Protagonisti – Mimma Raspanti ed Eugenio Montale un incontro poetico che ha dato i suoi frutti.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa Mimma Raspanti. L’autrice, come da copione ben collaudato, ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvi conoscere il suo pensiero poetico e il suo percorso artistico. Credo di intravedere in lei qualcosa di valido e ritengo che la lettura delle sue poesie, sia in lingua italiana che siciliana, lascino il segno. In quanto pregne di significato e frutto di accurato studio, alimentate dal un amore profondo e sincero verso l’arte poetica ancora non del tutto espresso, pertanto mi sento di rivolgerle un grande in bocca al lupo per le future produzioni.

Copertina

La prima domanda riguarda un accostamento molto importante che metti in evidenza nella tua biografia artistica. Mi riferisco alla silloge poetica che recentemente hai dedicato al grande poeta Eugenio Montale. I lettori del blog sono certamente curiosi di conoscere come nasce questo connubio e come si è sviluppato.

Mimma Raspanti – Per raccontare come nasce questo connubio devo partire dall’inizio, dal momento in cui è nato l’interesse per la poesia, se me lo concedi te ne parlo. Credo che in tutto questo ci sia qualcosa di surreale: la poesia mi ha cercata. Avevo scritto quattro versi come fanno tutte le ragazzine in età adolescenziale, poi a vent’anni, leggendo Dante scrissi di getto due poesie in un italiano arcaico, in perfetti endecasillabi e rime alternate. Ebbi paura, era come se conoscessi già quelle poesie, le sapevo a memoria e le stavo solo trascrivendo. Avevo la sensazione che “qualcuno” dettasse, perciò mi spaventai e non scrissi più niente. Fino a quando, il primo gennaio del 2008, ascoltai in televisione Roberto Benigni che declamava Dante e lì, di nuovo, mi prese l’istinto di scrivere, mi alzai nel cuore della notte e corsi a prendere carta e penna per scrivere dei versi che mi passavano per la mente e non mi facevano dormire, anche questi in rima alternata e tutti in endecasillabi. Capii in quel momento che potevo e dovevo scrivere, non sapevo per cosa o per chi, ma era come se la poesia avesse una missione da compiere, voleva esistere e mi stuzzicava perché io l’assecondassi. Così comprai il mio primo libro di poesie, per saperne di più, comprai Montale. Solo a citarne il nome mi vengono i brividi. Montale mi catturò subito, il suo “Ossi di seppia” era per me come un Vangelo, lo tenevo sempre con me, mi emozionavo pure quando non capivo ciò che leggevo. E tutte le volte scrivevo qualche poesia, mi contagiava, mi stupiva perché sentivo quello scorrere della poesia che non era mia, ma mi apparteneva. Scrivevo sul libro stesso, e su tutto ciò che trovavo a portata di mano, tovaglioli, calendari, notes. Per lui e con lui ho scritto, sentendo il suo aiuto quando qualche parola mi sfuggiva e d’incanto veniva fuori. Mi convinsi che io non avrei mai potuto scrivere senza la sua “presenza”, diventò il mio Maestro, il mio Amore, la mia Poesia. La prima che scrissi per lui l’ho inserita nella mia prima raccolta “A metà della vita”, ha per titolo “Mi illudo”: 

“Mi illudo
se il mare che a te caro
pare e fugge
sui tuoi salmastri fogli vive,
ora verdastro, ora azzurrognolo,
spumoso, col suo mutar mi inquieta
e si rimena dentro ai miei pensieri
scrollando fuori miti e sentimenti.
Non sarò mai maestro
ed è il tuo dire 
che dolce al mio vestibolo
si siede e, sì, m’appare in canto,
per esso scrivo.
Non ho parole mie
le cerco e seguo il rivo
che al mare tuo mi porta
e tutto ad esso invoglia
poi si trasforma.
Per tale mia pazzia
lacrime assorbo,
sarebbe più concreto dire:
“sono” – e tanta boria –
eppur di povertà mi vesto 
o di squilibrio
se aspetto il mare tuo colle sue onde
sciabordar di sacra musa la mia mano,
ed ecco, scrivo, e il tuo futuro inesistente,
vedi? avanza e vive - caro, ancor prezioso –
nei miei sogni.”

La tua poetica si esprime sia in lingua italiana che in lingua siciliana. In una recente conversazione con lo scrittore Salvatore Mirabile ho affrontato il tema riguardante la difficoltà di produrre un dizionario completo, che possa essere di riferimento per chi scrive in siciliano. Cosa ne pensi tu? 

Mimma Raspanti – Mi accorgo che ognuno scrive a modo proprio, ognuno secondo la propria parlata, ma la grammatica dovrebbe essere unica e spesso mi trovo in difficoltà anch’io, mi oriento con la lingua italiana. Sono d’accordo con Salvatore Mirabile, se non si arriva a una grammatica unica, da insegnare nelle scuole, saremo sempre tutti in balìa del dubbio. Il confronto tra i vari studiosi, tra poeti e scrittori è, secondo me, importante per cominciare il cammino verso un’unica direzione, un confronto che non miri a mettere in rilievo il proprio pensiero a scopi egocentrici, ma che sia aperto ad accogliere il punto di vista altrui per il bene unico della lingua. Mi rendo conto che questo può sembrare un’utopia, ma l’impossibile può sempre diventare realizzabile con la forza della buona volontà.

Poesia e pittura sono una bella accoppiata e nel tuo caso ti si può conoscere e apprezzare attraverso queste due importanti espressioni artistiche. Raccontati ai lettori non solo nella tua veste di poetessa ma anche in quella di pittrice. 

Opera di Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – Non c’è molto da dire in proposito, credo che le passioni si dovrebbero seguire perché sono talenti divini che ti sono stati messi a disposizione per diffondere la bellezza, quella che cura la vita. Sono sempre stata brava nel disegno, e avrei voluto fare il liceo artistico, ma non c’era nella mia città, e mio padre, da umile barbiere, non poteva permettersi di mantenermi agli studi lontano da casa, c’era già mio fratello che studiava a Palermo e lui ha avuto la priorità, perché, secondo la mentalità del tempo, doveva portare il pane a casa, mentre la donna doveva essere mantenuta dal marito. Mi ha così avviata verso il disegno artigianale, disegnavo il famoso “corredo” per le spose che poi veniva ricamato. Ho fatto per tanti anni questo lavoro, disegnavo o dipingevo su stoffa, dalle lenzuola ai copriletti, alle tende, e tutto ciò che arredava. In seguito ho fatto una scuola professionale per ceramisti, nella mia città, e grazie a questo ho lavorato in un centro per disabili, facendo fare la ceramica ai bambini. Ho partecipato a delle mostre collettive, sempre nella mia città, e con la mia prima opera, olio su tela, ho partecipato a un concorso arrivando seconda. Poi mi sono sposata e ho lasciato tutto dedicandomi completamente alla famiglia, ai figli, e all’attività di mio marito, commerciante in tessuti. La pittura era rimasta come hobby nei momenti liberi.

La tua produzione poetica è molto apprezzata ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – I premi sono stati momenti importanti all’inizio della mia produzione, perché mi davano conferma della validità delle opere che realizzavo, i concorsi erano un mezzo per poter divulgare ciò che scrivevo e, inoltre, erano fonte di gratificazione personale. Dopo qualche anno ho capito che c’erano altri modi per far conoscere i miei versi e ricevere le stesse soddisfazioni pur non salendo su un podio, così ho smesso con i concorsi e partecipo volentieri a recital e manifestazioni varie.

Il dolore, la nostalgia, il lutto sono elementi che spesso ricorrono nei temi della madre lingua siciliana: poesie, canzoni, racconti frutto della nostra tradizione popolare ne sono un esempio. Ritengo che possiamo considerarli come una sorta di elaborazione del lutto e nenia liberatoria dalla sofferenza. Nella tua produzione artistica quale ruolo hanno? 

Mimma Raspanti – Spesso il dolore viene associato alla poesia, perché pare sia uno dei momenti in cui il poeta si senta maggiormente ispirato. Per me non è così, fuggo il dolore e mi rifiuto di immortalarlo per non dargli forza, preferisco, piuttosto, la vena ironica soprattutto quando scrivo in siciliano.

Per i nostri lettori ci dici qual’è la tua definizione di poesia?

Mimma Raspanti – Forse è un po’ presuntuosa la mia affermazione, ma per me la poesia è l’incontro con il divino, è la manifestazione del sacro attraverso la parola.

I poeti ed i pittori sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali progetti intendi realizzare?

Mimma Raspanti – Sono sempre stata per il “qui e ora”, il futuro non si può progettare, tu hai un progetto e la vita te ne propone un altro, cambiandoti i programmi. Meglio assaporare il presente con quello che offre e ora, nel presente, ho pubblicato una raccolta dedicata a colui che mi fatto amare la poesia, e questo mi fa toccare il cielo!

La cultura al tempo del Covid-19 come si è evoluta e come si sta evolvendo? Quali contromisure consigli vengano prese perché non si fermi il flusso di conoscenza, produzione e studio? 

Mimma Raspanti – Si può, probabilmente, pensare che in questo periodo la cultura stia passando in secondo piano, poiché si riservano le proprie energie alla ripresa economica, ma l’identità di un popolo è sempre stata stabilita, principalmente, dalla bellezza dell’arte, dalla cultura, e non dall’economia, perciò credo che questo periodo di fermo stia servendo a scavare nel profondo per tirare fuori ciò che ancora può portare bellezza. L’uomo, inoltre, ha la capacità di adattarsi e sta usando i mezzi a sua disposizione affinché la cultura proceda nel suo cammino di diffusione e in tutto questo ci aiuta la tecnologia, la magia di Internet. 

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Ribloggato – Da Giosuè Carducci a Eugenio Montale: il topos del treno simbolo di progresso, di Maria Grazia Ferraris

Pubblico questo interessantissimo post a cura del critico letterario Maria Grazia Ferraris sul tema treni e poesie. Stasera tratterò di questi argomenti insieme al Presidente dell’Associazione Ferrovie Siciliane, Giovanni Russo. Il collegamento alla diretta potrete trovarlo all’interno del sito Ferrovie Siciliane.

LA PRESENZA DI ÈRATO

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Il treno, la novità progressista di fine Ottocento, aveva ispirato al giovane Carducci l’Inno a Satana, pubblicato nel 1865, dove era esaltato come simbolo stesso del progresso e della modernità:

Un bello e orribile
mostro si sferra,
corre gli oceani,
corre la terra:
corusco e fùmido
come i vulcani,
i monti supera,
divora i piani;
sorvola i baratri;
poi si nasconde
per antri incogniti,
per vie profonde;
ed esce; e indomito
di lido in lido
come di turbine
manda il suo grido….

Il treno, il mostro pauroso e fantastico, quasi avesse una propria volontà autonoma e indomabile…., ma fosse anche interpretato come un antidoto alla reazione religiosa nemica del progresso. L’opera fa parte della raccolta Levia Gravia e lo stesso Carducci la definì una “chitarronata”, scritta in una notte del settembre del 1863 per essere letto come brindisi ad un banchetto di amici… La scelta lessicale oscilla tra la…

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Poesie – Noi non sappiamo quale sortiremo di Eugenio Montale [Ribloggato da Cantiere Poesia]

In compagnia di Eugenio Montale. Buona lettura:

Cantiere poesia

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di…

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Poesie – Da un lago svizzero di Eugenio Montale [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

EUGENIO MONTALE

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