Le mie poesie – Notturno silente di Antonino Schiera

Quadro della pittrice Tania Anile, ispiratore della poesia Notturno Silente

Notturno silente © di Antonino Schiera

Mi chinai quasi esterefatto di fronte a tale manifestazione della natura.

In quel meraviglioso quadro l’oscurità era calata con tutta la sua forza dirompente sugli uomini, sugli alberi sulle spianate verdeggianti.

I rumori si quietarono, regalando il proscenio al frusciare del vento, carezzevole tra le foglie di due alberi maestosi.

La luna si levò sull’orizzonte irradiando la sua magica luce tutt’intorno.

La pace e la calma si impossessarono del mio essere irrequieto e teso nel divenire dei giorni.

Posai le membra stanche sull’erba bagnata della notte, brulicante di esseri dormienti.

Il ronzio ritmico degli animali notturni, facevano da colonna sonora a questa deliziosa visione.

Mi assopii leggiadro in rispettosa e contemplativa preghiera verso un mondo incantato quanto reale.

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Copertina della mia seconda raccolta di poesie Edizioni La Gru – 2016

Eventi – In occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza contro le Donne 2020, Myriam De Luca, Valentina Gueci e Antonino Schiera ne hanno discusso in una diretta Facebook [VIDEO]

Video integrale del dibattito organizzato dagli scrittori Valentina Gueci, Myriam De Luca e Antonino Schiera.

Le mie poesie – Esuli pensieri solitari di Antonino Schiera

Esuli pensieri solitari © di Antonino Schiera

Esuli e solitari pensieri, 

scalano le vette oniriche

del giorno chiamato ieri 

sfuggiva veloce alle logiche,

di infausti e tristi presagi.

Sperava il verme solitario,

al tremolare di arcaici adagi

al famelico becco binario,

che coppia formava sul nido

appollaiato sull’unica fronda di albero,

rachitico nel suo puntare, stupido,

i rami verso il cielo blu adultero.

E le stelle che non vedo, eppure

avvolgono la volta celeste

e sono ammantate di luci pure

che assistono ad amori e violenti tempeste.

La pioggia è giunta sul terreno

a picchiettare l’erba ingiallita

da una lunga estate.

Tracanno ameno

il sale della vita

da bottiglie decrepite e giallognole,

per il fumo di sigarette,

non più intonse ma rattrappite

per le  rughe che il giorno impone.

Controcorrente – Covid-19, in Sicilia e nel resto d’Italia stiamo adottando le giuste strategie per combatterlo?

È un momento difficile quello che stiamo vivendo da molti mesi e ancora non se ne vede l’uscita. I nostri nonni, i nostri genitori hanno vissuto il dramma di una se non di due guerre mondiali e noi relativamente più giovani non avremmo mai pensato di dovere vivere una guerra mondiale contro un virus.

Personalmente pur non facendo parte della folta schiera dei negazionisti, ritengo che non si stia affrontando nella maniera migliore il problema Covid-19 sia a livello nazionale, che per quanto attiene la nostra Sicilia, all’interno della quale ho dei dubbi se sussista ancora la capacità e la discrezionalità decisionale atti a delineare un preciso indirizzo politico.

Il mio non è un ragionamento politico e di parte. Dico soltanto che bloccare diffusamente l’economia e il normale flusso del denaro, che fino a qualche mese fa era destinato alle attività commerciali e dei servizi, non credo sia la strada migliore. Si può obiettare che sussiste una causa di forza maggiore e ci può stare, ritengo però che questi provvedimenti siano dettati da un’eccessiva paura. L’uso obbligatorio della mascherina e il comportamento prudente di noi cittadini, poteva rappresentare un grosso deterrente alla diffusione del virus, che se fosse così facilmente trasmissibile, come si è temuto, penso che che le conseguenze sarebbero state molto più gravi di quanto non lo sono fino ad oggi.

Nessuno possiede la sfera magica per sapere come andrà a finire e se la strada intrapresa per la lotta al virus sia quella giusta: una cosa è certa ovvero che i nostri amati e cari anziani stanno invecchiando di dieci anni in pochi mesi per via delle restrizioni, che l’economia basata sulla circolazione del denaro è al collasso, che tanti posti di lavoro stanno scomparendo in una regione, la nostra, dove il tasso di disoccupazione era già alto!

La domanda che mi pongo è perché è stata inserita in fascia arancione la Sicilia? Secondo me non basta dire che dipende dalla scarsità dei posti letto in ospedale per curare il Covid-19 e poi domandiamoci, i malati di altre patologie dove li mettiamo? Va bene fare i tamponi, cercare di stanare il nemico virus, ma se ci mettessimo a cercare anche le persone malate di altre patologie il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di risolverle con una efficiente ospedalizzazione? Milena Gabanelli, ha spiegato in un video articolo sul Corriere.it che in tutta Italia non si sta utilizzando nel migliore dei modi l’apporto dei medici di famiglia per le solite pastoie burocratiche e per la scarsità degli investimenti. Se il sistema funzionasse a dovere, molti più malati di Covid-19 potrebbero curarsi in casa e gli ospedali sarebbero meno intasati.

Chiudo con un’ultima annotazione: non ho mai sentito nominare da parte degli scienziati intervistati e nemmeno a livello istituzionale, l’importanza di fare prevenzione di portare avanti uno stile di vita salutistico basato sulla sana alimentazione e sull’attività fisica che innalzano il livello delle difese immunitarie.

Naturalmente il mio augurio è che si possa arrivare presto alla soluzione definitiva della pandemia che sta mettendo a dura prova le popolazioni e che da questo nefasto evento si traggano due conclusioni: la prima è che bisogna investire nella sanità rendendola efficiente e capace di affrontare eventuali nuove emergenze; la seconda è che bisogna curare la nostra salute attraverso uno stile di vita sano improntato sulla sana alimentazione e sull’esercizio fisico.

(nell’immagine in evidenza, l’arte imbavagliata: quadro Campo di grano del pittore Francesco Pintaudi)

Le mie poesie – La notte di Antonino Schiera

La notte © di Antonino Schiera

È il buio della notte

che dilata i sensi

li screma e li potenzia.

Il latrare dei cani

fende l’aria cristallina

e fredda ferita

da una sgommata solitaria.

È il passero che attende tra i rami

il sorgere del sole,

è il gatto sornione

che attraversa la strada

con le pupille dilatate,

è il pino mediterraneo

che profila lo sfondo marino

e sfronda i rami

ancora freddi della notte.

Resto avvolto

tra le lenzuola

morbide e stropicciate

dai miei sogni irrequieti

e dalla mia solitaria attesa.

Ti consiglio un libro – Le iguane non mi turbano più, le poesie di Dina Bellrham tradotte in italiano da Lorenzo Spurio [VIDEO]

Copertina

La raccolta di poesie Le iguane non mi turbano più edita da Le Mezzelane Editore (2020) pur essendo opera di una poetessa giovane è purtroppo da ascrivere alla bibliografia delle opere postume, in quanto l’autrice e venuta a mancare suicida nel 2011. Edelina Adriana Beltrán Ramos (1984-2011), ecuadoriana, meglio nota con lo pseudonimo di Dina Bellrham, ritengo possa essere definita una poetessa predestinata, per l’accuratezza e l’eleganza delle sue poesie ricche di invenzioni metaforiche. Con una connotazione, però, tendente al macabro che poteva lasciare presagire il tragico epilogo di un’esistenza volontariamente stroncata nel pieno della sua vitalità.

Antonino Schiera per Ti consiglio un libro

Il volume contiene una scelta di poesie tratte dalle opere di Dina Bellrham Con Plexo de Culpa (2008) e La Mujer de Helio (2011) e dall’opera postuma Inédita Bellrham. Ad impreziosire il volume è la presenza di un ampio studio critico preliminare a cura della poetessa e critico letterario Siomara España dal titolo dal titolo “Dina Bellrham: contemplazione e comparsa”, nel quale si indagano con attenzione le caratteristiche preminenti della poetica della giovane poetessa.

Fondamentale per la pubblicazione della raccolta di poesie è stato il lavoro svolto dallo scrittore, poeta e critico d’arte Lorenzo Spurio che ha tradotto la prefazione di Siomara España, ha scelto le poesie da inserire nel testo, le ha tradotte e ha curato il libro nel suo insieme. Il tutto con la fattiva collaborazione e l’interessamento della famiglia, nella figura della madre Cecibel Ramos. Il libro è tutto in italiano e non contiene poesie originali in spagnolo, né testo a fronte.

Le iguane non mi turbano più” di Dina Bellrham – commento di Lorenzo Spurio

Come si legge dalla quarta di copertina: «La poesia della Bellrham è sospesa tra un fosco presentimento della morte – quasi un dialogo continuo con l’oltretomba – e una tensione amorosa per la vita, la famiglia e la quotidianità dei giorni della quale, pure, non manca di mettere in luce idiosincrasie, violenze e ingiustizie diffuse. La critica ha parlato di una sorta di nuovo Barocco per la sua poesia dove coesistono terminologie specialistiche della Medicina e squarci visionari che fanno pensare al più puro surrealismo. Entrare in una poetica così magmatica e a tratti scivolosa per cercarne di dare una versione nella nostra lingua non è compito semplice, dal momento che la poetessa coniò – come il critico Siomara España annota nello studio preliminare – un suo codice linguistico particolarissimo, inedito, personale e multi-stratificato. Eppure è un tentativo sentito (e in qualche modo doveroso) frutto di quella “chiamata” insondabile che non si è potuto eludere».

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Storie – A Cefalù arancine, a Castel di Tusa pesce fresco © di Antonino Schiera

A Cefalù arancine, a Castel di Tusa pesce fresco © di Antonino Schiera

Insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata. Giovanni quella mattina di una tiepida giornata settembrina si svegliò pensando al menù tipo che ordinava nel suo ristorante preferito a Castel di Tusa, gestito dal suo amico Aldo e dove spesso si recava. Da circa due anni Giovanni lavorava a Cefalù, molto più che  ad un tiro di schioppo dalla sua Palermo. Fresco di nomina a responsabile di gruppo per l’azienda per la quale prestava la sua opera, lo attendeva una giornata di lavoro diviso tra la scrivania del suo ufficio e il giro dei clienti nella cittadina normanna bagnata dal mar Tirreno. Si alzò dal letto stiracchiandosi e sbadigliando per il sonno arretrato, che anche quella notte non era riuscito a smaltire. La sua casa sorgeva nel pieno del centro storico a due passi dal Duomo, un luogo molto adatto per essere ispirati e scrivere le poesie che un giorno contava di pubblicare. I stretti vicoli con i balconi fiorati e poi le piazze con solitarie panchine erano i suoi posti preferiti dove fermarsi a meditare. Il garrire delle rondini tra le case, i tetti e i campanili della primavera scorsa e il caldo afoso dell’estate, ormai erano un ricordo.

Una trentina di chilometri a est rispetto Cefalù in direzione Messina, alcune imbarcazioni della piccola marineria di Castel di Tusa erano al largo dalla sera prima. I pescatori, ormai stanchi, stavano issando le reti ansiosi di poter tirare un sospiro di sollievo: non potevano permettersi una battuta a vuoto e speravano di potere vendere il pescato ai ristoranti del posto. Bisognava quantomeno coprire le spese. Le strette maglie delle reti erano punteggiate da grumose informi masse di varie forgie e colori. “Qualcosa abbiamo preso!” – pensavano i pescatori issandole a bordo, quando il sole ormai si era staccato di parecchio dall’orizzonte e a casa le pentole per il pasto di mezzogiorno erano già sul fuoco.

Intanto a Cefalù Giovanni guardando l’orologio si accorse che le lancette segnavano le tredici. Era ora di buttare giù un boccone per la pausa pranzo. “Stasera mi aspetta una lauta cena a base di pesce!” – pensò, e per questo si diresse alla rosticceria di don Totò, che aveva lavorato tanti anni negli Stati Uniti, per ritornare sui suoi passi nella terra natia a preparare arancine, panelle, crocchè, rascatura, melanzane alla parmigiana e fritte, patatine fritte e al forno, anelletti al forno, calamari fritti. C’era l’imbarazzo della scelta al di là della vetrina e poi, per chiudere il pasto un bicchiere di acqua naturale, anche se una buona birra avrebbe avuto più senso. Don Totò offriva la possibilità di optare per un hamburger o per un hot dog, ormai di moda nel regno dello street food, una sorta di ricordo del suo periodo americano. Il pasto poteva essere economico, ma tanto leggero no!

Le ore seguenti la pausa pranzo come sempre erano le più pesanti. Giovanni non amava le attese caratterizzate dall’ozio, aveva peraltro terminato di leggere l’ultimo libro, così pensò di gettarsi a capofitto sul lavoro. Mancavano ancora tre ore all’arrivo in stazione del treno da Palermo, con a bordo la sua fidanzata, Ginevra. Qualche ora prima avevano litigato al telefono. Per questo l’aveva invitata a cena e non vedeva l’ora di rivederla per chiarire, a maggior ragione perché le aveva chiesto la mano qualche mese prima e lei aveva risposto si!

“Pronto Aldo, desidero prenotare per due persone” – disse Giovanni al titolare del ristorante, chiamando dal suo nuovissimo Motorola, uno dei primi cellulari che costavano un occhio della testa e che cominciavano a diffondersi negli anni novanta. Intanto, quando il sole stava tramontando sul mare, Ginevra, la sua fidanzata, scendeva dal treno regionale: Giovanni l’attendeva all’interno della sua Polo Volkswagen bianca, nuova fiammante. Si diedero un bacio sulla bocca, si abbracciarono e con il tettuccio apribile spalancato sul cielo, si avviarono verso Castel di Tusa, percorrendo la statale 113, settentrionale sicula. Un meraviglioso susseguirsi di curve e rettifili tra cielo e colline in un armonioso e romantico incontro, fatto di odori, percezioni, rumori e sensazioni. Durante il breve viaggio Giovanni non capiva se brontolava più il quattro cilindri tedesco della sua auto o il suo stomaco, che già pregustava il pesce cucinato dalla mamma di Aldo.

Giovanni e Ginevra arrivarono mezz’ora prima rispetto all’orario previsto dalla prenotazione, avevano il tempo di dichiararsi e confermare il loro sentimento amoroso. “Sai – disse Giovanni a Ginevra – il titolare del ristorante, mio amico di vecchia data mi ha chiesto di scrivere una poesia ispirata da questo magnifico luogo, vorrei leggertela. Si intitola Scorci di mare a Castel di Tusa”. “Perché no!” – rispose Ginevra.

Il mulinar del vento a volte mite, altre volte roboante,

forgia la roccia nell’insenatura, fuor dall’increspatura del mare.

Come cristallo luccicante, il sole si affaccia sullo specchio d’acqua;

sull’erta i merli di una torre a rimirar uno stormo d’uccelli.

La risacca si ritrae e si contrae sui ciottoli planati sulle anse,

le cui asperità vengono plasmate nell’incanto di un armonioso suono.

I fragori degli elementi richiamano i pescatori verso il porto,

come ventre di madre, come culla di braccia bruciate dal sole.

Lo sferragliar del treno, ferro contro il ferro, sulle arcate richiamano gli sguardi di imberbi ed ancora lucidi di pianto, occhi, pervasi del blu marino.

Irte strade che si accavallano sinuose, tra lampioni suadenti e romantici;

pupille di gatto dinoccolato e pavido nella sua essenza , tra le bouganville.

Punta di piramide, lassù tra gli ulivi e gibbose scanalature sulla roccia.

La magia del luogo incontra il mare e la terra e gli elementi tutti.

In questo rifiorir di colori, sensazioni, immagini, atmosfere,

il viandante, il pescatore le mamme ed i bimbi cantano, semplicemente vivendo, l’inno a questa vita che ci è stata donata in questo meraviglioso lembo di terra.

“Spero ti sia piaciuta” – chiese Giovanni. Nel frattempo si erano fatte le otto di sera e sentiva il suo stomaco che ancora brontolava, sullo sfondo sonoro del mare che si infrangeva sui ciottoli. Non attese nemmeno la risposta e si fiondò incontro ad Aldo, che attendeva i clienti di fronte l’antico granaio trasformato sapientemente in ristorante. “Cosa mi prepari di buono?” – chiese Giovanni ad Aldo – Verso l’ora di pranzo le barche sono rientrate con le reti piene, puoi scegliere liberamente, abbiamo tutto fresco”. Posso ordinare il solito, pensò Giovanni e ad alta voce disse, mentre Aldo si aggirava tra i tavolini: “Per me il solito: insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata”. E Ginevra? Non la vedeva più. Sparita! Probabilmente si era adirata per la sua fretta di sedersi a tavola. Uscì fuori dal locale per cercarla. Sul ponte della ferrovia lo sferragliare di un treno diretto a Messina lo distrasse, così come la vista delle barche tirate a secco sulla riva prospiciente. Giovanni adirato immaginava Ginevra già alla stazione per rientrare a casa in treno, lasciandolo così da solo. Era proprio suscettibile, pensò. Tornò indietro e intanto Aldo si sbracciava per attirare l’attenzione: “l’insalata di mare è già servita a tavola – gli disse – e il vino è bello fresco”. Giovanni aprì la porta d’ingresso e si avviò verso l’interno del locale. Alzando lo sguardo, fisso verso il basso e cupo per la situazione che si era venuta a creare, vide Ginevra sorridente e radiosa seduta al tavolo che gustava la sua insalata di mare: “Pensavi che avrei lasciato mangiare queste bontà soltanto a te?” E mentre lo diceva ammiccava con lo sguardo colmo di desiderio e di amore. Giovanni si sedette e, incrociato lo sguardo di Aldo con un cenno d’intesa, gli disse: “lo stesso anche per me grazie”.

Le mie poesie – Tramonto sulla torre

Tramonto sulla torre © di Antonino Schiera

Si attenuano i colori e i rumori nell’autunno

che lascia il posto alla risacca.

Spuma che depura e intreccia le dita di mani

che in un giorno lontano si incontrarono,

disperdendo il cumulo di solitudine per l’aria.

Come foglie spazzate dal maestrale

languide, afone e senza anima, tranciate dal ramo maestro.

L’angolo di Cinzia Baldazzi -Il cammino verso la vita e la poesia

Note critiche su Meditare e sentire di Antonino Schiera

di Cinzia Baldazzi

Antonino Schiera

Meditare e sentire

Castiglione di Sicilia (CT), Il Convivio Editore, 2019

pp. 64, € 10,00

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Ne Il simbolismo della poesia (1900), l’irlandese William Butler Yeats sosteneva:

Ogni suono, ogni colore, ogni forma, sia in virtù delle sue energie precostituite, sia in virtù di lungo processo associativo, evoca emozioni indefinibili, tuttavia precise, […] evoca e fa scendere in mezzo a noi certe potenze incorporee, i cui passi sui nostri cuori chiamiamo emozioni.

   La ricerca di amore, eleganza e sensibilità, nel crogiolo della ποίησις densa di emotività, nasconde sempre una salda fiducia nella possibilità di poter conoscere in chiave esaustiva il mondo, in qualsiasi modo esso venga evocato e sublimato.

   Su un tracciato analogo avanza il cammino compiuto da Antonino Schiera nella raccolta Meditare e sentire, dove il protagonista del coraggioso itinerario può essere «ferito più volte, ma mai domo», ormai deciso a lasciare «il ponticello sul quale si era rifugiato» e pronto a ricominciare «il cammino verso la vita». Sono versi tratti da Il cammino, che sembra avere un ideale proseguimento nella successiva Oblio, dove – con una tecnica di immagini giustapposte – al desueto, all’abbandonato, all’anonimo, si invita a preferire «l’amorevole ricordo / di un tempo ormai andato», in grado di divenire matrice di un «eterno, delicato esempio d’amore».

   Si fa così strada, fin dalle prime pagine, l’idea centrale di affidare allo strumento poetico il ruolo di illuminare e “schiarire” il contesto reale. Ecco un’ipotesi:

Vorrei essere quel raggio di sole

che per primo ha illuminato

il tuo viso stamane.

Vorrei essere il cuscino

che ha accolto il tuo volto

in questa notte di stelle cadenti.

[Vorrei essere]

   Il poeta si trova quindi a combattere contro i numerosi ostacoli capaci di bloccare la recondita conoscenza degli input umani, naturali: l’oscurità, minacciosa nel suo calare sui «verdi ricordi / di un passato che ritorna» [Al buio]; l’«incertezza», cui l’uomo rischia di abbandonarsi per cadere preda degli «incubi» [Desolazione]; il tormento insopportabile dei rumori, dei pericoli, delle irrequietezze [Periglio]; la solitudine dell’infanzia, «con gli occhi pieni di dolore» [Distacco]. L’autore registra pertanto, pagina dopo pagina, i fenomeni vissuti in uno stretto legame di interdipendenza, di reciprocità tra «sogni e reali inquietudini» [Crepuscolo].

Copertina della raccolta di poesie Meditare e sentire

   Di certo le emozioni non potrebbe esistere, diventare percettibili e attive tra di noi se per loro il poeta non avesse trovato un suono accanto a una forma, o un complesso di tali elementi capaci di esprimerle: Schiera ne è consapevole, al punto da disporre nei suoi componimenti moduli, clichés o stati d’animo plasmati in un tutto armonico, in cui anche una parola, una metafora, siano fonte di radicate e concentriche forze creative e interpretative, quasi – di nuovo con le parole di Yeats – «come gli anelli che si vedono uno dentro l’altro nel ceppo di un vecchio albero».

   L’aura, ovvero l’hic et nunc inconfondibile dei brani – riflette Schiera in apertura – affronta una prospettiva «superiore rispetto alla semplice valutazione estetica della poesia, i quanto i sentimenti che la generano diventano motore per la nostra esistenza, se non addirittura lo scopo». Il componimento intitolato Valle, situato al centro del libro, con la storia in rapidi cenni di un individuo salvato dalla scrittura, è in certo qual modo il manifesto programmatico di Meditare e sentire:

Un uomo si affaccia deciso senza paura sulla valle,

che degrada verso il mare senza incontrarlo,

ma può soltanto, nella sua mente, immaginarlo

il mare porta odorosi ricordi che gravano sulle spalle,

discese che picchiano sulle ginocchia stanche,

salite che ansimano insieme al suo fiato.

Adesso dopo tanto soffrire vive agiato,

saltella solitario tra viali e panche.

La poesia lo ha liberato.

E se guarda indietro si rattrista,

pensa e scrive, la gioia riacquista.

[Valle]

   La ποιητική τέχνη coinvolge le cose in un paesaggio conforme, nonché favorito dalla natura: gesti e oggetti, spunti sensibili e dati materiali, a dispetto della loro inquietante inconsistenza, della precaria atmosfera interiore, tendono a espandersi per sempre: «L’amore per me ha un valore universale», prosegue Schiera: «Tutto ciò che noi facciamo si colloca all’interno di una sacca esistenziale che nutre i rapporti tra le persone e la nostra anima». Il ricordo assume così, nell’area di un umanesimo razionale, progressista, un atteggiamento antagonista alla dimenticanza reificata, prezzo della crisi da pagare nell’ambito attuale, individuale e soggettivo. Nasce, allora, un accorato appello:

Non scendere le scale dell’oblio,

ma sali quelle dell’amorevole ricordo

di un tempo ormai andato, che ti ha forgiato.

[Oblio]

   Ha ragione Francesca Luzzio quando nella prefazione sottolinea: «Scrivere è dunque fermare, dare consistenza di verità al fluido e scorrevole flusso vitale ed è proprio per questo, forse, che il poeta si esprime in modo immediato e realistico: facilitare al lettore la comprensione e non aspirare, come gli Ermetici, a significati generali ed astratti del vero». Infatti, in una simile Kunstanschauung (“visione dell’arte”), la poesia di Schiera sceglie la misura ampia della figurazione, mirando a un discorso aperto, composto di riflessioni, confidenze, abbandoni descrittivi, all’altezza di evocare un sottile gioco di riconoscimento e scambio tra l’ottica del mittente e quella di chi accoglie il messaggio.

Antonino Schiera

Circa trent’anni fa, ne La società trasparente, Gianni Vattimo osservava: Con il passare dei secoli, diventerà sempre più chiaro che il culto del nuovo e dell’originale dell’arte si lega a una prospettiva più generale che, come succede nell’età dell’Illuminismo, considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la sempre più perfetta realizzazione dell’uomo ideale.

In nome di un umanesimo universalizzante, il leitmotiv dell’auto-identificazione, della ricerca del proprio Io, incrementato da una fitta trama di quid metaforici estesa nell’intero corpo di Meditare e sentire, acquista una sfumatura metastorica di coesione assoluta tra bene e male:

Il senso della mia identità

modella e perdura, costruisce

la mia visione di un mondo

talvolta crudele e acre,

balena l’idea di un fiore spinoso

che nasce tra le macerie.

[Identità]

   Sul piano del linguaggio, delle strutture formali della silloge, Schiera privilegia livelli semiologici diretti, benché non immediati, presupponendo nel destinatario la facoltà di cogliere il mito vivente delle immagini suggerite e dei suoi simboli naturali avvalendosi dello stimolo evocativo tipico della lirica: essa è in grado, suggerisce l’autore, di rendersi indispensabile nell’interazione «con il mondo esterno e lo scibile umano»:

Dialoghi interiori che attivano le risorse umane, la nostra capacità di migliorare, innescati dalla composizione e dalla lettura di queste poesie, frutto di situazioni, sensazioni, dialoghi con gli amici.

   Nel sistema dei contenuti emblematici dell’opera richiamati dal titolo Meditare e sentire, il pensiero non procura un’innata sicurezza: piuttosto dichiara la necessità di essere conquistato in un ripiegamento esistenziale, sempre incalzante, drammatico, versificato, di alternanza tra presenza e assenza, di coesistenza fra ἔρως e θάνατος:

Sei andata via all’oscuro.

Nessun barlume di speranza,

di poterti rivedere

di poter sentire il suono della tua voce

di potere immaginare le tue emozioni

di poter dire a me stesso… che sei esistita.

[Fuga]

   Non si tratta di una diserzione affettiva, di una ritirata dall’hic et nunc, ma dell’incipit di un andamento in progress, dove anche «lo sfumare / di un sogno, mai divenuto / realtà» si alimenta dell’aspettativa:

Nutrito dalla speranza

mai doma,

in questa vita

composta di riverberi di luce.

[Ali di colomba]

   Meditare e sentire espone un repertorio dalla potenza vitale e dinamica, di versi provvisti di nuance di autenticità atemporale, dove – con le parole dello stesso Antonino Schiera – «le azioni umane nascono dai pensieri di ciascuno di noi» e «la poesia ne rappresenta un ottimo nutrimento».

Aforismi e Pensieri Sparsi (7) ©

Ciao continua, la pubblicazione dei miei Pensieri e Aforismi Sparsi che giunge al settimo appuntamento con te, lettore del mio blog. Buona lettura e condivisione.

È di fondamentale importanza rimanere terreno fertile per i semi dell’ispirazione

Chi scrive con il cuore è normale che lasci qualche residuo di dolcezza

L’incontro con l’orizzonte è come carezzare il nostro infinito

Prima un’alba e poi un tramonto amandosi, mentre il mare incontra i ciotoli

Ho parcheggiato nell’antro di uno spazio angusto, il mio desiderio di incontrarti

Gli occhi continuano ad intrecciarsi senza un abbraccio, senza una stretta di mano

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Aforismi e Pensieri Sparsi (1)

Aforismi e Pensieri Sparsi (2)

Aforismi e Pensieri Sparsi (3)

Aforismi e Pensieri Sparsi (4)

Aforismi e Pensieri Sparsi (5)

Aforismi e Pensieri Sparsi (6)

Antonino Schiera (Tutti i diritti Riservati ©)

Recensioni – Oggetti in terapia di Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera

Quante sono le persone che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, riescono a inventare qualche cosa di nuovo? Quanti sarebbero in grado di inventare la ruota, se non fosse già stata inventata? O, formulando la domanda da un’altra angolazione, che cosa è il pensiero creativo e come si possono concepire idee originali? Sono domande contenute nella quarta di copertina de “Il pensiero laterale” di Edward de Bono nato a Malta nel 1933, laureato in psicologia e medicina e considerato una delle massime autorità del pensiero creativo.

Edward De Bono

Vi starete chiedendo cosa c’entra l’opera di De Bono con il libro “Oggetti in terapia” della scrittrice Giovanna Fileccia, oggetto della recensione in questo post? La risposta sta nel fatto che Giovanna Fileccia è una scrittrice, o tessitrice di parole come l’ho definita in una nostra conversazione, che ha assurto la creatività a ruolo primario e fondamentale nella sua esistenza, a maggior ragione quando scrive un libro. A tal proposito può servire leggere la sua biografia contenuta nel blog che gestisce personalmente.

Adesso provate a chiudere gli occhi e immaginate una penna a sfera, un carillon, un frigorifero, uno specchio, un paio di scarpe, un divano e altri oggetti della nostra quotidianità, che si riuniscono nottetempo per una terapia di gruppo, diretti e orchestrati da un orologio a pendolo. E non poteva essere altrimenti considerato che Pendolo è uno degli oggetti più antichi! E non solo è anche dotato di lancette per segnare e scandire il tempo a disposizione a modo suo! Una situazione surreale ed originale, che rivela ai lettori l’abilità dell’autrice nel dare vita agli oggetti e nell’attribuire loro un’anima, che esprime preoccupazioni, sentimenti, disagi tipici di noi umani.

La storia si sviluppa attraverso venti capitoli nei quali i principali protagonisti sono gli oggetti e due umani, Armando Fieravalli e Ugo Raimondi. Ogni capitolo è introdotto da una citazione riferita a personaggi famosi, scelta da Giovanna Fileccia, che ha un’attinenza precisa con il tema del capitolo stesso e non solo, le citazioni hanno il pregio di rivelare quali sono i principi e i valori che la scrittrice vuole trasmettere ai suoi lettori.

Copertina del libro

Il libro pubblicato da Scatole Parlanti nel 20119 è acquistabile online oppure ordinandolo nelle migliori librerie d’Italia.

Per chiudere ecco cosa scrive l’editore nel libro dell’autrice: Giovanna Fileccia scrive in italiano e in dialetto siciliano. È un’artista poliedrica, artefice di una nuova forma d’arte, la Poesia Sculturata. Dal 2013 allestisce mostre personali. Il suo percorso artistico inizia nel 2009 dopo una serie di studi e approfondimenti filosofici e letterari. Per le Edizioni Simposium ha pubblicato Sillabe nel Vento (2012), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015) e Marhanima (2018). Vincitrice di premi letterari e concorsi artistici, alcune sue opere sono inserite in antologie, raccolte poetiche, libri d’arte e tesi di specializzazione. Il monologo Scossa ha vinto il primo premio al concorso “Va in scena lo Scrittore 2018” della f.u.i.s. Oggetti in terapia è la sua prima opera narrativa.

Storie – Paco il millepiedi incontra il suo amico Pasqualino di Antonino Schiera.

Quella che vi apprestate a leggere, se ne avrete voglia e tempo, è la breve storia di Paco, un millepiedi che ad un certo punto della sua esistenza, si ritrova a ripensare e a rielaborare il suo modo di camminare. Un atto spontaneo e naturale, che per lui era ormai cristallizzato e rodato nel tempo, tanto che ormai non ci faceva più caso. La storiella è un adattamento della Metafora del millepiedi derivata dalla cultura Zen, che Paul Watzlawick, psicologo ed esponente della Scuola di Palo Alto, raccontava di frequente nel corso delle sue conferenze.

Paco il Millepiedi

Un grazioso millepiedi di nome Paco, girovagava per foglie, tronchi e arbusti. Era orgoglioso e felice di tutto quell’ambaradan sgambettante del quale era dotato. Era altrettanto felice di vivere in perfetta sintonia con la natura nel mezzo della vegetazione che cambiava continuamente aspetto. Era quel continuo ciclo vitale, senza soluzione di continuità, che lo affascinava e nel suo peregrinare non si annoiava mai.
Paco amava molto l’acqua e quando, dopo un acquazzone, trovava una foglia che galleggiava in una pozza, vi saliva su e allegramente raggiungeva altre sponde del suo allegro mondo. Così cominciava nuove esplorazioni nutrendosi di foglie, ma anche di animaletti più piccoli di lui. Nelle giornate calde e secche dell’estate riposava per molte ore all’ombra di un cespuglio.
Un giorno Paco allegro e fischiettante, con la testa tra le nuvole, incontrò un altro millepiedi di nome Pasqualino, che gli voleva bene. Quest’ultimo ne osservava attentamente l’allegro e scanzonato incedere. Allora gli disse: “Paco secondo me dovresti accorciare i passi e soprattutto aspettare un poco prima di muovere le gambette che stanno dietro. Inoltre cerca di divaricarle di meno, sai con l’età arriva prima o poi l’artrosi e poi sono guai!”. Paco resosi conto del problema e, prendendo coscienza di ciò che aveva fatto spontaneamente da quando era nato, cominciò ad avere qualche difficoltà e a riflettere lungamente. Pasqualino salutò e se ne andò via.
Paco non sapeva se essere felice o no, ma di una cosa era certo: quando avrebbe ricominciato a sgambettare allegramente per i boschi lo avrebbe fatto con maggiore eleganza, compostezza e consapevolezza delle sue meravigliose mille gambette.

Antonino Schiera

Ecco la metafora zen da me adattata:

“Un millepiedi aveva sempre camminato senza alcun problema per le sue terre. Un bel giorno passò di li una formica curiosa e chiese al millepiedi come potesse riuscire a camminare così bene senza cadere: con tanti piedi per lei era un miracolo che non inciampasse in qualche ostacolo. Molto turbato da questa idea, il millepiedi cominciò a prestare attenzione a dove metteva ogni zampina, e in breve tempo non riuscì più a camminare”.

Invito tutti i lettori a commentare facendo riferimento alle due storielle in modo da sviscerarne quello che può essere il significato e l’interpretazione soggettiva. Buona vita a tutti.

Poesie – “Meditare e sentire” di Antonino Schiera (Il Convivio Editore)

Ringrazio Giovanna Fileccia che ha parlato nel suo blog della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

GIOVANNA FILECCIA Io e il Tutto che mi attornia

Oggi per #Tiraccontounlibro vi propongo la silloge “Meditare e sentire” di Antonino Schiera. Il Convivio Editore 2019. Buon ascolto con #Tiraccontounlibro di Giovanna Fileccia https://m.facebook.com/story.php?stor…

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Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti recensite da Michele Barbera

Josè Russotti copertina Dietro al buio
Copertina del libro

“Ma a notti è fatta suru di sirenzi, 

unni mi peddu e mi cunfunnu 

intra stu mancanti i nenti 

iapru ‘u cori e mi lassu iri”.

(ma la notte è fatta solo di silenzi, 

dove mi perdo e mi confondo

dentro questo vuoto di nulla 

apro il cuore e mi lascio andare).

da: Arrèri ô scuru (Lepisma Floema – Controluna Edizioni)

 

Inizia con alcuni versi in vernacolo del poeta José Russotti (nella foto in evidenza), la recensione dello scrittore siciliano Michele Barbera che pubblico volentieri augurando buona lettura ai miei lettori (Antonino Schiera):

Arrèri ô scuru, Dietro al buio, poesie di José Russotti

José Russotti, il cui estro poetico è già ben noto ai nostri lettori, ci ha donato con la sua nuova silloge “Arrèri ô scuru” (Controluna Edizioni, 2019) un emozionante dualismo poetico, in cui lingua italiana e dialetto mavvaggnotu si incontrano in modo simbiotico e rendono trepidante omaggio a quelle emozioni che il critico definì “scissioni dell’animo”, ovvero pure e nude verità emozionali. 

José, da assoluto cantore dell’anima siciliana e poeta celebrativo della “bella lingua”, è riuscito a sanare il mortificante dualismo dialetto-traduzione, esaltando la musicalità poetica di entrambi i registri linguistici, talché la silloge è godibilissima nelle due anime interne che si specchiano l’una nell’altra.

La silloge è afflato di silenzi e grida che animano illusioni di vuoto e nulla, ma anche germinazioni di sentimenti caldi e passionali, ritratti impressionistici e calde emozioni a volte devastanti, come la lava della Muntagna che scorre, linfa vitale e nascosta, tra i versi dei fogghi mavvagnoti di José. 

Tenero e struggente è il messaggio di Senzio Mazza, che apre la silloge, monito ed insieme testamento spirituale a José Russotti, illuminante più di mille ed acute recensioni. Senzio, poeta dialettale finissimo, ma anche vecchiu chi bramìa, depositario di una tradizione letteraria secolare, esprime in modo semplice ma efficace il timore che la “santa palora siculana” vada perduta. L’animo dell’anziano poeta si rallegra leggendo i versi di José, mùsica e meli, per tutti coloro che vivono ‘mpettu la Muntagna. Il tempo diventa così, un inutile diaframma di fronte all’eternità dell’arte poetica, tradizione e patrimonio spirituale, ed allo stesso tempo, luogo immaginifico che frantuma la caducità dell’essere umano. Un messaggio generazionale forte, dall’alto valore simbolico. Parafrasando Pascal, nell’esortazione a José la poesia, eredità spirituale, amplifica così tanto le emozioni “che facciamo dell’eternità un niente e del niente un’eternità”. 

“Vuoto di nulla” che apre il cuore e lascia il poeta “nudo e solo” su un tappeto di pensieri. José non si nasconde dietro i versi, gioca a dadi col destino, diventa funambolo del desiderio, sospeso nel buio.  
Il dialetto scolpisce i versi nel legno vivo e duro, impregnando le liriche di antinomie e di ossimori: sfugge la dimensione del reale, la poesia irride l’illusione di vivere, ma celebra anche l’ansia del puro, la “fini d’ogni cosa” nelle “dumanni senza risposti”.

Michele Barbera
Lo scrittore Michele Barbera

Nelle liriche della silloge, la dimensione onirica ed ineffabile del sentimento poetico si scontra con la salda concretezza di un’esistenza viscerale, scevra di ipocrisie, fiorita “in un pugno di sole con attorno il mare”. Inevitabile il richiamo a Malvagna, alle pendici della Montagna, al paesaggio solare, al fuoco che brucia, alla civiltà che ha radici ataviche, ai legami familiari forti, saldi, certi, da meritare il totale ed “eterno abbandono”. 

Spesso l’uso del dialetto implica un genetico e funzionale policentrismo radicale: geografico, storico, antropologico, dove l’idioma localizzato diventa semeiotica isolazionista, comunicazione iniziatica, fatta non solo di parole, ma di simboli, di segni, di sfumature. José Russotti spezza il localismo verbale, gioca con i fonemi nel duplice registro compositivo e ne fa veicolo di messaggi empatici, universali, densi di atmosfera dominante, in cui ogni antagonismo idiomatico si arena sulle sponde del canone poetico. 

La densità dell’ispirazione poetica è pari al suo pluralismo: le relazioni affettive, l’intimismo arcaico, la sensibilità verso la Sicilia, alma mater, sin’anche la passione politica che trasmuta in rivendicazione sociale, le voci che “si chiamanu” dei migranti in mare, tutto diventa metafora di quel sentimento “vivu e dannatu” che agita l’animo del poeta che affronta, solo e nudo, i contrasti e gli affanni della vita terrena.  

Quasi in una rilettura del dubbio esistenziale che riecheggia i sepolcri foscoliani, anche la morte, specie quella solitaria, nascosta, non confortata dal pianto, diventa occasione di angoscia: “si moriri è tintu e nun duna abbentu / ancora chiù tintu è moriri a mmucciuni”. Il tremito della speranza, che fugge i morti, è amplificato dallo “spleen” (è José che così trasla “cassariamentu”) della insoddisfazione al vivere, della sofferenza che travaglia l’uomo. 

Il sentimento dominante, la cifra originale di José, è, così, l’ansia del puro, il tormento dell’innocenza, a cui solo la poesia, vera catarsi dell’anima, può trovare rimedio. Nell’amore verso chi ama, nell’amicizia, nell’afflato degli ideali, nella natura che non inganna, nei rimpianti dell’essere bambino, José ritrova orizzonti di silenzio, dove si placa ogni tensione emotiva e si rasserena l’inquietudine. 

Ci piace chiudere la lettura delle poesie di José con la doverosa citazione di “Suri d’austu”, Sole d’agosto, dove il montaliano meriggiare pallido ed assorto si veste di sembianze umane, un dialogo che diventa idillio di emozioni solari, nel canto delle cicale, tra i rami di un umile albicocco, a cui “u ma cori si ttacca e si ruspigghia all’umiri lampu di fidi”. Un umile barlume di fede, un rischiarare di speranza, che diventa liricità d’immensa eco ungarettiana, uno sbirciare l’infinito al di là della siepe cara a Leopardi, una metafora naturalistica che invita a guardare con fiducia al domani, al di là del buio, arrèri ô scuru. 

Michele Barbera (visita il suo blog)

 

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Leggere in questi tempi in cui il tempo sembra essersi dilatato serve ad arricchirci, spero che il mio breve monologo possa attaccarvi allo schermo del vostro computer o telefonino. Grazie per la lettura e per le condivisioni…:

Antonino Schiera - Riflessioni d'Autore

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995 Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di…

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