Poesie – Quasi una moralità di Umberto Saba [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli, è stato un poeta, scrittore e aforista italiano nato a Trieste il 9 marzo 1883 e morto a Gorizia il 25 agosto 1957. La poetica di Saba è caratterizzata da un linguaggio semplice e quotidiano e da un autobiografismo pregnante, in cui rintracciamo anche una certa inquietudine e fragilità dovute all’instabilità psicologica e nervosa dell’autore.
Tra le sue opere principali ricordiamo Poesie (1910), Coi miei occhi e Il mio secondo libro di versi (1911), Canzoniere (1921), Ultime cose (1943).

Cantiere poesia

Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono alla finestra indifferenti
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliuola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema e non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
– TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

UMBERTO SABA

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Protagonisti – Mimma Raspanti ed Eugenio Montale un incontro poetico che ha dato i suoi frutti.

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa Mimma Raspanti. L’autrice, come da copione ben collaudato, ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvi conoscere il suo pensiero poetico e il suo percorso artistico. Credo di intravedere in lei qualcosa di valido e ritengo che la lettura delle sue poesie, sia in lingua italiana che siciliana, lascino il segno. In quanto pregne di significato e frutto di accurato studio, alimentate dal un amore profondo e sincero verso l’arte poetica ancora non del tutto espresso, pertanto mi sento di rivolgerle un grande in bocca al lupo per le future produzioni.

Copertina

La prima domanda riguarda un accostamento molto importante che metti in evidenza nella tua biografia artistica. Mi riferisco alla silloge poetica che recentemente hai dedicato al grande poeta Eugenio Montale. I lettori del blog sono certamente curiosi di conoscere come nasce questo connubio e come si è sviluppato.

Mimma Raspanti – Per raccontare come nasce questo connubio devo partire dall’inizio, dal momento in cui è nato l’interesse per la poesia, se me lo concedi te ne parlo. Credo che in tutto questo ci sia qualcosa di surreale: la poesia mi ha cercata. Avevo scritto quattro versi come fanno tutte le ragazzine in età adolescenziale, poi a vent’anni, leggendo Dante scrissi di getto due poesie in un italiano arcaico, in perfetti endecasillabi e rime alternate. Ebbi paura, era come se conoscessi già quelle poesie, le sapevo a memoria e le stavo solo trascrivendo. Avevo la sensazione che “qualcuno” dettasse, perciò mi spaventai e non scrissi più niente. Fino a quando, il primo gennaio del 2008, ascoltai in televisione Roberto Benigni che declamava Dante e lì, di nuovo, mi prese l’istinto di scrivere, mi alzai nel cuore della notte e corsi a prendere carta e penna per scrivere dei versi che mi passavano per la mente e non mi facevano dormire, anche questi in rima alternata e tutti in endecasillabi. Capii in quel momento che potevo e dovevo scrivere, non sapevo per cosa o per chi, ma era come se la poesia avesse una missione da compiere, voleva esistere e mi stuzzicava perché io l’assecondassi. Così comprai il mio primo libro di poesie, per saperne di più, comprai Montale. Solo a citarne il nome mi vengono i brividi. Montale mi catturò subito, il suo “Ossi di seppia” era per me come un Vangelo, lo tenevo sempre con me, mi emozionavo pure quando non capivo ciò che leggevo. E tutte le volte scrivevo qualche poesia, mi contagiava, mi stupiva perché sentivo quello scorrere della poesia che non era mia, ma mi apparteneva. Scrivevo sul libro stesso, e su tutto ciò che trovavo a portata di mano, tovaglioli, calendari, notes. Per lui e con lui ho scritto, sentendo il suo aiuto quando qualche parola mi sfuggiva e d’incanto veniva fuori. Mi convinsi che io non avrei mai potuto scrivere senza la sua “presenza”, diventò il mio Maestro, il mio Amore, la mia Poesia. La prima che scrissi per lui l’ho inserita nella mia prima raccolta “A metà della vita”, ha per titolo “Mi illudo”: 

“Mi illudo
se il mare che a te caro
pare e fugge
sui tuoi salmastri fogli vive,
ora verdastro, ora azzurrognolo,
spumoso, col suo mutar mi inquieta
e si rimena dentro ai miei pensieri
scrollando fuori miti e sentimenti.
Non sarò mai maestro
ed è il tuo dire 
che dolce al mio vestibolo
si siede e, sì, m’appare in canto,
per esso scrivo.
Non ho parole mie
le cerco e seguo il rivo
che al mare tuo mi porta
e tutto ad esso invoglia
poi si trasforma.
Per tale mia pazzia
lacrime assorbo,
sarebbe più concreto dire:
“sono” – e tanta boria –
eppur di povertà mi vesto 
o di squilibrio
se aspetto il mare tuo colle sue onde
sciabordar di sacra musa la mia mano,
ed ecco, scrivo, e il tuo futuro inesistente,
vedi? avanza e vive - caro, ancor prezioso –
nei miei sogni.”

La tua poetica si esprime sia in lingua italiana che in lingua siciliana. In una recente conversazione con lo scrittore Salvatore Mirabile ho affrontato il tema riguardante la difficoltà di produrre un dizionario completo, che possa essere di riferimento per chi scrive in siciliano. Cosa ne pensi tu? 

Mimma Raspanti – Mi accorgo che ognuno scrive a modo proprio, ognuno secondo la propria parlata, ma la grammatica dovrebbe essere unica e spesso mi trovo in difficoltà anch’io, mi oriento con la lingua italiana. Sono d’accordo con Salvatore Mirabile, se non si arriva a una grammatica unica, da insegnare nelle scuole, saremo sempre tutti in balìa del dubbio. Il confronto tra i vari studiosi, tra poeti e scrittori è, secondo me, importante per cominciare il cammino verso un’unica direzione, un confronto che non miri a mettere in rilievo il proprio pensiero a scopi egocentrici, ma che sia aperto ad accogliere il punto di vista altrui per il bene unico della lingua. Mi rendo conto che questo può sembrare un’utopia, ma l’impossibile può sempre diventare realizzabile con la forza della buona volontà.

Poesia e pittura sono una bella accoppiata e nel tuo caso ti si può conoscere e apprezzare attraverso queste due importanti espressioni artistiche. Raccontati ai lettori non solo nella tua veste di poetessa ma anche in quella di pittrice. 

Opera di Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – Non c’è molto da dire in proposito, credo che le passioni si dovrebbero seguire perché sono talenti divini che ti sono stati messi a disposizione per diffondere la bellezza, quella che cura la vita. Sono sempre stata brava nel disegno, e avrei voluto fare il liceo artistico, ma non c’era nella mia città, e mio padre, da umile barbiere, non poteva permettersi di mantenermi agli studi lontano da casa, c’era già mio fratello che studiava a Palermo e lui ha avuto la priorità, perché, secondo la mentalità del tempo, doveva portare il pane a casa, mentre la donna doveva essere mantenuta dal marito. Mi ha così avviata verso il disegno artigianale, disegnavo il famoso “corredo” per le spose che poi veniva ricamato. Ho fatto per tanti anni questo lavoro, disegnavo o dipingevo su stoffa, dalle lenzuola ai copriletti, alle tende, e tutto ciò che arredava. In seguito ho fatto una scuola professionale per ceramisti, nella mia città, e grazie a questo ho lavorato in un centro per disabili, facendo fare la ceramica ai bambini. Ho partecipato a delle mostre collettive, sempre nella mia città, e con la mia prima opera, olio su tela, ho partecipato a un concorso arrivando seconda. Poi mi sono sposata e ho lasciato tutto dedicandomi completamente alla famiglia, ai figli, e all’attività di mio marito, commerciante in tessuti. La pittura era rimasta come hobby nei momenti liberi.

La tua produzione poetica è molto apprezzata ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Mimma Raspanti

Mimma Raspanti – I premi sono stati momenti importanti all’inizio della mia produzione, perché mi davano conferma della validità delle opere che realizzavo, i concorsi erano un mezzo per poter divulgare ciò che scrivevo e, inoltre, erano fonte di gratificazione personale. Dopo qualche anno ho capito che c’erano altri modi per far conoscere i miei versi e ricevere le stesse soddisfazioni pur non salendo su un podio, così ho smesso con i concorsi e partecipo volentieri a recital e manifestazioni varie.

Il dolore, la nostalgia, il lutto sono elementi che spesso ricorrono nei temi della madre lingua siciliana: poesie, canzoni, racconti frutto della nostra tradizione popolare ne sono un esempio. Ritengo che possiamo considerarli come una sorta di elaborazione del lutto e nenia liberatoria dalla sofferenza. Nella tua produzione artistica quale ruolo hanno? 

Mimma Raspanti – Spesso il dolore viene associato alla poesia, perché pare sia uno dei momenti in cui il poeta si senta maggiormente ispirato. Per me non è così, fuggo il dolore e mi rifiuto di immortalarlo per non dargli forza, preferisco, piuttosto, la vena ironica soprattutto quando scrivo in siciliano.

Per i nostri lettori ci dici qual’è la tua definizione di poesia?

Mimma Raspanti – Forse è un po’ presuntuosa la mia affermazione, ma per me la poesia è l’incontro con il divino, è la manifestazione del sacro attraverso la parola.

I poeti ed i pittori sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali progetti intendi realizzare?

Mimma Raspanti – Sono sempre stata per il “qui e ora”, il futuro non si può progettare, tu hai un progetto e la vita te ne propone un altro, cambiandoti i programmi. Meglio assaporare il presente con quello che offre e ora, nel presente, ho pubblicato una raccolta dedicata a colui che mi fatto amare la poesia, e questo mi fa toccare il cielo!

La cultura al tempo del Covid-19 come si è evoluta e come si sta evolvendo? Quali contromisure consigli vengano prese perché non si fermi il flusso di conoscenza, produzione e studio? 

Mimma Raspanti – Si può, probabilmente, pensare che in questo periodo la cultura stia passando in secondo piano, poiché si riservano le proprie energie alla ripresa economica, ma l’identità di un popolo è sempre stata stabilita, principalmente, dalla bellezza dell’arte, dalla cultura, e non dall’economia, perciò credo che questo periodo di fermo stia servendo a scavare nel profondo per tirare fuori ciò che ancora può portare bellezza. L’uomo, inoltre, ha la capacità di adattarsi e sta usando i mezzi a sua disposizione affinché la cultura proceda nel suo cammino di diffusione e in tutto questo ci aiuta la tecnologia, la magia di Internet. 

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Protagonisti – Cinzia Pitingaro: l’arte, la curiosità e l’esplorazione che diventano poesia [VIDEO]

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sulla poetessa castelbuonese Cinzia Pitingaro. L’autrice, come da copione ben collaudato, ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvi conoscere il suo pensiero poetico e il suo percorso artistico. Mi hanno impressionato la sua profonda curiosità e il desiderio di esplorazione che hanno portato l’autrice a sperimentare e conoscere per noi nuove forme poetiche. Il tutto unito ad un attivismo culturale che la porta a organizzare eventi e a promuovere la poesia nella sua terra.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita? 

Cinzia Pitingaro – La poesia per me è una necessità, veicola e sostiene le tensioni della mia anima. È  il diario di questo difficile, bellissimo viaggio che è la vita, lo spazio in cui le mie emozioni diventano parole e il mio silenzio prende forma, si materializza.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le   tue   pubblicazioni.   Che   importanza   ha   per   un   autore   il   riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Cinzia Pitingaro – Il riconoscimento pubblico della validità di un’opera è un’ ottima opportunità soprattutto per un autore esordiente, perché apre la possibilità al confronto, accresce il più delle volte l’autostima e garantisce una certa visibilità.

Attingendo ancora dalla tua biografia leggo: scrive poesie in verso libero e in metrica, in italiano, in vernacolo ed haiku. Immagina ora di doverti rivolgere ad   una   platea   di   lettori   che   non   sa   assolutamente   nulla   riguarda   il   genere poetico   di   origine   giapponese   denominato   haiku. Cosa   diresti   loro   e   cosa pensi ti abbia restituito in dote questa tua ricerca poetica?

Cinzia Pitingaro – Da qualche anno mi sono avvicinata allo studio e alla composizione di haiku, piccoli componimenti di origine giapponese che seguono una metrica prestabilita, cioè un numero preciso di sillabe (on o morae) secondo lo schema 5/7/5. Attratta, all’inizio, dalla brevità della forma e dalla intensa carica espressiva, a poco a poco ho cercato di coglierne l’essenza, di penetrarne lo spirito. Lo haiku è un’istantanea della realtà, non nel senso che la descrive, ma ne cristallizza gli attimi, il “qui ed ora”. Diceva il Maestro Bashō. “Lo haiku è semplicemente ciò che sta accadendo in questo luogo, in questo preciso momento”. Ne risulta la valorizzazione di momenti della quotidianità vissuta a contatto con la natura, l’attenzione per l’essenziale, per la semplicità che è bellezza. Ed è proprio dal particolare, dal minimo dettaglio che si acquisisce la consapevolezza della grandiosità, della meraviglia della vita, del creato. L’autore di haiku, l’haijin, pur non descrivendo il momento vissuto, suggerisce, trasmette al lettore l’emozione provata. Egli non è esterno alla realtà, non assiste in maniera distaccata, ma è tutt’uno con la natura, vi si immedesima, diventa egli stesso l’oggetto percepito. Per vivere pienamente il momento, tuttavia, l’haijin deve svuotare la mente, deve liberarsi da ogni considerazione soggettiva, da ogni condizionamento, deve lasciarsi coinvolgere completamente. Un elemento essenziale per la composizione di uno haiku è, quindi, la presenza della natura e dei suoi mutamenti rappresentati dal kigo, la parola chiave di questo componimento, da cui trapelano gli stati d’animo che vengono trasmessi al lettore. Non è necessario che il kigo sia espresso direttamente, nominando la stagione (primavera, estate…), è possibile utilizzare una parola che rimandi alla stagione nella quale viene vissuto il momento. Esempio: la rosa è un kigo primaverile, la rugiada è un kigo autunnale, la neve è un kigo invernale, l’ombrellone, Il basilico evocano l’estate. Un altro elemento che assume una fondamentale importanza è il non detto, lo spazio bianco tra le parole, tra le immagini, ciò che il lettore, entrato in sintonia con l’haijin, riesce a percepire e a dedurre. La struttura dello haiku prevede l’accostamento di due immagini distinte, toriawase, tra le quali può esservi una continuità semantica o un ribaltamento semantico, evidenziati entrambi da uno stacco (Kireji). Per usare un’espressione di Nadine Léon, queste due immagini sono come l’acqua bollente e la bustina di tè che sono completamente diversi da loro, ma necessari per preparare il tè. L’aroma, il profumo che si diffonde e viene percepito dal soggetto costituisce il non detto. Lo haiku è un componimento aperto nel senso che deve essere il lettore ad interpretarlo. A questo proposito Ogiwara Seisensui (1884-1976) ebbe a dire: “Ciascun haiku è come un cerchio, di cui una metà è frutto del lavoro dell’haijin. Chiudere il cerchio è però compito del lettore”, ecco perché lo haiku non ha un titolo e non termina mai con un punto. Ciò che distingue, inoltre, uno haiku da una semplice, breve descrizione è la presenza degli stati d’animo, dei canoni estetici… tra cui: Il Wabi (solitudine melanconica), Sabi (fascino solitario di ciò che è esposto allo scorrere del tempo in contrapposizione alla bellezza appariscente delle cose del mondo), lo Yugen (la percezione del mistero, dell’ineffabile), il Mono no aware (partecipazione emotiva, capacità di farsi attraversare dalle cose del mondo con la consapevolezza che ogni cosa è transitoria, impermanente, muta col passare del tempo), il Karumi (la leggerezza), lo Shiori (la delicatezza), il Makoto (La verità). La presenza dei canoni estetici ci fa comprendere il valore di questo genere poetico che non è un esercizio di stile, ma una vera e propria arte di vivere ancorata all’esperienza dell’autore che – lo ripeto- non descrive, ma cristallizza un momento, proprio il momento in cui si sente con la natura un’entità unica e indivisibile. Cosa mi ha restituito in dote questa ricerca poetica? La consapevolezza di essere nel mondo e del mondo.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Cinzia Pitingaro – È la materializzazione del silenzio, la cristallizzazione delle emozioni.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci  anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Cinzia Pitingaro – Amo vivere il presente, stare con i piedi per terra pur continuando a scrivere e ad impegnarmi nella realizzazione di alcuni progetti tra cui la pubblicazione di una  raccolta di poesie e filastrocche, pronta ormai da tempo, di una silloge di poesie dialettali, di una raccolta di riflessioni in versi e di un’altra raccolta di haiku. Inoltre ho un sogno, in parte già realizzato, di condividere momenti e spazi con chi, come me, coltiva la passione per la poesia e soprattutto per lo haiku. Questo genere poetico, così come ho già avuto modo di dire, con la sua sinteticità e con la sua straordinaria forza espressiva,  è profondamente attuale. Vorrei soprattutto coinvolgere i giovani, così sensibili, così fragili. Credo molto nel potere della poesia!


Noi rivogliamo Le Fontanelle – Cinzia Pitingaro e Luciana Cusimano https://www.castelbuonolive.com/


Videopoesia di Cinzia Pitingaro – Paese Mio

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Protagonisti – Le forti emozioni che divengono versi nel poeta Pietro Vizzini

Riflettori puntati, nell’odierno post nella sezione PROTAGONISTI, sul poeta palermitano Pietro Vizzini. Come da copione ben collaudato l’autore ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvelo conoscere meglio. È un vibrare di emozioni forti che diventano versi, in un continuo interscambio tra il nostro autore e le sue parole, che accompagnano il lettore nel mondo della poesia. Questa è la sensazione che ho provato nei numerosi incontri poetici nei quali ho avuto il piacere di ascoltarlo.

Dalla sua biografia riporto: “la sua poesia trova la necessità di rappresentare e sondare in una certa misura alcuni aspetti dell’esistenza con le sue contraddizioni, i suoi paradossi, in una prospettiva immaginaria dove la realtà evocata diventa emblema di una vicenda personale”.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita?

Pietro Vizzini – Scrivere è stato sempre un modo per esprimere quello che avviene dentro, la percezione di qualcosa che non sempre viene attraversata dalla coscienza, ma ricevuta attraverso i sensi o il cuore. Ed è quest’emozione pura che mi sconvolge, che muove le parole necessarie al mio bisogno di dire, non come funzione ornamentale o di belle parole che servono ad anestetizzare offrendo una via di fuga dalla realtà, ma a risvegliare qualcosa che mi mette in contatto con la mia anima.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Pietro Vizzini – I premi, spesso sono una conferma della validità delle proprie opere, ma un autore non può e non deve rimanere appoggiato al piedistallo di un trofeo, cambia spesso l’aria, e si fa presto ad affondare nella polvere.

In una tua recente partecipazione all’evento poetico Pensieri Madoniti, hai declamato una poesia dal titolo Campo 87 (Covid-19 cimitero di Milano). Quale funzione può avere la poesia in un momento così difficile facendo riferimento, naturalmente, all’attuale pandemia?

Pietro Vizzini – Ho scritto questa poesia pensando ai morti del Coronavirus abbandonati, non identificati e mai richiesti dai famigliari, seppelliti nel campo 87 al cimitero Maggiore di Milano. In un momento così difficile di isolamento, di solitudine e abbandono, la poesia deve essere presente per sottolineare il disagio di un periodo terribile che ha coinvolto tutti. Ma soprattutto deve lenire il dolore di certe cicatrici che ci porteremo per sempre.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Pietro Vizzini – La poesia è estrema bellezza di cose che ci circondano, ed è fatta così: passo scalzo per ogni sentiero, ci accompagna con tutte le parole che occorrono e combaciano dentro di noi alla perfezione. La poesia è il pennello che deve poter dipingere i colori delle nostre emozioni sulla tela della libertà.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Pietro Vizzini – Generalmente navigo a vista, mi piace programmare solo brevi periodi che mi tengono a distanza ravvicinata al momento che vivo nel presente. Ma penso che un progetto importante che intendo realizzare, sia il mio prossimo libro di poesie, che non è una semplice raccolta, ma un percorso interiore che svela ogni intimo messaggio di una verità che cerca ascolto. Per il resto, spero che Dio mi dia la il tempo e la possibilità di coprirli questi futuri spazi temporali.

Ringrazio due volte il poeta Pietro Vizzini per le risposte alle mie domande e per le poesie che seguono, donate in lettura agli amici del blog:

C’è una parola che non dorme mai di Pietro Vizzini

C’è una parola
che non dorme mai,
anche lasciata sola
è sentinella
che non ha ore sul quadrante,
e mi somiglia
quando al silenzio si concede
nella spianata
di una notte sospesa
che mi cammina dentro,
condannandomi
a scoperchiare ogni tuo ascolto.


L’odore del mattino (a mio figlio) di Pietro Vizzini

L’odore del mattino
dicono
è sceso
mischiato
agli aranci
e al suono dei campanelli
appesi alle finestre.
Sottovento
raccoglieremo qualcosa,
anche da lontano
resteremo bambini
in quel per sempre
di padri.
Dicono
è in un altrove
l’odore di casa mia,
senza le tue parole
madre…
qualcuno dice
che a volte siamo,
solo vivi siamo
a mille miglia di vento
nell’odore del mattino.


Miserie d’inverno di Pietro Vizzini

Con lame di vento,
l’urlo alla strada consegna
il soverchiante dazio,
voce e tormento
di una verità che ci trattiene il passo
nei giorni qualsiasi
di un inverno che non è mai sazio
della carne già tolta alle ossa.
Pulviscolo un raggio,
un soffio che taglia arroccate finestre
sui falsi crinali di una città convessa a cieli diversi
sbocca di cenere morta,
fuggendo l’anima di nuovi vecchi.
C’è una pioggia ogni giorno
miserabile sul cemento,
un mormorio di voci e parole decapitate
opposte alla fronte
di una solitudine diluita nel sonno
ed è un dettaglio che schiaccia,
che prende forma d’anime protese allo schianto.
Capita d’inverno
dove è sempre inverno,
con un filo vivo di acque
dietro un crespo di ghiaccio
scorre d’un altro passo
l’angolo d’un giaciglio scomodo.
Dentro giorni fumosi
stretti corridoi sconnessi alle curve d’una strada
e pezzi di giornale intorno ai piedi
seguono brandelli di foglie
ripudiate da un maestrale improvviso.
Capita d’inverno
che la merla stilla
disperate leggerezze d’un estremo fortunale,
voci di ragazzi dentro un mare d’asfalto
e ombre di relitti lungo un argine annerito
fuggono la pelle scavata
d’una terra costretta a nuovi solchi.
E li vedi tremare in cortili fumosi
d’erba secca in intimo respiro nella gola,
figli di una pioggia tardiva di rigonfia pena,
un fiato gli inciampa nelle vene un misero conforto,
punto di domanda che chiede l’assoluzione
nel respiro sotterraneo delle sere.
Ed è un fiato corto,
una parola che tradisce ed oscura la vista
al cospetto d’una terra che non ha più semi
e candele consumate all’alba,
ma solo il latte avariato di una mala luna che guarda indifferente
riconsegnando la somma dei pugni allo stomaco,
puro dolore di una fame da piangere in solitudine.
Ad incerte latitudini
qualcuno attende il palmo della tua mano
dipingendosi appigli sopra pareti di ghiaccio
dove appiccicati graffiti
scivolano su strapiombi di confuse speranze.
Con lame di freddo,
l’inverno urla liquefatte tenebre.
Questa notte anche i lupi hanno paura,
si divorano uno con l’altro, setacciando fili di ombre
e come le canne, cedono alle percosse
germogliando da incessanti agonie.
Bisogna proprio esserci tra le miserie
a chiamare gli ultimi per nome.
Nel silenzio la voce più non basta,
ora che li tratteniamo
dormono un sonno inconsolabile
mentre oscilla labile fiammella di riposo,
ultima pietà della pena
che il lume più non soffia
al tepore dell’Alleluia.
E non fa rumore la nebbia,
nemmeno quando copre
i miseri stracci con un velo perenne.
A pensarci!
Devono avere freddo
pure i morti questa notte…


Poesie – L’antica pazienza di Maria Luisa Spaziani [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Maria Luisa Spaziani

Maria Luisa Spaziani è stata una poetessa, traduttrice e aforista italiana.

Non per caso pubblico un componimento di una poetessa oggi 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nata per l’esigenza di comprendere l’importanza di dar voce alle donne che non ne hanno.

Cantiere poesia

Tu che conosci l’antica pazienza
di sciogliere ogni nodo della corda
e allevi un pioppo zingaro venuto
a crescere nel coccio dei garofani,
lascia ch’io senta in te, come la sorda
nenia del mare dentro la conchiglia,
la voce della casa che il perduto
tempo ha ridotto in cenere.
Ma è cenere di pane scuro, sacro,
– quello che alimentavi col tuo soffio
nel forno buio della guerra – e reca
imperitura in sé la filigrana
dei tuoi ciliegi dilaniati.
L’allegria rialza la sua cresta
di galletto sui borghi desolati,
come il lillà che ti cresce alle spalle
passo a passo, baluardo sul massacro.
Raccogli ancora e sempre il pigolante
nido abbattuto dal vento di marzo
e ripara le falle della chiglia.
Nessuno è senza casa se l’attende
a sera la tua voce di conchiglia.

MARIA LUISA SPAZIANI

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Poesie – E malgrado tutto di Alda Merini [Ribloggato da Cantiere Poesie]

Alda Merini

Alda Giuseppina Angela Merini, nota semplicemente come Alda Merini è stata una poetessa, aforista e scrittrice italiana.

Non per caso pubblico un componimento di una poetessa, approssimandoci al 25 novembre, ovvero alla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nata per l’esigenza di comprendere l’importanza di dar voce alle donne che non ne hanno.

Cantiere poesia

E malgrado tutto
malgrado la musica
che si ripete incessantemente
fino allo spargimento del cuore
malgrado io non ti veda
e il giorno si apra
con la perenne angoscia
di non incontrare nessuno
tu continui a addossarmi
un numero di ombre
che non entrano
nel mio cuore
tu non sai quanto una forma di donna
può essere circoscritta
dalle ansie di molti uomini
ma non è vero amore
è l’ansia di vedermi risuscitare
per una nuova gettata di poesia
e con me costruiscono case
e ambienti
e idee per i loro sogni
quando mi vedono soffrire per te
pensano che io sia già morta
e di amor tuo
e chiamano tutti a vedermi
e battono le mani
per l’ingannevole successo della vita
ma io non li vedo nemmeno

ALDA MERINI

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Poesie – La cugina Nancy di Thomas Eliot [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Thomas Stearns Eliot nato a Saint Louis nel 1888 e venuto a mancare a Londra nel 1965, fu uno dei maggiori innovatori della poesia mondiale del Novecento. Rifiutando i valori poetici del romanticismo inglese, insieme con William Butler Yeats ed Ezra Pound fu il precursore di un nuovo modo di fare poesia, paragonabile alle innovazioni introdotte nel romanzo da James Joyce e Marcel Proust.

Cantiere poesia

COUSIN NANCY

Miss Nancy Ellicott
Strode across the hills and broke them,
Rode across the hills and broke them
The barren New Engiand hills
Riding to hounds
Over the cow-pasture.

Miss Nancy Ellicott smoked
And danced alI the moderrn dances;
And ber aunts were not quite sure how they felt about it,
But they knew that it was modern.

Upon the giazen shelves kept watch
Matthew and Waldo, guardians of the faith,
The army of unalterable law.

§

Miss Nancy Ellicott
attraversava le colline e le domava,
cavalcava sulle colline e le domava,
le colline sterili della Nuova Inghilterra,
cacciando con i cani
per i pascoli delle vacche.

Miss Nancy Ellicott fumava
e ballava tutti i balli moderni;
e le sue zie non sapevano bene cosa pensa
però sapevano che era moderno.

Sugli scaffali tirati a lucido vigilavano
Arnold ed Emerson, i difensori della fede,
l’esercito della legge inalterabile.

THOMAS…

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Poesie – All’Italia di Giacomo Leopardi [Ribloggato da Cantiere Poesia]

All’Italia è una lirica di Giacomo Leopardi, composta a Recanati nel settembre 1818 all’età di vent’anni. Ritengo che in questo momento particolare, con il coronavirus che ci sta mettendo a dura prova, che questa poesia vada riletta attentamente.

Cantiere poesia

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto

Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

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Poesie – Donna del Cielo di Guittone D’Arezzo [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

Donna del Cielo, gloriosa madre
Del buon Gesù, la cui sagrata morte,
Per liberarci dalle infernal porte
Tolse l’error del primo nostro padre,
Risguarda Amor con saette aspre e quadre,
A che strazio m’adduce ed a qual sorte
Madre pietosa, a noi cara consorte,
Ritraine dal seguir sue turbe e squadre.
Infondi in me di quel divino amore
Che tira l’alme nostre al primo loco,
Sì ch’io disciolga l’amoroso nodo.
Cotal rimedio ha questo aspro furore,
Tal acqua suole spegner questo foco,
Come d’asse si trae chiodo con chiodo.

GUITTONE D’AREZZO

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Poesie – Tutti gli eserciti sono uguali di Ernest Hemingway [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

ALL ARMIES ARE THE SAME

All armies are the same
Publicity is fame
Artillery makes the same old noise
Valor is an attribute of boys
Old soldiers all have tired eyes
All soldiers hear the same old lies
Dead bodies always have drawn flies

§

Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne.

ERNEST HEMINGWAY

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Poesie – Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messer lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et…

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Non sono tornati di Abbas Kiarostami [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

Non sono tornati
fiumi che scorrevano
verso il mare
soldati che andavano
in guerra
amici che partivano
verso terre lontane.

ABBAS KIAROSTAMI

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Poesie – C’è un limite al dolore di Ennio Flaiano [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

C’è un limite al dolore
in quel limite un caro conforto
un’improvvisa rinunzia al dolore.
Il pianista cerca un fiore nel buio
e lo trova, un fiore che non si vede
…e ne canta la certezza.
Il gioco è questo: cercare nel buio
qualcosa che non c’è, e trovarlo.

ENNIO FLAIANO

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Poesie – Da un lago svizzero di Eugenio Montale [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Cantiere poesia

Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

EUGENIO MONTALE

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Poesie – Gli alberi di Franz Kafka

Cantiere poesia

Denn wir sind wie Baumstämme im Schnee.

Scheinbar liegen sie glatt auf,

und mit kleinem Anstoß sollte man sie wegschieben können.

Nein, das kann man nicht, denn sie sind fest mit dem Boden verbunden.

Aber sieh, sogar das ist nur scheinbar.

§

Infatti noi siamo come tronchi di alberi nella neve.

In apparenza giacciono raso terra,

e con una piccola spinta si dovrebbe poterli smuovere.

No, non si può, ché sono saldamente legati alla terra.

Ma vedete, anche questa è soltanto apparenza.

FRANZ KAFKA

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