Protagonisti – La poetessa Gisella Blanco si racconta per i lettori del blog.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa palermitana che vive a Roma, Gisella Blanco. Come da copione ben collaudato l’autrice ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvela conoscere meglio.

Sei una poetessa giovane e bella, ma non solo, incarni perfettamente lo spirito di una persona curiosa, che ha voglia di conoscere, di studiare e di espandersi. Quale rapporto intercorre, secondo il tuo punto di vista, tra la bellezza e la poesia?

Gisella Blanco – La bellezza è un concetto che, da sempre, le civiltà declinano e strumentalizzano, in modo non sempre virtuoso, per canalizzare esigenze di diversificazione, esclusione, ghettizzazione, costrizione o sudditanza (psicologica e materiale), ma tali interpretazioni sono solo finzioni demagogiche che tendono a sottrarre a ciascun essere umano la dose precisa di bellezza che possiede e che, di fatto, rappresenta un peso specifico individuale che ha ben poco a che vedere con l’estetica. Il rapporto tra la poesia e la bellezza è dialogico e, contemporaneamente, controverso, sono la stessa cosa pur potendo realizzarsi in realtà opposte. La poesia non è una cosa sola e, quindi, sarebbe impossibile dare una risposta generica ma, per quanto mi riguarda, è la ricerca dell’invisibile, del non dicibile, del trasformismo esistenziale che riguarda ogni fenomeno del mondo: è una continua ricerca della bellezza che, per me, è quella scintilla accesa in ogni manifestazione della vita, è il potenziale enorme della diversificazione, è l’orrore del contingente che anela e si innalza al metafisico, è la pulsione alla morte che enfatizza il vitalismo, è l’accanirsi della saggezza delle rughe sulla pelle del corpo che si fa terra, terreno, terriccio, divinità incarnata e carne sacralizzata. La bellezza dovrebbe essere un continuo esercizio di rispetto verso se stessi e verso gli altri e, ancora una volta, non si sta parlando (non solo, non sopratutto) di aspetto fisico.

Secondo il mio punto di vista avresti potuto esprimere il tuo lato artistico su diversi fronti. La mia domanda è: perché hai voluto cominciare pubblicando una raccolta di poesie?

Gisella Blanco – La poesia è la mia vocazione, da piccolissima. Ho trovato brevi composizioni che risalgono a quando avevo otto anni. La poesia è anche un filo venoso che mi tiene collegata a mia madre, forse a tutte le donne della mia famiglia in generale: da mamma ho appreso l’amore per la versificazione e, adesso, attraverso i suoi antichi libri mi sembra di poterla ancora accarezzare. Alle altre donne della mia famiglia, mia nonna in primis, attraverso la poesia offro il mio impegno di contributo femminile e femminista in una società in cui il patriarcato e le diseguaglianze di genere (e non solo di genere) sono estremamente presenti benchè, talvolta ma non sempre, subdolamente celati in atteggiamenti di finto perbenismo.

Quali sono i temi principali che caratterizzano le tue poesie?

Gisella Blanco – La mia poesia ha un impianto di ricerca filosofica e psicologica che è volto a mettere in luce la struttura esistenziale dell’essere umano in generale (e della donna in particolare) non in base a come viene plasmata nella società ma a come si determina ontologicamente e indipendentemente dai condizionamenti contingenti. Nella mia prima silloge, composta da poesie molto vecchie e poesie più recenti, che si intitola Melodia di porte che cigolano, edita da Eretica Edizioni 2020, sono presenti i temi del femminismo, della lotta al patriarcato, della valorizzazione dell’individuo al di sopra di tutte quelle ideologie (anche religiose) che tendono a svilire il potenziale umano di cui tutti sono dotati in funzione di esseri superiori, esterni ed indefiniti. Non mancano riflessioni sulla morte, sul dolore, sul distacco affettivo e sulla fragilità che intendo come una risorsa di plasticità e non come un deficit da rifuggire a ogni costo.

Come accennavi prima Melodia di porte che cigolano è il titolo della tua prima raccolta di poesie: come nasce questo titolo e quale significato hai inteso darne?

Copertina

Gisella Blanco – Il titolo, vagamente ossimorico, mi frulla in testa da almeno quindici anni. Mi rappresenta, è una dichiarazione di intenti: ho immaginato una porta, probabilmente chiusa da molto tempo, che stride all’atto di aprirsi. Sono convinta che, per giungere a nuove aperture esistenziali, sia necessario passare da quello sforzo, da quello stridore tipico di ogni cambiamento che, d’improvviso, percepiamo come melodia. E’ anche un avviso al lettore che saprà di incorrere, talvolta, in toni polemici, sarcastici o truculenti: in fondo, attraverso la parola poetica è possibile dire qualsiasi cosa senza mai essere violenti.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue opere. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Gisella Blanco – Ho partecipato a concorsi di poesia parecchi anni fa, probabilmente riprenderò presto. Ultimamente mi sono concentrata sulla critica letteraria, le recensioni e le interviste, ne ho ricevute svariate di cui vado fiera. Penso che per un autore il riconoscimento pubblico della propria valenza artistica sia molto importante, altrimenti si rischia di invischiarsi nelle sabbie mobili della autoreferenzialità che tutto inghiottono senza vaglio alcuno. In generale non amo le competizioni, non amo nemmeno parlare troppo di me: preferisco che lo facciano gli altri, accettandone il rischio (reciproco, s’intende!). La possibilità di valorizzarsi reciprocamente fra scrittori è forse un’utopia ma io credo sia possibile e, probabilmente, necessaria.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Gisella Blanco – Passato e futuro sono finzioni della mente: possiamo solo creare il presente. Di conseguenza, posso parlare dei miei progetti: altre pubblicazioni poetiche di certo. Mi occupo anche di divulgazione poetica e, soprattutto, di poetica femminile e femminista. Scrivo recensioni e articoli di letteratura su giornali e riviste on line. Collaboro con blog e associazioni per trattare di poesia, leggerla, raccontarla, spiegarla e spiegarmi attraverso di essa. Sul mio sito (www.gisellablanco.com) e sui miei social (Facebook, Twitter, Instagram e Linkedin) mi occupo di diffondere critica letteraria poetica. Ho una laurea in legge, un bambino piccolo, il progetto ambizioso di provare a introdurre più letterate femmine nei programmi scolastici e tantissimi altri obiettivi umani e professionali che, forse, si possono intuire dalla mia prossima pubblicazione. In ogni caso, di qualsiasi attività e progetto si parli, la poesia (come struttura emotiva ed ermeneutica) è, per me, sempre parte integrante.  

Protagonisti – Intervista di Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli.

La poetessa Lavinia Alberti

Ricevo e pubblico volentieri l’intervista della poetessa Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli, che saluto complimentandomi con lui per le opere che ha realizzato. Con questo primo contributo artistico di Lavinia, spero di una lunga serie, inizia una collaborazione con il mio blog RIFLESSIONE D’AUTORE all’insegna della poesia e delle buone letture. L’immagine in evidenza di Tommaso Urselli è tratta dal suo blog tommasourselli.wordpress.com.


di Lavinia Alberti

Leggendo la tua raccolta ho notato alcune particolarità. Nella tua poesia (in particolare nella sezione “La lingua delle cose”) fai riferimento a oggetti concreti, casalinghi, che sembrano avere un’anima e rappresentare te stesso, le tue moltitudini. Spiegaci perché ti servi proprio di questi oggetti per descrivere certi sentimenti e sensazioni, come l’angoscia e la solitudine, che nella tua poetica si impongono in maniera molto forte (nei componimenti “Pattumiera vs frigorifero” e “Lampadina”); in questi ultimi emerge infatti l’idea della precarietà e dello smarrimento dell’esistenza, della quotidianità. Ecco, a proposito: nel caso della poesia “Lampadina” (che mi ha colpito molto), quale messaggio hai voluto dare al lettore? Nasce da qualche tuo vissuto personale? Ti sei mai sentito come questa lampadina, che in un certo senso affida la propria “luminosità” a qualcosa di esterno?

Tommaso Urselli – Non sono partito dall’intenzione di comunicare un particolare messaggio né una specifica emozione. A volte mi capita di cercare di percepire la “voce” delle cose: è un gioco che facevo anche da ragazzo, potevo restare anche molto tempo così, come in uno stato di “ascolto sospeso”… è dunque un sentire che mi appartiene da sempre – a costo che venga scambiato per una qualche forma di autismo –, un bisogno forse un po’ “primitivo”… probabilmente, se aderissi a una religione, l’animismo sarebbe la mia. C’è poi da aggiungere che il periodo di lockdown in cui sono stati elaborati i testi di questa sezione, ha sicuramente nel bene e nel male – facilitato questo approccio, questo dialogo con gli oggetti che ci tengono compagnia. Ma restando nell’ambito della poesia, possiamo rifarci al concetto di correlativo oggettivo proposto da Eliot: credo che nelle composizioni cui fai riferimento, sia questo il meccanismo messo in moto. Però, ripeto, almeno in questo caso non è intenzionale. È che a volte, nel silenzio, in certe ore o situazioni particolari, forse capita a tutti di provare la sensazione di percepire un po’ meglio ciò che ci sta attorno… di accorgerci come per la prima volta di qualcosa che durante il quotidiano davamo un po’ per scontato e di cominciare a sentirne, improvvisamente, la vita… un certo “movimento” di cui anche la materia inanimata è carica. Ecco, forse la poesia può fungere da “apparecchio ricevente” per ascoltare un po’ meglio il vibrare del mondo a tutti i livelli – animale, vegetale, minerale… –: magari ha qualcosa di interessante da raccontarci, di sé e di noi. Male che vada, è comunque una possibilità di esercitarsi a sospendere il canale in emissione – che teniamo a volte acceso più del necessario – e di utilizzare quello in ricezione…

Riguardo alla domanda specifica sul testo “Lampadina”… non credo la questione stia tanto nell’“affidare la luminosità a qualcosa di esterno”, quanto invece nel realizzare che questa “luminosità” è il risultato, la  conseguenza di qualcosa che entra in relazione con qualcos’altro. Non ci può essere “luminosità” senza relazione; anche la luce elettrica non è che relazione tra un polo negativo e un polo positivo, punti di partenza e di arrivo degli elettroni (in eccesso in un polo e in difetto nell’altro) viaggianti attraverso un sottilissimo filamento che a sua volta esercita un’azione di “resistenza” – ancora una volta una relazione –… da cui la “luminosità”: in qualche modo “l’oggetto lampadina” muore e nasce “l’oggetto luce”. Allora forse la questione è: sono più interessato alla “lampadina” o alla “luce”?

Intendiamoci, non mi sono posto questi interrogativi prima di scrivere, e il testo non vuole dare risposte in merito. Forse le poesie sono semplicemente dei potenziali dispositivi di risonanza… possono facilitare una certa relazione tra il mondo e chi scrive, tra chi scrive e chi legge…

Quali sono le ragioni profonde che ti hanno spinto a elaborare queste poesie? Nascono dall’esperienza del trauma (ad esempio la morte di tuo padre) o sono nate prima di questo accadimento?

Tommaso Urselli – Le poesie connesse alla morte di mio padre sono quelle della sezione “Oggi ti sono passato vicino” (da cui anche il titolo del libro); le altre sono quasi tutte state scritte successivamente e in periodi anche molto differenti tra loro, come è raccontato nelle note finali. Non c’è necessariamente un trauma all’origine dei testi; credo anzi che in alcuni si possa percepire anche divertimento e ironia, in altri ancora la parola che si vuole fare corpo, teatro, cerca una sua fisicità… di cui forse ora, a causa della particolare situazione che stiamo tutti vivendo, si sente un particolare bisogno. Ma al di là della genesi e delle differenti motivazioni dei testi, credo che li accomuni una necessità: il tentativo di non accomodarsi, di non elaborare “ricette” – o per lo meno di allontanarsene appena ne nasce la tentazione –, di cercare sempre con e attraverso il  linguaggio uno spostamento possibile… “un altro sguardo”, per dirla con le parole di Antonio Neiwiller, artista e uomo di teatro al cui lavoro è dedicata una composizione della raccolta.

In che modo la tua formazione letteraria e teatrale ti ha influenzato nella stesura di questa silloge? Quanto invece sono state importanti le esperienze non volute della tua vita?

Tommaso Urselli – I legami più immediati con il teatro sono rintracciabili – almeno  per me, ma non sono sicuro sia lo stesso anche per il lettore – nella sezione “Corpo-città” che contiene il testo dedicato a Neiwiller, cui prima accennavo; nella sezione intorno alla figura di Ipazia D’Alessandria, su cui ho scritto qualche anno fa una drammaturgia messa in scena dalla compagnia Pacta dei Teatri; e nei testi della sezione “In labirinto” (tempo fa avevo indagato drammaturgicamente il tema, ne erano nati due studi teatrali – uno con gli attori Massimiliano Speziani e Ruggero Dondi, l’altro con Filippo Gessi e Francesca Perilli, e Massimiliano Speziani alla regia – e una lettura scenica che eseguivo di persona). 

Riguardo alla domanda sulle “esperienze non volute”… sinceramente non saprei rispondere. Tutto sommato credo che – mi piaccia o no – le esperienze fatte le ho tutte volute; forse è crudele ma temo sia così.

Quali sono i tuoi progetti futuri in campo letterario? Scriverai altre poesie o ti cimenterai in altri generi?

Tommaso Urselli – Lo chiederò alla lampadina, magari saprà consigliarmi.


POESIE TRATTE DALLA RACCOLTA “OGGI TI SONO PASSATO VICINO

Giorno cinque (dalla sezione “Oggi ti sono passato vicino”)

 È questo il nostro tratto comune?
 Questo ritmo del pensare a volte lento
 e ingarbugliato – ma sempre in cerca
 di un’uscita, uno spiraglio di luce –
 che poi si fa veloce, frenetico…
 a tratti s’apre e ogni cosa intorno
 abbraccia in violento turbinio.
 Lo senti? Tutto sbatte, le porte
 le finestre: ogni angolo di casa
 s’è animato e gira al ritmo del
 pensiero fatto canto. E mi vedo
 e ti vedo, in questo giro di vita,
 a ballare un ballo strano, personale:
 non ha un che di fanciullesco?
 
 
 I (dalla sezione “Corpo-città”)
  
 Che cos’è questa nebbia
 questi occhi in mezzo alla nebbia
 queste mani queste facce
 che mi sembra di essere morto
 in mezzo a pianure di parole tutte morte
 in fila riposano
 ridono sguaiate
 si spogliano sgrammaticate
 sono zoppe e s’impigliano
 nel canale della gola
 si tuffano con la testolina piccola piccola
 dentro le vene e premono
 contro la pelle premono
 e vogliono uscire, segnare
 tutta la geografia del corpo
 scavare canali, crateri
 --
  
 Icaro caduto (dalla sezione “In labirinto”)
  
 È qua tra le costole che
 mi spuntano germogli
 mi crescono rami
 s’incrociano le vene e
 diventano verdi le mie braccia
 radici le mie ciglia
 una chiesa la mia fronte
 il petto un grande scoglio
 i piedi fiumi abitati da mille pesci
 e i miei occhi, cavi
 --
  
 Al tre per cento (dalla sezione “Parole alle formiche”)
  
 Non penso, sto
 qualche attimo col tempo del respiro.
 Poi ricado nell’amato falso
 movimento, nell’apnea di vita
 al tre per cento. 

Protagonisti – Mimma Raspanti ed Eugenio Montale un incontro poetico che ha dato i suoi frutti.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa Mimma Raspanti. L’autrice, come da copione ben collaudato, ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvi conoscere il suo pensiero poetico e il suo percorso artistico. Credo di intravedere in lei qualcosa di valido e ritengo che la lettura delle sue poesie, sia in lingua italiana che siciliana, lascino il segno. In quanto pregne di significato e frutto di accurato studio, alimentate dal un amore profondo e sincero verso l’arte poetica ancora non del tutto espresso, pertanto mi sento di rivolgerle un grande in bocca al lupo per le future produzioni.

Copertina

La prima domanda riguarda un accostamento molto importante che metti in evidenza nella tua biografia artistica. Mi riferisco alla silloge poetica che recentemente hai dedicato al grande poeta Eugenio Montale. I lettori del blog sono certamente curiosi di conoscere come nasce questo connubio e come si è sviluppato.

Mimma Raspanti – Per raccontare come nasce questo connubio devo partire dall’inizio, dal momento in cui è nato l’interesse per la poesia, se me lo concedi te ne parlo. Credo che in tutto questo ci sia qualcosa di surreale: la poesia mi ha cercata. Avevo scritto quattro versi come fanno tutte le ragazzine in età adolescenziale, poi a vent’anni, leggendo Dante scrissi di getto due poesie in un italiano arcaico, in perfetti endecasillabi e rime alternate. Ebbi paura, era come se conoscessi già quelle poesie, le sapevo a memoria e le stavo solo trascrivendo. Avevo la sensazione che “qualcuno” dettasse, perciò mi spaventai e non scrissi più niente. Fino a quando, il primo gennaio del 2008, ascoltai in televisione Roberto Benigni che declamava Dante e lì, di nuovo, mi prese l’istinto di scrivere, mi alzai nel cuore della notte e corsi a prendere carta e penna per scrivere dei versi che mi passavano per la mente e non mi facevano dormire, anche questi in rima alternata e tutti in endecasillabi. Capii in quel momento che potevo e dovevo scrivere, non sapevo per cosa o per chi, ma era come se la poesia avesse una missione da compiere, voleva esistere e mi stuzzicava perché io l’assecondassi. Così comprai il mio primo libro di poesie, per saperne di più, comprai Montale. Solo a citarne il nome mi vengono i brividi. Montale mi catturò subito, il suo “Ossi di seppia” era per me come un Vangelo, lo tenevo sempre con me, mi emozionavo pure quando non capivo ciò che leggevo. E tutte le volte scrivevo qualche poesia, mi contagiava, mi stupiva perché sentivo quello scorrere della poesia che non era mia, ma mi apparteneva. Scrivevo sul libro stesso, e su tutto ciò che trovavo a portata di mano, tovaglioli, calendari, notes. Per lui e con lui ho scritto, sentendo il suo aiuto quando qualche parola mi sfuggiva e d’incanto veniva fuori. Mi convinsi che io non avrei mai potuto scrivere senza la sua “presenza”, diventò il mio Maestro, il mio Amore, la mia Poesia. La prima che scrissi per lui l’ho inserita nella mia prima raccolta “A metà della vita”, ha per titolo “Mi illudo”: 

“Mi illudo
se il mare che a te caro
pare e fugge
sui tuoi salmastri fogli vive,
ora verdastro, ora azzurrognolo,
spumoso, col suo mutar mi inquieta
e si rimena dentro ai miei pensieri
scrollando fuori miti e sentimenti.
Non sarò mai maestro
ed è il tuo dire 
che dolce al mio vestibolo
si siede e, sì, m’appare in canto,
per esso scrivo.
Non ho parole mie
le cerco e seguo il rivo
che al mare tuo mi porta
e tutto ad esso invoglia
poi si trasforma.
Per tale mia pazzia
lacrime assorbo,
sarebbe più concreto dire:
“sono” – e tanta boria –
eppur di povertà mi vesto 
o di squilibrio
se aspetto il mare tuo colle sue onde
sciabordar di sacra musa la mia mano,
ed ecco, scrivo, e il tuo futuro inesistente,
vedi? avanza e vive - caro, ancor prezioso –
nei miei sogni.”

La tua poetica si esprime sia in lingua italiana che in lingua siciliana. In una recente conversazione con lo scrittore Salvatore Mirabile ho affrontato il tema riguardante la difficoltà di produrre un dizionario completo, che possa essere di riferimento per chi scrive in siciliano. Cosa ne pensi tu? 

Mimma Raspanti – Mi accorgo che ognuno scrive a modo proprio, ognuno secondo la propria parlata, ma la grammatica dovrebbe essere unica e spesso mi trovo in difficoltà anch’io, mi oriento con la lingua italiana. Sono d’accordo con Salvatore Mirabile, se non si arriva a una grammatica unica, da insegnare nelle scuole, saremo sempre tutti in balìa del dubbio. Il confronto tra i vari studiosi, tra poeti e scrittori è, secondo me, importante per cominciare il cammino verso un’unica direzione, un confronto che non miri a mettere in rilievo il proprio pensiero a scopi egocentrici, ma che sia aperto ad accogliere il punto di vista altrui per il bene unico della lingua. Mi rendo conto che questo può sembrare un’utopia, ma l’impossibile può sempre diventare realizzabile con la forza della buona volontà.

Poesia e pittura sono una bella accoppiata e nel tuo caso ti si può conoscere e apprezzare attraverso queste due importanti espressioni artistiche. Raccontati ai lettori non solo nella tua veste di poetessa ma anche in quella di pittrice. 

Opera di Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – Non c’è molto da dire in proposito, credo che le passioni si dovrebbero seguire perché sono talenti divini che ti sono stati messi a disposizione per diffondere la bellezza, quella che cura la vita. Sono sempre stata brava nel disegno, e avrei voluto fare il liceo artistico, ma non c’era nella mia città, e mio padre, da umile barbiere, non poteva permettersi di mantenermi agli studi lontano da casa, c’era già mio fratello che studiava a Palermo e lui ha avuto la priorità, perché, secondo la mentalità del tempo, doveva portare il pane a casa, mentre la donna doveva essere mantenuta dal marito. Mi ha così avviata verso il disegno artigianale, disegnavo il famoso “corredo” per le spose che poi veniva ricamato. Ho fatto per tanti anni questo lavoro, disegnavo o dipingevo su stoffa, dalle lenzuola ai copriletti, alle tende, e tutto ciò che arredava. In seguito ho fatto una scuola professionale per ceramisti, nella mia città, e grazie a questo ho lavorato in un centro per disabili, facendo fare la ceramica ai bambini. Ho partecipato a delle mostre collettive, sempre nella mia città, e con la mia prima opera, olio su tela, ho partecipato a un concorso arrivando seconda. Poi mi sono sposata e ho lasciato tutto dedicandomi completamente alla famiglia, ai figli, e all’attività di mio marito, commerciante in tessuti. La pittura era rimasta come hobby nei momenti liberi.

La tua produzione poetica è molto apprezzata ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – I premi sono stati momenti importanti all’inizio della mia produzione, perché mi davano conferma della validità delle opere che realizzavo, i concorsi erano un mezzo per poter divulgare ciò che scrivevo e, inoltre, erano fonte di gratificazione personale. Dopo qualche anno ho capito che c’erano altri modi per far conoscere i miei versi e ricevere le stesse soddisfazioni pur non salendo su un podio, così ho smesso con i concorsi e partecipo volentieri a recital e manifestazioni varie.

Il dolore, la nostalgia, il lutto sono elementi che spesso ricorrono nei temi della madre lingua siciliana: poesie, canzoni, racconti frutto della nostra tradizione popolare ne sono un esempio. Ritengo che possiamo considerarli come una sorta di elaborazione del lutto e nenia liberatoria dalla sofferenza. Nella tua produzione artistica quale ruolo hanno? 

Mimma Raspanti – Spesso il dolore viene associato alla poesia, perché pare sia uno dei momenti in cui il poeta si senta maggiormente ispirato. Per me non è così, fuggo il dolore e mi rifiuto di immortalarlo per non dargli forza, preferisco, piuttosto, la vena ironica soprattutto quando scrivo in siciliano.

Per i nostri lettori ci dici qual’è la tua definizione di poesia?

Mimma Raspanti – Forse è un po’ presuntuosa la mia affermazione, ma per me la poesia è l’incontro con il divino, è la manifestazione del sacro attraverso la parola.

I poeti ed i pittori sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali progetti intendi realizzare?

Mimma Raspanti – Sono sempre stata per il “qui e ora”, il futuro non si può progettare, tu hai un progetto e la vita te ne propone un altro, cambiandoti i programmi. Meglio assaporare il presente con quello che offre e ora, nel presente, ho pubblicato una raccolta dedicata a colui che mi fatto amare la poesia, e questo mi fa toccare il cielo!

La cultura al tempo del Covid-19 come si è evoluta e come si sta evolvendo? Quali contromisure consigli vengano prese perché non si fermi il flusso di conoscenza, produzione e studio? 

Mimma Raspanti – Si può, probabilmente, pensare che in questo periodo la cultura stia passando in secondo piano, poiché si riservano le proprie energie alla ripresa economica, ma l’identità di un popolo è sempre stata stabilita, principalmente, dalla bellezza dell’arte, dalla cultura, e non dall’economia, perciò credo che questo periodo di fermo stia servendo a scavare nel profondo per tirare fuori ciò che ancora può portare bellezza. L’uomo, inoltre, ha la capacità di adattarsi e sta usando i mezzi a sua disposizione affinché la cultura proceda nel suo cammino di diffusione e in tutto questo ci aiuta la tecnologia, la magia di Internet. 

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Protagonisti – Cinzia Pitingaro: l’arte, la curiosità e l’esplorazione che diventano poesia [VIDEO]

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa castelbuonese Cinzia Pitingaro. L’autrice, come da copione ben collaudato, ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvi conoscere il suo pensiero poetico e il suo percorso artistico. Mi hanno impressionato la sua profonda curiosità e il desiderio di esplorazione che hanno portato l’autrice a sperimentare e conoscere per noi nuove forme poetiche. Il tutto unito ad un attivismo culturale che la porta a organizzare eventi e a promuovere la poesia nella sua terra.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Cinzia Pitingaro – La poesia per me è una necessità, veicola e sostiene le tensioni della mia anima. È  il diario di questo difficile, bellissimo viaggio che è la vita, lo spazio in cui le mie emozioni diventano parole e il mio silenzio prende forma, si materializza.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le   tue   pubblicazioni.   Che   importanza   ha   per   un   autore   il   riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Cinzia Pitingaro – Il riconoscimento pubblico della validità di un’opera è un’ ottima opportunità soprattutto per un autore esordiente, perché apre la possibilità al confronto, accresce il più delle volte l’autostima e garantisce una certa visibilità.

Attingendo ancora dalla tua biografia leggo: scrive poesie in verso libero e in metrica, in italiano, in vernacolo ed haiku. Immagina ora di doverti rivolgere ad   una   platea   di   lettori   che   non   sa   assolutamente   nulla   riguarda   il   genere poetico   di   origine   giapponese   denominato   haiku. Cosa   diresti   loro   e   cosa pensi ti abbia restituito in dote questa tua ricerca poetica?

Cinzia Pitingaro – Da qualche anno mi sono avvicinata allo studio e alla composizione di haiku, piccoli componimenti di origine giapponese che seguono una metrica prestabilita, cioè un numero preciso di sillabe (on o morae) secondo lo schema 5/7/5. Attratta, all’inizio, dalla brevità della forma e dalla intensa carica espressiva, a poco a poco ho cercato di coglierne l’essenza, di penetrarne lo spirito. Lo haiku è un’istantanea della realtà, non nel senso che la descrive, ma ne cristallizza gli attimi, il “qui ed ora”. Diceva il Maestro Bashō. “Lo haiku è semplicemente ciò che sta accadendo in questo luogo, in questo preciso momento”. Ne risulta la valorizzazione di momenti della quotidianità vissuta a contatto con la natura, l’attenzione per l’essenziale, per la semplicità che è bellezza. Ed è proprio dal particolare, dal minimo dettaglio che si acquisisce la consapevolezza della grandiosità, della meraviglia della vita, del creato. L’autore di haiku, l’haijin, pur non descrivendo il momento vissuto, suggerisce, trasmette al lettore l’emozione provata. Egli non è esterno alla realtà, non assiste in maniera distaccata, ma è tutt’uno con la natura, vi si immedesima, diventa egli stesso l’oggetto percepito. Per vivere pienamente il momento, tuttavia, l’haijin deve svuotare la mente, deve liberarsi da ogni considerazione soggettiva, da ogni condizionamento, deve lasciarsi coinvolgere completamente. Un elemento essenziale per la composizione di uno haiku è, quindi, la presenza della natura e dei suoi mutamenti rappresentati dal kigo, la parola chiave di questo componimento, da cui trapelano gli stati d’animo che vengono trasmessi al lettore. Non è necessario che il kigo sia espresso direttamente, nominando la stagione (primavera, estate…), è possibile utilizzare una parola che rimandi alla stagione nella quale viene vissuto il momento. Esempio: la rosa è un kigo primaverile, la rugiada è un kigo autunnale, la neve è un kigo invernale, l’ombrellone, Il basilico evocano l’estate. Un altro elemento che assume una fondamentale importanza è il non detto, lo spazio bianco tra le parole, tra le immagini, ciò che il lettore, entrato in sintonia con l’haijin, riesce a percepire e a dedurre. La struttura dello haiku prevede l’accostamento di due immagini distinte, toriawase, tra le quali può esservi una continuità semantica o un ribaltamento semantico, evidenziati entrambi da uno stacco (Kireji). Per usare un’espressione di Nadine Léon, queste due immagini sono come l’acqua bollente e la bustina di tè che sono completamente diversi da loro, ma necessari per preparare il tè. L’aroma, il profumo che si diffonde e viene percepito dal soggetto costituisce il non detto. Lo haiku è un componimento aperto nel senso che deve essere il lettore ad interpretarlo. A questo proposito Ogiwara Seisensui (1884-1976) ebbe a dire: “Ciascun haiku è come un cerchio, di cui una metà è frutto del lavoro dell’haijin. Chiudere il cerchio è però compito del lettore”, ecco perché lo haiku non ha un titolo e non termina mai con un punto. Ciò che distingue, inoltre, uno haiku da una semplice, breve descrizione è la presenza degli stati d’animo, dei canoni estetici… tra cui: Il Wabi (solitudine melanconica), Sabi (fascino solitario di ciò che è esposto allo scorrere del tempo in contrapposizione alla bellezza appariscente delle cose del mondo), lo Yugen (la percezione del mistero, dell’ineffabile), il Mono no aware (partecipazione emotiva, capacità di farsi attraversare dalle cose del mondo con la consapevolezza che ogni cosa è transitoria, impermanente, muta col passare del tempo), il Karumi (la leggerezza), lo Shiori (la delicatezza), il Makoto (La verità). La presenza dei canoni estetici ci fa comprendere il valore di questo genere poetico che non è un esercizio di stile, ma una vera e propria arte di vivere ancorata all’esperienza dell’autore che – lo ripeto- non descrive, ma cristallizza un momento, proprio il momento in cui si sente con la natura un’entità unica e indivisibile. Cosa mi ha restituito in dote questa ricerca poetica? La consapevolezza di essere nel mondo e del mondo.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Cinzia Pitingaro – È la materializzazione del silenzio, la cristallizzazione delle emozioni.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci  anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Cinzia Pitingaro – Amo vivere il presente, stare con i piedi per terra pur continuando a scrivere e ad impegnarmi nella realizzazione di alcuni progetti tra cui la pubblicazione di una  raccolta di poesie e filastrocche, pronta ormai da tempo, di una silloge di poesie dialettali, di una raccolta di riflessioni in versi e di un’altra raccolta di haiku. Inoltre ho un sogno, in parte già realizzato, di condividere momenti e spazi con chi, come me, coltiva la passione per la poesia e soprattutto per lo haiku. Questo genere poetico, così come ho già avuto modo di dire, con la sua sinteticità e con la sua straordinaria forza espressiva,  è profondamente attuale. Vorrei soprattutto coinvolgere i giovani, così sensibili, così fragili. Credo molto nel potere della poesia!


Noi rivogliamo Le Fontanelle – Cinzia Pitingaro e Luciana Cusimano https://www.castelbuonolive.com/


Videopoesia di Cinzia Pitingaro – Paese Mio

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Protagonisti – Buon Anno 2021 e grazie a tutti i protagonisti e i lettori del mio blog [VIDEO]

Come da tradizione pubblico un mio breve video di auguri per tutti gli amici del blog e a seguire le fotografie più significative di questo anno 2020 appena trascorso.

Buon Anno 2021 da Antonino Schiera

Guarda il video da You Tube

Galleria Fotografica 2020

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Protagonisti – Le forti emozioni che divengono versi nel poeta Pietro Vizzini

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sul poeta palermitano Pietro Vizzini. Come da copione ben collaudato l’autore ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvelo conoscere meglio. È un vibrare di emozioni forti che diventano versi, in un continuo interscambio tra il nostro autore e le sue parole, che accompagnano il lettore nel mondo della poesia. Questa è la sensazione che ho provato nei numerosi incontri poetici nei quali ho avuto il piacere di ascoltarlo.

Dalla sua biografia riporto: “la sua poesia trova la necessità di rappresentare e sondare in una certa misura alcuni aspetti dell’esistenza con le sue contraddizioni, i suoi paradossi, in una prospettiva immaginaria dove la realtà evocata diventa emblema di una vicenda personale”.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita?

Pietro Vizzini – Scrivere è stato sempre un modo per esprimere quello che avviene dentro, la percezione di qualcosa che non sempre viene attraversata dalla coscienza, ma ricevuta attraverso i sensi o il cuore. Ed è quest’emozione pura che mi sconvolge, che muove le parole necessarie al mio bisogno di dire, non come funzione ornamentale o di belle parole che servono ad anestetizzare offrendo una via di fuga dalla realtà, ma a risvegliare qualcosa che mi mette in contatto con la mia anima.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Pietro Vizzini – I premi, spesso sono una conferma della validità delle proprie opere, ma un autore non può e non deve rimanere appoggiato al piedistallo di un trofeo, cambia spesso l’aria, e si fa presto ad affondare nella polvere.

In una tua recente partecipazione all’evento poetico Pensieri Madoniti, hai declamato una poesia dal titolo Campo 87 (Covid-19 cimitero di Milano). Quale funzione può avere la poesia in un momento così difficile facendo riferimento, naturalmente, all’attuale pandemia?

Pietro Vizzini – Ho scritto questa poesia pensando ai morti del Coronavirus abbandonati, non identificati e mai richiesti dai famigliari, seppelliti nel campo 87 al cimitero Maggiore di Milano. In un momento così difficile di isolamento, di solitudine e abbandono, la poesia deve essere presente per sottolineare il disagio di un periodo terribile che ha coinvolto tutti. Ma soprattutto deve lenire il dolore di certe cicatrici che ci porteremo per sempre.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Pietro Vizzini – La poesia è estrema bellezza di cose che ci circondano, ed è fatta così: passo scalzo per ogni sentiero, ci accompagna con tutte le parole che occorrono e combaciano dentro di noi alla perfezione. La poesia è il pennello che deve poter dipingere i colori delle nostre emozioni sulla tela della libertà.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Pietro Vizzini – Generalmente navigo a vista, mi piace programmare solo brevi periodi che mi tengono a distanza ravvicinata al momento che vivo nel presente. Ma penso che un progetto importante che intendo realizzare, sia il mio prossimo libro di poesie, che non è una semplice raccolta, ma un percorso interiore che svela ogni intimo messaggio di una verità che cerca ascolto. Per il resto, spero che Dio mi dia la il tempo e la possibilità di coprirli questi futuri spazi temporali.

Ringrazio due volte il poeta Pietro Vizzini per le risposte alle mie domande e per le poesie che seguono, donate in lettura agli amici del blog:

C’è una parola che non dorme mai di Pietro Vizzini

C’è una parola
che non dorme mai,
anche lasciata sola
è sentinella
che non ha ore sul quadrante,
e mi somiglia
quando al silenzio si concede
nella spianata
di una notte sospesa
che mi cammina dentro,
condannandomi
a scoperchiare ogni tuo ascolto.


L’odore del mattino (a mio figlio) di Pietro Vizzini

L’odore del mattino
dicono
è sceso
mischiato
agli aranci
e al suono dei campanelli
appesi alle finestre.
Sottovento
raccoglieremo qualcosa,
anche da lontano
resteremo bambini
in quel per sempre
di padri.
Dicono
è in un altrove
l’odore di casa mia,
senza le tue parole
madre…
qualcuno dice
che a volte siamo,
solo vivi siamo
a mille miglia di vento
nell’odore del mattino.


Miserie d’inverno di Pietro Vizzini

Con lame di vento,
l’urlo alla strada consegna
il soverchiante dazio,
voce e tormento
di una verità che ci trattiene il passo
nei giorni qualsiasi
di un inverno che non è mai sazio
della carne già tolta alle ossa.
Pulviscolo un raggio,
un soffio che taglia arroccate finestre
sui falsi crinali di una città convessa a cieli diversi
sbocca di cenere morta,
fuggendo l’anima di nuovi vecchi.
C’è una pioggia ogni giorno
miserabile sul cemento,
un mormorio di voci e parole decapitate
opposte alla fronte
di una solitudine diluita nel sonno
ed è un dettaglio che schiaccia,
che prende forma d’anime protese allo schianto.
Capita d’inverno
dove è sempre inverno,
con un filo vivo di acque
dietro un crespo di ghiaccio
scorre d’un altro passo
l’angolo d’un giaciglio scomodo.
Dentro giorni fumosi
stretti corridoi sconnessi alle curve d’una strada
e pezzi di giornale intorno ai piedi
seguono brandelli di foglie
ripudiate da un maestrale improvviso.
Capita d’inverno
che la merla stilla
disperate leggerezze d’un estremo fortunale,
voci di ragazzi dentro un mare d’asfalto
e ombre di relitti lungo un argine annerito
fuggono la pelle scavata
d’una terra costretta a nuovi solchi.
E li vedi tremare in cortili fumosi
d’erba secca in intimo respiro nella gola,
figli di una pioggia tardiva di rigonfia pena,
un fiato gli inciampa nelle vene un misero conforto,
punto di domanda che chiede l’assoluzione
nel respiro sotterraneo delle sere.
Ed è un fiato corto,
una parola che tradisce ed oscura la vista
al cospetto d’una terra che non ha più semi
e candele consumate all’alba,
ma solo il latte avariato di una mala luna che guarda indifferente
riconsegnando la somma dei pugni allo stomaco,
puro dolore di una fame da piangere in solitudine.
Ad incerte latitudini
qualcuno attende il palmo della tua mano
dipingendosi appigli sopra pareti di ghiaccio
dove appiccicati graffiti
scivolano su strapiombi di confuse speranze.
Con lame di freddo,
l’inverno urla liquefatte tenebre.
Questa notte anche i lupi hanno paura,
si divorano uno con l’altro, setacciando fili di ombre
e come le canne, cedono alle percosse
germogliando da incessanti agonie.
Bisogna proprio esserci tra le miserie
a chiamare gli ultimi per nome.
Nel silenzio la voce più non basta,
ora che li tratteniamo
dormono un sonno inconsolabile
mentre oscilla labile fiammella di riposo,
ultima pietà della pena
che il lume più non soffia
al tepore dell’Alleluia.
E non fa rumore la nebbia,
nemmeno quando copre
i miseri stracci con un velo perenne.
A pensarci!
Devono avere freddo
pure i morti questa notte…


Protagonisti – Lo scrittore Salvatore Mirabile si racconta ai lettori del blog

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sullo scrittore e organizzatore di eventi Salvatore Mirabile, che ha risposto alle mie domande raccontandosi partendo da quando, studente, cominciava a muovere i primi passi nel mondo della creazione artistica.

Il tuo approccio alle arti non solo alla scrittura, ma anche alla musica, al teatro, alla pittura è cominciato presto. Già da studente ti davi molto da fare nel creare contenuti artistici e nell’organizzare eventi. Raccontaci come ti percepivi, i tuoi pensieri, le tue aspirazioni e qual è  stata la molla che ha dato la spinta iniziale alle tue iniziative.

Salvatore Mirabile – Con piacere rispondo alla tua domanda, sebbene si riferisca a tantissimi anni fa e precisamente al periodo degli anni quando frequentavo la scuola media.

Per quanto riguarda la poesia, la molla che ha fatto scattare la spinta è stata l’aver vinto in seconda media con una mia poesia, un premio che conservo gelosamente, un quadro ad olio su tavola. La tua domanda mi fa ricordare la signorina Cettina Schifani, che mi incoraggiava a scrivere tutte le volte che le sottoponevo la lettura delle mie poesie. Invece, per quanto riguarda la musica, devo tutto a mio padre che suonava la chitarra e il mandolino ad orecchio e voleva che io imparassi la musica, cosa che feci andando a scuola privata dal maestro Francesco Falco. Però, a causa della sua tragica morte, riuscii solo ad apprendere le nozioni del solfeggio. Cosicché, rubando le tecniche a mio padre, imparai anch’io a suonare la chitarra ad orecchio.

Nel periodo della frequenza a scuola a Bisaquino precisamente nell’istituto commerciale, dove ho conseguito la maturità tecnica commerciale, riuscii ad organizzare una festa teatrale di fine anno ed un’altra all’istituto agrario di Bisaquino. Ma un’intensa attività l’ho svolta nel periodo della mia presidenza nell’Azione Cattolica presso la parrocchia della matrice del mio paese d’origine, Chiusa Sclafani. Infatti, in quel periodo organizzai con i giovani la messa beat, la via crucis vivente ed il presepe vivente, lotterie e tanti altri eventi come convegni e tavole rotonde.

Una delle tue creature più importanti è il Museo Mirabile delle arti e tradizioni contadine di Marsala. Spiega per favore ai lettori del blog di cosa si tratta e come ti è venuto in mente di crearlo.

Salvatore Mirabile – Rispondo volentieri ancora a questa seconda domanda per spiegare che il Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine della regione siciliana di Marsala è una associazione culturale senza fini di lucro e tra i suoi obbiettivi principali c’è la ricerca e la conservazione di tutto quanto riguarda le nostre tradizioni siciliane, senza le quali non c’è presente e non ci può essere futuro. L’attività del museo spazia a 180 gradi su tutto quanto è arte e cultura ed in questo primo ventennio tante sono state le attività svolte dallo stesso e da me curate. I principi ispiratori che partorirono l’idea del museo traggono origine, ahimè, da i tristi eventi successi nel lontano 1968, quando il terribile sisma, che interessò tutta la Valle del Belice, colpì anche Chiusa Sclafani. Dopo la fase di assestamento ci fu una politica di rinascita e di ricostruzione del paese e quelle case rovinate vennero abbattute e poi in una zona nuova ricostruite ed assegnate ai terremotati. Questi, quando andarono ad abitare le case nuove, abbandonarono le suppellettili vecchie e superate dal progresso, anche perché in quel periodo ci fu pure l’avvento della plastica.

Tutto quello che rappresentava le nostre tradizioni venne abbandonato, cosicché, intuendo che quelle cose facevano parte della nostra storia, le recuperavo e le conservavo in un magazzino. Naturalmente in quel periodo la mia opera fu solo di recupero ma, subito dopo essermi trasferito a Marsala ed essermi sposato, dopo alcuni anni edificai il primo locale adibito a villa estiva con addobbi di alcuni oggetti antichi. Successivamente, avendo allargato il locale a forma di antico baglio, il 1° luglio del 2000 inaugurai il Museo Mirabile delle tradizioni ed arti contadine della regione siciliana di Marsala.

Devo ammettere che non è stata una impresa facile, sia per tutte le difficoltà burocratiche, che per la costruzione e sia per le difficoltà economiche, perché il Museo è stato costruito con fondi personali miei e di mia moglie, la quale anche lei molto si è impegnata con le sue sostanze.

Dalla tua biografia si evince che sei un instancabile viaggiatore. Hai calpestato il suolo di quasi tutta la Sicilia visitandone “città, paesi, frazioni, laghi, fiumi e monti”. Personalmente mi fanno simpatia le persone che hanno voglia di conoscere e di viaggiare perché è importante confrontarsi per conoscere meglio se stessi. Parlaci in generale di questo approccio curioso alla vita e se vuoi qualche aneddoto legato ai tuoi viaggi.

Salvatore Mirabile – Questo è stato veramente un bel periodo e cioè aver visitato la Sicilia in lungo e largo, senza tralasciare nessun paese o frazione della stessa. Il viaggio vero e proprio è iniziato subito dopo essermi sposato, anche se da scapolo alcuni luoghi li conoscevo già.

All’epoca non c’erano i telefonini ma solo cartine viarie della Sicilia ed iniziai con la mia Fiat 127, dopo con la Fiat 131 Mirafiori ed infine con l’Alfa 155 che ancora conservo nel museo. I programmi di viaggio li elaboravo io senza mai prenotare un albergo ma facendolo solo quando arrivavo in un paese dal quale potevo visitare altri paesi limitrofi, perché i viaggi furono tanti e svolti solo di sabato e di domenica e ricordo a me stesso, che lavoravamo sia io che mia moglie.

Comunque, questa mia grande passione, di conoscere usi e costumi di altri paesi siciliani, mi spingeva a fare tanti sacrifici, persino a pulire certe tabelle di luogo per potere effettuare una bella fotografia a testimonianza di essere stato in quel luogo, fotografando la mia macchina accanto alla stessa. Ed in proposito desidero ringraziare ancora una volta tutti i ragazzi che in ogni paese mi fecero da guida in modo da indicarmi le cose più belle del luogo, e desidero, altresì, ringraziare la Polizia Stradale che alcune volte mi tolse da impicci come restare in panne con la mia auto.

Una grande emozione abbiamo provato io e mia moglie quando siamo stati accolti dall’Assessore al Turismo del paese di San Mauro Castelverde che chiudeva, dopo un ventennio di girovagare, questo ambizioso progetto.

Questo è stato un viaggio che personalmente mi ha arricchito dentro e mi ha fatto capire che non esiste soltanto il mio paese, ma ci sono tanti paesi e tutti sono importanti! Io dopo questo viaggio non mi sento più chiusese d’origine e marsalese d’adozione, ma mi sento siciliano.

La tua produzione letteraria è vasta e conta numerosi titoli spesso premiati nei concorsi poetici e letterari. Raccontati nella tua veste di scrittore.

Salvatore Mirabile – Ti ringrazio per questa domanda, perché la ritengo molto speciale, dovuta dal fatto che forse per la prima volta dirò che, pur avendo scritto sin dai tempi dei calzoncini corti, avevo la tendenza a conservare i fogli dentro i cassetti della mia scrivania. La spinta vera e propria me l’ha data mia figlia Rossella, la quale mi esortava a scrivere non solo per me stesso ma per gli altri, nel senso che scrivere senza che nessuno potesse conoscere il mio pensiero non era edificante. Così, iniziai a trascrivere le poesie, i romanzi, i saggi, le raccolte e i canti, in libri e diversi sono stati pubblicati da alcune case editrici ma attualmente soltanto dal Museo Mirabile, che, nella veste di editore, rende un servizio soltanto ai propri soci.

Si! Alcuni libri hanno vinto dei premi ed altri hanno ottenuto delle riconoscenze e questo mi riempie di orgoglio perché non li ho pubblicati per farne commercio ma semplicemente per depositarli o omaggiarli alle biblioteche, in modo che della mia opera possa restarne traccia e la mia fatica non vada persa e offerta alle nuove generazioni, qualora fossero interessati. Alcune mie poesie contenute nei libri pubblicati oppure inedite si sono classificate in concorsi poetici ai primi posti o hanno raggiunto il podio. Tanti sono stati i riconoscimenti ed i premi ricevuti durante la mia carriera artistica.

Riguardo la lingua siciliana, in una nostra recente conversazione, hai espresso il tuo punto di vista riguardo la difficoltà di produrre un dizionario completo, che possa essere di riferimento per chi scrive in siciliano. Compito molto arduo a quanto sembra…:

Salvatore Mirabile – Quest’altra è una domanda molto interessante perché per quanto riguarda la nostra lingua siciliana tanto auspicata io non dico che è un sogno, ma quasi e per svariati motivi. Infatti, tante sono le grammatiche della lingua siciliana in circolazione ma fino a quando la Regione Siciliana, sede istituzionale, non legifera su questo argomento, indicando quale grammatica applicare e facendo in modo di insegnarla nelle scuole primarie, non potremo mai parlare di lingua siciliana, ma dobbiamo parlare di parlate siciliane scritte, diverse l’una dall’altra.

In questa attesa io mi sono rassegnato e scrivo in siciliano poetico avvalendomi della licenza poetica e applicando la grammatica italiana che tutti dovremmo conoscere.

Hai continuato nella tua vita a organizzare premi ed eventi culturali. A quali eventi, tra quelli da te organizzati, sei affezionato particolarmente?

Salvatore Mirabile – Senza sottovalutare gli eventi che organizzano gli altri, perché tutti sono importanti, senza nessun dubbio, non perché è organizzato dal Museo Mirabile e da me diretto, sono sicuro che il Simposio Al Tempio dei Poeti è unico nel suo genere ed a questo evento sono particolarmente legato perché la sua formula l’ho ideata con l’assegnazione annuale del trofeo Al tempio dei poeti ad un solo poeta mediante segnalazione dei poeti stessi partecipanti presenti.

Naturalmente non dimentico il Gruppo Poetico Lilybetano sezione del Museo Mirabile di Marsala che ho l’onore ed il piacere di dirigere e che in tre anni ha creato tantissimi eventi in sede, in trasferta e virtuali.

Non dimentico nemmeno l’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani Federico II che ho l’onore di rappresentare come Presidente Rettore, nata da una idea condivisa con Filippo Scolareci ed altri soci sostenitori che dopo il rogito notarile si è allargata con l’adesione di altri poeti.

Purtroppo l’Accademia dopo la sua inaugurazione a Palermo nel Palazzo dei Normanni ha fermato la propria attività a causa del corona virus e speriamo alla fine di questa pandemia di riprendere l’attività ed i progetti per cui è stata costituita. Naturalmente sono fiero di far parte anche della prestigiosa Accademia di Sicilia.

Progetti futuri? 

Salvatore Mirabile Fare progetti futuri, in questo periodo, è azzardato, però sicuramente mi sto concentrando sulla pubblicazione dei miei restanti libri, perché avendone scritti più di cento, ma solo 67 pubblicati, il lavoro non mi manca e spero al più presto di portare a termine anche questo progetto a cui tengo molto, sempre tempo e salute permettendo.

Protagonisti – Poliedrica e creativa, la scrittrice Giovanna Fileccia si racconta per noi

Ciao, riflettori puntati nell’odierna pagina nella sezione Protagonisti su Giovanna Fileccia mia amica, non solo scrittrice pur rimanendo nelle eccellenze del campo artistico. Lo scoprirete leggendo le risposte alle mie domande in questa chiacchierata.

Nella tua interessante e vasta biografia letteraria ti definisci poetessa, scultrice, scrittrice, collaboratrice giornalistica, drammaturga, favolista e critico letterario. Raccontati ai lettori del blog.

Giovanna Fileccia – Grazie Antonino, un saluto a te e ai lettori del tuo blog. La tua domanda mi pone davanti a molte delle definizioni che mi sono state attribuite da altri. Ogni definizione è legata a una sfaccettatura che mi appartiene: amo leggere da sempre, ho dentro di me tante di quelle parole che a volte mi sembra di essere un oceano in balia della corrente. Dicono che io sia poetessa, ma solo il tempo lo dirà perché è l’arte che considero più nobile. Confesso che mi sento di avere l’animo poetico ed è da questo mio sentire che scaturiscono gli altri aspetti creativi di me. Scrittrice mi calza a pennello se considero che da sempre la penna traccia parole sul foglio bianco e mentre la mente viaggia la mano scrive. Ho collaborato scrivendo testi di interesse socio culturale con alcune riviste letterarie e giornali cartacei e virtuali come La Gru News, Unicult, Il Bandolo e altri; drammaturga perché scrivo testi teatrali: recentemente ho interpretato il mio monologo inedito Scossa a Milano e a Terrasini. Ho scritto molte fiabe e favole, tutte inedite, la più recente è Aneris e la sirena di sabbia scritta per Illustramente 2019 di cui sono stata voce narrante. Mi piace entrare dentro i libri, ne ho presentati e recensiti parecchi, inoltre durante la quarantena ho ideato la rubrica #Tiraccontounlibro pubblicata nel mio canale YouTube, un appuntamento giornaliero lungo sette settimane. Infine scultrice perché creo opere tridimensionali di Poesia Sculturata dalle mie poesie.

Giovanna Fileccia accanto l’opera tridimensionale di Poesia Sculturata “Onda” (2018)

Una delle tue invenzioni e creazioni è la Poesia Sculturata. Di cosa si tratta?

Giovanna Fileccia – La mia Poesia Sculturata genera molta curiosità poiché ne sono l’unica artefice, ho inventato sia il neologismo che questa specifica forma d’arte che unisce la poesia alla materia. Si tratta di opere tridimensionali che creo dal 2013. È andata così: fin da piccola oltre che scrivere poesie, racconti, lettere, e leggere I tre moschettieri e Topolino e Italo Calvino e Madame Bovary l’altra mia passione era il disegno, ma piuttosto che occhi, panorami o case, io disegnavo pianeti, sistemi solari e tutto ciò che aveva forma ellittica, circolare. I cerchi e le spirali mi affascinano da sempre così come la sabbia e le conchiglie che mi sussurrano nuove parole. Pochi mesi dopo la pubblicazione del mio primo libro la poesia si fece strumento per dare forma alle immagini che avevo dentro di me e, da quel momento, le sculture stesse, in un certo qual modo, continuano ad appropriarsi dei miei versi. Così è nato il connubio tra poesia e materia, tra parola e scultura, tra la mia parte razionale e quella più istintiva. La Poesia Sculturata continuo a crearla: dentro le mie sculture mi ritrovo intatta, integra.

Ma sei anche una brava artigiana, creatrice di borse e di tende e poi cos’altro ancora? Direi che non ti fermi quasi mai.

Giovanna Fileccia – A volte mi fermo e sto. Semplicemente sto. In quei momenti mi beo del silenzio, ma poi lo stesso silenzio mi travolge nelle spire del dolore e… Antonino l’essere creativa mi aiuta a reagire a superare i giorni. Sì, sono una brava artigiana, lo riconosco, provengo da una famiglia che alternava la lettura, al ballo, alla creazione di abiti per donna. Mia zia e mia madre mi hanno introdotta nel loro mondo di stoffe e manichini e per anni ho disegnato i modelli, tagliato i tessuti e confezionato abiti da cerimonia per donna. Ma ho realizzato anche maglioni di lana ai ferri e recentemente, durante la quarantena, ho confezionato eccezionalmente una giacca da uomo. Il lavoro manuale è gratificante anche se molto stancante. Negli ultimi quindici anni ho deciso di impiegare la mia fantasia per vestire le case con tende dalle finiture originali. Mi piace dare personalità agli ambienti, rispettando le caratteristiche di chi al loro interno vive. Creo manufatti che rispecchiano il mio stile: borse, Spiralcoffe, arazzi, tendascultura, cuscini, eccetera. C’è un aspetto di me che non ho mai rivelato prima: a ogni mio progetto do un nome, e per ogni nome scrivo una poesia breve che non superi le tre righe e che consegno insieme al manufatto stesso. Molte di queste poesie brevi sono già pubblicate nei miei libri e alcune mi hanno ispirato opere tridimensionali di Poesia Sculturata.

Se tu dovessi coniare una definizione che ti descriva al meglio, quale sarebbe?

Giovanna Fileccia – Un’altra definizione ancora? Beddamatri! Sorrido ma allo stesso tempo rifletto… sono stata definita in tantissimi modi in questi anni. Ma forse sono solo un poliedrico ragno che tesse nonostante le piogge, i venti, le tempeste e i fulmini.

Tornando nel campo letterario. Nella tua produzione poesie, prosa, drammaturgia si alternano in un vorticoso giro creativo. A quale delle tue opere sei affezionata maggiormente?

Giovanna Fileccia – Così di getto ti rispondo al mio terzo libro Marhanima: è un poema in cui metto in similitudine gli uomini con il mare e i suoi elementi. Ha circa seicento versi e al suo interno vi sono le immagini di Poesia Sculturata. Non è una questione di affezione perché sono affezionata a ogni parola che ho scritto sia pubblicata che inedita, ma Marhanima è il libro che mi rappresenta maggiormente in almeno due aspetti del mio creare. E poi, nonostante sia io ad averlo scritto, mi dà i brividi sia quando lo recito che quando ascolto qualcuno che lo interpreta. E poi ci sono alcune mie poesie che mi causano un rimescolio dell’anima e c’è il libro Seta sul petto che contiene le poesie d’amore e di dolore che ho scritto insieme a tanti amici scrittori, compreso te, per mio marito Alessandro. Inoltre vorrei citare Oggetti in terapia il romanzo dove ho ricreato un mondo particolare nel quale i protagonisti sono anche ironici. L’ironia in questo periodo, ahimè, scarseggia per cui vi invito a leggerlo, anzi, vi invito a leggere tutti i miei libri.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Giovanna Fileccia –  Covid19 permettendo, munita come tutti di mascherina e gel disinfettante, mi piacerebbe riprendere le fila per portare avanti i progetti, le proposte e le idee che da marzo purtroppo hanno subito il fermo. Ma i progetti riguardano anche la realizzazione di nuove opere di Poesia Sculturata, e i miei testi inediti che scalpitano dal desiderio di essere pubblicati e letti, e poi ho tante parole che mi frullano in testa e che aspettano solo che la mia mano si decida e li riversi sul foglio bianco. Antonino ti ringrazio per avermi invitata a raccontarmi nella sezione del tuo Blog dedicata ai Protagonisti. Colgo l’occasione per ringraziare sentitamente anche voi lettori con la speranza che abbiate gradito le mie risposte. A tutti un caloroso saluto e un arrivederci. Giovanna

Protagonisti – Dal genere thriller al giallo per ragazzi dello scrittore Carlo Legaluppi

Lo scrittore Carlo Legaluppi è nato nel 1957 a Manciano, in provincia di Grosseto. Giovanissimo, si è trasferito nel capoluogo, dove risiede tuttora con la moglie e le due figlie. Ex Dirigente Centrale di un primario gruppo bancario, è uno dei soci fondatori dell’Associazione Letteratura & Dintorni di Grosseto e attualmente ricopre l’incarico di vicecoordinatore del Comitato Promotore del Premio Letterario Toscana. Organizza eventi, rassegne e premi letterari, sovente in collaborazione con associazioni di volontariato.

Carlo Legaluppi

La Nuova Inquisizione – Redde Rationem (Alter Ego, 2019) è il terzo libro scritto da Carlo Legaluppi, dedicato alle avventure dell’ex capitano del SAS inglese Sir Alexander (Alex) Martini-Miller, seguito ideale de La ottava croce celtica – Nulla è come sembra (Alter Ego, 2016) e La morte viene dal passato – Nubi scarlatte (Alter Ego, 2017).

I tre thriller hanno ricevuto vari premi e riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali e sono stati presentati in circa 150 eventi e rassegne in località italiane. Per tali libri l’autore devolve il 50% dei propri diritti d’autore a La Farfalla Associazione cure Palliative Loretta Borzi Onlus di Grosseto.

Con la figlia Vanessa ha pubblicato per ALA Libri, nel 2019, il giallo illustrato per ragazzi Il mistero del caveau, prima opera della serie Conigli, delitti e faccende misteriose. Vanessa Legaluppi ha anche realizzato alcune immagini grafiche del thriller La nuova inquisizione – Redde rationem.

Nella tua nota biografica, che riassume il tuo percorso letterario, spesso ricorrono le parole volontariato e donazione. Per entrare nel merito basta ricordare che devolvi il 50% dei tuoi diritti d’autore a La Farfalla Associazione cure Palliative, Loretta Borzi Onlus di Grosseto. Una sorta di fil rouge che caratterizza la tua attività letteraria. Come e perché nasce l’idea di devolvere buona parte dei tuoi proventi per aiutare chi ha bisogno?

Carlo Legaluppi – Nel pubblicare il primo libro ho pensato che avrei potuto sfruttare l’occasione per supportare l’attività di una delle tante associazioni di volontariato che in provincia di Grosseto stanno portando avanti un’importante azione di sostegno e di aiuto nei confronti di soggetti bisognosi di cure e assistenza. Una rete di solidarietà che abbraccia tutto il territorio provinciale, rappresentata da donne e uomini che possono essere definiti a pieno titolo gli eroi del nostro tempo. In questo ambito, ho scelto La Farfalla, della quale condivido finalità e modus operandi.

Di cosa si occupa nel dettaglio l’Associazione La Farfalla e come è possibile contribuire con donazioni?

Carlo Legaluppi – La Farfalla Associazione Cure Palliative O.D.V. offre gratuitamente assistenza domiciliare e sostegno psicologico ai pazienti in fase avanzata e terminale di malattia, nonché alle loro famiglie. Per donare il 5Xmille basta indicare nella dichiarazione dei redditi il codice 92064910539. Inoltre nel sito dell’associazione – finestra Come sostenerci – sono illustrate tutte le modalità (bonifico, assegno circolare, donazioni in memoria o in ricordo, lasciti, ecc…) attraverso le quali si può sostenere la onlus.

Tre sono thriller libri che hai pubblicato. Come e da che cosa nasce l’ispirazione per trattare un tema che ha un impatto emozionale notevole sui lettori?

La nuova inquisizione – copertina

Carlo Legaluppi – Nasce innanzitutto dalla passione per la lettura e, in particolare, per il genere thriller e il romanzo storico. Non a caso nei miei libri faccio sovente riferimento a situazioni del passato, come a esempio l’inquisizione, le crociate, il conflitto nordirlandese tra cattolici e protestanti. Dopodiché, nel delineare trame di fantasia con risvolti verosimili, prendo spunto da fatti reali che hanno avuto o possono avere impatti significativi sulla nostra società e sul nostro vivere civile. Cito a titolo esemplificativo le passate elezioni statunitensi, i depistaggi operati dai servizi segreti, il fanatismo politico e religioso, gli episodi di pedofilia nei quali sono rimasti coinvolti vari prelati cattolici, l’indiscriminato uso di gas nervino contro popolazioni inermi.   

Hai organizzato circa 150 presentazioni dei tuoi libri in eventi e rassegne in giro per l’Italia. Come hai rimodulato il tuo approccio con i lettori in tempo di Covid-19?

La morte viene dal passato – copertina

Carlo Legaluppi – Anche per me l’era Covid 19 ha ovviamente determinato l’annullamento di numerose manifestazioni già programmate. Ho cercato di sopperire a ciò intensificando tutti i possibili eventi on line, dirette, interviste, video e mantenendo una più assidua presenza sui social,segnatamente Facebook e Instagram. Ho anche approfittato per rafforzare i contatti con vari soggetti con i quali stiamo piano piano ricominciando a realizzare incontri incentrati su generi culturali diversi:letteratura, poesia, musica, pittura, fotografia, teatro, volti anche a valorizzare i prodotti del territorio.  

Evolvi poi in un genere simile, il giallo per ragazzi, ma diverso per target, dimostrando eclettismo e creatività, peraltro coadiuvato da tua figlia Vanessa che hai valorizzato anche come disegnatrice. In una tua recente presentazione a Palermo ti ho visto particolarmente entusiasta riguardo questo progetto. Raccontaci.

Carlo Legaluppi – Credo che per un genitore avere il privilegio di realizzare qualcosa assieme ai propri figli sia una delle opportunità più belle e gratificanti che possano capitare. Ciò premesso, la mia primogenita Vanessa ha svolto sin dall’inizio un ruolo importante nella mia attività letteraria. Prima incoraggiandomi a scrivere, poi entrando a far parte del piccolo comitato di lettura che esamina preventivamente i miei manoscritti inediti e, infine, mettendo la sua abilità di grafica al servizio dei miei libri e di alcuni eventi ai quali ho preso parte. Da qui a dare vita a un giallo per ragazzi, scritto a quattro mani, il passo è stato breve. E’ nato così Il mistero del caveau, del quale Vanessa ha curato sia la copertina che le tavole illustrate. L’opera costituisce il numero zero della serie Conigli, delitti e faccende misteriose, che vede i conigli in veste d’inusuali investigatori.     

La ottava croce celtica – copertina

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Devo dire che la cosiddetta carne sul fuoco è veramente molta. Ho da poco terminato di scrivere due nuovi thriller e ne ho iniziati altri tre. Inoltre, Vanessa sta dedicandosi alle illustrazioni del secondo giallo per ragazzi, il cui testo è già praticamente definito. Il prossimo passo sarà quindi di cominciare a pensare alla pubblicazione di queste nuove opere. Sto altresì curando l’uscita di una raccolta di racconti scritti da alcuni autori, con la collaborazione di un fotografo e di un disegnatore. A tutto ciò si sta affiancando la presentazione di opere di altri scrittori, la realizzazione di una nuova rassegna di gialli e la ripresa delle presentazioni dei miei libri. Inoltre, nel prossimo mese di ottobre si terrà la premiazione della prima edizione del Premio Letterario Toscana. Spero altresì di poter riavviare a breve l’iter del Premio Letterario riservato alle classi delle scuole superiori di Manciano, il comune maremmano dove sono nato. Potrei proseguire elencando anche altre iniziative che ho in testa, ma preferisco non fornire ulteriori anticipazioni per non rovinare la sorpresa a tutti coloro che mi seguono e mi sostengono con affetto ed entusiasmo.         

Protagonisti – Cinzia Baldazzi si racconta ai lettori del blog.

Cinzia Baldazzi (nella foto in evidenza) è laureata in Lettere Moderne alla “Sapienza” in Storia della Critica Letteraria, è nata e vive a Roma. È scrittrice, giornalista, critico letterario, promotrice culturale.

Desidero ringraziarla pubblicamente per avere deciso di raccontarsi nel mio blog e per la collaborazione che presto la vedrà protagonista nella nuova rubrica “L’angolo di Cinzia Baldazzi“. Vi consiglio di mettervi comodi e di leggere con attenzione tutta l’intervista, in quanto contiene tanti spunti interessanti.

Non succede tutti i giorni di incontrare persone che come lei hanno dedicato buona parte della propria esistenza allo studio, all’analisi e alla promozione di libri e della poesia in particolare. Numerose sono le sue incursioni in ambito teatrale, cinematografico, televisivo mantenendo un profilo sempre alto. Ci racconti com’è nata questa passione, che è poi sfociata in un lavoro di fine cesellatura delle parole e degli scritti che continua ancora oggi.

Cinzia Baldazzi La passione della scrittura ha avuto origine, nell’adolescenza, dalla necessità vitale di leggere. Forse si trattava del lascito ideale di mia madre, o della ricerca di un rifugio dopo la sua scomparsa: l’ho persa infatti quando avevo solo dieci anni. Aveva studiato a Roma con Giovanni Gentile e si era laureata in Storia della Filosofia nei primi mesi del ’46. Insegnò per pochi mesi lingua inglese, poi fu assunta alla TWA. Nell’estate del ’65 stava per lasciare la compagnia aerea e iscriversi al concorso a cattedra, ma una malattia fulminea ebbe il sopravvento.

Alla scuola media Montessori di Villa Ada conobbi i testi di Federico Garcia Lorca: dalla giovanissima professoressa Anna Maria Pecchia imparai ad amare i versi di Los álamos de plata, che lei traduceva con I gattici d’argento (invece di “salici”). Nello stesso periodo scoprivo le novelle di Pirandello e la successiva grande stagione della narrativa breve italiana, da Giovanni Arpino a Gianni Santuccio, da Piero Chiara a Italo Calvino.

Alla maturità classica, al Liceo Orazio, quando mi presentarono il giudizio sul mio tema dedicato a Manzoni e al romanzo moderno, il voto era 8+ / 8 ½, e sotto, un appunto: «Saggio?!». I commissari non sapevano se giudicare il testo come un “elaborato da esame” o come un vero e proprio “studio critico” (genere allora non consentito: lo sarebbe stato alcuni decenni dopo). L’orale lo sostenni presentando una lettura dell’Infinito leopardiano secondo i canoni dello strutturalismo, con tabelle, grafici e collegamenti logici, al punto che, al termine, il professore di matematica commentò: «Beh, una parte del mio esame lo abbiamo già fatto…».

L’attività di scrittura vera e propria quando è iniziata?

Cinzia Baldazzi – Subito dopo la laurea, collaborando come critica letteraria a riviste culturali. Al 1979 risale l’inizio di un lavoro sistematico grazie al giornalismo. Entrai come collaboratrice al quotidiano romano “Il Giornale d’Italia” con l’incarico di seguire le recensioni del teatro “off”: era in corso, in quegli anni, la grande e irripetibile stagione dell’avanguardia romana, da Pippo Di Marca a Memè Perlini, da Carmelo Bene a Remondi & Caporossi. Ho sofferto, quasi tutte le sere, in teatrini malmessi, conventi occupati, cantine affollate, ma l’esperienza di quella scuola di scrittura è stata preziosa e insostituibile.

Poi sono passata a occuparmi saltuariamente di cinema, quindi di nuovo a teatro negli ultimi dieci anni, ma questa volta frequentando gli stabili. Infine, sono tornata a praticare la critica letteraria, utilizzando anche gli strumenti di diffusione della rete che una volta non esistevano.

Nel 1978 ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi di critica letteraria su alcune novelle di Luigi Pirandello. Ci parli di quel periodo, delle atmosfere che si vivevano nell’ambito universitario, delle sue aspirazioni e speranze per il futuro.

Cinzia Baldazzi – Ho frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma nel quadriennio 1974-1978: anni tormentatissimi dal punto di vista organizzativo, politico, di gestione della vita quotidiana. Per conoscere giorno e ora di un esame si doveva consultare con fatica una bacheca (o, nel peggiore di casi, una parte di muro) affollata di centinaia di post-it fissati con puntine, a volte scritti a mano, prima che venissero rimossi o sostituiti; lezioni e seminari erano di frequente interrotti, rinviati o soppressi; l’occupazione del febbraio del ’77 fece saltare mesi di didattica: ero al piano terra della facoltà quando la polizia entrò con gli idranti e mi rifugiai in segreteria. Un giorno Aurelio Roncaglia, ordinario di Filologia Romanza, venne interrotto nell’Aula Magna dall’ingresso di un collettivo contro il fascismo. Allora si rivolse ai giovani disturbatori con parole piene d’ira: «Io ero antifascista nel ’38!».

Il culmine del caos venne toccato quando, in vista della seduta di laurea fissata per dicembre ’78, venni a sapere per caso, da un impiegato, che la mia tesi (consegnata mesi prima in Segreteria) non si trovava più. È vero, ne avevo altre tre copie (per me, il relatore e il correlatore), ma lo shock fu talmente forte che ancora oggi non riesco a ricordare cosa avvenne nelle settimane successive. Forse fu ritrovata, forse no. Ma la mattina del 21 dicembre un fascicolo del mio lavoro era comunque nelle mani del relatore Mario Costanzo Beccaria.

Insomma, il disordine regnava…

Cinzia Baldazzi – Certo, e noi studenti, per i quali qualcuno pagava puntualmente il tutto, eravamo considerati quasi un elemento accessorio non degno di attenzione. Eppure quel periodo è stato vitale di esperienze. Ho avuto l’onore di assistere alle lezioni di Walter Binni con le sue citazioni (bontà sua) in francese e in tedesco; sono stata spettatrice divertita e affascinata degli show del linguista Tullio De Mauro; mi sono scervellata (insieme ad altri) a cercare di ascoltare la voce bassa e roca di Emilio Garroni mentre discorreva di semiotica; ho scoperto la didattica del grande Agostino Lombardo che mentre spiegava Laurence Sterne sembrava lui stesso un imponente Tristram Shandy. E ancora Carlo Salinari, Giovanni Macchia, Diego Carpitella, Mario Alberto Cirese, Maurizio Del Ministro…

Senza dimenticare che, quando mi chiedono dove io abbia conosciuto mio marito Claudio, rispondo: «L’ho trovato all’Università». Era l’autunno del ’74: lui al secondo anno, io al primo. Entrambi seduti, a pochi sedili di distanza, nella penombra dell’allora diroccato Teatro Ateneo, dove seguivamo le lezioni di Storia del Teatro e dello Spettacolo di Adriano Magli. Il resto, come si dice, è storia…

Riguardo la tesi, cosa l’ha portata a dedicarsi a Luigi Pirandello?

Cinzia Baldazzi – La scoperta di Luigi Pirandello risale alla mia seconda media, nel ’67. La madre di Dina Tron, mia amica del cuore, lavorava come formatrice delle insegnanti montessoriane. Frequentandone la casa, mi imbattei nel primo volume Mondadori delle Novelle per un anno, contenente le raccolte Scialle nero, La vita nuda, La rallegrata, L’uomo solo. Lì lessi per la prima volta i testi che ancora oggi porto nel cuore: Nel segno, E due!, L’imbecille, Acqua amara. Conservo ancora quel libro, un’edizione del ’47 semidistrutta dalle ripetute consultazioni, annotata a matita a margine e con pagine volanti. Aveva già avuto un primo restauro da parte di mio suocero, ora ne meriterebbe un secondo.

La sintassi unica, irripetibile della prosa pirandelliana mi è penetrata nella mente, con i suoi guizzi, le contorsioni logiche, gli spiazzamenti, le inversioni: le stesse che hanno poi alimentato tanto suo teatro, culminando in Così è se vi pare. Da studentessa, Tullio De Mauro lesse un mio lavoro (forse una tesina, non ricordo bene): avendo notato un procedere certo non piano e lineare, e sapendo quanto la lettura influisca sul modo di scrivere, mi chiese: «Signorina, ma lei cosa legge?». Con candore, risposi: «Professore, il mio preferito è Pirandello». E concluse: «Ah, beh, allora…».

La scelta di Pirandello come oggetto della tesi parte quindi da lontano…

Cinzia Baldazzi – E venne poi facilitata dalla scoperta che il mio professore universitario Mario Costanzo Beccaria, ordinario di Critica Letteraria, era nipote di Giuseppe Aurelio Costanzo, direttore del Magistero di Roma agli inizi del secolo, il quale aveva aiutato il giovane amico Pirandello ad ottenere la cattedra di Lingua Italiana: fu quasi naturale, allora, scegliere il commediografo siciliano come oggetto della tesi di laurea. Il titolo era Organicità e dialettica nella poetica pirandelliana, e consisteva in un’analisi narratologica e semiotica di sei novelle: La vita nuda, La toccatina, Nel segno, Tutto per bene, La buon’anima, Distrazione. Il giorno della laurea mio padre mi regalò l’intera collezione teatrale Maschere Nude.

Da cronista, ho avuto la sorte di vedere e recensire spettacoli pirandelliani con una formidabile galleria di interpreti: Romolo Valli in Enrico IV e Tutto per bene, Rina Morelli, Paolo Stoppa, Rossella Falk e ancora Valli in Così è (se vi pare), Salvo Randone in Pensaci, Giacomino!, Alberto Lionello in Il giuoco delle parti, Eduardo in Il berretto a sonagli, Lauretta Masiero e Paolo Ferrari in La signora Morli, una e due, più recentemente Gabriele Lavia nei Sei personaggi in cerca d’autore.

In una nostra discussione lei ha scritto una riflessione per promuovere un’importante iniziativa culturale che mi ha molto colpito. La riporto per intero per i nostri lettori: «Sappiamo tutti che la poesia, la letteratura non possono sconfiggere il male. Non lo hanno mai preteso: hanno sempre tentato di fare il loro meglio nell’alleviarne le manifestazioni, nel combatterlo con i propri mezzi, nell’esibire, magari, quando è possibile, strumenti utili ad affrontarlo». Può allargare il discorso per i lettori del blog?

Cinzia Baldazzi – Nella cultura del ‘900, questo aspetto è stato affrontato in un momento cruciale dell’intero secolo: la fine del secondo conflitto mondiale e la disfatta del nazismo. Nel 1949, Theodor W. Adorno, da poco tornato in Germania dopo l’esilio americano, scriveva: «La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie». Per anni, questa radicale affermazione è stata discussa, confutata, demolita, segno che aveva toccato una ferita aperta: nonostante la sconfitta di Hitler, l’intellettuale percepiva il senso profondo di una sconfitta epocale. Adorno avrebbe poi chiarito meglio, ammettendo alla fine l’errore. Nel 1966 scriveva infatti: «Il dolore incessante ha altrettanto diritto di esprimersi quanto il torturato di urlare; perciò forse è sbagliato aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesie».

Negli anni tra i due pensieri, si sviluppa il rapporto tra il filosofo e il giovane Paul Celan, ebreo rumeno di lingua tedesca, sopravvissuto al lager dove morirono i genitori. Il critico Enrico Testa ha spiegato: «Nella poesia di Celan il monito di Adorno si rovescia in una ricerca paradossale ed estrema. Auschwitz, il male storico, diventa il passaggio per un nuovo percorso della parola: la parola lotta con il silenzio e non cede ad esso e al nichilismo: è una parola conquistata nel gorgo muto delle vittime».

Che cosa ne dovremmo ricavare?

Cinzia Baldazzi – Senza voler stabilire un paragone impossibile, abbiamo anche noi, tutti indistintamente, un’esperienza da raccontare: quella del confinamento per oltre due mesi a seguito dell’emergenza sanitaria. Chiusi in casa quasi per l’intera giornata, il tempo non sarebbe dovuto mancare. Ebbene, mi chiedo: con quanto è successo, avrebbe avuto senso prendere in mano un libro di poesie o di narrativa e trasferirsi con tutti noi stessi in un altro mondo? Quasi un ripiego strumentale, evasivo, fine a se stesso? Una distrazione?

È vero, nello sfogliare o nel comporre pagine di un volume percepiamo senza dubbio il conforto di un bello correlato al sollievo dal dolore, dall’angoscia, dal panico: per questo solo, converrebbe leggere o scrivere. Nel mio piccolo, libri come Eratre (2016) e Duecento anni d’infinito (2019), di cui sono stata co-autrice, sono stati concepiti su queste linee-guida. Ma soprattutto Passi nel tempo (2011), dove ho commentato quindici poesie di Maurizio Minniti e nella cui prefazione scrivevo: «Mi pare risulti abbastanza chiara un’idea centrale, che condivido con Maurizio Minniti: assegnare al linguaggio poetico la funzione di aiutare ad accogliere il mondo, a chiarirlo prima di rifiutarlo, a viverci. Se non fosse troppo, a rifondarlo».

Fëdor Dostoevskij ne L’idiota fa affermare al principe Miškin la famosa frase «La bellezza salverà il mondo». Considerazione e auspicio sempre attuali, visto che il nostro mondo è sempre in fibrillazione, tanto da farci temere che possa presto essere interessato da un default generalizzato, ovvero da una sorta di fallimento e insolvenza, per quanto attiene la sfera virtuosa delle relazioni umane. La domanda è: secondo lei il mondo è disposto a farsi salvare dalla bellezza?

Cinzia Baldazzi – Cinque anni fa, nell’estate del 2015, l’allora capo del governo Matteo Renzi proclamò in un convegno internazionale: «La nostra carta d’identità è la bellezza di Pompei, di Venezia, di Roma. Solo la cultura salverà il futuro dell’Italia». Gli rispose Umberto Eco: «La bellezza e la cultura non salveranno affatto il mondo. Anche Goebbels era un uomo coltissimo, ma questo non gli ha impedito di gasare sei milioni di ebrei. La comprensione della bellezza altrui, questa sì invece che può essere importante. Ma non dimentichiamoci anche che ci sono stati grandi criminali che collezionavano quadri». Ebbene, qualche giorno fa, aprendo la home page dell’Ansa, ho letto le parole con cui Giuseppe Conte ha inaugurato gli Stati Generali: «Nel momento in cui progettiamo il rilancio dobbiamo far in modo che il mondo intero possa avere concentrata la sua attenzione sulla bellezza del nostro paese». Non essendo più con noi un Umberto Eco a ribattere, affidiamo le nostre perplessità a due opere dello studioso e semiologo: Storia della bellezza (2004) e Storia della bruttezza (2007). Purtroppo, l’intercambiabilità tra i due concetti, o meglio tra le distinte, opposte percezioni, caratterizza il mondo contemporaneo e non fa ben sperare sul presunto “salvataggio”. Oggi viviamo di certo un indebolimento del senso estetico, al punto di non sapere spesso valutare il “bello”; a lato, riscontriamo una vera e propria cecità che impedisce di riconoscere ciò che è informe, asimmetrico, banale, disarmonico, sgraziato, in una parola: “brutto”. Ed è questo, forse, l’elemento maggiormente preoccupante.

Lei si è nutrita e si arricchita di notevoli letture e frequentazioni culturali. Perché è importante oggi leggere e quale molla scatta in un lettore, quando decide a sua volta di scrivere, così come ha fatto lei e continua a fare?

Cinzia Baldazzi – Se la lettura alimentasse il desiderio di scrivere, sarebbe cosa buona. Però non vedo un automatismo: è vero che il grande poeta è sempre stato un lettore vorace, attento, sistematico, ma nella stragrande maggioranza dei casi io vedo scrittori che hanno scarsa conoscenza della letteratura.

A scuola hanno insegnato che leggere aiuta a scrivere bene. La frequentazione del pensiero di un grande autore lascia nella nostra mente qualche briciola della sua pregevole sintassi, sedimenta le tracce di un lessico ricco e complesso, fissa nella memoria visiva l’uso corretto di apostrofi, accenti, e così via. Anche se non sarebbe necessario un grande autore per insegnare la morfologia della nostra lingua madre, tuttavia…

Si dice: leggete qualsiasi cosa, ma leggete. In realtà non è proprio così: per una vera scuola di scrittura (nello stile, nella sintassi), devo rivolgermi a Manzoni, Pirandello, Calvino. Quando l’autore dei Promessi sposi si trasferì a Firenze con la famiglia per imprimere una svolta linguistica al romanzo, passava le giornate con i letterati e parlava con la gente lungo l’Arno («nelle cui acque risciacquai i miei cenci»), ma la sera, a lume di candela, leggeva e rileggeva Guicciardini, con la sua impostazione classica, tante subordinate, periodi ampi, verbo all’ultimo posto.

Da parte mia, ai tanti amici poeti e novellieri che a volte sono preda di una incontenibile coazione a scrivere, non posso che suggerire di dedicare maggior tempo a leggere. Attività oscura, svolta in intimità, senza un apparente e immediato riscontro. Ma accrescitiva, gratificante, ricca di suggestioni alla distanza. Del resto, Jorge Luis Borges amava ripetere il suo distico: «Altri si vantino delle pagine che han scritto; / io vado fiero di quelle che ho letto».

Apprezzo molto di lei il fatto che si prodiga nel portare avanti un’intensa e riconosciuta opera di diffusione della poesia e della letteratura in generale, attraverso la divulgazione di nuovi autori, presentazione di libri, organizzazione di incontri tra poeti, coordinamento di reading, interventi critici, partecipazione come presidente di giuria in concorsi di poesie letterari. Come riesce a conciliare tutto questo lavoro e qual è il carburante che le dona tanta energia?

Cinzia Baldazzi – Partiamo, questa volta, dalla conclusione. A settembre del 2018, l’amico Nicola Paone ha voluto assegnarmi il Riconoscimento alla Carriera “Labore Civitatis”, all’interno della sua manifestazione “Tra le parole e l’infinito”. Ricevere il premio davanti a centinaia di persone, nello splendido cortile di San Leucio a Caserta, sotto le stelle di una mite serata di settembre, è stata un’emozione che non dimenticherò facilmente.

Ho avuto altri riconoscimenti in seguito (Verbumlandiart, la Macina onlus, I colori delle parole), ma porto nel cuore quel premio perché ha costituito il punto d’arrivo di un’attività portata avanti da anni. Ho organizzato reading, stimolato l’incontro tra poeti, presentato libri sotto forma di evento, concesso tante prefazioni a “opere prime”, fornito suggerimenti per libri e antologie, commentato numerosi scrittori che ho poi visto crescere con merito.

Per alcuni anni, luoghi privilegiati dei miei incontri sono stati due locali romani di Trastevere, il “Mameli27” e “Lettere Caffè”. Ma ho parlato di letteratura anche in gallerie d’arte, librerie, piccoli teatri, e ultimamente – con l’iniziativa Poesia Gourmet Itinerante – nei bar di quartiere, nei pub, nelle discoteche, persino in una sala da bowling.

Due sono i libri importanti in uscita entro fine anno, in collaborazione con una poetessa e con uno scrittore. Per ora non posso dire di più.

Dal suo curriculum si evince che lei ha collaborato con importanti personaggi del mondo della televisione in RAI. Ci parli in breve di queste esperienze.

Cinzia Baldazzi – Alla fine degli anni ’80 ho cominciato con la radio, per passare poi a Raiuno dove sono rimasta fino al 2010. Il primo programma importante, nel ’90, è stato Trent’anni della nostra storia di Carlo Fuscagni, allora direttore di rete. Dopo collaborazioni varie (con Mixer di Giovanni Minoli, con Antonella Boralevi), approdai nell’estate del ’95 a Carràmba che sorpresa: il compito di noi redattrici consisteva nel cercare e organizzare i cosiddetti “ricongiungimenti” tra gli italiani e i parenti emigrati all’estero che non vedevano più da decenni. Raffaella Carrà e Sergio Japino, conoscendo la mia esperienza di viaggi internazionali, mi affidarono subito il compito di girare il mondo per conoscere coloro i quali sarebbero poi dovuti tornare in Italia di nascosto e abbracciare in diretta televisiva i parenti, invitati quella sera in studio come semplici spettatori con l’ausilio di un “gancio”, ovvero di un complice. Lavoro faticoso, complesso, di grande responsabilità, che richiedeva una disponibilità totale: incuranti del fuso orario, mi chiamavano in piena notte dall’Australia o dall’Uruguay.

Con Raffaella ho lavorato alle sette edizioni del programma, dal 1995 al 2002: sono stata cinque volte in Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela, ho viaggiato in Australia, Cile e Stati Uniti, ho effettuato missioni in Germania, Irlanda, Inghilterra e Spagna. Ovviamente, per conoscere la persona oggetto di sorpresa, ho visitato decine e decine di famiglie in lungo e in largo per l’Italia, dalla Liguria alla Puglia, dal Friuli alla Sicilia. Ho dato molto a Carràmba che sorpresa e ho ricevuto altrettanto in termini di conoscenza della psiche umana, del carattere degli individui, delle culture e dei comportamenti.

Inoltre, non dimentico come una parte cruciale del mio lavoro, una volta rientrata in Italia dalle missioni, sia stata quella di scrivere: per Raffaella avevo approntato, e affinato nel corso degli anni, vere e proprie storie di famiglia, con date, episodi, dichiarazioni, spostamenti, una sorta di “racconto” sui generis dettagliato e partecipato per ogni singolo caso, così da costituire la base per il copione che poi gli autori avrebbero preparato per la puntata. Ciò non toglie che interi brani Raffaella li abbia citati per intero durante la diretta.

Più recentemente, ha avuto l’occasione di collaborare con Pippo Baudo…

Cinzia Baldazzi – Ho concluso il mio passaggio su Raiuno partecipando a quattro edizioni di Domenica In, due con Mara Venier, due con Pippo Baudo. Uomo di grande cultura e di capillare informazione, Pippo mi affidò vari incarichi, tra cui il “Tour de Chant”, una sorta di contest per cantanti lirici; la rubrica dei libri, incontri settimanali con autori (mi è rimasto impresso quello con Alberto Bevilacqua); ma soprattutto un concorso di poesia a cui parteciparono migliaia e migliaia di scrittori, e le cui poesie io dovetti leggere una per una. Con molti dei vincitori sono rimasta in contatto: tra questi Maurizio Minniti, con cui l’anno dopo ho pubblicato il libro Passi nel tempo. L’idea di Pippo ebbe successo, con votazioni ogni domenica pomeriggio in diretta. Il concorso volle intitolarlo, profeticamente, “Popolo di poeti”.

Protagonisti – Lo scrittore Giuseppe Tamburello dialoga con la vita alla scoperta dell’origine della vita stessa

Copertina del Dialogo con la vita di Giuseppe Tamburello

Il gioco di parole contenuto nell’intestazione nasce dal titolo di due delle numerose opere dello scrittore Giuseppe Tamburello (nella fotografia in alto), protagonista dell’odierno articolo in evidenza nel mio blog. Il nostro autore è nato a Ribera in provincia di Agrigento, ma è residente a Cuggiono in provincia di Milano. Desta molta curiosità la lettura di due testi, Dialogo con la vita (Oceano Edizioni – 2020) e Origine della vita (Convivio Editore – 2017), che fanno bella mostra insieme a saggi e raccolte di poesie di Giuseppe Tamburello. Il poeta José Russotti ha scritto recentemente di lui: “Spesso nei suoi versi, con un trapelato accenno alla poetica leopardiana, riesce a scovare le cadenze più intense e al tempo stesso più dirette per denunciare il male di vivere dell’uomo. Ma il suo scetticismo non nasce solo come reazione alla delusione di un aspirazione di vita all’insegna della festosità e della completezza. Il malessere che mostra non è mai accettazione dolorosa ma pura ed essenziale rivendicazione del diritto alla felicità, protesta e insurrezione eroica contro tutte quelle forze che soffocano l’impellente necessità di vivere…”. La scrittrice Francesca Luzzio scrive nella rivista Il Convivio a proposito del libro Origine della vita di Giuseppe Tamburello : “l’autore nel suo saggio sull’origine della vita, ci pone di fronte a domande a cui neanche i più grandi scienziati e filosofi di tutti i tempi hanno saputo dare razionale risposta e le conclusioni a cui perviene, sono una convinta manifestazione dell’impotenza umana, di fronte a problematiche che superano le nostre limitate capacità e per le quali solo la fede e l’amore possono soccorrerci. Ogni scoperta scientifica è superata da un’altra, ogni convinzione filosofica appare insufficiente, sicché alla fine nessuno è riuscito a spiegare con certezza l’origine dell’universo, della vita, nessuno sa dirci cosa c’è dopo la morte.

Cosa significa per te scrivere, in che modo la scrittura ti ha arricchito e come si è evoluta nel tempo.

Giuseppe Tamburello – Scrivere, per me significa dare vita alle idee. Infatti, le idee sono pensieri impresse nella mente, che riaffiorano nella memoria per farci rivivere il passato. Altresì ci sono momenti particolari durante i quali queste idee diventano un tormento interiore, che come per magia ti portano a scrivere. Quando scrivo, per diletto o per un preciso progetto letterario, il mio coinvolgimento è totale. Infatti prima di scrivere: vivo, rivivo e do vita mentalmente a tutto ciò che devo mettere nero su bianco. Questo perché, la scrittura così come la lettura rappresentano per me una necessità intellettuale, un qualcosa di prezioso che difficilmente posso farne a meno. Devo tanto alla lettura e alla scrittura. Come diceva Sant’Agostino “Circulus et calamus fecerunt me doctorem” (La lettura, la conversazione e l’esercizio della scrittura mi hanno fatto diventare dotto). In questo senso la scrittura mi ha arricchito e reso cosciente del grande valore della curiosità e voglia di sapere. Nel corso degli anni, il mio modo di scrivere, pur mantenendo continuità nello stile, si è evoluto nei contenuti. Secondo me, lo stile nello scrivere è personale e si identifica col pensiero. In altre parole, è come il corpo che appartiene all’anima. Col trascorrere degli anni, ho maturato l’idea che il mio fine è quello di scrivere per essere capito e non per essere interpretato. Questo spiega perché la chiarezza della mia scrittura “rende semplici, argomenti complessi e di indubbia difficoltà” (Prof.ssa Silvana Vassallo).

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Giuseppe Tamburello – Sarebbe pura ipocrisia dire: nessuna, o poca importanza. Fa sempre piacere partecipare, e ancora di più, ricevere un premio o un riconoscimento pubblico della propria opera. Non si tratta solo di vincere un premio, ma in egual misura stabilire delle relazioni amichevoli ed interscambi con altri autori. Cito solo due, dei tanti premi vinti e che mi hanno reso felice, non per vanità, ma per il valore del riconoscimento: Libro d’Argento 2018 al Premio Internazionale di Poesia e Prosa – dell’Accademia Il Convivio, per il mio libro: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea? Inoltre, il Premio Letterario – Mons. Giuseppe Petralia, Vescovo e Poeta II Edizione – 2019, per il volume Giochi di strada e Tradizioni popolari. Questo riconoscimento viene assegnato a Personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Giuseppe Tamburello – La poesia è qualcosa che senti dentro, che ti strugge e accarezza l’anima. E’ qualcosa di intimo, spontaneo, una voce che ti chiede in maniera silenziosa e per certi versi assordante, di renderla manifesta e portarla all’aperto in mezzo allo spazio, come l’aria che si respira. Una volta resa pubblica non è più tua, non è di nessuno ma appartiene a tutti. Una delle principali doti della poesia sta nel ritmo, perché il suono delle parole è fondamentale in ogni scritto creativo, ma la poesia, in modo particolare, non potrebbe assolutamente esistere in solitudine e nel silenzio, senza il suono, senza musicalità. “Potrei innalzare un canto e voglio cantarlo, sebbene sia solo in una casa vuota e debba cantare nelle mie stesse orecchie” (Friedrich Nietzsche). Inoltre, la rima aumenta ancora di più la probabilità che un verso venga ricordato. “A tutti par che quella cosa sia, che più ciascun per sé brama e desia”(Ariosto). 

Nelle tue opere spesso ti rifai alle tradizioni locali, che importanza hanno l’identità e la memoria spesso veicolate attraverso la scrittura?

Giuseppe Tamburello – Sono nato in un paese a vocazione agricola, i miei genitori, i nonni e i nonni dei miei nonni, lavoravano la terra. Amavano il profumo, i sapori, i colori e ogni cosa che li riconducesse alla terra, la nostra terra. Per questa ragione l’identità siciliana scorre nelle mie vene, è dentro di me: “Arde nelle mie vene siculo sangue e sono della mia terra fedele amante…” (Adolescenza dal libro Dialogo con la vita). Diceva Goethe: “Un popolo che non ha memoria storica non è un popolo civile”, e poi Puskin: “Il rispetto per il passato contraddistingue la civiltà dalla barbarie”. Inoltre la passione per le tradizioni locali, contribuì in maniera determinante alla stesura e pubblicazione del mio libro “Giochi di strada e Tradizioni Popolari” (Il Convivio Editore). 

Impara l’arte e mettila da parte ovvero l’importanza del lavoro nella vita di ciascun uomo. Nella tua biografia metti in evidenza il tuo approccio al mondo del lavoro sin da giovane. Se puoi parlarcene?

Giuseppe Tamburello – Ricordo che negli anni ‘40/50, l’’età delle Scuole Elementari e Medie, la maggior parte delle famiglie, mandavano i propri ragazzi a “lu mastru” (maestro artigiano), per fargli imparare un “mestiere”. A giustificazione di questa usanza, veniva citato il motto: “impara l’arte e mettila da parte”. Da ragazzo frequentavo la pasticceria gelateria dei fratelli Bonafede, per imparare “l’arte del pasticciere”. Invece durante il periodo delle scuole superiori, anziché fare le vacanze estive, andavo a lavorare per tre mesi l’anno presso la direzione agricoltura dello stabilimento: Zuccherificio di Granaiolo – Firenze. Finiti gli studi, sempre per ragioni di lavoro, mi trasferii a Milano alle dipendenze di una grande industria Dolciaria. Il lavoro era interessante e mi piaceva tantissimo. Nel giro di alcuni anni, assunsi incarichi dirigenziali che mi accompagnarono fino all’età della pensione.

Hai progetti nel cassetto?

Giuseppe Tamburello – Certamente. Ho dei sogni nel cassetto che mi piacerebbe portare a termine. Uno tratta Il perché della religione nell’uomo primitivo. Un altro sogno è quello di completare una già avviata raccolta di racconti. Però, ciò che mi rammarica è la consapevolezza di non aver più tempo a sufficienza per realizzarli.

PUBBLICAZIONI:

“GIOCHI DI STRADA E TRADIZIONI POPOLARI” – Il Convivio Editore

“PROVERBI E DETTI SICILIANI” – Il Convivio Editore

“ORIGINE DELLA VITA” – Creazione divina o Generazione Spontanea? – Il Convivio Editore

“DIALOGO CON LA VITA” – Il Convivio Editore

PENSIERI D’AMORE” – Appesi all’albero della nostra vita – (inedito)

BIOGRAFIA:

Giuseppe Tamburello nasce nell’aprile del 1941 a Ribera (AG). Trascorre l’infanzia e l’adolescenza, prima in via Chiarenza e dopo, in via Re Federico. Passa il tempo libero, come la maggior parte dei ragazzini di quel tempo, tra “giochi di strada” e “lu mastru”; il cui tradizionale motto era: “impara l’arte e mettila da parte”.

Nei primi anni 60 frequenta l’Istituto Tecnico Agrario di Sciacca. Durante il periodo estivo per mantenersi agli studi, si reca a lavorare per tre mesi l’anno, presso lo stabilimento dello “Zuccherificio di Granaiolo” Castelfiorentino (Firenze). 

Nel giugno del 1963, consegue con pieno merito, il diploma di Perito Agrario. Continua a lavorare a Firenze e vi rimane fino al settembre del 1963. 

Successivamente, sempre per ragioni di lavoro, si trasferisce a Milano alle dipendenze dell’Industria dolciaria Alemagna S.p.A. 

Nello stesso periodo, frequenta per un paio d’anni la facoltà di Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano. Smette di seguire i corsi universitari perché assorbito completamente dagli impegni di lavoro, che lo porteranno nel corso degli anni, ad assumere responsabilità dirigenziali. 

Vive a Milano fino al 1970; nel 1971 si sposa e si trasferisce a Cuggiono (MI) ove tuttora risiede, con la moglie Rosalba e la figlia Sabrina. Da quando è in pensione, si diletta a scrivere libri di narrativa, di poesie e Racconti di vario genere.

Nel 2012 pubblica il suo primo libro intitolato: Giochi di strada e Racconti – Come si viveva a Ribera negli anni ‘50. L’Autore descrive con efficacia i vari giochi di strada e le irripetibili prime emozioni dell’adolescenza. Inoltre, nei vari racconti, affiorano e si alternano i ricordi familiari ricchi di struggente nostalgia e gli usi e costumi della vita contadina e artigianale riberese, negli anni ‘50.  

Nel 2013 porta a compimento il suo secondo libro-diario: Pensieri d’Amore (Appesi all’albero della nostra vita) in cui descrive, con una prosa bella come la poesia, la sacralità della famiglia.

Nel 2014 pubblica un libro di poesie dal titolo: Il mio canto alla vita. I temi affrontati sono quelli universali: la natura; la fanciullezza; la vecchiaia; la solidarietà; la primavera; il pensiero all’origine di tutto. Con questo libro, Giuseppe Tamburello, uomo pragmatico e a volte sognatore, riesce con la forza del suo pensiero creativo, a spaziare tra sogni, sentimenti e fantasia.  

Nel 2017 pubblica, assieme a Don Antonio Nuara, un altro libro dal titolo: Proverbi e Detti siciliani.

I ‘detti’ sono le genuine espressioni delle narrazioni orali, provenienti dalla saggezza popolare e abbracciano tutte le espressioni della vita, propria della civiltà contadina. 

Nello stesso anno, pubblica un altro nuovo libro: Origine della Vita Creazione divina o Generazione spontanea? Per l’autore è un ritorno alla sua giovanile passione di approfondire le conoscenze su come abbia avuto origine l’Universo e come sia apparsa ed evoluta la Vita sulla terra. Il libro tratta uno degli aspetti più interessanti e controversi del genere umano; vengono minuziosamente analizzate le varie teorie scientifiche e filosofiche, il tutto attraverso un percorso tra Scienza, Fede e Ragione.

Nel 2019 pubblica una nuova edizione del libro: Giochi di strada e Tradizioni popolari

Infine, nell’aprile del 2020 esce, con molte altre poesie, la nuova edizione, del libro: Dialogo con la vita.

SINTESI DEI RICONOSCIMENTI

È presente nelle seguenti Antologie:

Premio Poesia, Prosa (Il Convivio 2018)

Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca” 2019

Premio Pontevecchio – Firenze 2019

Enciclopedia di Poesia Italiana (Fondazione Mario Luzi)

Premio Internazionale di poesia – Città di Varallo 2019

Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti” 2019

E tante altre.

Le sue opere hanno ricevuto diversi riconoscimenti:

“Libro d’Argento 2018” al Premio Inter. dell’Accademia Il Convivio per il saggio: Origine della vita – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio “Keramos” al Premio Letterario Nazionale “Sul far della sera” 2019, per il Racconto: 

Il Vecchio contadino e il Giovane sapientone. 

Diploma d’Onore al concorso Premio Letterario “Milano International 2019” per il libro Origine della vita” – Creazione divina o Generazione spontanea?

Premio Letterario Mons. “Giuseppe Petralia Vescovo e Poeta” 2019 per il volume: Giochi di strada e Tradizioni popolari. Il Convivio Editore.

Questo riconoscimento viene assegnato a “personalità di grande spessore culturale e che ognuno nel proprio campo rappresenta un’eccellenza.”

Come poeta ha ricevuto:

Menzione d’Onore al Premio Accademico Internazionale di Letteratura Contemporanea “Lucius Seneca 2019” per la poesia Sognar l’Amore.

Menzione al Premio Artistico Letterario Nazionale “Sul far della sera 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Diploma d’Onore e Menzione d’Encomio al Premio Internazionale “Michelangelo Buonarroti 2019” per la poesia Ciò che mi resta.

Premio Internazionale di Poesia “Città di Varallo 2019” per la poesia Pensieri tra fantasia e realtà.

Premio Letterario Internazionale “Universum Switzerland 2020” per libro Origine della vita- Creazione divina o Generazione spontanea?

Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

Protagonisti – Mario Tamburello quando la poesia diventa arte del ricordare [VIDEO]

Ho conosciuto il poeta Mario Tamburello (nella fotografia in evidenza realizzata da Enzo Merlotti) grazie all’eco del successo ottenuto dalle sue numerose opere, che si sono affermate in diversi premi di livello nazionale, attraverso tutto lo stivale da nord a sud e viceversa. Si perché nell’animo e nei versi di Mario Tamburello trovano dolce accoglienza e terreno fertile tradizioni e tratti appartenenti al nord Italia, ma anche all’estremo sud nelle terre assolate dell’agrigentino che hanno dato i natali a grandi uomini letterati quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Antonio Russello.

A Cuggiono, cittadina della città metropolitana di Milano, vive il nostro poeta ed è qui che è nato nel 1950 Angelo Branduardi, poesia e musica insieme in un virtuoso abbraccio mi vien da dire e poi come non andare con la mente su per le acque del Ticino, con i suoi antichi ponti, che attraversa quei luoghi meravigliosi, pingui terre di pianura irte di storia.

In questo contesto, pregno di ispirazioni e di ricordi, nascono le poesie di Mario Tamburello che,  come anticipato nel titolo, hanno il pregio di fare rivivere antiche atmosfere, nostalgie e ricordi plasmate e arricchite dall’essere uomo contemporaneo lavoratore, marito, padre. E poi tante premurose parole che tradiscono un animo sensibile e generoso. Per conoscere meglio il poeta consiglio di leggere la sua biografia (clicca qui) e di continuare la lettura del post con le domande che gli ho posto e le sue risposte a seguire.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Premio_Internazionale_di_Poesia_Città_Marineo
Premio Internazionale di Poesia Città Marineo

Mario Tamburello – “Ho incominciato a scrivere piuttosto recentemente, correva l’anno 2007. Una riflessione mi interpellava allora di continuo. Questa: è necessario scrivere quel che alla mente si presenta, quel che proviamo visitando lo spazio dell’Amore o salendo al luogo della sofferenza e dell’Anima, dove tutto è raccolto interamente, dove il dolore profondo è difficilmente condivisibile ed esperienza solitaria? Per me era divenuto inevitabile, indispensabile, direi vitale, da quando almeno decisi di smarcarmi, anche per poco, dalla realtà dolorosa che mordeva gelosa. “Gruppu ntra l’arma/ mpidia di parlari./ Quannu un juornu,/ disìu di scriviri/ si fici focu…/ ni ss’agnuni, /friddu senza luci/ scuru senza vuci/ nputa di pinna/lu mè sentiri/ lestu si misi.”. (da Accussì fu). Poesia laddove sfiorata, comunque scrittura come opportunità di rinascita attraverso la raccolta di pensieri sciolti che emergevano dalla distonia rigida del corpo, espressione dell’angoscia, altre volte della speranza, e di più, della consapevolezza che ancora, a dispetto di tutto, vi erano cose da fare, da dire, da sentire. La scrittura cominciava a vestirsi del piacere di comunicare, di testimoniare un’esistenza e diventava mezzo terapeutico, via creativa che permetteva di uscire liberi dall’immobilismo e dall’isolamento che una condizione di malattia cronica degenerativa stava inducendo”.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mario Tamburello – “I riconoscimenti letterari, quelli seri, sono appuntamenti di “notorietà”, chiaramente di gratificazione per un autore, specialmente per chi come me, autopublisher, non ha alle spalle una casa editrice che promuove e distribuisce il libro. Non sono certo, almeno personale giudizio, corse ansiose al medagliere più ricco o alla coccarda dello scrittore più “bravo”, ma occasioni di incontro e confronto con critici e autori, senza nessuna velleità altezzosa e diffidente verso alcuno. Talora dallo scambio di qualche libro nascono amicizie che si sviluppano nel tempo. Il riconoscimento più alto è comunque la riuscita trasmissione e condivisione delle emozioni in un rapporto privilegiato con i lettori, nelle situazioni spesso meno rituali e più imprevedibili”.

(La scrittrice Germana Peritore interpreta una poesia di Mario Tamburello)

Interessante questo connubio di uomo cresciuto al nord, ma di chiare origini siciliane che, attraverso la poesia, si esprime prevalentemente in lingua siciliana. Raccontaci di questo connubio, come avviene e come si sviluppa?

Mario Tamburello – “Soprattutto autore in lingua siciliana. Un dato di fatto. Motivo? Penso che tutto nasca dalla formazione e dalla curiosità. Dalla formazione in primis: mia madre mi parlava del suo mondo, della storia familiare, dei racconti ironici e irriverenti di Giufà, ora stolto ora briccone. Cantava le sue emozioni in sicilianu strittu, mi educava agli usi di Sicilia.  Da lei tanto e molto più: la vita e il bene. Da lei la lingua delle mie “poesie”. Ho trovato quindi naturale, dal principio, raccontare del mio sentire usando suoni e immagini che fin da piccolo ho collezionato nello scrigno della memoria. Nei momenti di maggiore concitazione emotiva, di riflessione più calda, intima, la lingua originaria risale e torna alle labbra per istinto.

-La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata” (G. Pasquali) -. I terreni sono quelli dell’amore e del dolore, del dubbio e della speranza. La roccia la pietra lavica dei miei Padri.

Il vernacolo usato è quello ereditato quindi, parlato nell’area sicana di Cammarata e San Giovanni Gemini, entroterra agrigentino. Idioma musicato con le note del sentire e del fare, insieme alle pause dell’approfondimento linguistico, della tensione conoscitiva che rufulìa e cuogli nella storia di quei luoghi continuamente visitati e ritrovati, Accussì Il linguaggio del mondo antico e sobrio, fasciato con gli aromi e le tradizioni che si sono succedute tra pini e ulivi di collina, mandorli e spighe di frumento, nei secoli, dà parola alle personali emozioni di oggi.  E scrivendo in ssa manera “Pari xhiumi/ca curriennu/s’assìrina sulu/ vasannu lu so mari.” (da ACQUI)”

In una nostra conversazione ti sei definito un comunicatore asciutto ed essenziale dei sentimenti veri, senza ricorso a vezzi estetici e compiaciuti rimati versi stucchevoli. Vuoi ampliare il ragionamento e la descrizione di Mario Tamburello poeta e uomo per i nostri lettori?

Mario Tamburello – “Le definizioni sono gabbie, vicoli stretti e ciechi dove la personalità come l’ispirazione poetica è spinta in un angolo, messa a muro. Più che definirmi e catalogare il mio modo di scrivere, ho cercato di parlare dello stile al quale tendo. Semplicità ed essenzialità, questi i modelli, quando non di rado invece si è presi dal’enfasi e dalla esuberanza. Le emozioni vere e sentite non hanno bisogno dell’eccesso, che imprigiona la forza del messaggio. Dire molto con poco: il Multa paucis dei Romani. Peraltro Francesco De Sanctis diceva: ”La semplicità è la forma della vera grandezza”.

Più in dettaglio riguardo l’uomo e il poeta, che dire? Lasciamo ai lettori di cogliere i tratti. Il profilo è lì, tra le parole intimamente intrecciato delle mie “poesie”.

INCOMPRESO CANTIMBANCO
Non sempre
puoi essere capito,
apprezzato,
amato.
Da dogmatici critici,
aristocratici sapienti del rimato vezzo,
sempre
rifuggo.
Parole sciolte
valigie di pensieri
legano.
Non altero
né geloso,
non posatore di ricercati versi svenevoli,
semplice pellegrino cantimbanco,
in solitudine,
errante,
i sandali
logoro
nel mio vissuto.

A quale raccolta di poesie sei particolarmente affezionato e perché?

Mario Tamburello – “Le sillogi edite ad oggi sono 7. Ciascuna ha un significato, un richiamo emozionale diverso. Tutte mi sono care, difficile quindi dire. Salomonicamente citerei come favorita PINSERA SCUTULIATI, perché questa è la silloge che tutte le altre scritte in lingua siciliana comprende: opera omnia delle poesie scritte dal 2007 al 2019, setacciate, rivedute e curate con certosino piglio. E un cenno all’ultima dal titolo ARROCCO, raccolta di liriche in italiano, componimenti dal 2015 al 2019, tranne due “acquerelli” più una dedicata ad Andrea Camilleri scritte in siciliano.

Progetti futuri?

Mario Tamburello – “E domani? La produzione continua, l’ispirazione sempre alta non conosce pause prolungate, quasi volesse a tappe “forzate” procedere per uno stato di agitazione comunicativa che non si placa, perché muove sempre dalle stesse motivazioni originarie: nonostante tutto c’è sempre qualcosa da sentire, da dire, da fare. E questo è appagato sempre più dal piacere di comunicare scrivendo. Aggiungo solo che un altro progetto, si affiancherà alla raccolta di poesie già in divenire. Un libro di aforismi, di pensieri sciolti e ripresi, scritti in polilinguismo ovvero facendo uso contemporaneo di più idiomi: dal siciliano all’inglese, dal siculish al latino, dall’italiano al meneghino.

Antonino Schiera

Galleria Fotografica

Protagonisti – Buon Anno 2020 e grazie a tutti gli amici del mio blog [VIDEO]

Come da tradizione pubblico un mio breve video di auguri per tutti gli amici del blog e a seguire le fotografie più significative di questo anno 2019 appena trascorso.

Galleria Fotografica 2019

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Protagonisti – Grazia Annichiarico artista poliedrica nel campo della pittura e della poesia [VIDEO]

Torno a parlare di Grazia Annichiarico artista pugliese che si esprime attraverso la pittura su tela, sui sassi e attraverso la poesia. Sua è la silloge poetica dell’anno 2018 I toni caldi del cuore, che è stata presentata più volte in terra di Puglia e, rimanendo nel campo poetico, segnalo l’ottimo risultato conseguito in terra di Sicilia nel mese di giugno 2019, con l’attribuzione della Segnalazione di Merito al Premio Letterario per Silloge  di Poesie Inedite Pietro Carrera con l’opera Goccia su goccia… il vivere.

Per chi non lo sapesse Grazia Annichiarico è anche una bravissima ritrattista, attività che necessita di un grande senso di osservazione dei particolari, una buona dose di pazienza e dedizione estrema. Per averne prova basta osservare le due fotografie che seguono:

 

 

Il ritratto che mi raffigura, opera di Grazia, è realizzato su foglio di cotone dimensione circa 50×60, materiale utilizzato: matite di grafite e carboncino e da qualche giorno arricchisce la mia stanza. Lo trovo molto ben fatto e penso che un ritratto, senza nulla togliere alle fotografie, abbia un valore che si perpetua nel tempo e una grande valenza decorativa per la propria casa.

Non aggiungo altro se non dirti che se ti interessa ordinare un autoritratto, un quadro o un meraviglioso sasso dipinto da Grazia Annichiarico la puoi contattare al suo cellulare attraverso i suoi profili facebook. Grazia Annichiarico è un’artista che merita la massima attenzione per il suo valore.

L’arte di Grazia

Profilo Facebook

Telefono Cellulare: 347 033 3644

(per conoscere meglio l’artista clicca qua)

 

 

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PRESENTAZIONE DEL LIBRO I TONI CALDI DEL CUORE DI  GRAZIA ANNICHIARICO