Presentazioni – L’Associazione Flavio Beninati di Carla Garofalo ha presentato il libro Mare loro di di Francesca Romana Mormile, Edizioni Nutrimenti 2020

Nell’ambito della rassegna culturale Di Maggio in Maggio 2021 a cura dell’Associazione Flavio Beninati, è stato presentato presso gli spazi di Piazzetta Bagnasco a Palermo, il romanzo dal titolo Mare loro della scrittrice Francesca Romano Mormile. Con l’autrice hanno dialogato Carla Garofalo e Renzo Botindari.

In estrema sintesi protagoniste del libro sono le diverse umanità che si incontrano e si scontrano all’interno di un condominio della Roma bene che dipana la propria storia all’interno di un equilibrio cangiante, ma che viene improvvisamente caratterizzato dall’arrivo di Anbessa, minore eritreo non accompagnato. L’autrice, così come lei stessa ha sottolineato durante la presentazione, non prende una posizione politica rispetto a un problema che coinvolge le nostre sensibilità. Piuttosto rappresenta, attraverso i dialoghi e l’affermazione della personalità dei personaggi, le diverse reazioni che si possono avere di fronte al concretizzarsi di un arrivo, fino a quel momento relegato a pura e semplice notizia che riguardava altri.

Na cosa nica, una cosa piccola. Un riferimento a bambini piccoli che un giorno diverranno grandi e che nell’immediato smuovono le coscienze dei protagonisti del libro, e di conseguenza quelle dei lettori attraverso pagine di lettura intensa, condite da un linguaggio di varia natura e spesso colorito.

Galleria fotografica 1

Biografia artistica dell’autrice

Francesca Romana Mormile è nata a Taranto, si è formata a Roma e laureata a Milano in Lingue e Letterature straniere moderne. Ha insegnato nei licei e collaborato con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha pubblicato per Dario FlaccovioIl Minotauro cieco” e “Due Coglioni. Prontuario di etica del cazzeggio.” Per Qanat – collana Quadrifogli – il racconto “L’unità di misura” nel volume “Presentimenti”.
Vive a Roma e si occupa di formazione, traduzioni e scrittura.

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Note critiche – Il poeta e scrittore Antonino Schiera scrive riguardo il secondo romanzo di Antonella Ricciardo Calderaro, Il limbo del gelso bianco

Pubblico il mio intervento in occasione della prima presentazione a Palermo de Il limbo del gelso bianco di Antonella Ricciardo Calderaro. La presentazione si è svolta presso la Galleria Nicola Scafidi all’interno di Villa Niscemi rappresentanza ufficiale del Comune di Palermo, il giorno 19 luglio 2021. Una data simbolica, il ventinovesimo anniversario della Strage di Via D’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, che ben si attaglia con i temi trattati dal libro. Per l’occasione ho scritto un mio articolo sul sito d’informazione Il Salto della Quaglia dall’eloquente titolo: Strage di Via D’Amelio: 57 giorni dopo l’inizio del terrore.

Antonino Schiera


Copertina

Il limbo del gelso bianco
di Antonella Ricciardo Calderaro
PUNGITOPO Editore – Gioiosa Marea – 2020 Nota critica di Antonino Schiera

Prima di parlarvi brevemente dell’ultima fatica letteraria della professoressa Antonella Ricciardo Calderaro, Il limbo del gelso bianco, desidero parlarvi altrettanto brevemente dell’autrice. Se è vero che attraverso la lettura di un libro s’impara a conoscerne l’autore è anche vero che conoscendo l’autore, in questo caso l’autrice, si può cercare di immaginare a cosa il lettore va incontro nel momento in cui inizia la lettura di un’opera, nella fattispecie Il limbo del gelso bianco che oggi viene presentato per la prima volta a Palermo

Ebbene Antonella Ricciardo Calderaro è certamente persona di grande spessore culturale, non è un caso che nella vita svolga il lavoro di insegnante di Italiano e Latino, presso il Liceo Lucio Piccolo di Capo D’Orlando, dopo essersi laureata in Lettere Classiche all’Università di Messina. Nella sua biografia ufficiale l’autrice cita due grandi maestri, due importanti linee guida, a parte naturalmente lo studio dei grandi classici e non solo. Sono il poeta Lucio Piccolo con la sua complessa musicalità poetica e lo scrittore, giornalista e saggista Vincenzo Consolo con la sua scrittura palinsestica sostanziata di impegno civile (per scrittura palinsestica si intende lo scrivere sulle altre scritture, sui segni che abbiamo ereditato dai grandi scrittori, quelli che ci accompagnano). Un notevole background culturale, perdonate l’inglesismo e sull’uso degli inglesismi si potrebbe aprire un dibattito, pertanto se preferite un notevole bagaglio culturale, che si unisce a un grande desiderio strutturato e consolidato, di comunicare e condividere la conoscenza e l’arte di produrre conoscenza. La professoressa Calderaro coltiva molto e bene l’arte della cura delle sue creature, delle sue fatiche letterarie, come una buona madre fa con i propri figli. Si perché i libri per gli scrittori sono come i figli, esiste la fase dell’ideazione conscia ed incoscia, quella della loro gestazione e infine quella della nascita, cui deve seguire la crescita che viene supportata attraverso le presentazioni, la partecipazioni ai concorsi, ma anche attraverso gli interventi nella qualità di relatori per altri scrittori.

Per darvi l’idea e a supporto di ciò che ho affermato vi racconto come ho conosciuto la professoressa Calderaro. Facciamo un salto temporale all’indietro attraverso il testo di un articolo da me scritto sul Giornale Cittadino Press. Terrasini, 10.10.2016 – Presso la Sala Consiliare del Comune di Terrasini, si è svolta la conferenza stampa indetta dalla Onlus Memoria del Cuore, per comunicare in via ufficiale i nomi dei finalisti del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella 2016, giunto alla seconda edizione. Titolo emblematico del Premio è “Il recupero del senso del dovere. Segretaria del Premio, Antonietta Greco, presidente del premio lo scrittore Orazio Santagati.

Ebbene Antonella Calderaro che partecipava al premio con il suo primo romanzo La resilienza del fuco si era sobbarcata il viaggio da Capo D’Orlando a Terrasini insieme al marito Pippo Ieni, che saluto, per conoscere il risultato. A questo primo incontro è seguito, l’anno successivo, l’appuntamento a Roma presso la sala Protomoteca del Campidoglio a Roma. Da sottolineare e lo ricordo il fatto che il libro oggi presentato nell’edizione successiva, la terza, del Premio Piersanti Mattarella, è risultato vincitore assoluto nella categoria inediti.

Ma andiamo brevemente al testo con una mia breve disamina: va subito detto che il libro, attraverso la narrazione della storia della protagonista principale Vittoria, conferma coerentemente quella che può essere considerata la cifra stilistica dell’autrice: ovvero un’esistenza caratterizzata dall’impegno civile, dalla capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie, dal desiderio che la legalità possa essere l’unico sfondo caratterizzante l’esistenza di ciascuno di noi. Concetti che assumono una maggiore valenza oggi 19 luglio, anniversario dell’attentato al giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia, insieme alla sua scorta in via D’Amelio nel 1992.

Tornando a Il Limbo del gelso bianco,   Vittoria è una donna che, per motivi legati ad avvenimenti che non approfondisco per non togliervi il piacere della scoperta, sente fortemente il desiderio di riappropriarsi della sua esistenza ritornando nei luoghi dove era nata. Una ricerca attenta e non priva di dolore. Come Diogene di Sinope del quale si racconta che una volta uscì in pieno giorno con una lanterna in mano e a chi gli chiedeva come mai agisse in tal modo, rispondeva: “Cerco l’uomo!”. Diogene cercava qualcuno che fosse davvero capace di vivere secondo la propria autentica natura, senza convenzioni e capricci, ed essere, quindi, felice. Mi sono permesso di fare questo accostamento con la protagonista, che nel libro ricerca se stessa, il suo passato, ma anche la giusta collocazione nel presente in una vita che non aveva potuto assaporare nella sua totalità. Ma torniamo a Il limbo del gelso bianco: vi si trovano descrizioni dettagliate, dialoghi, utilizzo di metafore e di un linguaggio forbito, pertanto arricchente, che accompagnano il lettore lungo un percorso narrativo, che utilizza il presente come tempo verbale. Una scelta direi desueta che a mio parere dona fascino al testo e potenzia nella testa del lettore il concetto del qui ed ora, hic et nunc avrebbe detto Orazio. Ne scaturisce uno spaccato della nostra Sicilia che rimarca le caratteristiche del meraviglioso territorio Nebroideo, le contraddizioni della nostra terra che ci regala un quadro ogni giorno caratterizzato dal chiaro-scuro della nostra esistenza.

Antonino Schiera

Note critiche – Il poeta e scrittore Biagio Balistreri scrive riguardo il secondo romanzo di Antonella Ricciardo Calderaro, Il limbo del gelso bianco

Ricevo e pubblico volentieri l’intervento che il poeta e scrittore Biagio Balistreri ha elaborato e letto in occasione della prima presentazione a Palermo de Il limbo del gelso bianco di Antonella Ricciardo Calderaro. La presentazione si è svolta presso la Galleria Nicola Scafidi all’interno di Villa Niscemi rappresentanza ufficiale del Comune di Palermo, il giorno 19 luglio 2021. Una data simbolica, il ventinovesimo anniversario della Strage di Via D’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, che ben si attaglia con i temi trattati dal libro. Per l’occasione ho scritto un mio articolo sul sito d’informazione Il Salto della Quaglia dall’eloquente titolo: Strage di Via D’Amelio: 57 giorni dopo l’inizio del terrore.

Antonino Schiera


Copertina

Il limbo del gelso bianco
di Antonella Ricciardo Calderaro
PUNGITOPO Editore – Gioiosa Marea – 2020 Nota critica di Biagio Balistreri

Il tema omerico del “ritorno”, ovvero del “νόστος” (il viaggio di ritorno in greco, nostos, da cui, come tutti sappiamo, deriva la parola “nostalgia”, a noi molto cara e densa di significati sentimentali ed esistenziali) è uno dei temi che pervadono l’intera civiltà occidentale, e quindi la nostra cultura, e
sicuramente anche molte altre culture, perché è legato ad una necessità
naturale dell’essere umano: quella di ritrovare la propria “completezza”
che il distacco dalle origini ha spezzato, vietando così che si compisse.
Se poi il distacco è stato generato da cause violente, come nel caso della
storia narrata in questo romanzo – un connubio fra terrorismo e mafia, che
immediatamente fornisce al lettore l’indicazione dell’ambientazione
siciliana delle vicende – cause in seguito alle quali la protagonista, Vittoria
Lizzardi Castillo, ha dovuto rinunciare non soltanto alla propria terra, ma
anche al proprio cognome, essendo sottoposta a un regime di protezione
instaurato dalle istituzioni in favore dell’unica superstite di un antico
casato nobiliare, il mondo da recuperare è sicuramente molto più vasto e
articolato rispetto al caso di un allontanamento volontario.
A proposito del cognome, in un breve ma divertente passaggio l’Autrice
narra anche un accanimento precedente, quando la “o” finale dell’originale
Lizzardo era stata sostituita «da una più modesta e ‘plebea’ “i”…
declassazione proditoriamente compiuta da un impiegato dell’anagrafe
corrotto e colluso con i villani, invidiosi del prestigio dei Lizzardo».
Vittoria, dunque, dà vita al proprio νόστος quando, senza alcuna
autorizzazione ufficiale, decide di lasciare l’algida Milano e di ritornare,
con un lungo viaggio in automobile, nel suo paese, sito fra la costa tirrenica
della Sicilia e i monti Nebrodi, autentica Svizzera del Sud, per l’esigenza
irrinunciabile di riappropriarsi del suo presente, attraverso la riconquista di
un passato mai davvero vissuto, ma soltanto immaginato.
Al lettore appare subito colma di tenerezza, e al contempo di sottile
sofferenza, la ricognizione che ella, subito dopo il suo arrivo, conduce nelle
singole stanze della antica e da lungo tempo disabitata dimora familiare,
soffermandosi soprattutto su quei dettagli e quei decori che la caratterizzano quale dimora nobiliare, più ancora che sui suoi ricordi, a
volte troppo poco nitidi.
Ma sono altri gli eventi e le circostanze che conducono Vittoria a recuperare
a poco a poco il rapporto fra i luoghi ritrovati e la propria vita. Da un lato il
mare e il sole, ovviamente accolti come requisiti essenziali ed
estremamente gradevoli della Sicilia, in cui immergersi senza esitazioni;
dall’altro le figure di mamma Grazia e della figlia Aurora, inseparabile
amica d’infanzia, le quali immediatamente la riaccolgono e le consentono
di rientrare a pieno titolo nella propria esistenza spezzata.
Quella di mamma Grazia è davvero la figura centrale del romanzo. Tata
d’infanzia e successivamente madre sostitutiva, con affetto inalterato dopo
tanti anni, prodiga di consigli e di mille attenzioni, rappresenta la divinità
protettrice, in pratica una specie di Atena popolare che, con la sua
amorevole presenza e la sua antica saggezza, consentirà alla protagonista di reinserirsi, passo dopo passo, anche rincontrando antiche conoscenze, nella vita del paese, sul quale fin dall’inizio aleggia un’aura di mistero che andrà infittendosi sempre di più.
Ma un altro incontro è altrettanto importante per il reinserimento nella
realtà ritrovata, quello che avviene sulla spiaggia assolata con un bambino,
Vincenzo, piccolo Telemaco di primo acchito sconosciuto, ma con il quale
s’instaura subito un simpatico rapporto di profonda empatia e che col
tempo, infatti, assumerà in misura completa le sembianze di un figlio. Un
piccolo Telemaco la cui appassionata descrizione restituisce
immediatamente l’immagine di un dio greco in erba: “due occhi azzurro
cielo fanno da armonioso contrappunto ad una folta e ispida capigliatura di
un rosso acceso, le cui propaggini si allungano su spalle esili di bambino”.
Per non rubare nulla ai lettori non mi soffermerò sui particolari del thriller
che occupa gran parte del romanzo. Un thriller molto teso tra mafia,
massoneria e antico terrorismo, sapientemente condotto avanti e indietro
nel tempo, frammischiando misteri antichi e misteri attuali fra di loro e con
le sensazioni, i sentimenti e le azioni sempre più decise della protagonista,
volte a dipanare gli stessi misteri e riappropriarsi appieno della sua vita.
Dirò soltanto una cosa: la nostra ulisside Vittoria non mancherà di
affrontare i Proci che l’avevano spodestata.

Ma nella famiglia riconquistata non c’è più nessuna consanguineità: quello
che si ricostituisce e permane è un sentimento profondo di amore, che
l’Autrice così descrive: “Aurora e Vittoria procedono insieme, tenendosi
per mano, come sorelle. E tali sono se è vero, com’è vero, che i legami di
parentela spesso prescindono dalle leggi della riproduzione e scrivono altre norme e codici altri, in cui prevale il legame per antonomasia, quello della condivisione intima di affetti e di esperienze di vita”.
Amore per le persone più vicine, dunque, ma accanto a questo, prepotente,
l’amore per la terra siciliana a lungo sognata e desiderata. Una terra che
non tradisce i ricordi, ma anzi li rinnova. E, per inciso, devo ringraziare
Antonella Ricciardo per averci anche riservato, in un breve passaggio, la
descrizione di una gita in uno dei luoghi più belli dei Nebrodi e di tutta
l’Italia: la splendida cascata del Catafurco, evocatrice, per la rinascente
Vittoria, dell’atto stesso del nascere, che “eterna un rito atavico di
passaggio dal buio alla luce”.
La descrizione dei luoghi e insieme dei sentimenti ad essi collegati è una
caratteristica essenziale e in qualche misura esclusiva della prosa della
nostra Autrice. Ogni particolare rilevato ha una sua ragione unica e
imprescindibile di essere, come risulta, quale esempio tipico, dalla
descrizione del cimitero del paese. “L’antico convento … mette in mostra
uno splendido campanile rivestito di maioliche policrome, onore e vanto
ieri dei monaci basiliani, oggi degli abitanti del paese, ai quali il pietoso
ufficio della visita ai loro cari risulta in qualche modo alleggerito dalla
rifrazione prismatica delle sue sfaccettature”. Non basta infatti ad
Antonella Ricciardo cogliere e riferire le caratteristiche del paesaggio; anzi
non si sottrae mai dal fornire ampia testimonianza del senso profondo che
lo stesso paesaggio, sia come espressione della Natura, sia come risultato
dell’intervento umano, rende a noi viandanti che lo attraversiamo.
Alcune circostanze mi hanno spinto a leggere due volte, a distanza di poco
tempo, “Il limbo del gelso bianco”, e la seconda volta, affievolitesi
l’emozione e la tensione dovute al thriller, ho gustato ancora di più la
scrittura della nostra Autrice, rafforzando il mio convincimento che la
Grecia moderna è certamente in Grecia, ma la Grecia classica è rimasta
integra in Sicilia, arricchendosi, naturalmente, di tutto il contributo della
modernità.

Biagio Balistreri

Il Salto della Quaglia – Strage di via D’Amelio: 57 giorni dopo l’inizio del terrore [VIDEO]


Ciao come racconto nel video, l’articolo che ti invito a leggere, si intitola: Strage di via D’amelio: 57 giorni dopo l’inizio del terrore

Per leggere il mio articolo sul giornale on-line Il Salto della Quaglia clicca qua.

Note Critiche – Lo scrittore, poeta e saggista Guglielmo Peralta a proposito della mia ultima raccolta di poesie Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo (Il Convivio Editore).

Ricevo pubblico volentieri la nota critica che lo scrittore, poeta e saggista Guglielmo Peralta (nella fotografia in evidenza) ha dedicato alla mia ultima raccolta di poesie Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo pubblicata da Il Convivio Editore nel mese di maggio 2021. A Guglielmo vanno i miei più sinceri ringraziamenti.

Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo, nota critica di Guglielmo Peralta.

Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo (Il Convivio Editore) di Antonino Schiera

Una grande metafora ‘acquatica’ dà il titolo a questa silloge di Antonino Schiera, ed è il centro del discorso poetico che promana dal mondo interiore dell’autore ed è trasversale all’intera raccolta sostanziata di sentimenti, emozioni, ricordi; anche di profonde riflessioni sulla Natura e sulla condizione umana e di spirito religioso. Lo “Sciabordio vitale sotto il cielo plumbeo” non è il rumore del mare ma della vita, la quale ha anch’essa i suoi scogli e sono, questi, gli ostacoli, le difficoltà contro cui cozzano gli uomini, simili alle onde, e che, al tempo stesso, essi cercano di evitare, arginare, superare. E sono, ancora, il dolore, la solitudine, le preoccupazioni, le incertezze, le delusioni, tutti gli aspetti negativi dai quali – raccomanda con forza e con convinzione Schiera – l’uomo non deve lasciarsi sopraffare lasciandosi invece “inondare, come uno tsunami, / dalle notizie e dai fatti positivi” con-fidando in tempi migliori, nell’attesa di “un nuovo anno / dentro l’illusoria eternità” e nella fideistica certezza di aprire gli occhi su un nuovo mattino, su un’alba  che fughi il “chiaroscuro della vita” e dia agli occhi la luce pura della sorgente dell’amore. E l’amore è il file rouge che lega insieme temi e testi dando organicità e coerenza alla silloge. Esso è il sentimento profondo che il Nostro nutre per la famiglia, per i propri cari, per la vita e che dichiara e ostenta con parole innamorate, dalle quali pure traspaiono sentimenti contrastanti: paura, pena, rabbia, scoramento per le sorti incerte dell’umanità, di un mondo alla deriva. Si tocca in questi versi un alto livello di spiritualità, di moralità, indice e svelamento dell’amore di Antonino Schiera per la bellezza, per la poesia, che egli celebra ritenendola fonte di vita, conforto e antidoto contro lo sciabordio dell’«esserci», dell’uomo gettato nell’esistenza, in balìa delle sue onde, delle sue correnti, del suo mare tempestoso “sotto il cielo plumbeo”. 

Eventi – Prima presentazione assoluta in Sicilia del libro Una famiglia armena di Laura Ephrikian (Spazio Cultura Edizioni – giugno 2021)

Prima presentazione assoluta in terra di Sicilia del nuovo libro della nota attrice, pittrice, scrittrice, creativa di origine armena, per parte di padre, Laura Ephrikian. La nuova opera che si intitola Una famiglia armena, edita da Spazio Cultura Edizioni, rappresenta una sorta di lascito ai posteri, che Laura Ephrikian ha deciso di rendere tangibile, attraverso centocinquanta pagine, pregne di racconti, aneddoti, personaggi, emozioni e sogni più o meno realizzati e realizzabili. L’incontro con gli amanti dei libri e gli affezionati all’autrice del libro è fissato per il giorno 3 luglio alle ore 18 presso l’Homy Country Retreat, un meraviglioso giardino con prati all’inglese e archi di rose, che sorge nei pressi dello svincolo autostradale di Partinico in provincia di Palermo.

L’articolo continua nel sito d’informazione Il Salto della Quaglia

Laura Efrikian e l’editore Nicola Macaione in un mio recente post con video

Le mie poesie – Appassionata

Appassionata © di Antonino Schiera

lasciati baciare e lo saprai
lasciati carezzare e lo sentirai
lasciati guardare e lo vedrai
come onde veniamo travolti
desiderio spumeggiante leggero frizzante
turbinio ancestrale di feconde giovinezze

Tratta dalla mia prima raccolta di poesie Percorsi dell’Anima – anno 2013

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Incontri in linea – Le Botteghe Letterarie: la scrittrice Francesca Luzzio dialoga con Marco Rizzo autore del libro La lezione dell’elefante. Organizzazione di Maurizio Zacco dell’Associazione Cassaro Alto [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la scrittrice Francesca Luzzio ha dedicato al libro di Marco Rizzo, La lezione dell’elefante, Navarra Editore dicembre 2020.

La scrittrice Francesca Luzzio

Il romanzo, La lezione dell’elefante, già nel titolo rivela la valenza semantica implicita nel testo: resistere ed avere coraggio, non desistere di fronte alle difficoltà e alle avversità che la vita presenta, così come ha fatto l’elefante della leggenda che il protagonista Sekou ha letto in un antico libro di suo zio Kidane.
Strutturalmente il romanzo presenta due fabule che procedono parallele e solo alla fine convergono in un lieto fine che segna l’incipit di una nuova vita.
A Timbuctu, Sekou, finite le lezioni presso la moschea, non si reca al mini-market del padre per aiutarlo, ma dallo zio perché affascinato dalla sua biblioteca, dai libri che essa contiene, dalla musica e dagli strumenti che egli suonava, ma presto tutto ciò è destinato a finire: i Jihadisti occupano la città e anche le biblioteche vengono bruciate, tuttavia il ragazzo non si arrende al futuro funesto che lo attende e con il suo zaino che contiene il tesoro che lo zio gli aveva lasciato, parte e riesce a cambiare il suo destino.
Il prologo, i tre interludi e l’epilogo hanno per protagonista Sekou, i capitoli
interposti, anche loro con titoli che colgono il significato degli eventi in essi narrati, la storia della sua famiglia e della sua città.
Il narratore è in posizione eterodiegetica, ma adotta il punto di vista del protagonista nel trattare quel particolare momento storico, mentre è onnisciente quando la narrazione riguarda il viaggio del giovane.
La disposizione parallela degli eventi, di cui si è già detto, fa sì che la dimensione temporale subisca un’alterazione dell’ordine cronologico reale, lo scrittore infatti, manipola gli eventi e li pone in un ordine fittizio che vede scorrere parallelamente il presente e il passato, il qui e l’altrove che inizialmente può confondere il lettore nell’interpretare i fatti e nel porli nell’adeguata correlazione.
Gli eventi di Tinbuctu non solo hanno ispirato Charlie English nella scrittura del romanzo, I ladri di libri, ed. Mondadori , ma anche un film piuttosto famoso Tinbuctu (Abderrahmane Sissak, 2014), come nota lo stesso autore nella nota finale.

Lo scrittore Marco Rizzo

Sebbene gl’Italiani emigranti a fine Ottocento e sino alla prima metà del secolo scorso siano stati numerosi e ciò dovrebbe creare un’empatia almeno emotiva e sentimentale negli scrittori attuali verso i migranti dal continente africano e dall’est europeo, tuttavia la produzione letteraria su tale fenomeno è pressoché assente , se si prescinde dai romanzi Il Polacco lavatore di vetri di Albinati e Gli Sfiorati di Veronesi; a loro, ora possiamo aggiungere La lezione dell’elefante di Marco Rizzo che, come i suddetti scrittori, ha cercato di dare giusto spessore a queste persone, spesso vittime di pregiudizi.

Francesca Luzzio

Video dell’incontro sul canale social Facebook tra Francesca Luzzio, Marco Rizzo e Maurizio Zacco

Eventi – Versi in cornice presso il Museo Venanzo Crocetti: finissage il 10 luglio a Roma [VIDEO]

Versi in cornice nasce da un progetto di Donatella Calì realizzato con Cinzia Baldazzi e Maurizio Pochesci, in una sinergia tra competenze di natura letterario-editoriali ed artistico-espositive. Il fotografo ufficiale della manifestazione culturale è Adriano Camerini.
Il progetto ha al proprio centro l’esposizione di componimenti poetici in una mostra dedicata. Gli autori, da ogni parte d’Italia, sono stati invitati a partecipare con i loro versi, stampati, incorniciati ed esposti dal 3 al 10 luglio 2021 nelle sale della Fondazione Museo Venanzo Crocetti che sorge in Via Cassia 492 in Roma.

Un’apposita pergamena riproduce il commento dedicato a ciascun autore.
Poesia e analisi puntuale si ritrovano una accanto all’altra nel presente volume edito da Officine Culturali Romane, che affianca i settantasei testi selezionati per la mostra corredati, a fianco, da un breve commento critico.

Versi in cornice – Museo Venanzo Crocetti da un progetto di Donatella Calì realizzato con la collaborazione di Cinzia Baldazzi e Maurizio Pochesci

Riporto dalla quarta di copertina il testo di Cinzia Baldazzi recentemente meravigliosa protagonista di un post pubblicato nel mio Blog Riflessioni d’autore, che potete leggere cliccando qui.

“La funzione tradizionale della cornice consiste nel distinguere: essa concentra l’attenzione sul dipinto rispetto al contesto generale della parete.
Ma se all’interno dei bordi, invece di un ritratto o di un paesaggio, viene collocata una poesia, ovvero un tessuto di segni-segnali provvisto solo del codice lessicale-sintattico per esprimersi, l’interpretazione coinciderà con una “lettura” profonda: distante dall’osservazione logico-intuitiva di natura assai sensibile richiesta dalla pittura, e invece più vicina a un complesso inestricabile di ragione e sentimento.
La cornice traccia quindi il confine tra l’ambiente circostante e il messaggio letterario, contribuendo a concentrare su se stessa l’attenzione del destinatario e aiutando quest’ultimo a percepire l’esigenza di collocarsi strumentalmente in una “distanza” da cui può scaturire quel particolare piacere che provoca il giudizio estetico.
La cornice determina un campo semantico, delimita semioticamente il nostro sguardo, crea un’area ulteriore dentro il riquadro, ma tutela anche l’incolumità linguistica di quanto vi è all’interno.
La tradizione cultuale della cornice, applicata a una serie di versi, in qualche modo accompagna e invita a “osservare una poesia”, coltivando il progetto di tentare di liberare un’affascinante, arcana, smisurata quantità di
immaginario”.

Cinzia Baldazzi

VERSI IN CORNICE – LE AUTRICI E GLI AUTORI

Carla ABENANTE, Paola AGLIERI, Ivano BAGLIONI, Saveria BALBI, Stefano
BALDINU, Mario BANELLA, Laura BARBU, Carla BARLESE, Andrea BURATO,
Gastone CAPPELLONI, Enzo CASAGNI, Luca CASELLA, Carla Maria CASULA,
Simone Luca CELANO e Anna Maria LO TORTO, Saverio CHITI, Annalena
CIMINO, Pasqualino CINNIRELLA, Edda CONTE, Marisa COSSU, Gianna
COSTA, Flory DAMIAN, Myriam DE LUCA, Cristina DI BARTOLOMEO,
Renato DI PANE, Umberto Donato DI PIETRO, Paola ERCOLE, Simona
FABBRIZIO, Inma J. FERRERO e Nicola FOTI, Alexandra FIRITA, Carla
FORTEBRACCI, Marianna FRANCOLINI, Anna FUSELLI, Rino GAMBARDELLA,
Alfonso GARGANO, Stefano GENTILI, Assunta GNEO, Giuseppe GUIDOLIN,
Rita IACOMINO, Norica ISAC, Massimiliano IVAGNES, Eugenio LANDINO,
Camillo LANZAFAME, Andrea LEPONE, Renzo LORENZON, Nicolò
LUCCARDI, Caterina MARANO, Roberto MAVIGLIA, Roberta MEZZABARBA,
Rita MINNITI, Cesare MOCEO, Massimo MORALDI, Elvira MUSCARELLA,
Michele NAPPA, Renato NICOLAI, Paolo PARRINI, Nadia PASCUCCI,
Rosanna PETRAGLIA, Giusi PIRAS, Mario PIZZOLON, Fabiola POLIZIANI,
Paolo RUSSO, Rosanna SABATINI, Rosetta SACCHI, Carmelo SANFILIPPO,
Antonino SCHIERA, Otello SEMITI, Ivana SORCE, Carla STAFFIERI, Loretta
STEFONI, Giuseppe TAMBURELLO, Antonio Rolando TATULLI, Mario Pino
TOSCANO, Angela TRIOSSI, Abner Tomas VIERA QUEZADA, Daniela
VIGLIANO, Giorgia VITALE.

CAST COMPLETO

Versi in cornice – Poesie in mostra – Fondazione Museo Venanzo Crocetti
Roma, 3-10 luglio 2021

Cinzia Baldazzi
selezione autori, testi critici
Donatella Calì                                                                                             progetto originale, cura della mostra                                                          Maurizio Pochesci
fase editoriale, cura della mostra                                                                 Claudio Camerini                                                                                            ufficio stampa, assistenza editoriale                                                         Adriano Camerini                                                                                    assistenza informatica e operativa, servizio fotografico                             Andrea Lepone                                                                                      consulenza editoriale per Officine Culturali Romane

Le mie poesie – Pavida pioggia di Antonino Schiera

Pavida pioggia © di Antonino Schiera

Stride il ticchettio della pioggia,      .
esala sull'arida terra
martoriata dal virus.
Stille tristi di saracinesche
chiuse e di asfalti solitari.

Buca la notte l'aria tiepida
di un giugno anomalo
sulle spiagge vuote di genti,
madide di paure.
Cala il silenzio vestito
di tremori ancestrali,
di atavici modellamenti.

Cade la pioggia pavida
sui polverosi pensieri
annaffiati da anni di sofferenze,
di ospedali chiusi
per sopire moderne sofferenze,    
adesso orditi di antichi dolori
che attendono di essere sconfitti.

Antonino Schiera

Storie – La notte dei cristalli © di Antonino Schiera.

La notte dei cristalli di Antonino Schiera (Tutti diritti riservati ©)

Lochhausen, Monaco di Baviera, 1938 – Tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic. La radio posta sul grande mobile del salotto aveva terminato di rendicontare i fatti della notte del 9 novembre 1938. Informazioni riservate e controllate perché i tedeschi e il mondo intero non dovevano conoscere la verità. Un numero imprecisato di ebrei arrestati e deportati nei campi di concentramento e rilasciati dopo avere dichiarato che se ne sarebbero andati dalla Germania nazista, quattrocento vittime. Adolf Hitler aveva deciso di vendicare la morte di un funzionario tedesco nell’ambasciata di Parigi, per mano di un ebreo polacco,  che protestava contro l’espulsione dei suoi genitori dalla Germania. Soltanto un pretesto per portare a compimento il suo folle piano di epurazione dagli ebrei, dai rom, dagli omosessuali, da chi soffriva di gravi patologie congenite, dagli uomini definiti asociali che si opponevano apertamente al suo regime.

Erano passati sette giorni da quei terribili fatti e Albert, poliziotto in servizio negli uffici centrali di Monaco di Baviera, dormiva nella sua casa che sorgeva nella campagna di Lochhausen, qualche chilometro a nord della capitale bavarese. Il freddo della notte aveva preso il sopravvento, gelando tutto ciò che non era riscaldato dalla mano dell’uomo. Il suo non era un sonno tranquillo. Non accettava l’idea che un gruppo di nazisti, spesso ubriachi, stessero mettendo a ferro e a fuoco le città tedesche, assaltando le case degli ebrei mentre ufficiali nazisti puntavano la pistola alla tempia dei proprietari. E gli faceva ancora più rabbia che né lui, né i suoi colleghi poliziotti, né tantomeno la popolazione avevano alzato un dito per opporsi all’ingiusta carneficina. L’unica scusante era il fatto che il regime nazista aveva vietato per legge, qualsiasi intervento in difesa degli ebrei.

La moglie dormiva profondamente accanto a lui e i suoi due figli  nella stanza adiacente. Nella notte sentiva lo sferragliare dei treni merci che percorrevano la vicina linea ferroviaria di collegamento tra il sud e il nord della Germania. “Alt polizei!!!” – sentì gridare nella notte e poi l’abbaiare dei cani aizzati contro qualcuno di indefinito. Albert si addormentò di nuovo.

Tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic.

Era un rumore fastidioso, non capiva se sognava o cos’altro? Albert si destò e vide una luce fioca proveniente dalla finestra al primo piano della sua casa. E ancora quel rumore: tic, tic, tic, tac, tac, tic…. tac, tic, tic, tic. Aprì la finestra e intravide tre figure nella notte. Era un uomo che teneva una candela in mano e con l’altra lanciava pietruzze verso la sua finestra, accanto a lui una donna che piangeva con in braccio una bambina che dormiva. “Hilfe, hilfe (aiuto, aiuto)” – disse l’uomo a bassa voce per non farsi scoprire da chi gli dava la caccia a poche centinaia di metri di distanza. In lontananza si sentivano i cani abbaiare, voci concitate e affannate, ma erano sempre più vicini. Albert aveva due possibilità richiudere la finestra facendo finta di niente, oppure aprire la porta a quella famiglia di ebrei che fuggiva dalla polizia. Decise di scendere giù e di aprire. Una folata di vento gelido lo colpì, svegliandolo definitivamente dal torpore. Quando il fascio di luce dell’androne illuminò l’uomo lo riconobbe, era Binyamine il proprietario della gioielleria di Pasing, il paesino vicino casa. Tre anni prima aveva comprato da lui le fedine d’oro con brillantino, che lui e sua moglie avevano portato al dito fino al loro matrimonio. Non credeva ai suoi occhi l’uomo era disperato e la moglie altrettanto, la bimba dormiva ancora. Rischiando la vita e quella della sua famiglia decise di salvarli e di farli uscire dalla Germania prima di essere catturati dai nazisti. Un gesto d’amore che decise di ripetere in altre occasioni. Quando ne ebbe la possibilità salvò altri esseri umani,  ingiustamente spogliati dai loro averi, dalla loro identità, dai propri cari e braccati come animali.

Intanto il vicino campo di concentramento di Dachau, una ventina di chilometri più a nord di Monaco di Baviera, si riempiva di uomini, donne e bambini non graditi ai nazisti che spesso non uscivano vivi da lì. E poi ancora Auschwitz, Bergen Belsen, Birkenau, Buchenwald, Mauthausen, Varsavia…

(in memoria dei milioni di uomini, donne e bambini uccisi dalla follia di un dittatore e di chi lo ha seguito…)

Antonino Schiera

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Eventi – Librovunque, Biblioteca del mare Letterature del Viaggio, Letteratura Poesie e Musica.

Una tre giorni fitta di appuntamenti che ha avuto come protagonisti i libri, i romanzi, le poesie e la musica all’interno dell’iniziativa Librovunque, progetto cofinanziato dal Cepell, Centro per il Libro e la Lettura del Ministero dei Beni Culturali e realizzato dal Comune di Palermo in collaborazione con la rete degli aderenti al Patto per la Lettura.

Spazio Cultura Libreria Macaione diretta da Nicola Macaione, presidente del Consiglio direttivo dei librai di Confcommercio Palermo, ha contribuito fattivamente alla riuscita della manifestazione con i reading di poesie e di narrativa che ha visto protagonisti il direttore della collana Spazio Narrativa lo scrittore Biagio Balistreri, il direttore della collana Spazio Poesia il poeta Nicola Romano, gli autori della stessa casa editrice gli scrittori Franca Alaimo, Emanuele Drago e Gino Pantaleone ed infine il poeta Francesco Di Franco.

L’evento letterario è stato impreziosito dalla scatola musicale, poetica e narrativa di Michelangelo Balistreri proprietario del Museo dell’acciuga all’Aspra dove raccoglie, conserva e restaura pezzi di storia siciliana, accompagnato alla chitarra da Francesco Martorana. Inoltre è intervenuto in collegamento televisivo il giornalista RAI Davide Camarrone che ha illustrato la nuova edizione del Festival delle Letterature migranti di cui è fondatore e direttore.

Alla manifestazione del quattro giugno erano presenti per i saluti iniziali l’Assessore del Comune di Palermo Mario Zito, la Dirigente Responsabile del Servizio Sistema Bibliotecario e Archivio Cittadino Eliana Calandra, la curatrice della manifestazione Anna Maria Balistreri, per la Direzione Amministrativa CoIME Francesco Teriaca, per il comitato scientifico di Librovunque Nicola Bravo. Alla riuscita della manifestazione ha contribuito il gruppo culturale Siciliando con le comunicazioni social e le dirette facebook, a cura del suo presidente Vincenzo Perricone e della collaboratrice Alessandra Buttitta. Per maggiori dettagli legata all’iniziativa Librovunque che proseguirà nelle prossime settimane visitate il sito:

https://www.librovunque.it

Galleria Fotografica

Aforismi e pensieri sparsi – Aridi alvei di corsi d’acqua cristallina

Abbandonato sul mio morbido letto, 
mi crogiolo nell'incanto del gorgoglio
di fiumi e di mari e di laghi 
che accolgono le acque da cui siamo nati.

Colgo i rumore di fondo dei miei pensieri attoniti 
di fronte al perdurare delle emozioni 
che incatenano il mio desideroso corpo.

E inalo la salsedine della vita
immaginando di essere dentro ti te
e avvolto dalle tue braccia, 
già culla di vagiti imploranti latte materno. 

Snocciolo il rosario della mia esistenza terrena
che oggi calpesta luoghi saturi
di coraggiosi arrembaggi
alla dolcezza umana.

Imperterrito e languido cavalco
steppe assolate e aridi alvei 
di corsi d'acqua cristallina
che scava e forgia, 
che scivola e accoglie
il seme della vita.

Antonino Schiera

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Poesie – La bellezza di Franco Battiato della poetessa Maria Elena Mignosi Picone

La bellezza di Franco Battiato di Maria Elena Mignosi Picone

Forse qualcuno,
artista sopraffino,
potrebbe storcere il naso,
ironico e disgustato,
se io, con fare da cesello,
affermo con determinatezza,
che Franco Battiato
era bello.

Bello il suo volto
morbido e umano,
il suo sguardo
profondo e trasognato,
il suo porgersi
umile e naturale.

Bello,
tremendamente bello,
quel suo viso,
vagamente dantesco,
nel quale si specchiava
insieme
la terra e il Paradiso.

Bello
quel suo aspetto siciliano,
semplice e sagace, 
schivo e molto umano.

Bello, bello, bello, 
e non mi stancherò  
mai di ripeterlo,
di quella bellezza
che si fa più  pura
man mano che 
passa il tempo,
a dispetto di chi
dice che la beltà 
con gli anni
non dura.

Il Salto della Quaglia – 23 maggio 1992, il giorno in cui Palermo si fermò [VIDEO]


Ciao come racconto nel video, l’articolo che ti invito a leggere, si intitola 23 maggio 1992, il giorno in cui Palermo si fermò.

Per leggere il mio articolo sul giornale on-line Il Salto della Quaglia clicca qua.

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