L’angolo di Cinzia Baldazzi – I versi di Paolo Parrini tra attesa e ricordo.

di Cinzia Baldazzi

Paolo Parrini

Un uomo tra gli uomini

prefazione di Giulio Greco

Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (NO), 2020

pp. 96, € 12,00

  

Nell’aprire le pagine di Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini mi sono fermata sui versi iniziali:

Ho scritto quel che senza voce ho udito

abbracciando vita, corpo e Dio.

   E ho ripensato, chissà, ad alcune domande poste da Confucio: «Se non sei in grado di servire gli uomini, come puoi servire gli spiriti? Se non hai ancora compreso che cos’è la vita, come potresti conoscere della morte?».

   Parrini completa così la sua quartina:

Pronto a esplodere, a morire

m’hanno salvato la penna e la poesia.

   È allora apparso chiaro un importante punto in comune, utopico ma affascinante, tra l’antichissima dottrina dell’estremo oriente e la scrittura contemporanea del nostro poeta: vale a dire, la prevalenza della fattualità dell’esistenza, con le sue attività creative, sulle astrazioni del concetto di individuo.

   Il contesto, l’universo di pertinenza in cui transita il repertorio parriniano – svolto lungo sessanta componimenti raggruppati in tre sezioni: “E morendo ho vissuto”, “La luce che viene”, “Mentre il sole cadeva sui miei occhi” – promuove uno stile (ha ragione Giulio Greco, autore della prefazione) che «spesso confina nell’aforisma»; e al pari dei messaggi di Confucio, di Gesù o di Buddha, coltiva forme espressive e contenuti sintetici, diretti, a volte impreziositi dall’allusività di un apologo:

Cercavo acqua da bere

trovai la tua sete

così uguale alla mia.

   In altri casi, affidati a brevi, lapidarie osservazioni concrete:

Solca il viso ogni ora

si fa ruga nuova.

Ogni ruga ha il tuo nome,

ha il tuo nome ogni ora.

   Il tutto avviene in una classe di riferimento – ovvero il piano ontologico – equivalente a un “organismo” in cui l’interno e l’esterno, la conoscenza e la relazione, la poesia e il reale, mostrano inscindibile reciprocità. Nelle strofe di Parrini, la natura suscita la bellezza e il disagio, la felicità e l’assenza, il mattino e l’oscurità, edificando un intero microcosmo nel quale è necessario e urgente comprendere il momento presente, poiché ogni cosa potrebbe all’improvviso svanire:

Il mare

non arriva a questa casa.

Ha una voce di sale e di vento

Libeccio

È un sorso d’acqua

che brucia.

Un volto, volato via.

   L’insieme della φύσις, del mondo naturale, trapela frammentario, quasi scaturisse dalla convinzione che, essendo la verità utile a vivere e ad amare, sia proficuo coglierla in senso obbiettivo solo in singole vicende, anche minimali: in uno sguardo o un gesto, un suono oppure un colore,  consapevoli di quanto i procedimenti conoscitivi per mezzo della poesia possano costituire un modello costruttivo di stile e comportamento personali, sociali, in sintonia con l’impegno morale di tante culture a noi lontane, al pari di quella estremo-orientale. Tutto ciò risulta particolarmente stimolante perché l’uomo di Parrini, «tra gli uomini» di oggi, appare figlio di una civiltà assai vasta, di esperienze storiche ampie e percettibili, versatile rispetto a condizionamenti esterni, e soprattutto portato a uno spiccato sincretismo, come mai avvenuto in passato.

   Così il sinologo Paolo Santangelo scrive di Confucio: «Se fosse stato possibile, egli avrebbe persino evitato di parlare», nella convinzione che «la verità si può cogliere concretamente e in singole situazioni, ma che ogni tentativo di elaborare un quadro completo non fa che impoverirne o travisarne l’infinita ricchezza».

   I testi di Un uomo tra gli uomini, segnati dall’apparenza del “frammento”, composti “per sottrazione” anziché tramite accumulo, sembrano votati all’esplorazione dell’unità minimale della poiesis (salvo poi a distendersi nelle ultime pagine della raccolta). La ricerca dello scrittore è evidente là dove scorre lento e inesorabile il tema della morte, come nei tre brevissimi exploit posti uno di seguito all’altro nella prima sezione:

Sulle colline della vita mia

dolcemente muore ogni sera.

Feroce la vita

tiene per i polsi

misurando i battiti.

Qualcosa, sempre, muore.

Un giorno saremo,

la mia ombra e io,

fratelli di sangue.

   L’Io narrante di questa raccolta evita, peraltro, di cedere alla tentazione di ritenere banale l’interdipendenza di forma-sostanza: si tiene lontano dal sottovalutare la seconda, riuscendo al contempo a non incorrere nell’errore di enfatizzare il formalismo fine a se stesso.

   Per l’individuo di Parrini la strada dell’esistenza è in salita, rappresenta una dura prova, continua, compatta. L’immediato di rado produce appagamento, le verifiche ingannano e conducono sino a un esito fatale coincidente con la somma degli insegnamenti:

Morire mille volte e mille volte vivere:

inesausta sete

di venire al mondo ogni mattina

per morire inghiottito dalla sera.

Mille volte e ancora morire

un poco ogni giorno morire.

Poi finalmente imparare.

   Il crudele θάνατος attraversa molti brani nella parte centrale del libro:

La luce troppo forte

del mattino

aveva la sfrontatezza della morte,

senza avvertire era ferita.

   Dopo una iconografia naturalistica e una simbologia antropomorfica, affiora la sofferenza di un soggetto vissuto nel contemplare “i sentimenti nei sentimenti”, ovvero entro la propria coscienza che «senza avvertire era ferita». La strofa di Parrini appena riportata esemplifica il complesso di segni-segnali dell’intera antologia: pur trasfigurando il contesto in virtù di elaborate scelte poetiche, lo restituisce per ognuno di noi intenso e riformulabile.

   Per meglio comprendere il meccanismo all’opera in questi versi, vorrei richiamare l’apertura del celebre volume I miti della parola, nelle cui pagine il critico Francesco Flora indagava l’essenza di cellule verbali e artistiche fondate sulle associazioni della memoria individuale: «La fantasia costruisce anche i mondi più impossibili e irreali sempre con frammenti di tempo già conosciuti e sperimentati, con elementi cioè di sensazioni vere, combinate in nuova armonia». È necessario però un energico attaccamento alla vita, comunque rinnovato dalla parola: e sono d’accordo con Giulio Greco nel sottolineare come Parrini si voglia assimilare agli «eterni bambini in attesa».

   Ancora illuminanti, a distanza di oltre mezzo secolo, sono alcuni passi di Flora: «V’è dietro ogni figura o immagine di poesia un certo fluido spazio che ogni lettore riempie a suo modo, soprattutto con ricordi d’infanzia; e la visione poetica si fa corporea proprio per quelle linee personali che la nostra singola esperienza di vita apporta alle sillabe e ai segni dello scrittore». Ecco un esempio nell’ultima sezione di Un uomo tra gli uomini:

Ho accompagnato mia sorella per mano

su un grande prato bianco

la tenevo stretta per non farla cadere

mi guardava senza vedermi

luce bianca, tra le mie dita.

Le ho chiesto aiuto

da tanto non respiravo il suo odore

e quanto mi era mancata

lo scoprivo ora, tra quell’erba

senza tempo

mentre il sole cadeva sui miei occhi.

   La struttura logico-intuitiva è raffinata, con una tensione informativa e di stampo emozionale davvero ragguardevole, nonché all’altezza di accompagnare il lettore all’interno della funzione estetica del linguaggio (così la definiva Roman Jakobson), di “addestrarlo” magistralmente ad accogliere l’evenienza di ricevere un messaggio basato sulla sua matrice autoriflessiva ma in progress, sempre disponibile ad accrescersi, a riformularsi.

   Se dovessi indicare la chiave esegetica primaria di Un uomo tra gli uomini, suggerirei tuttavia l’amore in sé:

Il sasso che sconvolge

il piatto stagno.

Questo sia l’amore

dentro la tua vita.

   La passione e l’innamoramento possono essere considerati il leitmotiv della silloge, in un’oscillazione ininterrotta di bene-male, ardore-nostalgia, capace di coinvolgere il destinatario sino a renderlo autore di propri codici, etici e ideologici, in grado di riproporre senza sosta il contenuto “amore” nella polarità inquietante del ménage quotidiano tra calma e contrasto, estasi e tormento:

Nei volti che hai amato

si stempera il nucleo delle cose

ogni mistero in questa vita

prende un nome

rinasce e muore

il senso del dolore.

Gli specchi dove non ti riconosci

trascolorano le notti senza sonno

il bambino fatto vecchio

il risveglio dentro il mondo.

E faticoso è il passo di domani

attende ancora finché spiova

che tra i rami nelle foglie ancora vive

il tuo sorriso nuovo incontri il mio.

   Negli anni Ottanta, il sociologo Francesco Alberoni spiegava: «La vita quotidiana è caratterizzata dal dover sempre fare qualcosa d’altro, dal dover scegliere fra cose che interessano ad altri, scelta fra un disappunto più grande ed un disappunto più lieve. Nell’innamoramento, fra il tutto e il nulla. È come se ogni giorno noi ottenessimo quanto nella vita quotidiana è impensabile: un regno, il potere, la felicità e la gloria».  

Nel leggere, e rileggere, Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini, sarà possibile toccare e assaporare una felicità in genere difficile da cogliere.

Paolo Parrini nasce a Vinci (FI) nel 1964, si diploma in maturità scientifica nel 1983 e si laurea in Scienze Politiche all’Istituto universitario “Cesare Alfieri” di Firenze. Da sempre ama leggere e scrivere: i libri sono stati e sono la sua compagnia in tutti i momenti, belli e meno belli, della sua vita. Ha esordito con le poesie giovanili raccolte in Di vita, di solitudine e d’amore (2016) edito da Pagine. Con Aletti ha pubblicato Di luce e d‘ombra (2016) e Tra la terra e il cielo (2018), con La Vita Felice Oltre il buio della notte (2019), con Ladolfi Quando cadranno i giorni (2019) (questi ultimi due con la prefazione di Renato Minore). Ha ottenuto premi e menzioni in vari concorsi.

L’angolo di Cinzia Baldazzi – Intervista allo scrittore Emanuele Sapuppo

Emanuele Sapuppo

di Cinzia Baldazzi

Nel settembre del 2015 Emanuele Sapuppo, all’epoca quarantenne, parte da Roma senza una destinazione prestabilita. Ha in tasca solo venti euro, il minimo necessario nello zaino per dormire e cambiarsi, e cinquanta copie de Il risveglio di Jacopo Canegatti, il suo primo romanzo appena pubblicato. È una sfida con se stesso: dimostrare come si possa provvedere al sostentamento solo scambiando e barattando il proprio libro. Torna a casa dopo aver percorso per trenta giorni il nord e il centro Italia. Racconta l’esperienza ne Il barattatore di libri, opera che ha avuto una diffusione capillare anche grazie al gran numero di persone incontrate durante il viaggio e rimaste poi in contatto. Emanuele ha nel frattempo scritto il suo terzo libro, 108 aforismi per un viaggio, rigorosamente prodotto in self-publishing come i precedenti.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino consigliava amaramente a ogni scrittore esordiente il mestiere di agente di Borsa: «Se uno non ha uno stipendio non può fare il poeta». Dopo diciannove anni di lavoro, hai abbandonato il posto fisso. Da quel momento, qual è diventata la tua attività principale?

Emanuele Sapuppo – Gesualdo Bufalino era anche un maestro nel gioco degli scacchi. A tal proposito mi viene da citare un aforisma: «La vita è una partita a scacchi in cui l’avversario è il tempo». Ecco, bisogna innanzitutto giocare e giocarsela, questa vita, facendo affidamento alla fede che innanzitutto nutriamo verso noi stessi. E lasciando il posto fisso ho avuto da subito una ricchezza immensa: il mio tempo. Inizialmente pensai di insegnare yoga; piano piano lasciai anche l’attività attoriale, nel contempo iniziai a scrivere testi differenti da quelli che fino allora scrivevo, ossia teatrali. In due anni circa scrissi il mio primo libro, Il risveglio di Jacopo Canegatti, e successivamente gli altri, affinché la mia attività principale divenisse quella dello scrittore.

9 settembre 2015: la partenza da Roma. Chi sapeva di questa tua decisione? Chi avevi avvertito?

Emanuele Sapuppo – Quando partii, nessuno sapeva del viaggio che avrei fatto. Era per me la conferma e la risposta a quello che già sapevo dentro di me, e cioè che nella vita “tutto arriva se lo pensi con il cuore”, tutto si manifesta se intraprendi il solco giusto, se segui la tua verità. Ecco cosa cercavo: questa risposta.

Ti sei ritrovato all’imbocco dell’autostrada Roma-Firenze: perché con destinazione Nord e non verso il Sud?

Emanuele Sapuppo – Uscendo di casa intorno alle due di pomeriggio, senza soldi e senza mèta, o meglio solo con venti euro, non avevo una destinazione: seguii l’istinto e la direzione fu quella del Nord Italia. Ma non è stato pensato.

Il barattatore di libri

L’itinerario di questi trenta giorni di viaggio è stato: Roma, Terni, Falconara, San Marino, Bologna, Padova, Milano, Bergamo, Cecina, Pisa, Falconara. Sono tutti approdi casuali o almeno qualcuna di questi era prestabilito?

Emanuele Sapuppo – Nessuna città è stata decisa prima della partenza. Durante il cammino ho voluto soggiornare in alcuni centri spirituali di cui sapevo l’esistenza, forse questa è stata l’unica scelta che mi ha portato in alcune città. A Bergamo ne approfittai per far visita a una cugina che non vedevo da molti anni.

Uno degli incontri cruciali è stato con la giovane Anna…

Emanuele Sapuppo – Incontrai Anna a Falconara subito dopo la sveglia della mia prima notte (avevo dormito in spiaggia con il sacco a pelo). Arrivai in stazione. Questa ragazza aspettava il treno per andare a lavorare. Mi avvicinai, le proposi di leggere il mio libro e lei in cambio mi diede il prezzo pieno, ossia otto euro. Ci scambiammo l’amicizia su Facebook e durante il viaggio spesso mi chiedeva dove mi trovassi: mi scrisse inoltre che se fossi passato di nuovo nelle Marche mi avrebbe ospitato. Che dire, un altro miracolo. Anna, seppur non conoscendomi, attraverso il mio libro capì che poteva fidarsi, e questa sua apertura cominciava a farmi vedere che nell’invisibile si osserva attraverso il cuore l’anima delle persone. E Anna ne aveva una molto grande.

Se Anna non ti avesse richiamato nelle Marche, dove avresti proseguito?

Emanuele Sapuppo – Avrei continuato per il Centro e poi il Sud, ma Anna è stata una pedina importante di questa partita. E, come si usa fare negli scacchi, con lei c’è stato, come dire, un bell’«arrocco».

Cosa ti avrebbe spinto verso il Meridione?

Emanuele Sapuppo – Sono nato a Roma ma le mie origini sono catanesi. Ho sempre sentito un attaccamento molto forte a questa terra: il solo pensiero di traghettare verso l’isola mi fa sentire un brivido forte, ogni volta che mi immergo nei ricordi. Specialmente quando, per i miei primi quarant’anni, decisi di fare un viaggio “in solitaria” per tutta la Sicilia. Arrivai il giorno del mio compleanno, il 24 luglio, in provincia di Catania, nei comuni di nascita dei miei nonni paterni e materni, Gaetano Sapuppo e Francesco Pedi, per richiedere i loro atti di nascita e riportarli incorniciati in un quadro ai miei genitori. Insomma, fu un vero ritorno alle origini.

Hai dichiarato che il viaggio si è configurato anche come una battaglia contro le proprie paure. Di cosa avevi paura?

Emanuele Sapuppo – Quella più grande era di ritrovarsi non soli, ma soli con se stessi. E dunque fare i conti con il proprio sé, con la propria anima. Grazie al cielo mi sono “trovato” e “ritrovato”. Diventando sempre di più mio amico.

I mezzi di locomozione: pullman, treno, autostop, BlaBlaCar…

Emanuele Sapuppo – Sì, è vero, ma anche molta strada percorsa a piedi, anzi, soprattutto a piedi, con appresso uno zaino, il sacco a pelo e cinquanta libri da barattare.

A proposito di zaino: conteneva un’agenda, una penna, lo Smartphone collegato a Facebook e WhatsApp, alcuni libri, pochi indumenti. Sembrano i mezzi magici necessari all’eroe delle fiabe per condurre a termine l’impresa…

Emanuele Sapuppo – Quando preparai lo zaino non ho pensato nello specifico a cosa portare. Mi piaceva l’idea della penna stilografica. Per i social non era importante, dato che non avevo alcuna intenzione di comunicare gli spostamenti che man mano facevo.

Ma forse il vero mezzo magico è stato il tuo libro, che hai portato con te nella misura di cinquanta esemplari. In base a cosa hai pensato che la tua opera potesse provvedere al sostentamento?

Emanuele Sapuppo – A dire il vero ero così fiducioso nell’impresa che avrei potuto barattare qualsiasi cosa. Certamente i miei libri sono stati il carburante necessario per partire e continuare il viaggio, ma oggi sono sicuro che se avessi avuto anche, per dire, cinquanta accendini, avrei svolto ugualmente questa avventura con successo. L’energia che nutrivo dentro di me era la vera fonte di forza a sostenermi.

Secondo un detto latino, «carmina non dant panem». Nel Satyricon, Petronio scriveva: «Amor ingenii neminem umquam divitem fecit» (L’amore dell’ingegno non ha mai fatto ricco nessuno). Nel Canzoniere, Francesco Petrarca parlava di una filosofia «povera e nuda», mentre Ludovico Ariosto nelle Satire raccontava di non aver abbastanza monete da comperarsi un mantello. Cosa ne pensi?

Emanuele Sapuppo – Senza nulla togliere a queste menti eccelse, agli aforismi come saggezza e perle di vita, penso anche io che la poesia non arricchisca materialmente. Sappiamo però quanto possa riempiere la tasca del cuore, un cuore straripante di emozioni e di gioia nel sapere che il lettore possa provare un sentimento nella lettura di un’opera. Lo stesso Emilio Salgari, che scrisse a più non posso, non se la passava affatto bene. Sono comunque certo che ognuno abbia un parametro diverso di ricchezza, e tutto parte da lì. Alcuni cinici greci con un solo mantello si sentivano assolutamente ricchi.

Tu parli di baratto, perché in molti casi l’offerta di un libro in dono ha suscitato nel tuo interlocutore un moto di riconoscenza che si è tramutato, ad esempio, in un pasto, o nell’ospitalità per una notte. Questa forma di baratto è definita “semplice” o “diretta”. Avevi davvero fiducia in questo scambio commerciale di beni senza passaggio di moneta?

Emanuele Sapuppo – Assolutamente sì, ero conscio che nel dare si riceve, e in ogni forma. È vero, i miei interlocutori erano entusiasti: questa esperienza di scambio era la stessa che avevano da sempre pensato, ma senza il coraggio di metterla in pratica. Dunque, per loro ero il compimento di un’impresa a loro cara.

In altre occasioni il libro è stato invece venduto, quindi con un corrispettivo monetario in cambio, a sua volta però servito per acquistare quanto desiderato (cibo, biglietti ferroviari). Questa forma è chiamata baratto “multiplo” o “indiretto”.

Emanuele Sapuppo – Proprio così, “indiretto”, dato che le somme ricevute servivano appunto per continuare nel viaggio. Mi ricordo quando ebbi in cambio la somma di venti euro per un libro da Elena, proprietaria del ristorante “I Navigli”, incontrata mentre stavo andando all’ostello che si trovava dietro la via del suo locale. Dormire una notte mi costò esattamente la stessa somma, dunque fu un vero baratto “multiplo”. Quando il custode mi disse la cifra che avrei dovuto pagare per la notte, rimasi senza parole: in tasca avevo ancora i venti euro che Elena mi aveva appena dato.

Come sai, gli scrittori hanno quasi sempre nei confronti dell’argomento “soldi” un atteggiamento di negazione, di diminuzione o di aristocratica noncuranza. Alla sovrana ritrosia degli autori si aggiunge il top secret da parte delle case editrici. Tu hai scelto, almeno credo, di aggirare la questione saltando a piè pari il momento della corresponsione di denaro e proponendo il baratto. Fino a quando, nella piazza centrale di Padova, ti sei trovato con un incasso di 200 Euro. Cosa hai provato in quel momento?

Emanuele Sapuppo – La realizzazione del sogno che avevo fatto sin dalla partenza, questo ho sentito. La magia che ogni cosa dolcemente si stava realizzando, e noi siamo gli unici autori e – metaforicamente parlando – gli editori della nostra vita.

108 aforismi per un viaggio

Il libro che hai barattato era Il risveglio di Jacopo Canegatti. Quando lo hai scritto? di cosa parla?

Emanuele Sapuppo – Successivamente al licenziamento incominciai a scrivere, più o meno nel 2011. È un giallo ambientato nella vecchia Roma. Narra della presa di coscienza da parte di un uomo che, ricercando un vecchio amore, finisce per ritrovare se stesso, attraverso un cammino profondo che si snoda nel suo vero “sé” e non meno nei vicoli di Roma. “Esoterico” ma anche “essoterico”. Questo romanzo, frutto di un’auto-pubblicazione in totale autonomia e libertà, mi ha portato in Campidoglio, nel 2014, a ricevere il premio Personalità Europea Categoria Scrittori Roma Capitale. Lo ricordo in quanto stava accadendo qualcosa di veramente magico, e questo solo perché avevo cominciato a seguire naturalmente la mia via.

L’esperienza del 2015 è stata poi descritta nel successivo in Il barattatore di libri, uscito nel 2018, tre anni dopo il viaggio…

Emanuele SapuppoIl barattatore di libri è un vero dono. Da solo ha testimoniato in tutta Italia il viaggio che ho compiuto e nello specifico il messaggio che volevo comunicare: la fede e la verità ti conducono senza ostacoli verso la serenità. Non ho altre spiegazioni in merito, dato che il numero di copie vendute è stato da subito elevato e, ripeto, senza una casa editrice, essendo anche questo realizzato in self publishing.

Quale tipo di diffusione ha avuto?

Emanuele Sapuppo – In breve tempo il libro si è fatto conoscere in tutta la penisola attraverso il passaparola: ero infatti rimasto in contatto con molti amici conosciuti durante il viaggio del 2015. Magicamente, alcune persone che lo lessero mi chiesero di andarlo a presentare nelle loro città. Nel 2019 ho portato Il barattatore di libri in venti città e paesi in tutto il Nord e Centro Italia. È un miracolo che si è avverato.

Il barattatore di libri potrebbe configurarsi quasi come un “romanzo di formazione”: nella regola classica del genere, il protagonista, alla fine, è molto diverso da come era all’inizio, in un percorso di maturazione intellettuale, morale, spirituale. Vale anche per te? E in che modo?

Emanuele Sapuppo – Questo mi riconsegnano i lettori dopo aver apprezzato Il barattatore di libri: al di là del mio cambiamento, quello che mi dona più gioia è nel sapere che questo racconto sta aiutando molte persone a intraprendere un cammino, a sentirsi più coraggiose nell’affrontare i problemi quotidiani, ad avvertire un amore per se stessi che prima non avevano o, meglio, a iniziare a sentire e capire che non c’è altra via che quella della propria conoscenza.

Nel 2000 avevi cominciato a frequentare comunità sikh e induiste. Hai frequentato le comunità Hare Krishna, ti sei ispirato ai maestri Osho e Krishnamurty, hai imparato e insegnato lo yoga.

Il risveglio di Jacopo Canegatti

Emanuele Sapuppo – Durante i momenti di angoscia, di dolore, di sofferenza che la vita mi aveva messo davanti, ho iniziato a ricercare qualcosa che forse non ho mai avuto il coraggio di scovare prima. Questi maestri mi hanno aiutato nel seguire un solco per arrivare ad amarmi. Molte le scuole, molti i maestri: ma per arrivare sempre a un unico, vero insegnante: il mio maestro interiore. Insomma, noi siamo gli unici leader di noi stessi, prima di tutto.

Allo stesso tempo, hai mantenuto viva la spiritualità cristiana. A San Marino hai seguito la messa con le monache e visitato il monastero di Santa Chiara; a Bologna hai cantato e mangiato in una congregazione gesuita africana; a Padova, nella basilica di Sant’Antonio, hai pregato davanti alla tomba del santo; sei partito alla volta di Bergamo per visitare la casa di papa Roncalli a Sotto il Monte.

Emanuele Sapuppo – Dopo varie esperienze spirituali, mi sono accorto che l’unica via è quella di essere aperti al tutto, abbracciare qualsiasi strada, viaggiando ai margini ma cogliendo gli aspetti migliori, senza farsi rapire da sètte o gruppi che ti indottrinano in un solo credo.

Una simile forma di sincretismo si ritrova anche nelle varietà delle epigrafi che scandiscono ogni capitolo de Il barattatore di libri: Protagora, Socrate, Plotino, Seneca, Marco Aurelio, Francesco d’Assisi, Cristoforo Colombo, Voltaire, Tiziano Terzani.

Emanuele Sapuppo – A me è caro ogni insegnamento di questi grandi maestri. Protagora diceva: l’uomo è misura delle cose, Socrate induceva a conoscere se stessi, Marco Aurelio nei Pensieri a gioire della morte. Grato a tanto. Non potevo non riportarlo in questo scritto. Al proposito, mi viene in mente Diogene di Sinope, il quale ammoniva: «L’uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei». Egli fu la prima persona a utilizzare il termine “cosmopolita”. E sapete come rispose al filosofo Diodoro Crono che negava il movimento? Mettendosi a camminare.

Un passo indietro, per parlare della tua attività in teatro. Per quanto tempo si è protratta?

Emanuele Sapuppo – Ho lavorato per quindici anni con vari artisti del panorama italiano. La carriera di attore è stata una parentesi importante che mi ha donato la spontaneità nell’imparare a stare davanti al pubblico. Nutrivo sicuramente una forma di “ego” per voler apparire, o forse era solamente la voglia di farmi “riconoscere” per cominciare a “conoscermi”: insomma, propedeutica per arrivare di nuovo a comunicare, ma questa volta in una modalità differente.

Eri anche autore di testi?

Emanuele Sapuppo – Sì, scrivevo da solo quello che avrei poi recitato. Quei testi, una battuta o un dialogo – come avviene oggi per un libro – si manifestavano come “figli” su di un palco.

Ora invece un passo avanti: hai in programma una nuova partenza. Cosa pensi sia cambiato dal primo viaggio? Questa volta ti dirigerai verso Sud?

Emanuele Sapuppo – Riparto dopo cinque anni dalla prima avventura. In effetti riprenderò dal Sud: prenderò le mosse da San Giovanni Rotondo, da San Pio, ma questa volta su un monopattino. Un’avventura sicuramente diversa dalla prima, sulla quale non nutro aspettative se non quella di comunicare ancora una volta che nella vita dobbiamo osare e permetterci di essere felici.

L’angolo di Cinzia Baldazzi -Il cammino verso la vita e la poesia

Note critiche su Meditare e sentire di Antonino Schiera

di Cinzia Baldazzi

Antonino Schiera

Meditare e sentire

Castiglione di Sicilia (CT), Il Convivio Editore, 2019

pp. 64, € 10,00

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Ne Il simbolismo della poesia (1900), l’irlandese William Butler Yeats sosteneva:

Ogni suono, ogni colore, ogni forma, sia in virtù delle sue energie precostituite, sia in virtù di lungo processo associativo, evoca emozioni indefinibili, tuttavia precise, […] evoca e fa scendere in mezzo a noi certe potenze incorporee, i cui passi sui nostri cuori chiamiamo emozioni.

   La ricerca di amore, eleganza e sensibilità, nel crogiolo della ποίησις densa di emotività, nasconde sempre una salda fiducia nella possibilità di poter conoscere in chiave esaustiva il mondo, in qualsiasi modo esso venga evocato e sublimato.

   Su un tracciato analogo avanza il cammino compiuto da Antonino Schiera nella raccolta Meditare e sentire, dove il protagonista del coraggioso itinerario può essere «ferito più volte, ma mai domo», ormai deciso a lasciare «il ponticello sul quale si era rifugiato» e pronto a ricominciare «il cammino verso la vita». Sono versi tratti da Il cammino, che sembra avere un ideale proseguimento nella successiva Oblio, dove – con una tecnica di immagini giustapposte – al desueto, all’abbandonato, all’anonimo, si invita a preferire «l’amorevole ricordo / di un tempo ormai andato», in grado di divenire matrice di un «eterno, delicato esempio d’amore».

   Si fa così strada, fin dalle prime pagine, l’idea centrale di affidare allo strumento poetico il ruolo di illuminare e “schiarire” il contesto reale. Ecco un’ipotesi:

Vorrei essere quel raggio di sole

che per primo ha illuminato

il tuo viso stamane.

Vorrei essere il cuscino

che ha accolto il tuo volto

in questa notte di stelle cadenti.

[Vorrei essere]

   Il poeta si trova quindi a combattere contro i numerosi ostacoli capaci di bloccare la recondita conoscenza degli input umani, naturali: l’oscurità, minacciosa nel suo calare sui «verdi ricordi / di un passato che ritorna» [Al buio]; l’«incertezza», cui l’uomo rischia di abbandonarsi per cadere preda degli «incubi» [Desolazione]; il tormento insopportabile dei rumori, dei pericoli, delle irrequietezze [Periglio]; la solitudine dell’infanzia, «con gli occhi pieni di dolore» [Distacco]. L’autore registra pertanto, pagina dopo pagina, i fenomeni vissuti in uno stretto legame di interdipendenza, di reciprocità tra «sogni e reali inquietudini» [Crepuscolo].

Copertina della raccolta di poesie Meditare e sentire

   Di certo le emozioni non potrebbe esistere, diventare percettibili e attive tra di noi se per loro il poeta non avesse trovato un suono accanto a una forma, o un complesso di tali elementi capaci di esprimerle: Schiera ne è consapevole, al punto da disporre nei suoi componimenti moduli, clichés o stati d’animo plasmati in un tutto armonico, in cui anche una parola, una metafora, siano fonte di radicate e concentriche forze creative e interpretative, quasi – di nuovo con le parole di Yeats – «come gli anelli che si vedono uno dentro l’altro nel ceppo di un vecchio albero».

   L’aura, ovvero l’hic et nunc inconfondibile dei brani – riflette Schiera in apertura – affronta una prospettiva «superiore rispetto alla semplice valutazione estetica della poesia, i quanto i sentimenti che la generano diventano motore per la nostra esistenza, se non addirittura lo scopo». Il componimento intitolato Valle, situato al centro del libro, con la storia in rapidi cenni di un individuo salvato dalla scrittura, è in certo qual modo il manifesto programmatico di Meditare e sentire:

Un uomo si affaccia deciso senza paura sulla valle,

che degrada verso il mare senza incontrarlo,

ma può soltanto, nella sua mente, immaginarlo

il mare porta odorosi ricordi che gravano sulle spalle,

discese che picchiano sulle ginocchia stanche,

salite che ansimano insieme al suo fiato.

Adesso dopo tanto soffrire vive agiato,

saltella solitario tra viali e panche.

La poesia lo ha liberato.

E se guarda indietro si rattrista,

pensa e scrive, la gioia riacquista.

[Valle]

   La ποιητική τέχνη coinvolge le cose in un paesaggio conforme, nonché favorito dalla natura: gesti e oggetti, spunti sensibili e dati materiali, a dispetto della loro inquietante inconsistenza, della precaria atmosfera interiore, tendono a espandersi per sempre: «L’amore per me ha un valore universale», prosegue Schiera: «Tutto ciò che noi facciamo si colloca all’interno di una sacca esistenziale che nutre i rapporti tra le persone e la nostra anima». Il ricordo assume così, nell’area di un umanesimo razionale, progressista, un atteggiamento antagonista alla dimenticanza reificata, prezzo della crisi da pagare nell’ambito attuale, individuale e soggettivo. Nasce, allora, un accorato appello:

Non scendere le scale dell’oblio,

ma sali quelle dell’amorevole ricordo

di un tempo ormai andato, che ti ha forgiato.

[Oblio]

   Ha ragione Francesca Luzzio quando nella prefazione sottolinea: «Scrivere è dunque fermare, dare consistenza di verità al fluido e scorrevole flusso vitale ed è proprio per questo, forse, che il poeta si esprime in modo immediato e realistico: facilitare al lettore la comprensione e non aspirare, come gli Ermetici, a significati generali ed astratti del vero». Infatti, in una simile Kunstanschauung (“visione dell’arte”), la poesia di Schiera sceglie la misura ampia della figurazione, mirando a un discorso aperto, composto di riflessioni, confidenze, abbandoni descrittivi, all’altezza di evocare un sottile gioco di riconoscimento e scambio tra l’ottica del mittente e quella di chi accoglie il messaggio.

Antonino Schiera

Circa trent’anni fa, ne La società trasparente, Gianni Vattimo osservava: Con il passare dei secoli, diventerà sempre più chiaro che il culto del nuovo e dell’originale dell’arte si lega a una prospettiva più generale che, come succede nell’età dell’Illuminismo, considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la sempre più perfetta realizzazione dell’uomo ideale.

In nome di un umanesimo universalizzante, il leitmotiv dell’auto-identificazione, della ricerca del proprio Io, incrementato da una fitta trama di quid metaforici estesa nell’intero corpo di Meditare e sentire, acquista una sfumatura metastorica di coesione assoluta tra bene e male:

Il senso della mia identità

modella e perdura, costruisce

la mia visione di un mondo

talvolta crudele e acre,

balena l’idea di un fiore spinoso

che nasce tra le macerie.

[Identità]

   Sul piano del linguaggio, delle strutture formali della silloge, Schiera privilegia livelli semiologici diretti, benché non immediati, presupponendo nel destinatario la facoltà di cogliere il mito vivente delle immagini suggerite e dei suoi simboli naturali avvalendosi dello stimolo evocativo tipico della lirica: essa è in grado, suggerisce l’autore, di rendersi indispensabile nell’interazione «con il mondo esterno e lo scibile umano»:

Dialoghi interiori che attivano le risorse umane, la nostra capacità di migliorare, innescati dalla composizione e dalla lettura di queste poesie, frutto di situazioni, sensazioni, dialoghi con gli amici.

   Nel sistema dei contenuti emblematici dell’opera richiamati dal titolo Meditare e sentire, il pensiero non procura un’innata sicurezza: piuttosto dichiara la necessità di essere conquistato in un ripiegamento esistenziale, sempre incalzante, drammatico, versificato, di alternanza tra presenza e assenza, di coesistenza fra ἔρως e θάνατος:

Sei andata via all’oscuro.

Nessun barlume di speranza,

di poterti rivedere

di poter sentire il suono della tua voce

di potere immaginare le tue emozioni

di poter dire a me stesso… che sei esistita.

[Fuga]

   Non si tratta di una diserzione affettiva, di una ritirata dall’hic et nunc, ma dell’incipit di un andamento in progress, dove anche «lo sfumare / di un sogno, mai divenuto / realtà» si alimenta dell’aspettativa:

Nutrito dalla speranza

mai doma,

in questa vita

composta di riverberi di luce.

[Ali di colomba]

   Meditare e sentire espone un repertorio dalla potenza vitale e dinamica, di versi provvisti di nuance di autenticità atemporale, dove – con le parole dello stesso Antonino Schiera – «le azioni umane nascono dai pensieri di ciascuno di noi» e «la poesia ne rappresenta un ottimo nutrimento».