Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di maggio

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio inserito nel Vesprino del mese di maggio 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care Amiche, Cari Amici pare che in questo mese di maggio stiamo uscendo dalle restrizioni causate dal Covid-19, almeno le più gravi. In questo mese abbiamo potuto incontrare le persone care che con dolore non  avevamo potuto frequentare, anche se abitavano nella stessa nostra città; ci siamo spostati all’interno della nostra regione, abbiamo ripreso l’attività fisica  all’aperto, pur mantenendo le distanze di sicurezza. Possiamo essere cautamente ottimisti per il futuro anche perché i contagi continuano a diminuire. Siamo incoraggiati dal procedere delle ricerche scientifiche per un possibile vaccino e per cure più mirate.

Di molte supposizioni degli scienziati che potrebbero rassicurarci ancora di più, come per esempio la diminuzione della carica virale del Covid, mancano le evidenze scientifiche. Ma non disperiamo. Questo per quanto riguarda l’aspetto medico-sanitario. Intanto diventano sempre più evidenti e complessi gli strascichi economici e sociali della pandemia, anche per una certa lentezza e talvolta confusione nell’erogazione degli aiuti. La conseguenza della pandemia che appare soltanto sfiorata, ma sicuramente non meno importante di tutte le altre, è quella psicologica. La separazione fisica, imposta a tutte le età, la segregazione tra le quattro mura di casa, le notizie martellanti dei media sull’andamento della pandemia hanno aumentano di molto la nostra ansia in maniera proporzionale al peso delle responsabilità che ci sentivamo addosso. L’ansia è una componente della modernità, è stata considerata motivo di creatività artistica o malattia. Non è un’emozione naturale, istintiva, è legata alla nostra cultura che alimenta l’insicurezza di fronte all’ impegno crescente per adeguarsi alla rapidità dei cambiamenti della realtà e allo sviluppo tecnologico che tende a sfuggire di mano. Perciò i problemi e le criticità legati alla pandemia, accrescendo il conflitto tra individuo, società e ambiente, hanno generato una maggiore sofferenza e stanchezza; hanno acuito l’ansia, connaturata al nostro stile di vita. Si è manifestata in vari modi in acquisti compulsivi di merce non  sempre utile, nell’accumulo di beni di prima necessità, svuotando i negozi alimentari, ma anche incidendo nelle relazioni personali e affettive, sempre alla ricerca del riconoscimento di sé. Un progressivo ritorno alla vita “normale” e un consolidarsi della consapevolezza dei nostri comportamenti probabilmente ci farà ritornare a livelli di ansia più gestibili.

Gabriella Maggio

Per visitare il Blog Palermo dei Vespri clicca sul link: Lions Palermo dei Vespri

Per contributi e per ricevere via email il magazine scrivere a: gamaggio@yahoo.it

Presentazioni – Il ladro di storie e un cane di nome Dakota (Qanat Edizioni – 2020) di Luigi Colajanni

Dall’incontro della fervida e creativa penna dello scrittore Luigi Colajanni con l’instancabile editore Toni Saetta, è nato un nuovo libro dal titolo emblematico e significativo Il ladro di storie e un cane di nome DakotaQanat Edizioni (2020). Il libro è stato presentato il 3 luglio 2020, nella località balneare di Mondello nel contesto di un magnifico scenario che sovrasta il golfo e il Montepellegrino e che ha vissuto l’ennesimo incontro tra il sole che tramontava e la luna che sorgeva agli opposti geografici, per la gioia delle numerose persone presenti.

L’evento è stato moderato dalla giornalista Gabriella Di Carlo, letture a cura delle attrici Rosamaria Carini e Antonella Messina. Musiche di Ray Di Matteo al sax e Vincenzo Albamonte alla chitarra. Erano presenti l’autore del libro Luigi Colajanni e l’editore Toni Saetta.

Poesie – Noi non sappiamo quale sortiremo di Eugenio Montale [Ribloggato da Cantiere Poesia]

In compagnia di Eugenio Montale. Buona lettura:

Cantiere poesia

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di…

View original post 4 altre parole

Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti commento di Francesca Luzzio

Ricevo e pubblico volentieri il commento che la poetessa Francesca Luzzio ha scritto per l’ultima opera di José Russotti.

Josè Russotti, Arrèri ô scuru, Dietro al buio, Poesie in vernacolo siciliano e lingua italiana, collana “Lepisma Floema” – Controluna ed.

La poesia è esplicazione dell’io nella pluralità del suo sentire e trova nelle parole lo strumento del suo essere.

José Russotti esprime la sua essenza esistenziale con parole in dialetto siciliano e in italiano, comunque, in entrambe le versioni linguistiche, le poesie riescono sempre a raggiungere un’adeguata pregnanza semantica che esprime appieno i sentimenti, i palpiti interiori del poeta, sia che ad ispirarlo siano gli affetti familiari o il suo amato paese, sia che allarghi la prospettiva esistenziale-affettiva ad eventi e problematiche sociali. In ogni caso, c’è un’espressione appropriata che coinvolge il lettore se non in una corrispondenza, almeno in una comprensione del suo variegato ed intenso sentire. Questo nel processo memoriale, assume un andamento nello stesso tempo dinamico e regressivo in quanto ha per oggetto la “durata” della vita, nel senso bergsoniano del termine, infatti il passato si mescola al presente e lo condiziona: “Io sono solo e dannato \ a scontare i giorni che mi rimangono, \ solo e perso, lontano da te, \ a contare le mille parole \ che non ti ho detto mai.” ( Suru-Solo, pagine: 120, 121).

Non solo il tempo, ma anche lo spazio spesso si compenetra d’interiorità umana, diventa insomma ambiente condivisore del sentire del poeta: “Incollata all’angolo spesso ascoltavi \….\ e tra stanze chiuse e crepe di lava spingevi \ i rumori dell’anima verso la bocca del forno (Cetti voti- Certe volte, pagine: 46 e 47). In questo contesto spazio-temporale, José Russotti rivela dolore, sofferenza, tormento, ma anche amore e speranza, anzi la sofferenza è generata proprio dall’amore che nella sua persistenza diventa dolore, soprattutto di fronte alla morte: “… la morte non concede ritorno. \ Mi è rimasta la tua giacca appesa al gancio, \ e la tela scarabocchiata di tanti pensieri.” (E campu ‘itia …- E vivo di te…, pagine: 60, 61). Ma il poeta si guarda anche intorno e non può non accorgersi dei delitti di mafia, quale quello d’Impastato e di Portella della Ginestra o non soffrire di fronte all’epilettica Maria Catena: “Quante volte …,\ …\ cadesti a terra a peso morto,\ con la lingua serrata tra i denti \ e una bava di sangue al lato della bocca. ” (Suru u jancu di ll’occhi-Solo il bianco degli occhi, pagine: 122,123).

Si potrebbe scrivere a lungo sulla pluralità tematica presente nella silloge, ma sempre si rivela un’anima sensibile e piena d’intuito nel cogliere in versi liberi, con un frequente uso metaforico del linguaggio e con un ritmo correlato all’essenza del sentire, la variegata realtà della sua vita e del mondo che lo circonda, insomma José Russotti manifesta una vis creativa che fa del poeta una sorta di demiurgo platonico che vivifica la parola, dandole un ordine rivelatore della sua “anima mundi.”

Francesca Luzzio

Pensieri – Il dolore di Khalil Gibran [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Un pensiero molto profondo e pieno di significato di Khalil Gibran.

Cantiere poesia

Quando nacque il mio Dolore lo nutrii con amore e lo curai teneramente. Come tutte le creature viventi esso crebbe, forte, bello e traboccante di mirabili delizie. Ci amavamo reciprocamente e amavamo il mondo che ci circondava; poiché il Dolore aveva il cuore tenero, e il mio dal Dolore veniva conquistato. Quando il mio Dolore ed io discorrevamo insieme, i giorni erano alati e le notti ornate di sogni; poiché il linguaggio del Dolore era eloquente, e il mio con lui lo diventava. Quando camminavamo insieme, la gente ci rivolgeva sguardi delicati e sussurrava parole di dolcezza estrema. Ma c’era anche chi osservava invidioso, perché il Dolore è nobile ed io ne ero orgoglioso. Ma come tutte le creature viventi il mio Dolore morì ed io sono rimasto solo a pensare ed a soppesare. Ora, quando parlo, le mie parole ricadono con un suono grave. Quando canto i miei amici…

View original post 38 altre parole

Recensioni – Oggetti in terapia di Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera

Quante sono le persone che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, riescono a inventare qualche cosa di nuovo? Quanti sarebbero in grado di inventare la ruota, se non fosse già stata inventata? O, formulando la domanda da un’altra angolazione, che cosa è il pensiero creativo e come si possono concepire idee originali? Sono domande contenute nella quarta di copertina de “Il pensiero laterale” di Edward de Bono nato a Malta nel 1933, laureato in psicologia e medicina e considerato una delle massime autorità del pensiero creativo.

Edward De Bono

Vi starete chiedendo cosa c’entra l’opera di De Bono con il libro “Oggetti in terapia” della scrittrice Giovanna Fileccia, oggetto della recensione in questo post? La risposta sta nel fatto che Giovanna Fileccia è una scrittrice, o tessitrice di parole come l’ho definita in una nostra conversazione, che ha assurto la creatività a ruolo primario e fondamentale nella sua esistenza, a maggior ragione quando scrive un libro. A tal proposito può servire leggere la sua biografia contenuta nel blog che gestisce personalmente.

Adesso provate a chiudere gli occhi e immaginate una penna a sfera, un carillon, un frigorifero, uno specchio, un paio di scarpe, un divano e altri oggetti della nostra quotidianità, che si riuniscono nottetempo per una terapia di gruppo, diretti e orchestrati da un orologio a pendolo. E non poteva essere altrimenti considerato che Pendolo è uno degli oggetti più antichi! E non solo è anche dotato di lancette per segnare e scandire il tempo a disposizione a modo suo! Una situazione surreale ed originale, che rivela ai lettori l’abilità dell’autrice nel dare vita agli oggetti e nell’attribuire loro un’anima, che esprime preoccupazioni, sentimenti, disagi tipici di noi umani.

La storia si sviluppa attraverso venti capitoli nei quali i principali protagonisti sono gli oggetti e due umani, Armando Fieravalli e Ugo Raimondi. Ogni capitolo è introdotto da una citazione riferita a personaggi famosi, scelta da Giovanna Fileccia, che ha un’attinenza precisa con il tema del capitolo stesso e non solo, le citazioni hanno il pregio di rivelare quali sono i principi e i valori che la scrittrice vuole trasmettere ai suoi lettori.

Copertina del libro

Il libro pubblicato da Scatole Parlanti nel 20119 è acquistabile online oppure ordinandolo nelle migliori librerie d’Italia.

Per chiudere ecco cosa scrive l’editore nel libro dell’autrice: Giovanna Fileccia scrive in italiano e in dialetto siciliano. È un’artista poliedrica, artefice di una nuova forma d’arte, la Poesia Sculturata. Dal 2013 allestisce mostre personali. Il suo percorso artistico inizia nel 2009 dopo una serie di studi e approfondimenti filosofici e letterari. Per le Edizioni Simposium ha pubblicato Sillabe nel Vento (2012), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015) e Marhanima (2018). Vincitrice di premi letterari e concorsi artistici, alcune sue opere sono inserite in antologie, raccolte poetiche, libri d’arte e tesi di specializzazione. Il monologo Scossa ha vinto il primo premio al concorso “Va in scena lo Scrittore 2018” della f.u.i.s. Oggetti in terapia è la sua prima opera narrativa.

Protagonisti – Cinzia Baldazzi si racconta ai lettori del blog.

Cinzia Baldazzi (nella foto in evidenza) è laureata in Lettere Moderne alla “Sapienza” in Storia della Critica Letteraria, è nata e vive a Roma. È scrittrice, giornalista, critico letterario, promotrice culturale.

Desidero ringraziarla pubblicamente per avere deciso di raccontarsi nel mio blog e per la collaborazione che presto la vedrà protagonista nella nuova rubrica “L’angolo di Cinzia Baldazzi“. Vi consiglio di mettervi comodi e di leggere con attenzione tutta l’intervista, in quanto contiene tanti spunti interessanti.

Non succede tutti i giorni di incontrare persone che come lei hanno dedicato buona parte della propria esistenza allo studio, all’analisi e alla promozione di libri e della poesia in particolare. Numerose sono le sue incursioni in ambito teatrale, cinematografico, televisivo mantenendo un profilo sempre alto. Ci racconti com’è nata questa passione, che è poi sfociata in un lavoro di fine cesellatura delle parole e degli scritti che continua ancora oggi.

Cinzia Baldazzi La passione della scrittura ha avuto origine, nell’adolescenza, dalla necessità vitale di leggere. Forse si trattava del lascito ideale di mia madre, o della ricerca di un rifugio dopo la sua scomparsa: l’ho persa infatti quando avevo solo dieci anni. Aveva studiato a Roma con Giovanni Gentile e si era laureata in Storia della Filosofia nei primi mesi del ’46. Insegnò per pochi mesi lingua inglese, poi fu assunta alla TWA. Nell’estate del ’65 stava per lasciare la compagnia aerea e iscriversi al concorso a cattedra, ma una malattia fulminea ebbe il sopravvento.

Alla scuola media Montessori di Villa Ada conobbi i testi di Federico Garcia Lorca: dalla giovanissima professoressa Anna Maria Pecchia imparai ad amare i versi di Los álamos de plata, che lei traduceva con I gattici d’argento (invece di “salici”). Nello stesso periodo scoprivo le novelle di Pirandello e la successiva grande stagione della narrativa breve italiana, da Giovanni Arpino a Gianni Santuccio, da Piero Chiara a Italo Calvino.

Alla maturità classica, al Liceo Orazio, quando mi presentarono il giudizio sul mio tema dedicato a Manzoni e al romanzo moderno, il voto era 8+ / 8 ½, e sotto, un appunto: «Saggio?!». I commissari non sapevano se giudicare il testo come un “elaborato da esame” o come un vero e proprio “studio critico” (genere allora non consentito: lo sarebbe stato alcuni decenni dopo). L’orale lo sostenni presentando una lettura dell’Infinito leopardiano secondo i canoni dello strutturalismo, con tabelle, grafici e collegamenti logici, al punto che, al termine, il professore di matematica commentò: «Beh, una parte del mio esame lo abbiamo già fatto…».

L’attività di scrittura vera e propria quando è iniziata?

Cinzia Baldazzi – Subito dopo la laurea, collaborando come critica letteraria a riviste culturali. Al 1979 risale l’inizio di un lavoro sistematico grazie al giornalismo. Entrai come collaboratrice al quotidiano romano “Il Giornale d’Italia” con l’incarico di seguire le recensioni del teatro “off”: era in corso, in quegli anni, la grande e irripetibile stagione dell’avanguardia romana, da Pippo Di Marca a Memè Perlini, da Carmelo Bene a Remondi & Caporossi. Ho sofferto, quasi tutte le sere, in teatrini malmessi, conventi occupati, cantine affollate, ma l’esperienza di quella scuola di scrittura è stata preziosa e insostituibile.

Poi sono passata a occuparmi saltuariamente di cinema, quindi di nuovo a teatro negli ultimi dieci anni, ma questa volta frequentando gli stabili. Infine, sono tornata a praticare la critica letteraria, utilizzando anche gli strumenti di diffusione della rete che una volta non esistevano.

Nel 1978 ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi di critica letteraria su alcune novelle di Luigi Pirandello. Ci parli di quel periodo, delle atmosfere che si vivevano nell’ambito universitario, delle sue aspirazioni e speranze per il futuro.

Cinzia Baldazzi – Ho frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma nel quadriennio 1974-1978: anni tormentatissimi dal punto di vista organizzativo, politico, di gestione della vita quotidiana. Per conoscere giorno e ora di un esame si doveva consultare con fatica una bacheca (o, nel peggiore di casi, una parte di muro) affollata di centinaia di post-it fissati con puntine, a volte scritti a mano, prima che venissero rimossi o sostituiti; lezioni e seminari erano di frequente interrotti, rinviati o soppressi; l’occupazione del febbraio del ’77 fece saltare mesi di didattica: ero al piano terra della facoltà quando la polizia entrò con gli idranti e mi rifugiai in segreteria. Un giorno Aurelio Roncaglia, ordinario di Filologia Romanza, venne interrotto nell’Aula Magna dall’ingresso di un collettivo contro il fascismo. Allora si rivolse ai giovani disturbatori con parole piene d’ira: «Io ero antifascista nel ’38!».

Il culmine del caos venne toccato quando, in vista della seduta di laurea fissata per dicembre ’78, venni a sapere per caso, da un impiegato, che la mia tesi (consegnata mesi prima in Segreteria) non si trovava più. È vero, ne avevo altre tre copie (per me, il relatore e il correlatore), ma lo shock fu talmente forte che ancora oggi non riesco a ricordare cosa avvenne nelle settimane successive. Forse fu ritrovata, forse no. Ma la mattina del 21 dicembre un fascicolo del mio lavoro era comunque nelle mani del relatore Mario Costanzo Beccaria.

Insomma, il disordine regnava…

Cinzia Baldazzi – Certo, e noi studenti, per i quali qualcuno pagava puntualmente il tutto, eravamo considerati quasi un elemento accessorio non degno di attenzione. Eppure quel periodo è stato vitale di esperienze. Ho avuto l’onore di assistere alle lezioni di Walter Binni con le sue citazioni (bontà sua) in francese e in tedesco; sono stata spettatrice divertita e affascinata degli show del linguista Tullio De Mauro; mi sono scervellata (insieme ad altri) a cercare di ascoltare la voce bassa e roca di Emilio Garroni mentre discorreva di semiotica; ho scoperto la didattica del grande Agostino Lombardo che mentre spiegava Laurence Sterne sembrava lui stesso un imponente Tristram Shandy. E ancora Carlo Salinari, Giovanni Macchia, Diego Carpitella, Mario Alberto Cirese, Maurizio Del Ministro…

Senza dimenticare che, quando mi chiedono dove io abbia conosciuto mio marito Claudio, rispondo: «L’ho trovato all’Università». Era l’autunno del ’74: lui al secondo anno, io al primo. Entrambi seduti, a pochi sedili di distanza, nella penombra dell’allora diroccato Teatro Ateneo, dove seguivamo le lezioni di Storia del Teatro e dello Spettacolo di Adriano Magli. Il resto, come si dice, è storia…

Riguardo la tesi, cosa l’ha portata a dedicarsi a Luigi Pirandello?

Cinzia Baldazzi – La scoperta di Luigi Pirandello risale alla mia seconda media, nel ’67. La madre di Dina Tron, mia amica del cuore, lavorava come formatrice delle insegnanti montessoriane. Frequentandone la casa, mi imbattei nel primo volume Mondadori delle Novelle per un anno, contenente le raccolte Scialle nero, La vita nuda, La rallegrata, L’uomo solo. Lì lessi per la prima volta i testi che ancora oggi porto nel cuore: Nel segno, E due!, L’imbecille, Acqua amara. Conservo ancora quel libro, un’edizione del ’47 semidistrutta dalle ripetute consultazioni, annotata a matita a margine e con pagine volanti. Aveva già avuto un primo restauro da parte di mio suocero, ora ne meriterebbe un secondo.

La sintassi unica, irripetibile della prosa pirandelliana mi è penetrata nella mente, con i suoi guizzi, le contorsioni logiche, gli spiazzamenti, le inversioni: le stesse che hanno poi alimentato tanto suo teatro, culminando in Così è se vi pare. Da studentessa, Tullio De Mauro lesse un mio lavoro (forse una tesina, non ricordo bene): avendo notato un procedere certo non piano e lineare, e sapendo quanto la lettura influisca sul modo di scrivere, mi chiese: «Signorina, ma lei cosa legge?». Con candore, risposi: «Professore, il mio preferito è Pirandello». E concluse: «Ah, beh, allora…».

La scelta di Pirandello come oggetto della tesi parte quindi da lontano…

Cinzia Baldazzi – E venne poi facilitata dalla scoperta che il mio professore universitario Mario Costanzo Beccaria, ordinario di Critica Letteraria, era nipote di Giuseppe Aurelio Costanzo, direttore del Magistero di Roma agli inizi del secolo, il quale aveva aiutato il giovane amico Pirandello ad ottenere la cattedra di Lingua Italiana: fu quasi naturale, allora, scegliere il commediografo siciliano come oggetto della tesi di laurea. Il titolo era Organicità e dialettica nella poetica pirandelliana, e consisteva in un’analisi narratologica e semiotica di sei novelle: La vita nuda, La toccatina, Nel segno, Tutto per bene, La buon’anima, Distrazione. Il giorno della laurea mio padre mi regalò l’intera collezione teatrale Maschere Nude.

Da cronista, ho avuto la sorte di vedere e recensire spettacoli pirandelliani con una formidabile galleria di interpreti: Romolo Valli in Enrico IV e Tutto per bene, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Rossella Falk e ancora Valli in Così è (se vi pare), Salvo Randone in Pensaci, Giacomino!, Alberto Lionello in Il giuoco delle parti, Eduardo in Il berretto a sonagli, Lauretta Masiero e Paolo Ferrari in La signora Morli, una e due, più recentemente Gabriele Lavia nei Sei personaggi in cerca d’autore.

In una nostra discussione lei ha scritto una riflessione per promuovere un’importante iniziativa culturale che mi ha molto colpito. La riporto per intero per i nostri lettori: «Sappiamo tutti che la poesia, la letteratura non possono sconfiggere il male. Non lo hanno mai preteso: hanno sempre tentato di fare il loro meglio nell’alleviarne le manifestazioni, nel combatterlo con i propri mezzi, nell’esibire, magari, quando è possibile, strumenti utili ad affrontarlo». Può allargare il discorso per i lettori del blog?

Cinzia Baldazzi – Nella cultura del ‘900, questo aspetto è stato affrontato in un momento cruciale dell’intero secolo: la fine del secondo conflitto mondiale e la disfatta del nazismo. Nel 1949, Theodor W. Adorno, da poco tornato in Germania dopo l’esilio americano, scriveva: «La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie». Per anni, questa radicale affermazione è stata discussa, confutata, demolita, segno che aveva toccato una ferita aperta: nonostante la sconfitta di Hitler, l’intellettuale percepiva il senso profondo di una sconfitta epocale. Adorno avrebbe poi chiarito meglio, ammettendo alla fine l’errore. Nel 1966 scriveva infatti: «Il dolore incessante ha altrettanto diritto di esprimersi quanto il torturato di urlare; perciò forse è sbagliato aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesie».

Negli anni tra i due pensieri, si sviluppa il rapporto tra il filosofo e il giovane Paul Celan, ebreo rumeno di lingua tedesca, sopravvissuto al lager dove morirono i genitori. Il critico Enrico Testa ha spiegato: «Nella poesia di Celan il monito di Adorno si rovescia in una ricerca paradossale ed estrema. Auschwitz, il male storico, diventa il passaggio per un nuovo percorso della parola: la parola lotta con il silenzio e non cede ad esso e al nichilismo: è una parola conquistata nel gorgo muto delle vittime».

Che cosa ne dovremmo ricavare?

Cinzia Baldazzi – Senza voler stabilire un paragone impossibile, abbiamo anche noi, tutti indistintamente, un’esperienza da raccontare: quella del confinamento per oltre due mesi a seguito dell’emergenza sanitaria. Chiusi in casa quasi per l’intera giornata, il tempo non sarebbe dovuto mancare. Ebbene, mi chiedo: con quanto è successo, avrebbe avuto senso prendere in mano un libro di poesie o di narrativa e trasferirsi con tutti noi stessi in un altro mondo? Quasi un ripiego strumentale, evasivo, fine a se stesso? Una distrazione?

È vero, nello sfogliare o nel comporre pagine di un volume percepiamo senza dubbio il conforto di un bello correlato al sollievo dal dolore, dall’angoscia, dal panico: per questo solo, converrebbe leggere o scrivere. Nel mio piccolo, libri come Eratre (2016) e Duecento anni d’infinito (2019), di cui sono stata co-autrice, sono stati concepiti su queste linee-guida. Ma soprattutto Passi nel tempo (2011), dove ho commentato quindici poesie di Maurizio Minniti e nella cui prefazione scrivevo: «Mi pare risulti abbastanza chiara un’idea centrale, che condivido con Maurizio Minniti: assegnare al linguaggio poetico la funzione di aiutare ad accogliere il mondo, a chiarirlo prima di rifiutarlo, a viverci. Se non fosse troppo, a rifondarlo».

Fëdor Dostoevskij ne L’idiota fa affermare al principe Miškin la famosa frase «La bellezza salverà il mondo». Considerazione e auspicio sempre attuali, visto che il nostro mondo è sempre in fibrillazione, tanto da farci temere che possa presto essere interessato da un default generalizzato, ovvero da una sorta di fallimento e insolvenza, per quanto attiene la sfera virtuosa delle relazioni umane. La domanda è: secondo lei il mondo è disposto a farsi salvare dalla bellezza?

Cinzia Baldazzi – Cinque anni fa, nell’estate del 2015, l’allora capo del governo Matteo Renzi proclamò in un convegno internazionale: «La nostra carta d’identità è la bellezza di Pompei, di Venezia, di Roma. Solo la cultura salverà il futuro dell’Italia». Gli rispose Umberto Eco: «La bellezza e la cultura non salveranno affatto il mondo. Anche Goebbels era un uomo coltissimo, ma questo non gli ha impedito di gasare sei milioni di ebrei. La comprensione della bellezza altrui, questa sì invece che può essere importante. Ma non dimentichiamoci anche che ci sono stati grandi criminali che collezionavano quadri». Ebbene, qualche giorno fa, aprendo la home page dell’Ansa, ho letto le parole con cui Giuseppe Conte ha inaugurato gli Stati Generali: «Nel momento in cui progettiamo il rilancio dobbiamo far in modo che il mondo intero possa avere concentrata la sua attenzione sulla bellezza del nostro paese». Non essendo più con noi un Umberto Eco a ribattere, affidiamo le nostre perplessità a due opere dello studioso e semiologo: Storia della bellezza (2004) e Storia della bruttezza (2007). Purtroppo, l’intercambiabilità tra i due concetti, o meglio tra le distinte, opposte percezioni, caratterizza il mondo contemporaneo e non fa ben sperare sul presunto “salvataggio”. Oggi viviamo di certo un indebolimento del senso estetico, al punto di non sapere spesso valutare il “bello”; a lato, riscontriamo una vera e propria cecità che impedisce di riconoscere ciò che è informe, asimmetrico, banale, disarmonico, sgraziato, in una parola: “brutto”. Ed è questo, forse, l’elemento maggiormente preoccupante.

Lei si è nutrita e si arricchita di notevoli letture e frequentazioni culturali. Perché è importante oggi leggere e quale molla scatta in un lettore, quando decide a sua volta di scrivere, così come ha fatto lei e continua a fare?

Cinzia Baldazzi – Se la lettura alimentasse il desiderio di scrivere, sarebbe cosa buona. Però non vedo un automatismo: è vero che il grande poeta è sempre stato un lettore vorace, attento, sistematico, ma nella stragrande maggioranza dei casi io vedo scrittori che hanno scarsa conoscenza della letteratura.

A scuola hanno insegnato che leggere aiuta a scrivere bene. La frequentazione del pensiero di un grande autore lascia nella nostra mente qualche briciola della sua pregevole sintassi, sedimenta le tracce di un lessico ricco e complesso, fissa nella memoria visiva l’uso corretto di apostrofi, accenti, e così via. Anche se non sarebbe necessario un grande autore per insegnare la morfologia della nostra lingua madre, tuttavia…

Si dice: leggete qualsiasi cosa, ma leggete. In realtà non è proprio così: per una vera scuola di scrittura (nello stile, nella sintassi), devo rivolgermi a Manzoni, Pirandello, Calvino. Quando l’autore dei Promessi sposi si trasferì a Firenze con la famiglia per imprimere una svolta linguistica al romanzo, passava le giornate con i letterati e parlava con la gente lungo l’Arno («nelle cui acque risciacquai i miei cenci»), ma la sera, a lume di candela, leggeva e rileggeva Guicciardini, con la sua impostazione classica, tante subordinate, periodi ampi, verbo all’ultimo posto.

Da parte mia, ai tanti amici poeti e novellieri che a volte sono preda di una incontenibile coazione a scrivere, non posso che suggerire di dedicare maggior tempo a leggere. Attività oscura, svolta in intimità, senza un apparente e immediato riscontro. Ma accrescitiva, gratificante, ricca di suggestioni alla distanza. Del resto, Jorge Luis Borges amava ripetere il suo distico: «Altri si vantino delle pagine che han scritto; / io vado fiero di quelle che ho letto».

Apprezzo molto di lei il fatto che si prodiga nel portare avanti un’intensa e riconosciuta opera di diffusione della poesia e della letteratura in generale, attraverso la divulgazione di nuovi autori, presentazione di libri, organizzazione di incontri tra poeti, coordinamento di reading, interventi critici, partecipazione come presidente di giuria in concorsi di poesie letterari. Come riesce a conciliare tutto questo lavoro e qual è il carburante che le dona tanta energia?

Cinzia Baldazzi – Partiamo, questa volta, dalla conclusione. A settembre del 2018, l’amico Nicola Paone ha voluto assegnarmi il Riconoscimento alla Carriera “Labore Civitatis”, all’interno della sua manifestazione “Tra le parole e l’infinito”. Ricevere il premio davanti a centinaia di persone, nello splendido cortile di San Leucio a Caserta, sotto le stelle di una mite serata di settembre, è stata un’emozione che non dimenticherò facilmente.

Ho avuto altri riconoscimenti in seguito (Verbumlandiart, la Macina onlus, I colori delle parole), ma porto nel cuore quel premio perché ha costituito il punto d’arrivo di un’attività portata avanti da anni. Ho organizzato reading, stimolato l’incontro tra poeti, presentato libri sotto forma di evento, concesso tante prefazioni a “opere prime”, fornito suggerimenti per libri e antologie, commentato numerosi scrittori che ho poi visto crescere con merito.

Per alcuni anni, luoghi privilegiati dei miei incontri sono stati due locali romani di Trastevere, il “Mameli27” e “Lettere Caffè”. Ma ho parlato di letteratura anche in gallerie d’arte, librerie, piccoli teatri, e ultimamente – con l’iniziativa Poesia Gourmet Itinerante – nei bar di quartiere, nei pub, nelle discoteche, persino in una sala da bowling.

Due sono i libri importanti in uscita entro fine anno, in collaborazione con una poetessa e con uno scrittore. Per ora non posso dire di più.

Dal suo curriculum si evince che lei ha collaborato con importanti personaggi del mondo della televisione in RAI. Ci parli in breve di queste esperienze.

Cinzia Baldazzi – Alla fine degli anni ’80 ho cominciato con la radio, per passare poi a Raiuno dove sono rimasta fino al 2010. Il primo programma importante, nel ’90, è stato Trent’anni della nostra storia di Carlo Fuscagni, allora direttore di rete. Dopo collaborazioni varie (con Mixer di Giovanni Minoli, con Antonella Boralevi), approdai nell’estate del ’95 a Carràmba che sorpresa: il compito di noi redattrici consisteva nel cercare e organizzare i cosiddetti “ricongiungimenti” tra gli italiani e i parenti emigrati all’estero che non vedevano più da decenni. Raffaella Carrà e Sergio Japino, conoscendo la mia esperienza di viaggi internazionali, mi affidarono subito il compito di girare il mondo per conoscere coloro i quali sarebbero poi dovuti tornare in Italia di nascosto e abbracciare in diretta televisiva i parenti, invitati quella sera in studio come semplici spettatori con l’ausilio di un “gancio”, ovvero di un complice. Lavoro faticoso, complesso, di grande responsabilità, che richiedeva una disponibilità totale: incuranti del fuso orario, mi chiamavano in piena notte dall’Australia o dall’Uruguay.

Con Raffaella ho lavorato alle sette edizioni del programma, dal 1995 al 2002: sono stata cinque volte in Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela, ho viaggiato in Australia, Cile e Stati Uniti, ho effettuato missioni in Germania, Irlanda, Inghilterra e Spagna. Ovviamente, per conoscere la persona oggetto di sorpresa, ho visitato decine e decine di famiglie in lungo e in largo per l’Italia, dalla Liguria alla Puglia, dal Friuli alla Sicilia. Ho dato molto a Carràmba che sorpresa e ho ricevuto altrettanto in termini di conoscenza della psiche umana, del carattere degli individui, delle culture e dei comportamenti.

Inoltre, non dimentico come una parte cruciale del mio lavoro, una volta rientrata in Italia dalle missioni, sia stata quella di scrivere: per Raffaella avevo approntato, e affinato nel corso degli anni, vere e proprie storie di famiglia, con date, episodi, dichiarazioni, spostamenti, una sorta di “racconto” sui generis dettagliato e partecipato per ogni singolo caso, così da costituire la base per il copione che poi gli autori avrebbero preparato per la puntata. Ciò non toglie che interi brani Raffaella li abbia citati per intero durante la diretta.

Più recentemente, ha avuto l’occasione di collaborare con Pippo Baudo…

Cinzia Baldazzi – Ho concluso il mio passaggio su Raiuno partecipando a quattro edizioni di Domenica In, due con Mara Venier, due con Pippo Baudo. Uomo di grande cultura e di capillare informazione, Pippo mi affidò vari incarichi, tra cui il “Tour de Chant”, una sorta di contest per cantanti lirici; la rubrica dei libri, incontri settimanali con autori (mi è rimasto impresso quello con Alberto Bevilacqua); ma soprattutto un concorso di poesia a cui parteciparono migliaia e migliaia di scrittori, e le cui poesie io dovetti leggere una per una. Con molti dei vincitori sono rimasta in contatto: tra questi Maurizio Minniti, con cui l’anno dopo ho pubblicato il libro Passi nel tempo. L’idea di Pippo ebbe successo, con votazioni ogni domenica pomeriggio in diretta. Il concorso volle intitolarlo, profeticamente, “Popolo di poeti”.

Storie – Paco il millepiedi incontra il suo amico Pasqualino di Antonino Schiera.

Quella che vi apprestate a leggere, se ne avrete voglia e tempo, è la breve storia di Paco, un millepiedi che ad un certo punto della sua esistenza, si ritrova a ripensare e a rielaborare il suo modo di camminare. Un atto spontaneo e naturale, che per lui era ormai cristallizzato e rodato nel tempo, tanto che ormai non ci faceva più caso. La storiella è un adattamento della Metafora del millepiedi derivata dalla cultura Zen, che Paul Watzlawick, psicologo ed esponente della Scuola di Palo Alto, raccontava di frequente nel corso delle sue conferenze.

Paco il Millepiedi

Un grazioso millepiedi di nome Paco, girovagava per foglie, tronchi e arbusti. Era orgoglioso e felice di tutto quell’ambaradan sgambettante del quale era dotato. Era altrettanto felice di vivere in perfetta sintonia con la natura nel mezzo della vegetazione che cambiava continuamente aspetto. Era quel continuo ciclo vitale, senza soluzione di continuità, che lo affascinava e nel suo peregrinare non si annoiava mai.
Paco amava molto l’acqua e quando, dopo un acquazzone, trovava una foglia che galleggiava in una pozza, vi saliva su e allegramente raggiungeva altre sponde del suo allegro mondo. Così cominciava nuove esplorazioni nutrendosi di foglie, ma anche di animaletti più piccoli di lui. Nelle giornate calde e secche dell’estate riposava per molte ore all’ombra di un cespuglio.
Un giorno Paco allegro e fischiettante, con la testa tra le nuvole, incontrò un altro millepiedi di nome Pasqualino, che gli voleva bene. Quest’ultimo ne osservava attentamente l’allegro e scanzonato incedere. Allora gli disse: “Paco secondo me dovresti accorciare i passi e soprattutto aspettare un poco prima di muovere le gambette che stanno dietro. Inoltre cerca di divaricarle di meno, sai con l’età arriva prima o poi l’artrosi e poi sono guai!”. Paco resosi conto del problema e, prendendo coscienza di ciò che aveva fatto spontaneamente da quando era nato, cominciò ad avere qualche difficoltà e a riflettere lungamente. Pasqualino salutò e se ne andò via.
Paco non sapeva se essere felice o no, ma di una cosa era certo: quando avrebbe ricominciato a sgambettare allegramente per i boschi lo avrebbe fatto con maggiore eleganza, compostezza e consapevolezza delle sue meravigliose mille gambette.

Antonino Schiera

Ecco la metafora zen da me adattata:

“Un millepiedi aveva sempre camminato senza alcun problema per le sue terre. Un bel giorno passò di li una formica curiosa e chiese al millepiedi come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere: con tanti piedi per lei era un miracolo che non inciampasse in qualche ostacolo. Molto turbato da questa idea, il millepiedi cominciò a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina, e in breve tempo non riuscì più a camminare”.

Invito tutti i lettori a commentare facendo riferimento alle due storielle in modo da sviscerarne quello che può essere il significato e l’interpretazione soggettiva. Buona vita a tutti.

Riflessioni – L’evoluzione del coronavirus delinea il percorso dagli animali all’uomo

Pubblico un interessante approfondimento di Daniele Corbo riguardo il Corona Virus.

ORME SVELATE

This shows covid19

Un team di scienziati che studia l’origine di SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia di COVID-19, ha scoperto che era particolarmente adatto per saltare dagli animali agli umani cambiando forma mentre acquisiva la capacità di infettare le cellule umane. Conducendo un’analisi genetica, i ricercatori della Duke University, del Los Alamos National Laboratory, dell’Università del Texas a El Paso e della New York University hanno confermato che il parente più vicino del virus era un coronavirus che infetta i pipistrelli. Ma la capacità di quel virus di infettare gli umani è stata acquisita attraverso lo scambio di un frammento genico critico da un coronavirus che infetta un mammifero squamoso chiamato pangolino, che ha permesso al virus di infettare l’uomo. I ricercatori riferiscono che questo salto da una specie all’altra è stato il risultato della capacità del virus di legarsi alle cellule ospiti attraverso alterazioni del suo materiale genetico. Per…

View original post 428 altre parole