L’angolo di Cettina Giallombardo – Rileggendo nel nostro tempo il De Brevitate Vitae di Seneca

Nel periodo difficile che stiamo attraversando, in cui ognuno di noi si sta riappropriando del proprio tempo, ho riletto con attenzione un testo che ritengo adatto a questa particolare situazione. Si tratta del DE BREVITATE VITAE di Lucio Anneo Seneca, uno tra i più famosi trattati dell’antichità, capace di indicarci ancora oggi la via per raggiungere la pienezza del vivere.
L’operetta, composta probabilmente nel 49 d.C., subito dopo il ritorno dell’autore a Roma dall’esilio settennale in Corsica, appartiene ad una serie di sei sintetici trattati morali, di cui altri due dedicati alla Vita felice e alla Vita ritirata. Seneca, ritenuto da Cassio Dione il maggior filosofo di quel periodo e definito da Tacito nei suoi Annales come “un ingegno attraente e adeguato alle orecchie del suo tempo”  ha spiegato in essi il significato, lo scopo e le minacce tragiche incombenti sulla nostra esistenza che è un’esperienza fragile ed irripetibile; additando da un lato i modi in cui essa viene sprecata follemente ed irrimediabilmente, dall’altro quelli con cui, invece, la si può compiere da uomini intelligenti e veri.

Copertina de La brevità della vita di Seneca

Seneca ci viene incontro affermando che, in realtà, non è che di tempo ne abbiamo poco, ne sprechiamo tanto. La vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandissime imprese. Chi mette a profitto ogni istante del suo tempo, chi dispone di ogni giorno come della vita intera, non teme il domani. “La vita proseguirà lungo la strada per cui si è avviata, senza fermarsi né tornare indietro. E lo farà in silenzio, senza rumore…”. La vita è un continuo passare da un affanno all’altro. E la tranquillità è sempre una meta a lungo sospirata. ” Allora – dice Seneca – allontanati dalla folla e ritirati in un posto più tranquillo. Ripensa a tutti i marosi che hai affrontato, alle tempeste che hai attraversato…ora riserva un po’ del tuo tempo anche a te stesso. Non ti invito ad un riposo pigro e inutile (il riposo non consiste in questo); troverai impegni ben maggiori di quelli che hai finora validamente assolto, a cui potrai attendere nell’isolamento e nella tranquillità”.

Il tempo, secondo Seneca, è diviso in tre parti: la persona sapiente saprà usare il ricordo del passato e del tempo conquistato per migliorare, nel presente, la sua persona e approfondire la sua conoscenza, e anticipare così, i desideri del tempo che verrà. In questo anno arduo e complesso, sicuramente siamo stati e siamo preoccupati, stanchi, arrabbiati…Una sensazione di incertezza attraversa i nostri cuori. Quando finirà tutto questo?

Quando potremo ritornare alla piena normalità, al lavoro, a scuola, all’Università, a tutte quelle attività quotidiane che riempiono la nostra vita?

Quando soprattutto potremo riabbracciare i nostri cari, gli amici, i colleghi?È necessaria, quindi, una grande forza interiore per sperare e attendere con illimitata fiducia il lento e progressivo miglioramento di questa triste realtà.

Cettina Giallombardo

Poesie – Il passero solitario di Giacomo Leopardi [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Il passero solitario è una delle più famose poesie di Giacomo Leopardi. La datazione precisa dell’opera è incerta e la si colloca tra il 1829 e il 1830. La poesia è stata pubblicata nel 1835 nell’edizione napoletana dei Canti.

Cantiere poesia

Lonely sparrow

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno…

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Il Salto della Quaglia – Festival di Sanremo al tempo del Coronavirus: era proprio necessario? [VIDEO]


Ciao come racconto nel video, l’articolo che ti invito a leggere si intitola Festival di Sanremo al tempo del Coronavirus: era proprio necessario?

Festival di Sanremo al tempo del Coronavirus: era proprio necessario?

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Ti consiglio un libro – La percentuale dell’angelo (Algra editore) romanzo dello scrittore e promotore culturale Orazio Santagati.

La percentuale dell’angelo di Orazio Santagati – Recensione di Antonino Schiera
Copertina de La percentuale dell’angelo di Orazio Santagati

«Con un’imprevista e fulminea intuizione, capii che quel testo misterioso, La percentuale dell’angelo, aveva a che fare proprio con il tempo e la memoria. E mi parve di ricordare il senso che fino a quel momento mi era sfuggito». Inizio la mia recensione riportando la breve sintesi, che l’autore ha inserito nella quarta di copertina di questa sua nuova opera.

Analizzando il testo è facile intuire che l’elemento tempo ha un ruolo fondamentale nel dipanarsi del romanzo, insieme all’intuito, all’amore, alla passione, all’azione, al mistero. L’autore nel suo racconto dispone nel grande tavolo della vita una serie di elementi che spingono il lettore a giungere alla fine del libro, perché finalmente venga districato l’intreccio, la matassa di avvenimenti insiti nella storia.

Orazio Santagati oltre che ad essere scrittore è anche aforista e nel racconto questa sua caratteristica viene messa in risalto, grazie al perfetto incastro di alcuni suoi aforismi che in questo caso risultano articolati e ben strutturati: <<La vita biologica è un desiderio in respirazione, che si manifesta attraverso la circolazione sanguigna, negli spasmi muscolari, negli umori dell’affetto. La vita è rivelazione e soppressione di emozioni, energia attiva e reattiva che si esprime in un ricordo non ancora evocato…>>.

Gerico Mancini e Isabel sono i protagonisti principali del romanzo che, tra un avvenimento e l’altro, vivono una meravigliosa storia d’amore di quelle che tutti noi vorremmo entrasse a fare parte della nostra vita. Molti sono gli elementi autobiografici che l’autore spennella, utilizzandoli come fine cesellatore nella creazione del personaggio, che risulta pertanto essere realistico. Realismo e una buona dose di fantasia, invenzioni e creatività che convivono perfettamente nel romanzo. Del resto Orazio Santagati ci aveva già abituati, nel suo precedente romanzo Ericlea edito da Castelvecchi, a vivere una storia immaginifica unita a elementi realistici.

Frederick Forsyth noto come autore di spy-story come Il giorno dello sciacallo e Il quarto protocollo, è uno dei miei autori viventi preferiti. Il riferimento nasce dal fatto che nella lettura del romanzo di Orazio Santagati, ho più volte piacevolmente vissuto sensazioni e atmosfere simili a quelle create dallo scrittore britannico. Un motivo in più per inserire La percentuale dell’angelo nella biblioteca del cuore dopo attenta lettura.

Il Salto della Quaglia – Teatro: culla della cultura. Riflessioni tra passato e presente. [VIDEO]


Teatro: culla della cultura. Riflessioni tra passato e presente di Antonino Schiera

Ciao come racconto nel video, l’articolo che ti invito a leggere si intitola Teatro: culla della cultura. Riflessioni tra passato e presente.

Per leggere il mio articolo sul giornale on-line clicca qua.

Eventi – Nel Giorno di San Valentino un gruppo di poeti celebra l’amore attraverso la poesia [VIDEO]

Salvatore Mirabile

Nell’ambito dei programmi relativi all’anno 2021, Il Museo Mirabile di Marsala, Sezione Gruppo Poetico Lilybetano, ha realizzato un video pubblicato su YouTube, con le poesie di alcuni poeti siciliani aderenti all’iniziativa La festa degli innamorati, per celebrare la festa degli innamorati che ricorre come ogni anno il 14 febbraio.

La festa degli innamorati – Gruppo Poetico Lilybetano

I poeti che hanno partecipato all’evento sono:
Angelo Abbate, Antonino Schiera, Caterina Mantia, Cinzia Pitingaro, Claudia Angileri, Gina Bonasera, Giovanna Fileccia, Giovanni Teresi, Loredana D’Acquisto, Mariella Casella, Myriam De Luca, Pietro Pinzarrone, Pietro Vizzini, Rosario Marzo, Salvatore Mirabile, Vito Mezzapelle.

Protagonisti – La poetessa Gisella Blanco si racconta per i lettori del blog.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa palermitana che vive a Roma, Gisella Blanco. Come da copione ben collaudato l’autrice ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvela conoscere meglio.

Sei una poetessa giovane e bella, ma non solo, incarni perfettamente lo spirito di una persona curiosa, che ha voglia di conoscere, di studiare e di espandersi. Quale rapporto intercorre, secondo il tuo punto di vista, tra la bellezza e la poesia?

Gisella Blanco – La bellezza è un concetto che, da sempre, le civiltà declinano e strumentalizzano, in modo non sempre virtuoso, per canalizzare esigenze di diversificazione, esclusione, ghettizzazione, costrizione o sudditanza (psicologica e materiale), ma tali interpretazioni sono solo finzioni demagogiche che tendono a sottrarre a ciascun essere umano la dose precisa di bellezza che possiede e che, di fatto, rappresenta un peso specifico individuale che ha ben poco a che vedere con l’estetica. Il rapporto tra la poesia e la bellezza è dialogico e, contemporaneamente, controverso, sono la stessa cosa pur potendo realizzarsi in realtà opposte. La poesia non è una cosa sola e, quindi, sarebbe impossibile dare una risposta generica ma, per quanto mi riguarda, è la ricerca dell’invisibile, del non dicibile, del trasformismo esistenziale che riguarda ogni fenomeno del mondo: è una continua ricerca della bellezza che, per me, è quella scintilla accesa in ogni manifestazione della vita, è il potenziale enorme della diversificazione, è l’orrore del contingente che anela e si innalza al metafisico, è la pulsione alla morte che enfatizza il vitalismo, è l’accanirsi della saggezza delle rughe sulla pelle del corpo che si fa terra, terreno, terriccio, divinità incarnata e carne sacralizzata. La bellezza dovrebbe essere un continuo esercizio di rispetto verso se stessi e verso gli altri e, ancora una volta, non si sta parlando (non solo, non sopratutto) di aspetto fisico.

Secondo il mio punto di vista avresti potuto esprimere il tuo lato artistico su diversi fronti. La mia domanda è: perché hai voluto cominciare pubblicando una raccolta di poesie?

Gisella Blanco – La poesia è la mia vocazione, da piccolissima. Ho trovato brevi composizioni che risalgono a quando avevo otto anni. La poesia è anche un filo venoso che mi tiene collegata a mia madre, forse a tutte le donne della mia famiglia in generale: da mamma ho appreso l’amore per la versificazione e, adesso, attraverso i suoi antichi libri mi sembra di poterla ancora accarezzare. Alle altre donne della mia famiglia, mia nonna in primis, attraverso la poesia offro il mio impegno di contributo femminile e femminista in una società in cui il patriarcato e le diseguaglianze di genere (e non solo di genere) sono estremamente presenti benchè, talvolta ma non sempre, subdolamente celati in atteggiamenti di finto perbenismo.

Quali sono i temi principali che caratterizzano le tue poesie?

Gisella Blanco – La mia poesia ha un impianto di ricerca filosofica e psicologica che è volto a mettere in luce la struttura esistenziale dell’essere umano in generale (e della donna in particolare) non in base a come viene plasmata nella società ma a come si determina ontologicamente e indipendentemente dai condizionamenti contingenti. Nella mia prima silloge, composta da poesie molto vecchie e poesie più recenti, che si intitola Melodia di porte che cigolano, edita da Eretica Edizioni 2020, sono presenti i temi del femminismo, della lotta al patriarcato, della valorizzazione dell’individuo al di sopra di tutte quelle ideologie (anche religiose) che tendono a svilire il potenziale umano di cui tutti sono dotati in funzione di esseri superiori, esterni ed indefiniti. Non mancano riflessioni sulla morte, sul dolore, sul distacco affettivo e sulla fragilità che intendo come una risorsa di plasticità e non come un deficit da rifuggire a ogni costo.

Come accennavi prima Melodia di porte che cigolano è il titolo della tua prima raccolta di poesie: come nasce questo titolo e quale significato hai inteso darne?

Copertina

Gisella Blanco – Il titolo, vagamente ossimorico, mi frulla in testa da almeno quindici anni. Mi rappresenta, è una dichiarazione di intenti: ho immaginato una porta, probabilmente chiusa da molto tempo, che stride all’atto di aprirsi. Sono convinta che, per giungere a nuove aperture esistenziali, sia necessario passare da quello sforzo, da quello stridore tipico di ogni cambiamento che, d’improvviso, percepiamo come melodia. E’ anche un avviso al lettore che saprà di incorrere, talvolta, in toni polemici, sarcastici o truculenti: in fondo, attraverso la parola poetica è possibile dire qualsiasi cosa senza mai essere violenti.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue opere. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Gisella Blanco – Ho partecipato a concorsi di poesia parecchi anni fa, probabilmente riprenderò presto. Ultimamente mi sono concentrata sulla critica letteraria, le recensioni e le interviste, ne ho ricevute svariate di cui vado fiera. Penso che per un autore il riconoscimento pubblico della propria valenza artistica sia molto importante, altrimenti si rischia di invischiarsi nelle sabbie mobili della autoreferenzialità che tutto inghiottono senza vaglio alcuno. In generale non amo le competizioni, non amo nemmeno parlare troppo di me: preferisco che lo facciano gli altri, accettandone il rischio (reciproco, s’intende!). La possibilità di valorizzarsi reciprocamente fra scrittori è forse un’utopia ma io credo sia possibile e, probabilmente, necessaria.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Gisella Blanco – Passato e futuro sono finzioni della mente: possiamo solo creare il presente. Di conseguenza, posso parlare dei miei progetti: altre pubblicazioni poetiche di certo. Mi occupo anche di divulgazione poetica e, soprattutto, di poetica femminile e femminista. Scrivo recensioni e articoli di letteratura su giornali e riviste on line. Collaboro con blog e associazioni per trattare di poesia, leggerla, raccontarla, spiegarla e spiegarmi attraverso di essa. Sul mio sito (www.gisellablanco.com) e sui miei social (Facebook, Twitter, Instagram e Linkedin) mi occupo di diffondere critica letteraria poetica. Ho una laurea in legge, un bambino piccolo, il progetto ambizioso di provare a introdurre più letterate femmine nei programmi scolastici e tantissimi altri obiettivi umani e professionali che, forse, si possono intuire dalla mia prossima pubblicazione. In ogni caso, di qualsiasi attività e progetto si parli, la poesia (come struttura emotiva ed ermeneutica) è, per me, sempre parte integrante.  

Antonino Schiera, un autore attento che sa osservare.

Ringrazio sentitamente la scrittrice Giovanna Fileccia che ha voluto intervistarmi nel suo blog Io e il Tutto che mi attornia.

GIOVANNA FILECCIA Io e il Tutto che mi attornia

Intervista a cura di Giovanna Fileccia

Scrittore, poeta e promotore culturale. Attento osservatore del vasto panorama letterario, culturale e non solo. Analitico nel trattare argomenti di attualità. Lo scorso anno, insieme a Marianna La Barbera, ho avuto il piacere di presentare la sua terza raccolta poetica Meditare e sentire . Il Convivio 2019, (il video qui). Antonino Schiera cura il suo blog Riflessioni d’autore all’interno del quale molti di noi artisti siamo protagonisti. La mia idea di intervistare Antonino Schiera parte dal voler dare voce a un autore che molto si spende per gli altri. Quindi lo ringrazio per aver accettato di giocare a io chiedo e tu rispondi e inizio con la prima domanda:

Antonino, per te la poesia è una meta, un viaggio o un punto di partenza?
La tua è una domanda che si presta a diverse interpretazioni e mi piace risponderti che in fondo…

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L’angolo di Cettina Giallombardo – Nel Giorno del Ricordo, riflessione sulle foibe

Una delle Foibe – Fonte Wikipedia

Un velo di silenzio ha coperto per molti anni le vicende che hanno colpito il confine orientale d’Italia al termine della seconda guerra mondiale, come si volesse dimenticare una delle pagine più buie della storia contemporanea.
Dall’autunno del 1943 al 1947 migliaia di persone furono gettate vive nelle foibe, delle grandi feritoie, delle voragini naturali nel Carso, per volere del Maresciallo Tito e dei suoi partigiani. Queste cavità diventarono le tombe di uomini, donne, sacerdoti, militari, bambini…legati tra di loro con un filo di ferro: una fucilata alla prima persona della fila, tirava giù anche le altre. La morte spesso sopravveniva dopo giorni di stenti e di agonia.


Un genocidio di massa, dunque, riconosciuto ufficialmente soltanto nel 2004. La data scelta per ricordare le vittime è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il Trattato di pace di Parigi, che assegnava alla Jugoslavia l’Istria, la Dalmazia e la maggior parte della Venezia-Giulia.
Nonostante l’istituzione del Giorno del ricordo, il 10 febbraio appunto, fortemente voluto dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nonostante il dibattito che da anni imperversa su questo tema, il dramma delle foibe resta sconosciuto ai più, quasi fosse una pagina rimossa della seconda guerra mondiale.
La storia delle foibe non è mai stata raccontata fino in fondo. Dopo decenni di silenzio, di oblio e di oscuramento, si è manifestata la volontà di raccontare le cose così come sono andate, di dare un imprimatur nei libri di storia. Fiumi d’inchiostro sono stati sparsi: articoli di stampa, saggi, libri hanno affrontato la questione. Il risultato è che la maggior parte degli italiani non conosce il significato preciso della parola e non associa nulla al termine foiba. In Italia non c’è la consapevolezza di quanto è accaduto. Per troppo tempo queste storie sono state coperte da una disinformazione colpevole e di parte. Da più di settant’anni le migliaia di italiani trucidate dalle truppe titine attendono ancora di avere giustizia e, soprattutto, di essere ricordate con la massima dignità e la commossa deferenza dovute a chi, come loro, è stato vittima innocente della volontà sterminatrice di un
regime dittatoriale sanguinario e prevaricatore. Erano italiani e moltissimi sono morti per il solo fatto di esserlo e per non averlo voluto rinnegare.
“I morti delle foibe appartengono alla sterminata schiera di vittime delle follie ideologiche, dell’intolleranza, delle pulizie etniche che hanno attraversato il Novecento e l’Europa, e di una capacità di odiare e di disprezzare di cui l’umanità, anche in questo secolo, non pare riuscire a liberarsi” – Walter Veltroni, dalla prefazione del libro Sopravvissuti e dimenticati di Marco Girardo.
Le foibe rappresentano ancora oggi l’estremo grado di efferatezza e di barbarie a cui può arrivare l’essere umano. Tuttavia questo episodio deve essere ormai liberato da ogni strumentalizzazione politica, per essere consegnato alle coscienze come un delitto contro l’umanità.

Campi di concentramento, foibe, deportazione. Ferite mai rimarginate!
Purtroppo, la storia, non sempre è magistra vitae.

Cettina Giallombardo

Poesie – I due granatieri di Heinrich Heine [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Heinrich Heine

Christian Johann Heinrich Heine è stato un poeta tedesco, il più importante nel periodo di transizione tra il romanticismo e il realismo. Il poeta in questa lirica musicata successivamente dal grande compositore Robert Schumann, fa parlare due anonimi granatieri della Grande Armata, reduci dalla prigionia in Russia dopo la rovinosa campagna del 1812. Il dialogo tra i due soldati avviene dopo avere appreso la crudele notizia della sconfitta della Francia e della prigionia dell’Imperatore.

Cantiere poesia

DIE BEIDEN GRENADIERE.

Nach Frankreich zogen zwei Grenadier’,
Die waren in Russland gefangen.
Und als sie kamen ins deutsche Quartier,
Sie liessen die Köpfe hangen.
Da hörten sie beide die traurige Mär:
Dass Frankreich verloren gegangen,
Besiegt und geschlagen das tapfere Heer—
Und der Kaiser, der Kaiser gefangen.
Da weinten zusammen die Grenadier’
Wohl ob der kläglichen Kunde.
Der eine sprach: „Wie weh wird mir,
Wie brennt meine alte Wunde!“
Der andre sprach: „Das Lied ist aus,
Auch ich möcht mit dir sterben,
Doch hab’ ich Weib und Kind zu Haus,
Die ohne mich verderben.“
„Was schert mich Weib, was schert mich Kind,
Ich trage weit bess’res Verlangen;
Lass sie betteln gehn, wenn sie hungrig sind—
Mein Kaiser, mein Kaiser gefangen!
„Gewähr mir, Bruder, eine Bitt’:
Wenn ich jetzt sterben werde,
So nimm meine Leiche nach Frankreich mit,
Begrab mich in Frankreichs Erde.
„Das Ehrenkreuz am roten Band
Sollst…

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Ti consiglio un libro – La gondola dei folli (Spazio Cultura) di Franca Alaimo [VIDEO]

Video introduttivo alla mia recensione del romanzo La Gondola dei folli di Franca Alaimo

Copertina

Delf è una cittadina olandese circondata dai canali, nota anche per le ceramiche blu e bianche, che sorge a sud del paese dei tulipani. Venezia, denominata anche la Serenissima, è la ben nota città dei ponti e dei canali sui quali si affacciano palazzi monumentali e gotici. Ma cosa unisce le due città nel romanzo La gondola dei folli della scrittrice palermitana Franca Alaimo? La risposta la potrete trovare all’interno del libro edito da Spazio Cultura e preferisco non svelarla per non togliervi il gusto della scoperta di un libro che, attraverso la narrazione, accompagna il lettore nelle suggestive atmosfere della città lagunare, nell’arco temporale costituito da tre notti.

Il racconto ricamato con eleganza da Franca Alaimo è una sorta di magico excursus storico temporale che ha come protagonista una ragazzina, Franziska, che incontra nottetempo alcuni personaggi e artisti del passato. Si instaura, così, un dialogo con loro, che ne mette in evidenza le paure, le frustrazioni e alcune verità nascoste, con una veloce incursione nel presente, quando la ciurma di amici incontra idealmente, perché lo cita, uno scrittore contemporaneo, Guglielmo Peralta.

Il romanzo di Franca Alaimo è una sorta di veloce analisi psicologica collettiva che nasce dal profondo amore verso l’arte di Franziska, interesse ereditato dal padre il professore Arturo Meneghetti. Non mancano i riferimenti alla famiglia quando nel racconto compare il barattolo di vetro a forma cilindrica di Elsa, la nonna della protagonista, che nella storia rappresenta il deus ex machina, tanto caro agli autori delle tragedie greche, che toglie dagli impicci Franziska e gli altri. Il racconto di Franca Alaimo ha anche il pregio di far vivere o rivivere al lettore le atmosfere della laguna veneziana con precisi riferimenti toponomastici e per chi ama i pittori fiamminghi, come me, offre un importante riferimento artistico degno di essere approfondito.

Molto interessante, infine, è la scelta della copertina del libro che raffigura un quadro di Casimiro Piccolo di Calanovella, Spiriti elementali in barca, scelta azzeccata che tradisce le origini siciliane di Franca Alaimo, permettendoci così una sorta di volo pindarico pittorico, da nord a sud, da un periodo storico ad un altro, che assume carattere di arricchimento della conoscenza dei lettori.

Antonino Schiera

Eventi – Nel Giorno della Memoria, lo scrittore Salvatore Mirabile ha riunito virtualmente in un video alcuni poeti siciliani, per commemorare le vittime della Shoah.

Salvatore Mirabile

Nell’ambito dei programmi relativi all’anno 2021, Il Museo Mirabile di Marsala, Sezione Gruppo Poetico Lilybetano, ha realizzato un video pubblicato su YouTube, con le poesie di alcuni poeti siciliani aderenti all’iniziativa. L’iniziativa è finalizzata a ricordare la Giornata della Memoria, che viene celebrata ogni anno il 27 gennaio.

Il video è stato realizzato dallo scrittore Salvatore Mirabile, presidente del Museo Mirabile e instancabile organizzatore di eventi culturali, anche per festeggiare, nel giorno 30 gennaio 2021, il triennio della fondazione del Gruppo Poetico Lilybetano.

I poeti che hanno partecipato all’evento sono:
Angelo Abbate, Antonino Schiera, Marinella Casubolo per Caterina Mantia, Claudia Angileri, Gina Bonasera, Giovanna Fileccia, Giovanni Teresi, Lidia Glorioso, Maria Patrizia Allotta, Maria Quartana, Mariella Casella, Myriam De Luca, Pietro Pinzarrone, Pietro Vizzini, Rosario Marzo, Mirabile Salvatore, Santina Gullotto, Enza Mistretta, Vito Mezzapelle.

Protagonisti – Intervista di Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli.

La poetessa Lavinia Alberti

Ricevo e pubblico volentieri l’intervista della poetessa Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli, che saluto complimentandomi con lui per le opere che ha realizzato. Con questo primo contributo artistico di Lavinia, spero di una lunga serie, inizia una collaborazione con il mio blog RIFLESSIONE D’AUTORE all’insegna della poesia e delle buone letture. L’immagine in evidenza di Tommaso Urselli è tratta dal suo blog tommasourselli.wordpress.com.


di Lavinia Alberti

Leggendo la tua raccolta ho notato alcune particolarità. Nella tua poesia (in particolare nella sezione “La lingua delle cose”) fai riferimento a oggetti concreti, casalinghi, che sembrano avere un’anima e rappresentare te stesso, le tue moltitudini. Spiegaci perché ti servi proprio di questi oggetti per descrivere certi sentimenti e sensazioni, come l’angoscia e la solitudine, che nella tua poetica si impongono in maniera molto forte (nei componimenti “Pattumiera vs frigorifero” e “Lampadina”); in questi ultimi emerge infatti l’idea della precarietà e dello smarrimento dell’esistenza, della quotidianità. Ecco, a proposito: nel caso della poesia “Lampadina” (che mi ha colpito molto), quale messaggio hai voluto dare al lettore? Nasce da qualche tuo vissuto personale? Ti sei mai sentito come questa lampadina, che in un certo senso affida la propria “luminosità” a qualcosa di esterno?

Tommaso Urselli – Non sono partito dall’intenzione di comunicare un particolare messaggio né una specifica emozione. A volte mi capita di cercare di percepire la “voce” delle cose: è un gioco che facevo anche da ragazzo, potevo restare anche molto tempo così, come in uno stato di “ascolto sospeso”… è dunque un sentire che mi appartiene da sempre – a costo che venga scambiato per una qualche forma di autismo –, un bisogno forse un po’ “primitivo”… probabilmente, se aderissi a una religione, l’animismo sarebbe la mia. C’è poi da aggiungere che il periodo di lockdown in cui sono stati elaborati i testi di questa sezione, ha sicuramente nel bene e nel male – facilitato questo approccio, questo dialogo con gli oggetti che ci tengono compagnia. Ma restando nell’ambito della poesia, possiamo rifarci al concetto di correlativo oggettivo proposto da Eliot: credo che nelle composizioni cui fai riferimento, sia questo il meccanismo messo in moto. Però, ripeto, almeno in questo caso non è intenzionale. È che a volte, nel silenzio, in certe ore o situazioni particolari, forse capita a tutti di provare la sensazione di percepire un po’ meglio ciò che ci sta attorno… di accorgerci come per la prima volta di qualcosa che durante il quotidiano davamo un po’ per scontato e di cominciare a sentirne, improvvisamente, la vita… un certo “movimento” di cui anche la materia inanimata è carica. Ecco, forse la poesia può fungere da “apparecchio ricevente” per ascoltare un po’ meglio il vibrare del mondo a tutti i livelli – animale, vegetale, minerale… –: magari ha qualcosa di interessante da raccontarci, di sé e di noi. Male che vada, è comunque una possibilità di esercitarsi a sospendere il canale in emissione – che teniamo a volte acceso più del necessario – e di utilizzare quello in ricezione…

Riguardo alla domanda specifica sul testo “Lampadina”… non credo la questione stia tanto nell’“affidare la luminosità a qualcosa di esterno”, quanto invece nel realizzare che questa “luminosità” è il risultato, la  conseguenza di qualcosa che entra in relazione con qualcos’altro. Non ci può essere “luminosità” senza relazione; anche la luce elettrica non è che relazione tra un polo negativo e un polo positivo, punti di partenza e di arrivo degli elettroni (in eccesso in un polo e in difetto nell’altro) viaggianti attraverso un sottilissimo filamento che a sua volta esercita un’azione di “resistenza” – ancora una volta una relazione –… da cui la “luminosità”: in qualche modo “l’oggetto lampadina” muore e nasce “l’oggetto luce”. Allora forse la questione è: sono più interessato alla “lampadina” o alla “luce”?

Intendiamoci, non mi sono posto questi interrogativi prima di scrivere, e il testo non vuole dare risposte in merito. Forse le poesie sono semplicemente dei potenziali dispositivi di risonanza… possono facilitare una certa relazione tra il mondo e chi scrive, tra chi scrive e chi legge…

Quali sono le ragioni profonde che ti hanno spinto a elaborare queste poesie? Nascono dall’esperienza del trauma (ad esempio la morte di tuo padre) o sono nate prima di questo accadimento?

Tommaso Urselli – Le poesie connesse alla morte di mio padre sono quelle della sezione “Oggi ti sono passato vicino” (da cui anche il titolo del libro); le altre sono quasi tutte state scritte successivamente e in periodi anche molto differenti tra loro, come è raccontato nelle note finali. Non c’è necessariamente un trauma all’origine dei testi; credo anzi che in alcuni si possa percepire anche divertimento e ironia, in altri ancora la parola che si vuole fare corpo, teatro, cerca una sua fisicità… di cui forse ora, a causa della particolare situazione che stiamo tutti vivendo, si sente un particolare bisogno. Ma al di là della genesi e delle differenti motivazioni dei testi, credo che li accomuni una necessità: il tentativo di non accomodarsi, di non elaborare “ricette” – o per lo meno di allontanarsene appena ne nasce la tentazione –, di cercare sempre con e attraverso il  linguaggio uno spostamento possibile… “un altro sguardo”, per dirla con le parole di Antonio Neiwiller, artista e uomo di teatro al cui lavoro è dedicata una composizione della raccolta.

In che modo la tua formazione letteraria e teatrale ti ha influenzato nella stesura di questa silloge? Quanto invece sono state importanti le esperienze non volute della tua vita?

Tommaso Urselli – I legami più immediati con il teatro sono rintracciabili – almeno  per me, ma non sono sicuro sia lo stesso anche per il lettore – nella sezione “Corpo-città” che contiene il testo dedicato a Neiwiller, cui prima accennavo; nella sezione intorno alla figura di Ipazia D’Alessandria, su cui ho scritto qualche anno fa una drammaturgia messa in scena dalla compagnia Pacta dei Teatri; e nei testi della sezione “In labirinto” (tempo fa avevo indagato drammaturgicamente il tema, ne erano nati due studi teatrali – uno con gli attori Massimiliano Speziani e Ruggero Dondi, l’altro con Filippo Gessi e Francesca Perilli, e Massimiliano Speziani alla regia – e una lettura scenica che eseguivo di persona). 

Riguardo alla domanda sulle “esperienze non volute”… sinceramente non saprei rispondere. Tutto sommato credo che – mi piaccia o no – le esperienze fatte le ho tutte volute; forse è crudele ma temo sia così.

Quali sono i tuoi progetti futuri in campo letterario? Scriverai altre poesie o ti cimenterai in altri generi?

Tommaso Urselli – Lo chiederò alla lampadina, magari saprà consigliarmi.


POESIE TRATTE DALLA RACCOLTA “OGGI TI SONO PASSATO VICINO

Giorno cinque (dalla sezione “Oggi ti sono passato vicino”)

 È questo il nostro tratto comune?
 Questo ritmo del pensare a volte lento
 e ingarbugliato – ma sempre in cerca
 di un’uscita, uno spiraglio di luce –
 che poi si fa veloce, frenetico…
 a tratti s’apre e ogni cosa intorno
 abbraccia in violento turbinio.
 Lo senti? Tutto sbatte, le porte
 le finestre: ogni angolo di casa
 s’è animato e gira al ritmo del
 pensiero fatto canto. E mi vedo
 e ti vedo, in questo giro di vita,
 a ballare un ballo strano, personale:
 non ha un che di fanciullesco?
 
 
 I (dalla sezione “Corpo-città”)
  
 Che cos’è questa nebbia
 questi occhi in mezzo alla nebbia
 queste mani queste facce
 che mi sembra di essere morto
 in mezzo a pianure di parole tutte morte
 in fila riposano
 ridono sguaiate
 si spogliano sgrammaticate
 sono zoppe e s’impigliano
 nel canale della gola
 si tuffano con la testolina piccola piccola
 dentro le vene e premono
 contro la pelle premono
 e vogliono uscire, segnare
 tutta la geografia del corpo
 scavare canali, crateri
 --
  
 Icaro caduto (dalla sezione “In labirinto”)
  
 È qua tra le costole che
 mi spuntano germogli
 mi crescono rami
 s’incrociano le vene e
 diventano verdi le mie braccia
 radici le mie ciglia
 una chiesa la mia fronte
 il petto un grande scoglio
 i piedi fiumi abitati da mille pesci
 e i miei occhi, cavi
 --
  
 Al tre per cento (dalla sezione “Parole alle formiche”)
  
 Non penso, sto
 qualche attimo col tempo del respiro.
 Poi ricado nell’amato falso
 movimento, nell’apnea di vita
 al tre per cento. 

Il Salto della Quaglia – Il mondo si è fermato e la zuppa di plastica. [VIDEO]


Il mondo si è fermato e la zuppa di plastica di Antonino Schiera ne Il Salto della Quaglia

Ciao come spiego nel video, l’articolo che ti invito a leggere si intitola Il mondo si è fermato e la zuppa di plastica. Il titolo dell’articolo è in parte provocatorio e le mie considerazioni conducono ad un’interessante riflessione della psicologa palermitana Rosangela Piazza. Non prima, però, di avere parlato della zuppa di plastica qualcosa di nuovo che sta creando grossi problemi al nostro pianeta.

L’articolo contiene al suo interno una chicca, ovvero la possibilità di leggere un mio monologo dal titolo Guerra intestina che ha come protagonista quel mostriciattolo che abbiamo battezzato coronavirus. Clicca sul link che segue per leggermi. Grazie e arrivederci.

Buona lettura, clicca qua.

Recensioni – Il capezzale racconti (Kimerik 2012) della scrittrice Emilia Merenda, recensione di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la docente, poetessa e saggista Maria Elena Mignosi Picone ha dedicato alla raccolta di racconti Il capezzzale della scrittrice Emilia Merenda edito da Kimerik nel 2012.

La poetessa Emilia Merenda

Il Capezzale, titolo di uno dei primi racconti di questo libro della scrittrice Emilia Merenda, è stato scelto da lei come titolo del libro. Ma non sembra una scelta fatta a caso. Infatti in questo si riflette il motivo ispiratore di tutti e dieci racconti.
Per comprendere meglio quanto affermato bisogna fare un accenno al contenuto del racconto. Si impernia su una famiglia, padre medico, madre dedita alla famiglia e cinque figlie di cui l’ultima nata dopo tanto tempo quando la madre aveva quarant’anni. Ora proprio l’ultima, a differenza delle altre, più docili, tutte sposate e rimaste in paese, mostrava atteggiamenti di ribellione verso i componenti della famiglia. Diceva che non poteva avere la mentalità della altre, amava andare fuori (viveva col marito a Roma), e non le interessava niente della casa paterna che le sorelle, che avevano tutte una loro casa nel paese, volevano darle, morti ormai da tempo i genitori. Nei riguardi della madre, poi, la vedeva solo come una generatrice di figli non come donna ed essendo nata lei dopo tanti figli più grandi, si era sentita sempre come fosse sopportata, accettata malvolentieri. Era una sua impressione. 

Ma tutto cambia in lei alla scoperta del capezzale. Maneggiandolo e smontandolo, vi trova una lettera scritta dalla madre al marito: “Caro amore mio…quella sera, quando ritornasti a notte inoltrata e piano mi raggiungesti a letto, mi amasti come non avevi fatto mai, come fosse la prima volta. Ricordi? Quando ti ho detto: “ho quarant’anni, vuoi farmi fare un altro figlio? E tu mi hai risposto: “il mio amore per te non è cambiato, è sempre stato lo stesso, speriamo che possa nascere un’altra femmina. Voglio ringraziarti e dirti d’essere stata felice di avere avuto la piccola Silvia, è stato il frutto del nostro amore, rinnovato nel tempo”. Il capezzale, con la lettera che nascondeva, fa crollare di colpo le sue errate convinzioni; e, sentendosi accettata con amore, non solo cambia, e decidere di mantenere la casa per sé, ma si stabilisce nella sua interiorità un equilibrio che non aveva avuto mai.

Ecco sta qui il nucleo del libro che si potrebbe definire “un canto di rinascita nell’amore. E questo risvolto, questo tipo di sbocco, lo troviamo in tutti gli altri racconti, certamente in situazioni diverse e con personaggi diversi. Così è nel più lungo dei racconti La trapunta ricamata, nel quale l’autrice dimostra veramente  potenzialità da romanziera, in cui la nonna che vive col figlio vedovo e la nipote, nel dialogo, sapientemente architettato tra loro due, racconta della sua vita, dell’amore che ha coraggiosamente perseguito, e tutto ciò sprona e incoraggia la nipote, ostacolata dal padre, a dedicarsi al teatro come ardentemente desiderava, e lo stesso figlio poi si dedica alla pittura, una passione a lungo sopita. Il tutto nella legittima libertà e con piena soddisfazione per tutti.

Lo stesso osserviamo nell’altro racconto, l’ultimo, A fuitina, l’unico scritto in vernacolo, col linguaggio estremamente colorito e pittoresco, tipico del dialetto siciliano, in cui una giovane, con l’amorevole complicità della nonna, riesce ad attuare il suo piano di fuga con l’innamorato, di contro alla volontà della famiglia, e si costruisce audacemente la sua felicità.

Maria Elena Mignosi Picone autrice della recensione

Ecco alla definizione di “canto di rinascita nell’amore”, potremmo aggiungere: “con intelligenza”. E questo lo possiamo dedurre ad esempio dal comportamento dei protagonisti di fronte all’obbedienza. E’ questa sicuramente un valore, ma a condizione che chi comandi, diciamo, dia direttive conformi al bene assoluto, altrimenti è anzi doveroso disobbedire. E i personaggi lo usano bene il discernimento. Vivono la vita con criterio e si costruiscono la felicità con intelligenza. Non cedono ai condizionamenti di mentalità, di convenienza e simili. Sono dei vincitori, e in nome dell’amore. Il sentimento dell’amore ammanta tutti i racconti. Vi domina sovrano.

Un altro esempio, questa volta, di un cuore inaridito che trova la felicità. “Margherita era una ragazza semplice, come il nome del fiore di campo che portava e che avevano strappato senza apprezzarne le qualità, perché di poco valore. Soltanto chi possedeva un animo gentile poteva scoprire la dolcezza del suoi profumo…Qualcuno dall’animo gentile era entrato nel cuore di Margherita, riuscendo a percepire la dolcezza di quel raro profumo”.

Ancora il racconto Il dono in cui la sventurata vecchietta riesce a superare la sua mala sorte nel dedicarsi agli altri e trova consolazione nell’affetto di una bambina vicina di casa. Dalle sue parole un’analisi meravigliosa del sentimento dell’amore, anche in età avanzata. “Le persone possono dare tanto amore, anche da vecchi; l’amore è formato da un insieme di attenzioni, anche all’apparenza piccole, ma che, messe insieme, formano un grande sentimento…l’amore non si esprime solo col cuore, ma con le parole, con le azioni, e anche con il silenzio, e non avendo più l’agilità e la forza fisica dei giovani, le persone anziane possono dimostrarlo usando altri modi…adesso posso aiutare con le parole e con la pazienza di sapere ascoltare” e conclude “l’amore è come un diamante ricco di sfaccettature, è un dono e a volte è più faticoso prenderlo che darlo. Ma se si ama veramente, non ci si aspetta di essere ricambiati e se da giovani abbiamo amato, diventando vecchi, non ce ne possiamo dimenticare”.

Come possiamo osservare da quanto sopra, rilevante è la presenza dei nonni e delle persone anziane nell’opera di Emilia Merenda. Vi figurano impersonando la saggezza, l’esperienza di vita con le quali essi danno un apporto di vera ricchezza a quanti li circondano, ai giovani soprattutto.

Ed è vera ricchezza questa, non quella che comunemente si intende, quella economica per la quale tanti si rovinano. Con squisita sensibilità e profondità di pensiero Emilia Merenda ribalta la concezione corrente, come nel racconto “La seconda ricchezza” o nell’altro “I bambini nascono tutti uguali”. Ricchezza è una bella famiglia felice, ricchezza è l’effusione di affetto di cui una madre colma la sua bambina; povera è invece la bambina ricca ma sola e con i genitori assenti perché troppo indaffarati.

Un profondo senso di tenerezza suscitano certi racconti dove affiora l’autrice da bambina o da adolescente come in La festa della mia vendemmia e La bottega del barbiere, come ad esempio nel coinvolgimento della piccola nel pestare l’uva assieme agli altri bambini, incoraggiata dalla presenza rassicurante del nonno, e l’euforia che le si sprigiona nell’animo, per cui il compito diventa un divertimento;  o il taglio delle trecce,   operato dal barbiere venuto a casa, che le fa provare un  senso di pudore, sentendosi depauperata, quasi denudata, senza i suoi capelli lunghi.

Ecco è questo un libro veramente delizioso, ricco di sentimento, di amore, di tenerezza, ma anche di insegnamenti, ricco di profondità, in cui balza in maniera efficace ed incisiva, la intelligenza, la fermezza, la buona volontà. Un libro gradevole come lettura ma anche educativo e perciò lo giudicherei molto adatto alla narrativa nelle scuole. Non dovrebbe mancare nelle biblioteche scolastiche. Specialmente in Sicilia. Emilia Merenda è siciliana, palermitana precisamente, e ha sempre vissuto nella sua città da cui non si è mai allontanata. Ha respirato nella sua famiglia l’amore alla conoscenza e la passione per l’arte. Sua madre era una maestra-casalinga. Di quelle maestre che curavano non solo l’istruzione, ma anche la formazione umana e morale; il padre era appassionato di pittura e il nonno, che era baritono, di musica e di canto. L’arte si fondeva con l’amore familiare perché i momenti a questa dedicati erano momenti di partecipazione e di aggregazione familiare.

Sposata e madre di due figlie, Emilia Merenda si è dedicata alla scrittura. Ma non è solo autrice di racconti, è anche poetessa, sia in lingua che in vernacolo. Le sue poesie sono state molto apprezzate, motivo per cui ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e conseguito innumerevoli premi, tutti primi premi. Emilia Merenda ha saputo presentare la propria terra, la Sicilia, nelle sue peculiari caratteristiche, sia di mentalità, di condizionamenti ma anche nei tipi umani più comuni come il saggio del paese o il barbiere, la vecchietta, e così via.

E su tutto risalta l’autenticità della sua voce, della sua ispirazione come mirabilmente esprime nei versi posti in esergo all’opera, Certi voti, che non possiamo non riportare: “Certi voti mi parranu e nun sentu / taliu e nun viu nenti, / caminu e nun sacciu d’unni iri / la teste mi machinia / e sula sula / la manu accumincia a scurriri / ‘nta lu fogghiu biancu. / li pinzeri diventanu paroli, / la testa si svacanta / e lu cori finarmenti, / si rasserena.”

La poesia, come tutta l’opera, sia in versi che in prosa, di Emilia Merenda è pura ispirazione. Ella è un’artista genuina, trasparente, e come lo è nel pensiero, lo è anche nella espressione. Il suo stile è limpido, piano, scorrevole ed è pregno di armoniosa eleganza. E’ dunque, per concludere, questo di Emilia Merenda, un libro piacevolissimo, e anche edificante.

E dietro le sue pagine si avverte sempre la presenza dell’autrice. Per chi ha la fortuna, poi, come me, di conoscerla direttamente, quel che colpisce in lei, oltre l’amabilità, è la sua umiltà. Accanto a lei si sente sprigionare il profumo della umiltà, e con questo , della serietà, perché dove non c’è umiltà non c’è neanche serietà. Emilia Merenda. Una persona che lascia il segno. Una persona che non si dimentica.

Maria Elena Mignosi Picone

Pagina di vendita del libro con la sintesi dello stesso.