L’angolo di Cinzia Baldazzi – Intervista allo scrittore Emanuele Sapuppo

Emanuele Sapuppo

di Cinzia Baldazzi

Nel settembre del 2015 Emanuele Sapuppo, all’epoca quarantenne, parte da Roma senza una destinazione prestabilita. Ha in tasca solo venti euro, il minimo necessario nello zaino per dormire e cambiarsi, e cinquanta copie de Il risveglio di Jacopo Canegatti, il suo primo romanzo appena pubblicato. È una sfida con se stesso: dimostrare come si possa provvedere al sostentamento solo scambiando e barattando il proprio libro. Torna a casa dopo aver percorso per trenta giorni il nord e il centro Italia. Racconta l’esperienza ne Il barattatore di libri, opera che ha avuto una diffusione capillare anche grazie al gran numero di persone incontrate durante il viaggio e rimaste poi in contatto. Emanuele ha nel frattempo scritto il suo terzo libro, 108 aforismi per un viaggio, rigorosamente prodotto in self-publishing come i precedenti.

Lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino consigliava amaramente a ogni scrittore esordiente il mestiere di agente di Borsa: «Se uno non ha uno stipendio non può fare il poeta». Dopo diciannove anni di lavoro, hai abbandonato il posto fisso. Da quel momento, qual è diventata la tua attività principale?

Emanuele Sapuppo – Gesualdo Bufalino era anche un maestro nel gioco degli scacchi. A tal proposito mi viene da citare un aforisma: «La vita è una partita a scacchi in cui l’avversario è il tempo». Ecco, bisogna innanzitutto giocare e giocarsela, questa vita, facendo affidamento alla fede che innanzitutto nutriamo verso noi stessi. E lasciando il posto fisso ho avuto da subito una ricchezza immensa: il mio tempo. Inizialmente pensai di insegnare yoga; piano piano lasciai anche l’attività attoriale, nel contempo iniziai a scrivere testi differenti da quelli che fino allora scrivevo, ossia teatrali. In due anni circa scrissi il mio primo libro, Il risveglio di Jacopo Canegatti, e successivamente gli altri, affinché la mia attività principale divenisse quella dello scrittore.

9 settembre 2015: la partenza da Roma. Chi sapeva di questa tua decisione? Chi avevi avvertito?

Emanuele Sapuppo – Quando partii, nessuno sapeva del viaggio che avrei fatto. Era per me la conferma e la risposta a quello che già sapevo dentro di me, e cioè che nella vita “tutto arriva se lo pensi con il cuore”, tutto si manifesta se intraprendi il solco giusto, se segui la tua verità. Ecco cosa cercavo: questa risposta.

Ti sei ritrovato all’imbocco dell’autostrada Roma-Firenze: perché con destinazione Nord e non verso il Sud?

Emanuele Sapuppo – Uscendo di casa intorno alle due di pomeriggio, senza soldi e senza mèta, o meglio solo con venti euro, non avevo una destinazione: seguii l’istinto e la direzione fu quella del Nord Italia. Ma non è stato pensato.

Il barattatore di libri

L’itinerario di questi trenta giorni di viaggio è stato: Roma, Terni, Falconara, San Marino, Bologna, Padova, Milano, Bergamo, Cecina, Pisa, Falconara. Sono tutti approdi casuali o almeno qualcuna di questi era prestabilito?

Emanuele Sapuppo – Nessuna città è stata decisa prima della partenza. Durante il cammino ho voluto soggiornare in alcuni centri spirituali di cui sapevo l’esistenza, forse questa è stata l’unica scelta che mi ha portato in alcune città. A Bergamo ne approfittai per far visita a una cugina che non vedevo da molti anni.

Uno degli incontri cruciali è stato con la giovane Anna…

Emanuele Sapuppo – Incontrai Anna a Falconara subito dopo la sveglia della mia prima notte (avevo dormito in spiaggia con il sacco a pelo). Arrivai in stazione. Questa ragazza aspettava il treno per andare a lavorare. Mi avvicinai, le proposi di leggere il mio libro e lei in cambio mi diede il prezzo pieno, ossia otto euro. Ci scambiammo l’amicizia su Facebook e durante il viaggio spesso mi chiedeva dove mi trovassi: mi scrisse inoltre che se fossi passato di nuovo nelle Marche mi avrebbe ospitato. Che dire, un altro miracolo. Anna, seppur non conoscendomi, attraverso il mio libro capì che poteva fidarsi, e questa sua apertura cominciava a farmi vedere che nell’invisibile si osserva attraverso il cuore l’anima delle persone. E Anna ne aveva una molto grande.

Se Anna non ti avesse richiamato nelle Marche, dove avresti proseguito?

Emanuele Sapuppo – Avrei continuato per il Centro e poi il Sud, ma Anna è stata una pedina importante di questa partita. E, come si usa fare negli scacchi, con lei c’è stato, come dire, un bell’«arrocco».

Cosa ti avrebbe spinto verso il Meridione?

Emanuele Sapuppo – Sono nato a Roma ma le mie origini sono catanesi. Ho sempre sentito un attaccamento molto forte a questa terra: il solo pensiero di traghettare verso l’isola mi fa sentire un brivido forte, ogni volta che mi immergo nei ricordi. Specialmente quando, per i miei primi quarant’anni, decisi di fare un viaggio “in solitaria” per tutta la Sicilia. Arrivai il giorno del mio compleanno, il 24 luglio, in provincia di Catania, nei comuni di nascita dei miei nonni paterni e materni, Gaetano Sapuppo e Francesco Pedi, per richiedere i loro atti di nascita e riportarli incorniciati in un quadro ai miei genitori. Insomma, fu un vero ritorno alle origini.

Hai dichiarato che il viaggio si è configurato anche come una battaglia contro le proprie paure. Di cosa avevi paura?

Emanuele Sapuppo – Quella più grande era di ritrovarsi non soli, ma soli con se stessi. E dunque fare i conti con il proprio sé, con la propria anima. Grazie al cielo mi sono “trovato” e “ritrovato”. Diventando sempre di più mio amico.

I mezzi di locomozione: pullman, treno, autostop, BlaBlaCar…

Emanuele Sapuppo – Sì, è vero, ma anche molta strada percorsa a piedi, anzi, soprattutto a piedi, con appresso uno zaino, il sacco a pelo e cinquanta libri da barattare.

A proposito di zaino: conteneva un’agenda, una penna, lo Smartphone collegato a Facebook e WhatsApp, alcuni libri, pochi indumenti. Sembrano i mezzi magici necessari all’eroe delle fiabe per condurre a termine l’impresa…

Emanuele Sapuppo – Quando preparai lo zaino non ho pensato nello specifico a cosa portare. Mi piaceva l’idea della penna stilografica. Per i social non era importante, dato che non avevo alcuna intenzione di comunicare gli spostamenti che man mano facevo.

Ma forse il vero mezzo magico è stato il tuo libro, che hai portato con te nella misura di cinquanta esemplari. In base a cosa hai pensato che la tua opera potesse provvedere al sostentamento?

Emanuele Sapuppo – A dire il vero ero così fiducioso nell’impresa che avrei potuto barattare qualsiasi cosa. Certamente i miei libri sono stati il carburante necessario per partire e continuare il viaggio, ma oggi sono sicuro che se avessi avuto anche, per dire, cinquanta accendini, avrei svolto ugualmente questa avventura con successo. L’energia che nutrivo dentro di me era la vera fonte di forza a sostenermi.

Secondo un detto latino, «carmina non dant panem». Nel Satyricon, Petronio scriveva: «Amor ingenii neminem umquam divitem fecit» (L’amore dell’ingegno non ha mai fatto ricco nessuno). Nel Canzoniere, Francesco Petrarca parlava di una filosofia «povera e nuda», mentre Ludovico Ariosto nelle Satire raccontava di non aver abbastanza monete da comperarsi un mantello. Cosa ne pensi?

Emanuele Sapuppo – Senza nulla togliere a queste menti eccelse, agli aforismi come saggezza e perle di vita, penso anche io che la poesia non arricchisca materialmente. Sappiamo però quanto possa riempiere la tasca del cuore, un cuore straripante di emozioni e di gioia nel sapere che il lettore possa provare un sentimento nella lettura di un’opera. Lo stesso Emilio Salgari, che scrisse a più non posso, non se la passava affatto bene. Sono comunque certo che ognuno abbia un parametro diverso di ricchezza, e tutto parte da lì. Alcuni cinici greci con un solo mantello si sentivano assolutamente ricchi.

Tu parli di baratto, perché in molti casi l’offerta di un libro in dono ha suscitato nel tuo interlocutore un moto di riconoscenza che si è tramutato, ad esempio, in un pasto, o nell’ospitalità per una notte. Questa forma di baratto è definita “semplice” o “diretta”. Avevi davvero fiducia in questo scambio commerciale di beni senza passaggio di moneta?

Emanuele Sapuppo – Assolutamente sì, ero conscio che nel dare si riceve, e in ogni forma. È vero, i miei interlocutori erano entusiasti: questa esperienza di scambio era la stessa che avevano da sempre pensato, ma senza il coraggio di metterla in pratica. Dunque, per loro ero il compimento di un’impresa a loro cara.

In altre occasioni il libro è stato invece venduto, quindi con un corrispettivo monetario in cambio, a sua volta però servito per acquistare quanto desiderato (cibo, biglietti ferroviari). Questa forma è chiamata baratto “multiplo” o “indiretto”.

Emanuele Sapuppo – Proprio così, “indiretto”, dato che le somme ricevute servivano appunto per continuare nel viaggio. Mi ricordo quando ebbi in cambio la somma di venti euro per un libro da Elena, proprietaria del ristorante “I Navigli”, incontrata mentre stavo andando all’ostello che si trovava dietro la via del suo locale. Dormire una notte mi costò esattamente la stessa somma, dunque fu un vero baratto “multiplo”. Quando il custode mi disse la cifra che avrei dovuto pagare per la notte, rimasi senza parole: in tasca avevo ancora i venti euro che Elena mi aveva appena dato.

Come sai, gli scrittori hanno quasi sempre nei confronti dell’argomento “soldi” un atteggiamento di negazione, di diminuzione o di aristocratica noncuranza. Alla sovrana ritrosia degli autori si aggiunge il top secret da parte delle case editrici. Tu hai scelto, almeno credo, di aggirare la questione saltando a piè pari il momento della corresponsione di denaro e proponendo il baratto. Fino a quando, nella piazza centrale di Padova, ti sei trovato con un incasso di 200 Euro. Cosa hai provato in quel momento?

Emanuele Sapuppo – La realizzazione del sogno che avevo fatto sin dalla partenza, questo ho sentito. La magia che ogni cosa dolcemente si stava realizzando, e noi siamo gli unici autori e – metaforicamente parlando – gli editori della nostra vita.

108 aforismi per un viaggio

Il libro che hai barattato era Il risveglio di Jacopo Canegatti. Quando lo hai scritto? di cosa parla?

Emanuele Sapuppo – Successivamente al licenziamento incominciai a scrivere, più o meno nel 2011. È un giallo ambientato nella vecchia Roma. Narra della presa di coscienza da parte di un uomo che, ricercando un vecchio amore, finisce per ritrovare se stesso, attraverso un cammino profondo che si snoda nel suo vero “sé” e non meno nei vicoli di Roma. “Esoterico” ma anche “essoterico”. Questo romanzo, frutto di un’auto-pubblicazione in totale autonomia e libertà, mi ha portato in Campidoglio, nel 2014, a ricevere il premio Personalità Europea Categoria Scrittori Roma Capitale. Lo ricordo in quanto stava accadendo qualcosa di veramente magico, e questo solo perché avevo cominciato a seguire naturalmente la mia via.

L’esperienza del 2015 è stata poi descritta nel successivo in Il barattatore di libri, uscito nel 2018, tre anni dopo il viaggio…

Emanuele SapuppoIl barattatore di libri è un vero dono. Da solo ha testimoniato in tutta Italia il viaggio che ho compiuto e nello specifico il messaggio che volevo comunicare: la fede e la verità ti conducono senza ostacoli verso la serenità. Non ho altre spiegazioni in merito, dato che il numero di copie vendute è stato da subito elevato e, ripeto, senza una casa editrice, essendo anche questo realizzato in self publishing.

Quale tipo di diffusione ha avuto?

Emanuele Sapuppo – In breve tempo il libro si è fatto conoscere in tutta la penisola attraverso il passaparola: ero infatti rimasto in contatto con molti amici conosciuti durante il viaggio del 2015. Magicamente, alcune persone che lo lessero mi chiesero di andarlo a presentare nelle loro città. Nel 2019 ho portato Il barattatore di libri in venti città e paesi in tutto il Nord e Centro Italia. È un miracolo che si è avverato.

Il barattatore di libri potrebbe configurarsi quasi come un “romanzo di formazione”: nella regola classica del genere, il protagonista, alla fine, è molto diverso da come era all’inizio, in un percorso di maturazione intellettuale, morale, spirituale. Vale anche per te? E in che modo?

Emanuele Sapuppo – Questo mi riconsegnano i lettori dopo aver apprezzato Il barattatore di libri: al di là del mio cambiamento, quello che mi dona più gioia è nel sapere che questo racconto sta aiutando molte persone a intraprendere un cammino, a sentirsi più coraggiose nell’affrontare i problemi quotidiani, ad avvertire un amore per se stessi che prima non avevano o, meglio, a iniziare a sentire e capire che non c’è altra via che quella della propria conoscenza.

Nel 2000 avevi cominciato a frequentare comunità sikh e induiste. Hai frequentato le comunità Hare Krishna, ti sei ispirato ai maestri Osho e Krishnamurty, hai imparato e insegnato lo yoga.

Il risveglio di Jacopo Canegatti

Emanuele Sapuppo – Durante i momenti di angoscia, di dolore, di sofferenza che la vita mi aveva messo davanti, ho iniziato a ricercare qualcosa che forse non ho mai avuto il coraggio di scovare prima. Questi maestri mi hanno aiutato nel seguire un solco per arrivare ad amarmi. Molte le scuole, molti i maestri: ma per arrivare sempre a un unico, vero insegnante: il mio maestro interiore. Insomma, noi siamo gli unici leader di noi stessi, prima di tutto.

Allo stesso tempo, hai mantenuto viva la spiritualità cristiana. A San Marino hai seguito la messa con le monache e visitato il monastero di Santa Chiara; a Bologna hai cantato e mangiato in una congregazione gesuita africana; a Padova, nella basilica di Sant’Antonio, hai pregato davanti alla tomba del santo; sei partito alla volta di Bergamo per visitare la casa di papa Roncalli a Sotto il Monte.

Emanuele Sapuppo – Dopo varie esperienze spirituali, mi sono accorto che l’unica via è quella di essere aperti al tutto, abbracciare qualsiasi strada, viaggiando ai margini ma cogliendo gli aspetti migliori, senza farsi rapire da sètte o gruppi che ti indottrinano in un solo credo.

Una simile forma di sincretismo si ritrova anche nelle varietà delle epigrafi che scandiscono ogni capitolo de Il barattatore di libri: Protagora, Socrate, Plotino, Seneca, Marco Aurelio, Francesco d’Assisi, Cristoforo Colombo, Voltaire, Tiziano Terzani.

Emanuele Sapuppo – A me è caro ogni insegnamento di questi grandi maestri. Protagora diceva: l’uomo è misura delle cose, Socrate induceva a conoscere se stessi, Marco Aurelio nei Pensieri a gioire della morte. Grato a tanto. Non potevo non riportarlo in questo scritto. Al proposito, mi viene in mente Diogene di Sinope, il quale ammoniva: «L’uomo ha complicato ogni singolo semplice dono degli Dei». Egli fu la prima persona a utilizzare il termine “cosmopolita”. E sapete come rispose al filosofo Diodoro Crono che negava il movimento? Mettendosi a camminare.

Un passo indietro, per parlare della tua attività in teatro. Per quanto tempo si è protratta?

Emanuele Sapuppo – Ho lavorato per quindici anni con vari artisti del panorama italiano. La carriera di attore è stata una parentesi importante che mi ha donato la spontaneità nell’imparare a stare davanti al pubblico. Nutrivo sicuramente una forma di “ego” per voler apparire, o forse era solamente la voglia di farmi “riconoscere” per cominciare a “conoscermi”: insomma, propedeutica per arrivare di nuovo a comunicare, ma questa volta in una modalità differente.

Eri anche autore di testi?

Emanuele Sapuppo – Sì, scrivevo da solo quello che avrei poi recitato. Quei testi, una battuta o un dialogo – come avviene oggi per un libro – si manifestavano come “figli” su di un palco.

Ora invece un passo avanti: hai in programma una nuova partenza. Cosa pensi sia cambiato dal primo viaggio? Questa volta ti dirigerai verso Sud?

Emanuele Sapuppo – Riparto dopo cinque anni dalla prima avventura. In effetti riprenderò dal Sud: prenderò le mosse da San Giovanni Rotondo, da San Pio, ma questa volta su un monopattino. Un’avventura sicuramente diversa dalla prima, sulla quale non nutro aspettative se non quella di comunicare ancora una volta che nella vita dobbiamo osare e permetterci di essere felici.

7 Comments

  1. “Rigoletto: “La donna è mobile …”. Per Cinzia Baldazzi: “L’insonnia è ignobile …”, però, si sa, la notte porta consiglio, Cinzia, e quale miglior consiglio di leggere una tua intervista? Se poi l’intervistato è il poeta Emanuele Sapuppo (scrittore in questo caso fa lo stesso) del “Viaggio” anni settanta dei Dik Dik, si può ben dire che fa il vagabondo. E il viaggio c’è sul serio … All’insaputa di tutti. Le tappe di questo Giro d’Italia senza carovana al seguito sono semplicemente i giorni della sua vita che lui segna in rosso con i suoi libri. Compagni inseparabili e utili come una ruota di scorta. Scrive e legge, Emanuele. Stavolta con la penna di Lucio Dalla incontra Anna Bellanna, senza la sabbia e le pietre. Ma la musica con le sue ardite figurazioni può reggere il confronto con la metafora scacchistica? Troppi arrocchi; troppi pedoni sacrificati per via; la Regina è il pezzo più potente della scacchiera e dell’ispirazione, e il fuoco catanese divampa fino a spingere Emanuele al Sud, oh, profondo Sud! Come ricordi la strada, “On the road”, Emanuele nuovo Sal Paradise? Ma certo, e nuova esperienza nel baratto … già il baratto … La compravendita non si addice ai poeti, direbbe al contrario Eugene O‘Neill. E Emanuele si risveglia all’ombra del Santo patavino come il suo Jacopo Canegatti, poi cresce e da burattino dei chilometri diventa … “barattino” con “Il barattatore di libri”, dove il viaggio se lo fa in sé stesso, quindi ben più arduo, sincretico e laico di prim’ordine. L’intervista termina nel porto dei sogni per il futuro. San Pio e il Gargano sono il Far West, la nuova Terra Promessa a Emanuele. Grazie, Cinzia. Provo a riaddormentarmi … ma come faccio se a Banana Republic si chiedono: “Ma dove vanno i marinai?”

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