, Cecina, Pisa, Falconara. Sono tutti approdi casuali o almeno qualcuna di questi era prestabilito?

Emanuele Sapuppo – Nessuna città è stata decisa prima della partenza. Durante il cammino ho voluto soggiornare in alcuni centri spirituali di cui sapevo l’esistenza, forse questa è stata l’unica scelta che mi ha portato in alcune città. A Bergamo ne approfittai per far visita a una cugina che non vedevo da molti anni.

Uno degli incontri cruciali è stato con la giovane Anna…

Emanuele Sapuppo – Incontrai Anna a Falconara subito dopo la sveglia della mia prima notte (avevo dormito in spiaggia con il sacco a pelo). Arrivai in stazione. Questa ragazza aspettava il treno per andare a lavorare. Mi avvicinai, le proposi di leggere il mio libro e lei in cambio mi diede il prezzo pieno, ossia otto euro. Ci scambiammo l’amicizia su Facebook e durante il viaggio spesso mi chiedeva dove mi trovassi: mi scrisse inoltre che se fossi passato di nuovo nelle Marche mi avrebbe ospitato. Che dire, un altro miracolo. Anna, seppur non conoscendomi, attraverso il mio libro capì che poteva fidarsi, e questa sua apertura cominciava a farmi vedere che nell’invisibile si osserva attraverso il cuore l’anima delle persone. E Anna ne aveva una molto grande.

Se Anna non ti avesse richiamato nelle Marche, dove avresti proseguito?

Emanuele Sapuppo – Avrei continuato per il Centro e poi il Sud, ma Anna è stata una pedina importante di questa partita. E, come si usa fare negli scacchi, con lei c’è stato, come dire, un bell’«arrocco».

Cosa ti avrebbe spinto verso il Meridione?

Emanuele Sapuppo – Sono nato a Roma ma le mie origini sono catanesi. Ho sempre sentito un attaccamento molto forte a questa terra: il solo pensiero di traghettare verso l’isola mi fa sentire un brivido forte, ogni volta che mi immergo nei ricordi. Specialmente quando, per i miei primi quarant’anni, decisi di fare un viaggio “in solitaria” per tutta la Sicilia. Arrivai il giorno del mio compleanno, il 24 luglio, in provincia di Catania, nei comuni di nascita dei miei nonni paterni e materni, Gaetano Sapuppo e Francesco Pedi, per richiedere i loro atti di nascita e riportarli incorniciati in un quadro ai miei genitori. Insomma, fu un vero ritorno alle origini.

Hai dichiarato che il viaggio si è configurato anche come una battaglia contro le proprie paure. Di cosa avevi paura?

Emanuele Sapuppo – Quella più grande era di ritrovarsi non soli, ma soli con se stessi. E dunque fare i conti con il proprio sé, con la propria anima. Grazie al cielo mi sono “trovato” e “ritrovato”. Diventando sempre di più mio amico.

I mezzi di locomozione: pullman, treno, autostop, BlaBlaCar…

Emanuele Sapuppo – Sì, è vero, ma anche molta strada percorsa a piedi, anzi, soprattutto a piedi, con appresso uno zaino, il sacco a pelo e cinquanta libri da barattare.

A proposito di zaino: conteneva un’agenda, una penna, lo Smartphone collegato a Facebook e WhatsApp, alcuni libri, pochi indumenti. Sembrano i mezzi magici necessari all’eroe delle fiabe per condurre a termine l’impresa…

Emanuele Sapuppo – Quando preparai lo zaino non ho pensato nello specifico a cosa portare. Mi piaceva l’idea della penna stilografica. Per i social non era importante, dato che non avevo alcuna intenzione di comunicare gli spostamenti che man mano facevo.

Ma forse il vero mezzo magico è stato il tuo libro, che hai portato con te nella misura di cinquanta esemplari. In base a cosa hai pensato che la tua opera potesse provvedere al sostentamento?

Emanuele Sapuppo – A dire il vero ero così fiducioso nell’impresa che avrei potuto barattare qualsiasi cosa. Certamente i miei libri sono stati il carburante necessario per partire e continuare il viaggio, ma oggi sono sicuro che se avessi avuto anche, per dire, cinquanta accendini, avrei svolto ugualmente questa avventura con successo. L’energia che nutrivo dentro di me era la vera fonte di forza a sostenermi.

Secondo un detto latino, «carmina non dant panem». Nel Satyricon, Petronio scriveva: «Amor ingenii neminem umquam divitem fecit» (L’amore dell’ingegno non ha mai fatto ricco nessuno). Nel Canzoniere, Francesco Petrarca parlava di una filosofia «povera e nuda», mentre Ludovico Ariosto nelle Satire raccontava di non aver abbastanza monete da comperarsi un mantello. Cosa ne pensi?

Emanuele Sapuppo – Senza nulla togliere a queste menti eccelse, agli aforismi come saggezza e perle di vita, penso anche io che la poesia non arricchisca materialmente. Sappiamo però quanto possa riempiere la tasca del cuore, un cuore straripante di emozioni e di gioia nel sapere che il lettore possa provare un sentimento nella lettura di un’opera. Lo stesso Emilio Salgari, che scrisse a più non posso, non se la passava affatto bene. Sono comunque certo che ognuno abbia un parametro diverso di ricchezza, e tutto parte da lì. Alcuni cinici greci con un solo mantello si sentivano assolutamente ricchi.

Tu parli di baratto, perché in molti casi l’offerta di un libro in dono ha suscitato nel tuo interlocutore un moto di riconoscenza che si è tramutato, ad esempio, in un pasto, o nell’ospitalità per una notte. Questa forma di baratto è definita “semplice” o “diretta”. Avevi davvero fiducia in questo scambio commerciale di beni senza passaggio di moneta?

Emanuele Sapuppo – Assolutamente sì, ero conscio che nel dare si riceve, e in ogni forma. È vero, i miei interlocutori erano entusiasti: questa esperienza di scambio era la stessa che avevano da sempre pensato, ma senza il coraggio di metterla in pratica. Dunque, per loro ero il compimento di un’impresa a loro cara.

In altre occasioni il libro è stato invece venduto, quindi con un corrispettivo monetario in cambio, a sua volta però servito per acquistare quanto desiderato (cibo, biglietti ferroviari). Questa forma è chiamata baratto “multiplo” o “indiretto”.

Emanuele Sapuppo – Proprio così, “indiretto”, dato che le somme ricevute servivano appunto per continuare nel viaggio. Mi ricordo quando ebbi in cambio la somma di venti euro per un libro da Elena, proprietaria del ristorante “I Navigli”, incontrata mentre stavo andando all’ostello che si trovava dietro la via del suo locale. Dormire una notte mi costò esattamente la stessa somma, dunque fu un vero baratto “multiplo”. Quando il custode mi disse la cifra che avrei dovuto pagare per la notte, rimasi senza parole: in tasca avevo ancora i venti euro che Elena mi aveva appena dato.

Come sai, gli scrittori hanno quasi sempre nei confronti dell’argomento “soldi” un atteggiamento di negazione, di diminuzione o di aristocratica noncuranza. Alla sovrana ritrosia degli autori si aggiunge il top secret da parte delle case editrici. Tu hai scelto, almeno credo, di aggirare la questione saltando a piè pari il momento della corresponsione di denaro e proponendo il baratto. Fino a quando, nella piazza centrale di Padova, ti sei trovato con un incasso di 200 Euro. Cosa hai provato in quel momento?

Emanuele Sapuppo – La realizzazione del sogno che avevo fatto sin dalla partenza, questo ho sentito. La magia che ogni cosa dolcemente si stava realizzando, e noi siamo gli unici autori e – metaforicamente parlando – gli editori della nostra vita.

108 aforismi per un viaggio

Il libro che hai barattato era Il risveglio di Jacopo Canegatti. Quando lo hai scritto? di cosa parla?

Emanuele Sapuppo – Successivamente al licenziamento incominciai a scrivere, più o meno nel 2011. È un giallo ambientato nella vecchia Roma. Narra della presa di coscienza da parte di un uomo che, ricercando un vecchio amore, finisce per ritrovare se stesso, attraverso un cammino profondo che si snoda nel suo vero “sé” e non meno nei vicoli di Roma. “Esoterico” ma anche “essoterico”. Questo romanzo, frutto di un’auto-pubblicazione in totale autonomia e libertà, mi ha portato in Campidoglio, nel 2014, a ricevere il premio Personalità Europea Categoria Scrittori Roma Capitale. Lo ricordo in quanto stava accadendo qualcosa di veramente magico, e questo solo perché avevo cominciato a seguire naturalmente la mia via.

L’esperienza del 2015 è stata poi descritta nel successivo in Il barattatore di libri, uscito nel 2018, tre anni dopo il viaggio…

Emanuele SapuppoIl barattatore di libri è un vero dono. Da solo ha testimoniato in tutta Italia il viaggio che ho compiuto e nello specifico il messaggio che volevo comunicare: la fede e la verità ti conducono senza ostacoli verso la serenità. Non ho altre spiegazioni in merito, dato che il numero di copie vendute è stato da subito elevato e, ripeto, senza una casa editrice, essendo anche questo realizzato in self publishing.

Quale tipo di diffusione ha avuto?

Emanuele Sapuppo – In breve tempo il libro si è fatto conoscere in tutta la penisola attraverso il passaparola: ero infatti rimasto in contatto con molti amici conosciuti durante il viaggio del 2015. Magicamente, alcune persone che lo lessero mi chiesero di andarlo a presentare nelle loro città. Nel 2019 ho portato Il barattatore di libri in venti città e paesi in tutto il Nord e Centro Italia. È un miracolo che si è avverato.

Il barattatore di libri potrebbe configurarsi quasi come un “romanzo di formazione”: nella regola classica del genere, il protagonista, alla fine, è molto diverso da come era all’inizio, in un percorso di maturazione intellettuale, morale, spirituale. Vale anche per te? E in che modo?

Emanuele Sapuppo – Questo mi riconsegnano i lettori dopo aver apprezzato Il barattatore di libri: al di là del mio cambiamento, quello che mi dona più gioia è nel sapere che questo racconto sta aiutando molte persone a intraprendere un cammino, a sentirsi più coraggiose nell’affrontare i problemi quotidiani, ad avvertire un amore per se stessi che prima non avevano o, meglio, a iniziare a sentire e capire che non c’è altra via che quella della propria conoscenza.

Nel 2000 avevi cominciato a frequentare comunità sikh e induiste. Hai frequentato le comunità Hare Krishna, ti sei ispirato ai maestri Osho e Krishnamurty, hai imparato e insegnato lo yoga.

Il risveglio di Jacopo Canegatti

Emanuele Sapuppo – Durante i momenti di angoscia, di dolore, di sofferenza che la vita mi aveva messo davanti, ho iniziato a ricercare qualcosa che forse non ho mai avuto il coraggio di scovare prima. Questi maestri mi hanno aiutato nel seguire un solco per arrivare ad amarmi. Molte le scuole, molti i maestri: ma per arrivare sempre a un unico, vero insegnante: il mio maestro interiore. Insomma, noi siamo gli unici leader di noi stessi, prima di tutto.

Allo stesso tempo, hai mantenuto viva la spiritualità cristiana. A San Marino hai seguito la messa con le monache e visitato il monastero di Santa Chiara; a Bologna hai cantato e mangiato in una congregazione gesuita africana; a Padova, nella basilica di Sant’Antonio, hai pregato davanti alla tomba del santo; sei partito alla volta di Bergamo per visitare la casa di papa Roncalli a Sotto il Monte.

Emanuele Sapuppo – Dopo varie esperienze spirituali, mi sono accorto che l’unica via è quella di essere aperti al tutto, abbracciare qualsiasi strada, viaggiando ai margini ma cogliendo gli aspetti migliori, senza farsi rapire da sètte o gruppi che ti indottrinano in un solo credo.

Una simile forma di sincretismo si ritrova anche nelle varietà delle epigrafi che scandiscono ogni capitolo de Il barattatore di libri: Protagora, Socrate, Plotino, Seneca, Marco Aurelio, Francesco d’Assisi, Cristoforo Colombo, Voltaire, Tiziano Terzani.

Emanuele Sapuppo – A me è caro ogni insegnamento di questi grandi maestri. Protagora diceva: l’uomo è misura delle cose, Socrate induceva a conoscere se stessi, Marco Aurelio nei Pensieri a gioire della morte. Grato a tanto. Non potevo non riportarlo in questo scritto. Al proposito, mi viene in mente Diogene di Sinope, il quale ammoniva: «L’uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei». Egli fu la prima persona a utilizzare il termine “cosmopolita”. E sapete come rispose al filosofo Diodoro Crono che negava il movimento? Mettendosi a camminare.

Un passo indietro, per parlare della tua attività in teatro. Per quanto tempo si è protratta?

Emanuele Sapuppo – Ho lavorato per quindici anni con vari artisti del panorama italiano. La carriera di attore è stata una parentesi importante che mi ha donato la spontaneità nell’imparare a stare davanti al pubblico. Nutrivo sicuramente una forma di “ego” per voler apparire, o forse era solamente la voglia di farmi “riconoscere” per cominciare a “conoscermi”: insomma, propedeutica per arrivare di nuovo a comunicare, ma questa volta in una modalità differente.

Eri anche autore di testi?

Emanuele Sapuppo – Sì, scrivevo da solo quello che avrei poi recitato. Quei testi, una battuta o un dialogo – come avviene oggi per un libro – si manifestavano come “figli” su di un palco.

Ora invece un passo avanti: hai in programma una nuova partenza. Cosa pensi sia cambiato dal primo viaggio? Questa volta ti dirigerai verso Sud?

Emanuele Sapuppo – Riparto dopo cinque anni dalla prima avventura. In effetti riprenderò dal Sud: prenderò le mosse da San Giovanni Rotondo, da San Pio, ma questa volta su un monopattino. Un’avventura sicuramente diversa dalla prima, sulla quale non nutro aspettative se non quella di comunicare ancora una volta che nella vita dobbiamo osare e permetterci di essere felici.

L’angolo di Cinzia Baldazzi -Il cammino verso la vita e la poesia

Note critiche su Meditare e sentire di Antonino Schiera

di Cinzia Baldazzi

Antonino Schiera

Meditare e sentire

Castiglione di Sicilia (CT), Il Convivio Editore, 2019

pp. 64, € 10,00

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Ne Il simbolismo della poesia (1900), l’irlandese William Butler Yeats sosteneva:

Ogni suono, ogni colore, ogni forma, sia in virtù delle sue energie precostituite, sia in virtù di lungo processo associativo, evoca emozioni indefinibili, tuttavia precise, […] evoca e fa scendere in mezzo a noi certe potenze incorporee, i cui passi sui nostri cuori chiamiamo emozioni.

   La ricerca di amore, eleganza e sensibilità, nel crogiolo della ποίησις densa di emotività, nasconde sempre una salda fiducia nella possibilità di poter conoscere in chiave esaustiva il mondo, in qualsiasi modo esso venga evocato e sublimato.

   Su un tracciato analogo avanza il cammino compiuto da Antonino Schiera nella raccolta Meditare e sentire, dove il protagonista del coraggioso itinerario può essere «ferito più volte, ma mai domo», ormai deciso a lasciare «il ponticello sul quale si era rifugiato» e pronto a ricominciare «il cammino verso la vita». Sono versi tratti da Il cammino, che sembra avere un ideale proseguimento nella successiva Oblio, dove – con una tecnica di immagini giustapposte – al desueto, all’abbandonato, all’anonimo, si invita a preferire «l’amorevole ricordo / di un tempo ormai andato», in grado di divenire matrice di un «eterno, delicato esempio d’amore».

   Si fa così strada, fin dalle prime pagine, l’idea centrale di affidare allo strumento poetico il ruolo di illuminare e “schiarire” il contesto reale. Ecco un’ipotesi:

Vorrei essere quel raggio di sole

che per primo ha illuminato

il tuo viso stamane.

Vorrei essere il cuscino

che ha accolto il tuo volto

in questa notte di stelle cadenti.

[Vorrei essere]

   Il poeta si trova quindi a combattere contro i numerosi ostacoli capaci di bloccare la recondita conoscenza degli input umani, naturali: l’oscurità, minacciosa nel suo calare sui «verdi ricordi / di un passato che ritorna» [Al buio]; l’«incertezza», cui l’uomo rischia di abbandonarsi per cadere preda degli «incubi» [Desolazione]; il tormento insopportabile dei rumori, dei pericoli, delle irrequietezze [Periglio]; la solitudine dell’infanzia, «con gli occhi pieni di dolore» [Distacco]. L’autore registra pertanto, pagina dopo pagina, i fenomeni vissuti in uno stretto legame di interdipendenza, di reciprocità tra «sogni e reali inquietudini» [Crepuscolo].

Copertina della raccolta di poesie Meditare e sentire

   Di certo le emozioni non potrebbe esistere, diventare percettibili e attive tra di noi se per loro il poeta non avesse trovato un suono accanto a una forma, o un complesso di tali elementi capaci di esprimerle: Schiera ne è consapevole, al punto da disporre nei suoi componimenti moduli, clichés o stati d’animo plasmati in un tutto armonico, in cui anche una parola, una metafora, siano fonte di radicate e concentriche forze creative e interpretative, quasi – di nuovo con le parole di Yeats – «come gli anelli che si vedono uno dentro l’altro nel ceppo di un vecchio albero».

   L’aura, ovvero l’hic et nunc inconfondibile dei brani – riflette Schiera in apertura – affronta una prospettiva «superiore rispetto alla semplice valutazione estetica della poesia, i quanto i sentimenti che la generano diventano motore per la nostra esistenza, se non addirittura lo scopo». Il componimento intitolato Valle, situato al centro del libro, con la storia in rapidi cenni di un individuo salvato dalla scrittura, è in certo qual modo il manifesto programmatico di Meditare e sentire:

Un uomo si affaccia deciso senza paura sulla valle,

che degrada verso il mare senza incontrarlo,

ma può soltanto, nella sua mente, immaginarlo

il mare porta odorosi ricordi che gravano sulle spalle,

discese che picchiano sulle ginocchia stanche,

salite che ansimano insieme al suo fiato.

Adesso dopo tanto soffrire vive agiato,

saltella solitario tra viali e panche.

La poesia lo ha liberato.

E se guarda indietro si rattrista,

pensa e scrive, la gioia riacquista.

[Valle]

   La ποιητική τέχνη coinvolge le cose in un paesaggio conforme, nonché favorito dalla natura: gesti e oggetti, spunti sensibili e dati materiali, a dispetto della loro inquietante inconsistenza, della precaria atmosfera interiore, tendono a espandersi per sempre: «L’amore per me ha un valore universale», prosegue Schiera: «Tutto ciò che noi facciamo si colloca all’interno di una sacca esistenziale che nutre i rapporti tra le persone e la nostra anima». Il ricordo assume così, nell’area di un umanesimo razionale, progressista, un atteggiamento antagonista alla dimenticanza reificata, prezzo della crisi da pagare nell’ambito attuale, individuale e soggettivo. Nasce, allora, un accorato appello:

Non scendere le scale dell’oblio,

ma sali quelle dell’amorevole ricordo

di un tempo ormai andato, che ti ha forgiato.

[Oblio]

   Ha ragione Francesca Luzzio quando nella prefazione sottolinea: «Scrivere è dunque fermare, dare consistenza di verità al fluido e scorrevole flusso vitale ed è proprio per questo, forse, che il poeta si esprime in modo immediato e realistico: facilitare al lettore la comprensione e non aspirare, come gli Ermetici, a significati generali ed astratti del vero». Infatti, in una simile Kunstanschauung (“visione dell’arte”), la poesia di Schiera sceglie la misura ampia della figurazione, mirando a un discorso aperto, composto di riflessioni, confidenze, abbandoni descrittivi, all’altezza di evocare un sottile gioco di riconoscimento e scambio tra l’ottica del mittente e quella di chi accoglie il messaggio.

Antonino Schiera

Circa trent’anni fa, ne La società trasparente, Gianni Vattimo osservava: Con il passare dei secoli, diventerà sempre più chiaro che il culto del nuovo e dell’originale dell’arte si lega a una prospettiva più generale che, come succede nell’età dell’Illuminismo, considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la sempre più perfetta realizzazione dell’uomo ideale.

In nome di un umanesimo universalizzante, il leitmotiv dell’auto-identificazione, della ricerca del proprio Io, incrementato da una fitta trama di quid metaforici estesa nell’intero corpo di Meditare e sentire, acquista una sfumatura metastorica di coesione assoluta tra bene e male:

Il senso della mia identità

modella e perdura, costruisce

la mia visione di un mondo

talvolta crudele e acre,

balena l’idea di un fiore spinoso

che nasce tra le macerie.

[Identità]

   Sul piano del linguaggio, delle strutture formali della silloge, Schiera privilegia livelli semiologici diretti, benché non immediati, presupponendo nel destinatario la facoltà di cogliere il mito vivente delle immagini suggerite e dei suoi simboli naturali avvalendosi dello stimolo evocativo tipico della lirica: essa è in grado, suggerisce l’autore, di rendersi indispensabile nell’interazione «con il mondo esterno e lo scibile umano»:

Dialoghi interiori che attivano le risorse umane, la nostra capacità di migliorare, innescati dalla composizione e dalla lettura di queste poesie, frutto di situazioni, sensazioni, dialoghi con gli amici.

   Nel sistema dei contenuti emblematici dell’opera richiamati dal titolo Meditare e sentire, il pensiero non procura un’innata sicurezza: piuttosto dichiara la necessità di essere conquistato in un ripiegamento esistenziale, sempre incalzante, drammatico, versificato, di alternanza tra presenza e assenza, di coesistenza fra ἔρως e θάνατος:

Sei andata via all’oscuro.

Nessun barlume di speranza,

di poterti rivedere

di poter sentire il suono della tua voce

di potere immaginare le tue emozioni

di poter dire a me stesso… che sei esistita.

[Fuga]

   Non si tratta di una diserzione affettiva, di una ritirata dall’hic et nunc, ma dell’incipit di un andamento in progress, dove anche «lo sfumare / di un sogno, mai divenuto / realtà» si alimenta dell’aspettativa:

Nutrito dalla speranza

mai doma,

in questa vita

composta di riverberi di luce.

[Ali di colomba]

   Meditare e sentire espone un repertorio dalla potenza vitale e dinamica, di versi provvisti di nuance di autenticità atemporale, dove – con le parole dello stesso Antonino Schiera – «le azioni umane nascono dai pensieri di ciascuno di noi» e «la poesia ne rappresenta un ottimo nutrimento».

Protagonisti – Cinzia Baldazzi si racconta ai lettori del blog.

Cinzia Baldazzi (nella foto in evidenza) è laureata in Lettere Moderne alla “Sapienza” in Storia della Critica Letteraria, è nata e vive a Roma. È scrittrice, giornalista, critico letterario, promotrice culturale.

Desidero ringraziarla pubblicamente per avere deciso di raccontarsi nel mio blog e per la collaborazione che presto la vedrà protagonista nella nuova rubrica “L’angolo di Cinzia Baldazzi“. Vi consiglio di mettervi comodi e di leggere con attenzione tutta l’intervista, in quanto contiene tanti spunti interessanti.

Non succede tutti i giorni di incontrare persone che come lei hanno dedicato buona parte della propria esistenza allo studio, all’analisi e alla promozione di libri e della poesia in particolare. Numerose sono le sue incursioni in ambito teatrale, cinematografico, televisivo mantenendo un profilo sempre alto. Ci racconti com’è nata questa passione, che è poi sfociata in un lavoro di fine cesellatura delle parole e degli scritti che continua ancora oggi.

Cinzia Baldazzi La passione della scrittura ha avuto origine, nell’adolescenza, dalla necessità vitale di leggere. Forse si trattava del lascito ideale di mia madre, o della ricerca di un rifugio dopo la sua scomparsa: l’ho persa infatti quando avevo solo dieci anni. Aveva studiato a Roma con Giovanni Gentile e si era laureata in Storia della Filosofia nei primi mesi del ’46. Insegnò per pochi mesi lingua inglese, poi fu assunta alla TWA. Nell’estate del ’65 stava per lasciare la compagnia aerea e iscriversi al concorso a cattedra, ma una malattia fulminea ebbe il sopravvento.

Alla scuola media Montessori di Villa Ada conobbi i testi di Federico Garcia Lorca: dalla giovanissima professoressa Anna Maria Pecchia imparai ad amare i versi di Los álamos de plata, che lei traduceva con I gattici d’argento (invece di “salici”). Nello stesso periodo scoprivo le novelle di Pirandello e la successiva grande stagione della narrativa breve italiana, da Giovanni Arpino a Gianni Santuccio, da Piero Chiara a Italo Calvino.

Alla maturità classica, al Liceo Orazio, quando mi presentarono il giudizio sul mio tema dedicato a Manzoni e al romanzo moderno, il voto era 8+ / 8 ½, e sotto, un appunto: «Saggio?!». I commissari non sapevano se giudicare il testo come un “elaborato da esame” o come un vero e proprio “studio critico” (genere allora non consentito: lo sarebbe stato alcuni decenni dopo). L’orale lo sostenni presentando una lettura dell’Infinito leopardiano secondo i canoni dello strutturalismo, con tabelle, grafici e collegamenti logici, al punto che, al termine, il professore di matematica commentò: «Beh, una parte del mio esame lo abbiamo già fatto…».

L’attività di scrittura vera e propria quando è iniziata?

Cinzia Baldazzi – Subito dopo la laurea, collaborando come critica letteraria a riviste culturali. Al 1979 risale l’inizio di un lavoro sistematico grazie al giornalismo. Entrai come collaboratrice al quotidiano romano “Il Giornale d’Italia” con l’incarico di seguire le recensioni del teatro “off”: era in corso, in quegli anni, la grande e irripetibile stagione dell’avanguardia romana, da Pippo Di Marca a Memè Perlini, da Carmelo Bene a Remondi & Caporossi. Ho sofferto, quasi tutte le sere, in teatrini malmessi, conventi occupati, cantine affollate, ma l’esperienza di quella scuola di scrittura è stata preziosa e insostituibile.

Poi sono passata a occuparmi saltuariamente di cinema, quindi di nuovo a teatro negli ultimi dieci anni, ma questa volta frequentando gli stabili. Infine, sono tornata a praticare la critica letteraria, utilizzando anche gli strumenti di diffusione della rete che una volta non esistevano.

Nel 1978 ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi di critica letteraria su alcune novelle di Luigi Pirandello. Ci parli di quel periodo, delle atmosfere che si vivevano nell’ambito universitario, delle sue aspirazioni e speranze per il futuro.

Cinzia Baldazzi – Ho frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma nel quadriennio 1974-1978: anni tormentatissimi dal punto di vista organizzativo, politico, di gestione della vita quotidiana. Per conoscere giorno e ora di un esame si doveva consultare con fatica una bacheca (o, nel peggiore di casi, una parte di muro) affollata di centinaia di post-it fissati con puntine, a volte scritti a mano, prima che venissero rimossi o sostituiti; lezioni e seminari erano di frequente interrotti, rinviati o soppressi; l’occupazione del febbraio del ’77 fece saltare mesi di didattica: ero al piano terra della facoltà quando la polizia entrò con gli idranti e mi rifugiai in segreteria. Un giorno Aurelio Roncaglia, ordinario di Filologia Romanza, venne interrotto nell’Aula Magna dall’ingresso di un collettivo contro il fascismo. Allora si rivolse ai giovani disturbatori con parole piene d’ira: «Io ero antifascista nel ’38!».

Il culmine del caos venne toccato quando, in vista della seduta di laurea fissata per dicembre ’78, venni a sapere per caso, da un impiegato, che la mia tesi (consegnata mesi prima in Segreteria) non si trovava più. È vero, ne avevo altre tre copie (per me, il relatore e il correlatore), ma lo shock fu talmente forte che ancora oggi non riesco a ricordare cosa avvenne nelle settimane successive. Forse fu ritrovata, forse no. Ma la mattina del 21 dicembre un fascicolo del mio lavoro era comunque nelle mani del relatore Mario Costanzo Beccaria.

Insomma, il disordine regnava…

Cinzia Baldazzi – Certo, e noi studenti, per i quali qualcuno pagava puntualmente il tutto, eravamo considerati quasi un elemento accessorio non degno di attenzione. Eppure quel periodo è stato vitale di esperienze. Ho avuto l’onore di assistere alle lezioni di Walter Binni con le sue citazioni (bontà sua) in francese e in tedesco; sono stata spettatrice divertita e affascinata degli show del linguista Tullio De Mauro; mi sono scervellata (insieme ad altri) a cercare di ascoltare la voce bassa e roca di Emilio Garroni mentre discorreva di semiotica; ho scoperto la didattica del grande Agostino Lombardo che mentre spiegava Laurence Sterne sembrava lui stesso un imponente Tristram Shandy. E ancora Carlo Salinari, Giovanni Macchia, Diego Carpitella, Mario Alberto Cirese, Maurizio Del Ministro…

Senza dimenticare che, quando mi chiedono dove io abbia conosciuto mio marito Claudio, rispondo: «L’ho trovato all’Università». Era l’autunno del ’74: lui al secondo anno, io al primo. Entrambi seduti, a pochi sedili di distanza, nella penombra dell’allora diroccato Teatro Ateneo, dove seguivamo le lezioni di Storia del Teatro e dello Spettacolo di Adriano Magli. Il resto, come si dice, è storia…

Riguardo la tesi, cosa l’ha portata a dedicarsi a Luigi Pirandello?

Cinzia Baldazzi – La scoperta di Luigi Pirandello risale alla mia seconda media, nel ’67. La madre di Dina Tron, mia amica del cuore, lavorava come formatrice delle insegnanti montessoriane. Frequentandone la casa, mi imbattei nel primo volume Mondadori delle Novelle per un anno, contenente le raccolte Scialle nero, La vita nuda, La rallegrata, L’uomo solo. Lì lessi per la prima volta i testi che ancora oggi porto nel cuore: Nel segno, E due!, L’imbecille, Acqua amara. Conservo ancora quel libro, un’edizione del ’47 semidistrutta dalle ripetute consultazioni, annotata a matita a margine e con pagine volanti. Aveva già avuto un primo restauro da parte di mio suocero, ora ne meriterebbe un secondo.

La sintassi unica, irripetibile della prosa pirandelliana mi è penetrata nella mente, con i suoi guizzi, le contorsioni logiche, gli spiazzamenti, le inversioni: le stesse che hanno poi alimentato tanto suo teatro, culminando in Così è se vi pare. Da studentessa, Tullio De Mauro lesse un mio lavoro (forse una tesina, non ricordo bene): avendo notato un procedere certo non piano e lineare, e sapendo quanto la lettura influisca sul modo di scrivere, mi chiese: «Signorina, ma lei cosa legge?». Con candore, risposi: «Professore, il mio preferito è Pirandello». E concluse: «Ah, beh, allora…».

La scelta di Pirandello come oggetto della tesi parte quindi da lontano…

Cinzia Baldazzi – E venne poi facilitata dalla scoperta che il mio professore universitario Mario Costanzo Beccaria, ordinario di Critica Letteraria, era nipote di Giuseppe Aurelio Costanzo, direttore del Magistero di Roma agli inizi del secolo, il quale aveva aiutato il giovane amico Pirandello ad ottenere la cattedra di Lingua Italiana: fu quasi naturale, allora, scegliere il commediografo siciliano come oggetto della tesi di laurea. Il titolo era Organicità e dialettica nella poetica pirandelliana, e consisteva in un’analisi narratologica e semiotica di sei novelle: La vita nuda, La toccatina, Nel segno, Tutto per bene, La buon’anima, Distrazione. Il giorno della laurea mio padre mi regalò l’intera collezione teatrale Maschere Nude.

Da cronista, ho avuto la sorte di vedere e recensire spettacoli pirandelliani con una formidabile galleria di interpreti: Romolo Valli in Enrico IV e Tutto per bene, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Rossella Falk e ancora Valli in Così è (se vi pare), Salvo Randone in Pensaci, Giacomino!, Alberto Lionello in Il giuoco delle parti, Eduardo in Il berretto a sonagli, Lauretta Masiero e Paolo Ferrari in La signora Morli, una e due, più recentemente Gabriele Lavia nei Sei personaggi in cerca d’autore.

In una nostra discussione lei ha scritto una riflessione per promuovere un’importante iniziativa culturale che mi ha molto colpito. La riporto per intero per i nostri lettori: «Sappiamo tutti che la poesia, la letteratura non possono sconfiggere il male. Non lo hanno mai preteso: hanno sempre tentato di fare il loro meglio nell’alleviarne le manifestazioni, nel combatterlo con i propri mezzi, nell’esibire, magari, quando è possibile, strumenti utili ad affrontarlo». Può allargare il discorso per i lettori del blog?

Cinzia Baldazzi – Nella cultura del ‘900, questo aspetto è stato affrontato in un momento cruciale dell’intero secolo: la fine del secondo conflitto mondiale e la disfatta del nazismo. Nel 1949, Theodor W. Adorno, da poco tornato in Germania dopo l’esilio americano, scriveva: «La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie». Per anni, questa radicale affermazione è stata discussa, confutata, demolita, segno che aveva toccato una ferita aperta: nonostante la sconfitta di Hitler, l’intellettuale percepiva il senso profondo di una sconfitta epocale. Adorno avrebbe poi chiarito meglio, ammettendo alla fine l’errore. Nel 1966 scriveva infatti: «Il dolore incessante ha altrettanto diritto di esprimersi quanto il torturato di urlare; perciò forse è sbagliato aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesie».

Negli anni tra i due pensieri, si sviluppa il rapporto tra il filosofo e il giovane Paul Celan, ebreo rumeno di lingua tedesca, sopravvissuto al lager dove morirono i genitori. Il critico Enrico Testa ha spiegato: «Nella poesia di Celan il monito di Adorno si rovescia in una ricerca paradossale ed estrema. Auschwitz, il male storico, diventa il passaggio per un nuovo percorso della parola: la parola lotta con il silenzio e non cede ad esso e al nichilismo: è una parola conquistata nel gorgo muto delle vittime».

Che cosa ne dovremmo ricavare?

Cinzia Baldazzi – Senza voler stabilire un paragone impossibile, abbiamo anche noi, tutti indistintamente, un’esperienza da raccontare: quella del confinamento per oltre due mesi a seguito dell’emergenza sanitaria. Chiusi in casa quasi per l’intera giornata, il tempo non sarebbe dovuto mancare. Ebbene, mi chiedo: con quanto è successo, avrebbe avuto senso prendere in mano un libro di poesie o di narrativa e trasferirsi con tutti noi stessi in un altro mondo? Quasi un ripiego strumentale, evasivo, fine a se stesso? Una distrazione?

È vero, nello sfogliare o nel comporre pagine di un volume percepiamo senza dubbio il conforto di un bello correlato al sollievo dal dolore, dall’angoscia, dal panico: per questo solo, converrebbe leggere o scrivere. Nel mio piccolo, libri come Eratre (2016) e Duecento anni d’infinito (2019), di cui sono stata co-autrice, sono stati concepiti su queste linee-guida. Ma soprattutto Passi nel tempo (2011), dove ho commentato quindici poesie di Maurizio Minniti e nella cui prefazione scrivevo: «Mi pare risulti abbastanza chiara un’idea centrale, che condivido con Maurizio Minniti: assegnare al linguaggio poetico la funzione di aiutare ad accogliere il mondo, a chiarirlo prima di rifiutarlo, a viverci. Se non fosse troppo, a rifondarlo».

Fëdor Dostoevskij ne L’idiota fa affermare al principe Miškin la famosa frase «La bellezza salverà il mondo». Considerazione e auspicio sempre attuali, visto che il nostro mondo è sempre in fibrillazione, tanto da farci temere che possa presto essere interessato da un default generalizzato, ovvero da una sorta di fallimento e insolvenza, per quanto attiene la sfera virtuosa delle relazioni umane. La domanda è: secondo lei il mondo è disposto a farsi salvare dalla bellezza?

Cinzia Baldazzi – Cinque anni fa, nell’estate del 2015, l’allora capo del governo Matteo Renzi proclamò in un convegno internazionale: «La nostra carta d’identità è la bellezza di Pompei, di Venezia, di Roma. Solo la cultura salverà il futuro dell’Italia». Gli rispose Umberto Eco: «La bellezza e la cultura non salveranno affatto il mondo. Anche Goebbels era un uomo coltissimo, ma questo non gli ha impedito di gasare sei milioni di ebrei. La comprensione della bellezza altrui, questa sì invece che può essere importante. Ma non dimentichiamoci anche che ci sono stati grandi criminali che collezionavano quadri». Ebbene, qualche giorno fa, aprendo la home page dell’Ansa, ho letto le parole con cui Giuseppe Conte ha inaugurato gli Stati Generali: «Nel momento in cui progettiamo il rilancio dobbiamo far in modo che il mondo intero possa avere concentrata la sua attenzione sulla bellezza del nostro paese». Non essendo più con noi un Umberto Eco a ribattere, affidiamo le nostre perplessità a due opere dello studioso e semiologo: Storia della bellezza (2004) e Storia della bruttezza (2007). Purtroppo, l’intercambiabilità tra i due concetti, o meglio tra le distinte, opposte percezioni, caratterizza il mondo contemporaneo e non fa ben sperare sul presunto “salvataggio”. Oggi viviamo di certo un indebolimento del senso estetico, al punto di non sapere spesso valutare il “bello”; a lato, riscontriamo una vera e propria cecità che impedisce di riconoscere ciò che è informe, asimmetrico, banale, disarmonico, sgraziato, in una parola: “brutto”. Ed è questo, forse, l’elemento maggiormente preoccupante.

Lei si è nutrita e si arricchita di notevoli letture e frequentazioni culturali. Perché è importante oggi leggere e quale molla scatta in un lettore, quando decide a sua volta di scrivere, così come ha fatto lei e continua a fare?

Cinzia Baldazzi – Se la lettura alimentasse il desiderio di scrivere, sarebbe cosa buona. Però non vedo un automatismo: è vero che il grande poeta è sempre stato un lettore vorace, attento, sistematico, ma nella stragrande maggioranza dei casi io vedo scrittori che hanno scarsa conoscenza della letteratura.

A scuola hanno insegnato che leggere aiuta a scrivere bene. La frequentazione del pensiero di un grande autore lascia nella nostra mente qualche briciola della sua pregevole sintassi, sedimenta le tracce di un lessico ricco e complesso, fissa nella memoria visiva l’uso corretto di apostrofi, accenti, e così via. Anche se non sarebbe necessario un grande autore per insegnare la morfologia della nostra lingua madre, tuttavia…

Si dice: leggete qualsiasi cosa, ma leggete. In realtà non è proprio così: per una vera scuola di scrittura (nello stile, nella sintassi), devo rivolgermi a Manzoni, Pirandello, Calvino. Quando l’autore dei Promessi sposi si trasferì a Firenze con la famiglia per imprimere una svolta linguistica al romanzo, passava le giornate con i letterati e parlava con la gente lungo l’Arno («nelle cui acque risciacquai i miei cenci»), ma la sera, a lume di candela, leggeva e rileggeva Guicciardini, con la sua impostazione classica, tante subordinate, periodi ampi, verbo all’ultimo posto.

Da parte mia, ai tanti amici poeti e novellieri che a volte sono preda di una incontenibile coazione a scrivere, non posso che suggerire di dedicare maggior tempo a leggere. Attività oscura, svolta in intimità, senza un apparente e immediato riscontro. Ma accrescitiva, gratificante, ricca di suggestioni alla distanza. Del resto, Jorge Luis Borges amava ripetere il suo distico: «Altri si vantino delle pagine che han scritto; / io vado fiero di quelle che ho letto».

Apprezzo molto di lei il fatto che si prodiga nel portare avanti un’intensa e riconosciuta opera di diffusione della poesia e della letteratura in generale, attraverso la divulgazione di nuovi autori, presentazione di libri, organizzazione di incontri tra poeti, coordinamento di reading, interventi critici, partecipazione come presidente di giuria in concorsi di poesie letterari. Come riesce a conciliare tutto questo lavoro e qual è il carburante che le dona tanta energia?

Cinzia Baldazzi – Partiamo, questa volta, dalla conclusione. A settembre del 2018, l’amico Nicola Paone ha voluto assegnarmi il Riconoscimento alla Carriera “Labore Civitatis”, all’interno della sua manifestazione “Tra le parole e l’infinito”. Ricevere il premio davanti a centinaia di persone, nello splendido cortile di San Leucio a Caserta, sotto le stelle di una mite serata di settembre, è stata un’emozione che non dimenticherò facilmente.

Ho avuto altri riconoscimenti in seguito (Verbumlandiart, la Macina onlus, I colori delle parole), ma porto nel cuore quel premio perché ha costituito il punto d’arrivo di un’attività portata avanti da anni. Ho organizzato reading, stimolato l’incontro tra poeti, presentato libri sotto forma di evento, concesso tante prefazioni a “opere prime”, fornito suggerimenti per libri e antologie, commentato numerosi scrittori che ho poi visto crescere con merito.

Per alcuni anni, luoghi privilegiati dei miei incontri sono stati due locali romani di Trastevere, il “Mameli27” e “Lettere Caffè”. Ma ho parlato di letteratura anche in gallerie d’arte, librerie, piccoli teatri, e ultimamente – con l’iniziativa Poesia Gourmet Itinerante – nei bar di quartiere, nei pub, nelle discoteche, persino in una sala da bowling.

Due sono i libri importanti in uscita entro fine anno, in collaborazione con una poetessa e con uno scrittore. Per ora non posso dire di più.

Dal suo curriculum si evince che lei ha collaborato con importanti personaggi del mondo della televisione in RAI. Ci parli in breve di queste esperienze.

Cinzia Baldazzi – Alla fine degli anni ’80 ho cominciato con la radio, per passare poi a Raiuno dove sono rimasta fino al 2010. Il primo programma importante, nel ’90, è stato Trent’anni della nostra storia di Carlo Fuscagni, allora direttore di rete. Dopo collaborazioni varie (con Mixer di Giovanni Minoli, con Antonella Boralevi), approdai nell’estate del ’95 a Carràmba che sorpresa: il compito di noi redattrici consisteva nel cercare e organizzare i cosiddetti “ricongiungimenti” tra gli italiani e i parenti emigrati all’estero che non vedevano più da decenni. Raffaella Carrà e Sergio Japino, conoscendo la mia esperienza di viaggi internazionali, mi affidarono subito il compito di girare il mondo per conoscere coloro i quali sarebbero poi dovuti tornare in Italia di nascosto e abbracciare in diretta televisiva i parenti, invitati quella sera in studio come semplici spettatori con l’ausilio di un “gancio”, ovvero di un complice. Lavoro faticoso, complesso, di grande responsabilità, che richiedeva una disponibilità totale: incuranti del fuso orario, mi chiamavano in piena notte dall’Australia o dall’Uruguay.

Con Raffaella ho lavorato alle sette edizioni del programma, dal 1995 al 2002: sono stata cinque volte in Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela, ho viaggiato in Australia, Cile e Stati Uniti, ho effettuato missioni in Germania, Irlanda, Inghilterra e Spagna. Ovviamente, per conoscere la persona oggetto di sorpresa, ho visitato decine e decine di famiglie in lungo e in largo per l’Italia, dalla Liguria alla Puglia, dal Friuli alla Sicilia. Ho dato molto a Carràmba che sorpresa e ho ricevuto altrettanto in termini di conoscenza della psiche umana, del carattere degli individui, delle culture e dei comportamenti.

Inoltre, non dimentico come una parte cruciale del mio lavoro, una volta rientrata in Italia dalle missioni, sia stata quella di scrivere: per Raffaella avevo approntato, e affinato nel corso degli anni, vere e proprie storie di famiglia, con date, episodi, dichiarazioni, spostamenti, una sorta di “racconto” sui generis dettagliato e partecipato per ogni singolo caso, così da costituire la base per il copione che poi gli autori avrebbero preparato per la puntata. Ciò non toglie che interi brani Raffaella li abbia citati per intero durante la diretta.

Più recentemente, ha avuto l’occasione di collaborare con Pippo Baudo…

Cinzia Baldazzi – Ho concluso il mio passaggio su Raiuno partecipando a quattro edizioni di Domenica In, due con Mara Venier, due con Pippo Baudo. Uomo di grande cultura e di capillare informazione, Pippo mi affidò vari incarichi, tra cui il “Tour de Chant”, una sorta di contest per cantanti lirici; la rubrica dei libri, incontri settimanali con autori (mi è rimasto impresso quello con Alberto Bevilacqua); ma soprattutto un concorso di poesia a cui parteciparono migliaia e migliaia di scrittori, e le cui poesie io dovetti leggere una per una. Con molti dei vincitori sono rimasta in contatto: tra questi Maurizio Minniti, con cui l’anno dopo ho pubblicato il libro Passi nel tempo. L’idea di Pippo ebbe successo, con votazioni ogni domenica pomeriggio in diretta. Il concorso volle intitolarlo, profeticamente, “Popolo di poeti”.