Riflessioni – L’evoluzione del coronavirus delinea il percorso dagli animali all’uomo

Pubblico un interessante approfondimento di Daniele Corbo riguardo il Corona Virus.

ORME SVELATE

This shows covid19

Un team di scienziati che studia l’origine di SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia di COVID-19, ha scoperto che era particolarmente adatto per saltare dagli animali agli umani cambiando forma mentre acquisiva la capacità di infettare le cellule umane. Conducendo un’analisi genetica, i ricercatori della Duke University, del Los Alamos National Laboratory, dell’Università del Texas a El Paso e della New York University hanno confermato che il parente più vicino del virus era un coronavirus che infetta i pipistrelli. Ma la capacità di quel virus di infettare gli umani è stata acquisita attraverso lo scambio di un frammento genico critico da un coronavirus che infetta un mammifero squamoso chiamato pangolino, che ha permesso al virus di infettare l’uomo. I ricercatori riferiscono che questo salto da una specie all’altra è stato il risultato della capacità del virus di legarsi alle cellule ospiti attraverso alterazioni del suo materiale genetico. Per…

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Magazine – Editoriale di Gabriella Maggio sul Vesprino di aprile in piena pandemia da coronavirus

Ricevo e pubblico volentieri l’editoriale di Gabriella Maggio professoressa e scrittrice, inserito nel Vesprino del mese di aprile 2020.

Gabriella Maggio
Gabriella Maggio

Care Amiche, Cari Amici tutto il mese di aprile si può sintetizzare in poche parole : quarantena, “io resto a casa”, notiziario, protezione civile, terapia intensiva, “tamponare” o meglio fare un tampone. Mi rendo conto che questa distinzione appaia sottile, ma non vedo la necessità di forzare il nostro lessico, già ampio e fornito di lemmi adeguati a molte evenienze, più di quelle che possiamo pensare. Ma i tempi sono confusi e incerti e si prende la prima espressione che capita all’orecchio. Con buona pace della nostra stampa, anche la più qualificata, corriva sempre più ad ogni grossolanità.

Pochi i giornalisti che si cimentano in informazioni articolate e aderenti a quello che è veramente accaduto, espresso in lingua non soltanto corretta, ma ricca di sfumature lessicali. Non desidero soffermarmi sui luoghi comuni di quest’esperienza dura per tutti del Covid-19. Il bilancio lo dovremo fare tra qualche tempo, quando ci sarà la giusta distanza per capire e comunicare , sine ira ac studio, quanto è veramente accaduto, quanto è stata fatalità e quanto errore umano, quanto esteso e peloso il narcisismo mediatico. Adesso forse è meglio cercare di tenere insieme i frantumi della nostra vita, psicologica, professionale, sociale, economica per resistere noi, per potere aiutare chi ne ha bisogno, orgogliosi di appartenere ad un’associazione, il Lions International, che è in grado, grazie al contributo degli associati, di intervenire in maniera cospicua là dove è necessario.

Gabriella Maggio

Per scaricare il magazine completo clicca sul link: Vesprino_aprile_2020

Per visitare il Blog Palermo dei Vespri clicca sul link: Lions Palermo dei Vespri

Per contributi e per ricevere via email il magazine scrivere a: gamaggio@yahoo.it

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale, verso un’apparente normalità (4)

Il 4 maggio 2020 è alle porte, mancano poche ore. Come spesso accade il popolo italiano è diviso in due distinte fazioni o correnti di pensiero: una tende al pessimismo e alla paura e teme che la riapertura possa rappresentare un boomerang dagli effetti imprevedibili. L’altra invece tende all’ottimismo sperando che le paure legate ad una maggiore esposizione delle persone, siano infondate. In ogni caso dobbiamo fidarci, cominciare a riprendere in mano la nostra esistenza e sperare che le autorità competenti recitino bene il loro ruolo di controllori, ma anche di decisori riguardo le soluzioni e le strategie da adottare in futuro.

4 maggio 2020
Una data importante

Va detto però e di questo sono profondamente convinto, che ciascuno di noi ha una grandissima responsabilità. Il comportamento di ogni singolo individuo, anche per effetto dell’emulazione, è importante. È come enorme un’onda che si muove in una certa direzione e con una certa forza, grazie alla fisica che unisce ogni particella della stessa determinandone gli effetti più o meno disastrosi. Pertanto in questa fase, la famosa fase due come tutti la definiamo, perché non usare tutti indistintamente la mascherina? Perché non cercare di mantenere la distanza tra noi? Perché non decidere di rispettare comunque tutte le norme di igiene? Perché non continuare a stare in casa, uscendo soltanto se strettamente necessario? Facendo nostro una sorta di decalogo e di modellamento naturale, dettato dal buon senso personale che non va percepito come un’imposizione dall’alto. In quanto tutti sappiamo che l’uomo in generale non ama subire restrizione della propria libertà. È un sacrificio che perde di valenza negativa perché parte da una scelta personale per il bene di tutti.

Quando iniziò il periodo del coprifuoco scrivevo che era necessario vivere nella certezza di una evoluzione in positivo della nostra condizione, come conseguenza della fede e della speranza. Oggi desidero aggiungere a completamento della mia riflessione altri elementi: approccio positivo, reattivo, resiliente, consapevole.

  • approccio positivo: dobbiamo tenere alto il tono dell’umore il che serve ad aumentare le difese immunitarie.
  • approccio reattivo: dobbiamo reagire a livello fisico e intellettivo con l’allenamento quotidiano.
  • approccio resiliente: dobbiamo operare un virtuoso cambiamento del punto di vista per apprezzare e potenziare a livello di percezione le cose positive
  • approccio consapevole: dobbiamo cercare di conoscere e rispettare le regole, ascoltando attentamente la vocina dell’Io genitore che ci consiglia la prudenza.

La professoressa Domenica Perrone ha sintetizzato ulteriormente il concetto estendendolo nell’ambito poetico: bellezza, poesia, resilienza. Francesca Perrone, che ringrazio e saluto, è Professore Ordinario presso l’Università di Palermo dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea ed è anche Presidente del comitato di Palermo dell’Associazione Culturale Dante Alighieri.

La domanda finale è: quanto deve durare ancora tutto questo? La risposta non ce l’ha nessuno, ma Panta rei (Tutto scorre), citando Eraclito anche se dell’attribuzione non v’è certezza, in quanto tutto è in divenire e speriamo tutti in senso positivo.

Cliccando qua puoi scaricare e stampare il nuovo modello di autocertificazione per circolare a partire dal 4 maggio 2020.

Appuntamenti – Il Conservatorio di Palermo Alessandro Scarlatti di Palermo presente all’International Jazz Day 2020 on-line [VIDEO]

Flora Faja nota cantante jazz palermitana (nella fotografia in evidenza) è una delle protagoniste del video caricato su YouTube a supporto dell’International Jazz Day 2020, che a causa del perdurare delle restrizioni relative al coronavirus, quest’anno si svolge interamente utilizzando il web.

Gli altri protagonisti del video sono Gaetano Ricccobono, Orazio Maugeri, Gaspare Palazzolo, Vito Giordano, Paolo Sorge, Riccardo Randisi, Fabio Crescente, Giuseppe Urso in rappresentanza del Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo.

L’importante manifestazione jazzistica internazionale è giunta quest’anno alla sua nona edizione e vuole rappresentare un riferimento di alto livello per tutti gli amanti del jazz sia come esecutori che come semplici ascoltatori, fornendo anche contenuti di masterclass free.

“Vogliamo tutti vivere in un mondo jazz in cui lavoriamo tutti insieme, improvvisiamo insieme, non abbiamo paura di rischiare ed esprimerci”.– Herbie Hancock

Herbie Hancock Ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO per il dialogo interculturale e copresidente della Giornata internazionale del jazz, ha dichiarato attraverso il sito web: “Questi sono tempi senza precedenti per i cittadini del mondo e siamo molto grati per il supporto, la comprensione e la collaborazione della nostra comunità del Jazz Day. Armati di ottimismo, pazienza e grazia, affronteremo queste sfide come famiglie, comunità, paesi e come un mondo unito più forte. Ora più che mai, uniamo le forze e diffondiamo l’etica del movimento globale del Jazz Day in tutto il pianeta e usiamo questa come un’opportunità d’oro per l’umanità di riconnettersi, specialmente nel mezzo di tutto questo isolamento e incertezza”.

Per visitare il sito web dell’International Jazz Day 2020 clicca qua.

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (3)

Il calendario segna il 4 maggio 2020! È soltanto una nostra immaginazione, una sorta di proiezione mentale che ci porta dentro la fase 2 per approdare poi verso una condizione normale, simil pre-coronavirus. Seppur gradualmente riprendiamo in mano la nostra esistenza, così come l’avevamo lasciata a inizio di quest’anno, rimoduliamo il nostro stile di vita, l’approccio ai nostri simili, alla vita in generale.

Di una cosa sono convinto. I buoni sentimenti saranno rafforzati in coloro che già li praticavano, così come saranno rafforzati i cattivi sentimenti in coloro che hanno la sfortuna, se non la volontà, di sperimentarli esacerbando la loro esistenza.

Ma non basta analizzare e fare considerazioni! In generale l’umanità necessita urgentemente di un approccio nuovo alla vita, più vicino a ciò di cui abbiamo veramente bisogno: sentimenti, relazioni, natura, meditazione, studio, esplorazione. Ci siamo focalizzati esageratamente a livello mondiale sul prodotto interno lordo (p.i.l.) delle nazioni e delle città, sui consumi, sull’arricchimento economico, sulla ricerca del potere. Un atteggiamento che il pianeta, oggi, ci sta facendo pagare, presentandoci un conto molto salato e non solo in riferimento al coronavirus. Pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai, ai cambiamenti climatici, al buco dell’ozono, all’innalzamento della temperatura, alla sempre maggiore difficoltà del nostro pianeta di rigenerarsi e di smaltire le scorie prodotte dall’uomo.

Il buio insidia la bellezza di un fiore
Il buio e il cemento insidiano la bellezza di un fiore, che malgrado tutto è sbocciato.

Non è una semplice influenza il corona virus che colpisce gli uomini, al di là delle cifre che ci vengono propinate ogni giorno, dei tanti decessi che continuano a susseguirsi. Ad essere malato, ad essere influenzato è l’intero pianeta e di conseguenza l’uomo che lo abita e che sta causando tutto questo. La terra è come se fosse il nostro organismo che, attraverso una malattia o più semplicemente per mezzo del dolore,  ci sta sbattendo sotto il naso un enorme segnale di STOP.

Non è un cambiamento graduale quello che stiamo vivendo, non è un degradare lento della qualità della vita è un evento traumatico ed epocale a carattere mondiale. Fino all’ultimo ho sperato che si stava esagerando. Sulla gravità della situazione non ho più dubbi, ne ho tanti, come tutti voi, sulla vera genesi della pandemia legata al coronavirus.

A tal proposito consiglio di leggere le illuminanti considerazioni della professoressa Gabriella Maggio che, nel suo editoriale sul Vesprino di settembre 2019, cita tra gli altri Greta Thunberg, seguitissima paladina delle moderne istanze ecologiste dei giovani.

Antonino Schiera

Poesie – All’Italia di Giacomo Leopardi [Ribloggato da Cantiere Poesia]

All’Italia è una lirica di Giacomo Leopardi, composta a Recanati nel settembre 1818 all’età di vent’anni. Ritengo che in questo momento particolare, con il coronavirus che ci sta mettendo a dura prova, che questa poesia vada riletta attentamente.

Cantiere poesia

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto

Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

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Protagonisti – Francesco Ferrante e le sue poesie che carezzano l’anima della solidarietà e del respiro [VIDEO]

Francesco Ferrante è poeta palermitano che vive a Terrasini ed è il protagonista del mio articolo con domande e risposte nel blog, Riflessioni d’autore, che ho ideato e che gestisco da qualche anno. Buona lettura, ma prima godetevi questo video con la sua poesia in lingua siciliana Li doni cchiù prizziusi.

 

Sei autore di numerose raccolte di poesie. Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Francesco Ferrante – Ho cominciato quando avevo 18 anni circa. Era un periodo in cui divoravo libri, soprattutto classici e poesia. Ho cominciato a scrivere perché ritengo che la scrittura è una forma di comunicazione straordinaria capace di toccare l’anima dei lettori. Purtroppo si legge sempre meno e siamo bombardati da milioni di notizie che ci piovono addosso continuamente ma che non creano cultura, anzi generano un overdose di informazioni che stanno forgiando una generazione di automi, formata anche da gente non più giovanissima, sempre più protesa verso l’uniformità di pensiero.

Che differenza c’è tra il Francesco Ferrante che muoveva i primi passi nel mondo della poesia e l’attuale Francesco Ferrante?

Francesco Ferrante – Quando ho cominciato a scrivere ero sicuramente più spontaneo e impulsivo, seguivo solo il mio istinto e talvolta non mi concentravo molto sulla forma. Inoltre scrivevo principalmente in italiano. Poi con l’esperienza e il continuo confronto con altri modi di poetare penso di essere maturato e migliorato; poi ho riscoperto il siciliano che mi ha dato la possibilità di esprimere al meglio i miei sentimenti.

Leggendo le tue poesie si evince che hai una particolare sensibilità per i temi del sociale e per la difesa dei più deboli nella società attuale. Basta ricordare che fai parte di associazioni di volontariato e hai maturato un’esperienza in un campo di lavoro in Tanzania.

Francesco Ferrante – È vero, la mia educazione, nonché la mia formazione culturale e religiosa, mi hanno indirizzato verso una concezione della vita rivolta verso gli ultimi. Ho fatto volontariato a Palermo, città dove sono nato e cresciuto, presso un’associazione operante nel mio quartiere, e ho frequentato anche il Centro di Santa Chiara nel cuore del centro storico. Poi nel 2002 ho realizzato quello che era uno dei miei obiettivi, ovvero quello di andare in missione in Africa. E’ stata un’esperienza che, come intuibile, mi ha arricchito tantissimo. Certo bisogna andarci già con un bagaglio di esperienze di vita particolari e soprattutto senza alcun preconcetto, perché se no, si rischia di avere una visione distorta di quella realtà. Vorrei però sottolineare che non mi sento né un missionario né una persona speciale, semplicemente ho cercato di rendere indietro un po’ dei doni che la vita mi aveva elargito. Purtroppo molti non capiscono e non apprezzano quanto hanno, vivono nell’opulenza ma sono sempre insoddisfatti.

Nell’estate del 2018 sei stato uno dei principali protagonisti della manifestazione culturale Calici di Poesie a Isnello. Sei entrato nel cuore degli abitanti della cittadina madonita, grazie alle tue poesie accompagnate da tuo figlio e dal suono del marranzano.  Racconta quell’esperienza ai lettori del blog.

Calici di Poesie a Isnello
Francesco Ferrante a Calici di Poesie a Isnello

Francesco Ferrante – Calici di poesia è stata una piacevolissima sorpresa. Avevo partecipato a tantissimi recital di poesia, ma quella serata mi è rimasta nel cuore. Non ero mai stato a Isnello ed è stata una bella scoperta. Il paese è delizioso e conserva degli scorci incantevoli. Sono rimasto affascinato anche dalla cordialità e dall’ospitalità della gente, era come se mi conoscessero da una vita e per me è stato come se si trattasse di vecchi amici. Quella sera, in quell’angolo ameno di Isnello, è stato un vero piacere recitare i miei versi accompagnato dal suono del marranzano di mio figlio Daniele, che aveva appena 10 anni. Beh, anche il presentatore, che faceva le veci del padrone di casa, è riuscito a mettermi a mio agio ed è riuscito a tirar fuori tutto il meglio di me. Si è creata una complicità quasi magica con gli spettatori, che ha reso quei momenti memorabili. E’ un’esperienza che ripeterei volentieri.

In tempi di coronavirus come si colloca la poesia e cosa può dare alla nostra società per aiutarla a superare questo momento difficile?

Francesco Ferrante – In questo momento particolare in cui siamo stati costretti a fermarci, ad interrompere la nostra routine, la nostra continua, stressante e folle corsa quotidiana, la poesia potrebbe dettare i tempi dell’anima per riscoprire un modo di pensare un po’ più spirituale e meno materiale.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Francesco Ferrante – Tra dieci anni mi vedo un po’ più saggio, almeno lo spero! Non faccio mai progetti a lungo termine, di certo continuerò a scrivere per dare il mio piccolissimo contributo alla poesia e alla cultura. Lo so, non è molto, ma il mare è fatto di tante piccole gocce.

 

 

 

Poesie – Coronavirus di Giovanni De Simone [Ribloggato da Cantiere Poesia]

Un attuale acrostico del poeta contemporaneo Giovanni De Simone…:

Cantiere poesia

Confini avidi di paura
Opprimono la mente e spengono i pensieri
Rubando giorni ai deboli
Ombre di vuoto urlano domande
Nel silenzio di verdi parole frantumate
Atte a portare i profumi e i colori della speranza
Vitale per la luce e
Idonea per accecare il male
Rumoroso della pandemia
Uniamoci contro lo sconosciuto
Senza paura

Giovanni De Simone

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Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale (2)

Circa un mese fa, il 27 febbraio scorso per la precisione, ho pubblicato una riflessione sul tema scottante e attuale del coronavirus. Forte del mio inguaribile ottimismo e di ciò che dichiarava parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i toni di quel mio post erano molto moderati e lasciavano presagire e sperare una soluzione abbastanza veloce del problema che oggi ci attanaglia.

Se torniamo indietro con la mente intorno alla prima decade di marzo, in Italia, ma anche nel resto del mondo, insistenti e diffuse erano le tesi ottimistiche di chi sposava l’idea che i toni e i provvedimenti fossero esagerati.

L’attuale primo ministro britannico Boris Johnson, ancora preso dai festeggiamenti per la ratifica della Brexit, aveva scelto la linea della leggerezza, ovvero restrizioni per combattere il coronavirus, prossime allo zero, confidando nella capacità dei nostri anticorpi di generare l’immunizzazione contro il coronavirus. Tesi che inizialmente, nel dubbio e nella confusione, era stata sposata oltreoceano dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che in un primo momento aveva bloccato i voli da tutta Europa, tranne che dalla Gran Bretagna così come riportanto dai giornali (vedi notizia su ilsole24ore)

E poi le opinioni discordanti di virologi e scienziati di diversa estrazione culturale e appartenenza a vari istituti, il Sacco e lo Spallanzani in primis, ma anche all’interno della stessa Organizzazione Mondiale della Salute riguardo la pericolosità del coronavirus e dei provvedimenti da adottare.

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Pietro Mistretta pittore con Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi, noto politico e critico d’arte, spesso presente come ospite nelle trasmissioni d’opinione, dal suo profilo facebook tuonava, come suo costume, contro i provvedimenti di restrizione italiani, salvo poi fare marcia indietro perché accusato di sottovalutare il rischio pandemia da coronavirus. Non riesco a dargli torto in quanto, come me, era pervaso da un senso di ottimismo e di protezione rispetto alle iniziative lavorative, culturali, politiche, economiche strutturate e non strutturate del mondo intero, che rischiavano di fermarsi non si sa per quanto tempo. Scenario oggi che si è realizzato.

Tutto questo ha generato confusione e paura e ancora oggi, pur di fronte alle prime notizie di un arretramento del viruscorona nei numeri, nelle proiezioni e nelle tendenze, rimaniamo pietrificati e attoniti di fronte a un problema del tutto nuovo per la nostra generazione. Ancora oggi non siamo certi se siamo di fronte ad una epidemia o a una pandemia e la differenza non è da poco.

Chiudo questa mia breve riflessione, che spero possa dare un contributo ed una equilibrata valutazione di quanto stiamo vivendo con un mio aforisma: quando su tutto prevale il sentimento della paura tutto finisce, anche l’amore tra le persone.

Antonino Schiera

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute.

Marzo 2020 – La luce soffusa della stanza bluastra e tante lucine sui macchinari che si accendono e si spengono ad intermittenza. I respiratori alitano artificialmente, inspirando ed espirando senza pausa. Il battito del cuore amplificato e storpiato dal rumore stridulo dei cicalini elettronici e le linee che rappresentano le pulsazioni cardiache che salgono e che scendono. Un tubo di plastica che mi entra direttamente nella trachea. E poi fili che salgono e che scendono, connettori, morsetti e adattatori che sembrano quasi avvolgermi in un bozzolo apparentemente mortale. Le flebo e i farmaci che non riesco nemmeno a contare. Al di là del vetro solo il silenzio e la solitudine di un corridoio inanimato. Attorno a me vedo delle figure amorfe di verde vestite e poi maschere e occhiali e i guanti di lattice. Non riesco a sentirne il calore vorrei toccarli, sentire l’odore della pelle, specchiarmi nel lago dei loro occhi. Che strano odore di disinfettante nell’aria e poi il caldo abbraccio di un letto che non è il mio. Ogni tanto qualcuno di loro si avvicina con sguardo benevolo e qualche parola di incoraggiamento.

A quando il risveglio da questo brutto sogno? A quando il lieto fine di un film drammatico e crudele? No! Non è un sogno, non è un film drammatico. Sono proprio io in rianimazione. In una di quelle sale dove si pratica la terapia intensiva. Ma se non ricordo male l’ultima volta erano state issate  le bandiere verdi al posto di quelle rosse. I mostriciattoli erano stati sconfitti! Cosa è andato storto? Devo risvegliarmi, capire cosa mi sta succedendo! Sono perso nel vuoto temporale. Forse sto per morire!

Non voglio morire senza sapere chi sono, senza sapere perché mi trovo qui. Adesso ricordo: ero disteso nel mio letto con la febbre a trentanove, mia mamma che piangeva: “ti sei beccato il coronavirus di sicuro” –  diceva. E io no, non è possibile. Il solito inguaribile ottimista ricordando che quando ero piccolo e gli amici e i parenti mi chiedevano: “Come stai?” Io rispondevo sempre: “Bene!!!”, anche se avevo la febbre alta e la tosse convulsa e mia nonna che mi portava in montagna per respirare aria buona.

Cosa posso inventarmi per capire cosa succede fuori da questo posto? Il cellulare, ora controllo, ma dov’è? Non lo trovo, lo hanno certamente sequestrato. Un giornale. Si posso leggere un giornale, lo chiederò al primo infermiere che si avvicina. Ma come faccio a leggerlo sono bloccato in questo letto e non posso muovere nemmeno un braccio! Ecco ci sono, chiederò a mia moglie appena viene a trovarmi e poi c’è mio figlio. Si, chi meglio di loro possono raccontarmi quanto mi è successo! Ma no non ho più una moglie da tanto tempo e poi mio figlio studia e lavora lontano da qui. Chiederò ai miei cari quando verranno a trovarmi. Li faranno entrare? Non ne sono certo. Ho trovato! Posso rivolgermi a Dio, non importa quale, basta che mi salvi. Posso pregarlo di salvarmi? Mia nonna mi diceva sempre di non allontanarmi da lui! Ma quando ho pregato l’ultima volta? Da quanto tempo non vado in chiesa? Oddio devo stare calmo e aspettare che tutto passi. Non ho altra scelta se non aspettare.

Dentro di me avviene il delirio, ora sono cosciente ma è come se mi trovassi sulle montagne russe, alterno ebbrezza a disperazione. Passano i giorni, oggi mi sento decisamente meglio, non sono più intubato e respiro autonomamente. Il dottore e gli infermieri mi lanciano occhiate e sorrisi, mi sembrano soddisfatti di come stanno andando le cose. La flebo continua a instillare medicinale nelle mie vene, goccia dopo goccia. Ma sono io che mi sento meglio adesso, non ho più paura di morire. E comincio a riprendere il controllo della situazione, non mi sento più in balia degli eventi. Penso che potrò rivedere i miei cari, che potrò ricominciare a scrivere e a viaggiare, ma anche ad amare.

Torno nel mio letto d’ospedale senza tutti quei macchinari che mi toglievano lo spazio vitale. Ora è come se avessi una normale influenza, posso alzarmi dal letto, posso affacciarmi dalla finestra e osservare il panorama. La notte riesco a dormire e alterno momenti di veglia ad altri in cui sprofondo nel sonno.

I fuochi vengono riaccesi; i forni crematoi lavorano a pieno regime; i caduti in battaglia ricevono degna sepoltura; le guarnigioni di globuli bianchi vengono sciolte e messe a riposo; la temperatura scende; le bandiere verdi sventolano alte; i generali contano le perdite ed hanno una nuova arma, frutto dell’esperienza, contro il corona virus; il respiro si fa più regolare. Tutti volgono lo sguardo al cielo, verso l’imboccatura da dove provengono ogni volta i mostriciattoli e pregano perché la mente-organismo che occupano sia prudente per il futuro, si copra bene e non prenda freddo.

Antonino Schiera ©

Appuntamenti – Il malato immaginario di Molière messo in scena a Palermo dall’associazione culturale Labe

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Locandina

Verrà ricordato per il gradimento del pubblico che ha riempito la sala del Teatro Valdese a Palermo, ma anche per l’impegno e il grande affiatamento, che ha contraddistinto il  gruppo attori messo in piedi dall’Associazione Culturale Labe Laboratorio Espressivo. Ritmo incalzante, piacevole e brioso nell’occasione per la rappresentazione teatrale del grande Molière, pseudonimo di Jean Baptiste Poquelin e della sua opera Il malato immaginario, riadattata per l’occasione da Alberto Cordaro. L’opera è andata in scena a Palermo il 4 marzo scorso, prima del coprifuoco decretato dal governo italiano per arginare il dilagare del coronavirus. Per questo motivo la replica prevista per il giorno 5 marzo 2020 è stata  spostata al 5 aprile 2020, così come si legge nel comunicato all’interno della pagina facebook dell’associazione.

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Alberto Cordaro

COMUNICAZIONE IMPORTANTE: In ottemperanza al decreto ministeriale che prevede la chiusura dei teatri sino al 3 aprile per emergenza coronavirus, vi informiamo che la replica dello spettacolo prevista per stasera giovedì 5 marzo, è stata rinviata a domenica 5 aprile ore 21.00. NB chi ha già gli inviti cartacei con la data di oggi, potrà direttamente presentarsi il 5 aprile con i suddetti per l’ingresso in teatro. Ci scusiamo per il disagio che esula da ogni nostra volontà. Grazie.

Galleria fotografica relativa alla serata del 4 marzo scorso

 

Riflessioni – Coronavirus: una nuova emergenza mondiale.

A causa del massiccio avvento negli ultimi anni dei social network, siamo oggi bombardati da notizie, commenti, false notizie che rischiano di confonderci le idee rispetto ai fatti importanti che riguardano le nostre vite. Fatti che possono essere localizzati o, all’estremo opposto, di valenza globale. Il Coronavirus e la sua tanto temuta diffusione rappresenta oggi un problema di cui si parla molto, sia nei mezzi di comunicazione di massa che nei social network, ma anche nelle chat di gruppo. Se ne parla tanto perché fa paura e perché coinvolge emotivamente tutte le nazioni, nessuna esclusa. I commenti si sprecano e non mancano le polemiche che coinvolgono anche importanti studiosi e luminari della scienza.

Ognuno dice la sua. L’unica verità acclarata è relativa al fatto che ciascuno di noi ha una paura matta dell’unico evento veramente certo che ci accadrà prima o poi a partire dal preciso istante in cui veniamo concepiti: la trasformazione in altro, come mi piace definire la dipartita.

Ma vediamo insieme quelle che sono le zone d’ombra di questa emergenza, che i più pessimisti classificano come potenziale pandemia mentre i più ottimisti la declassano a epidemia in atto.

Innanzitutto non si hanno notizie certe sull’origine di questo virus: qualcuno ipotizza che sia uscito per errore dai laboratori cinesi, altri invece parlano di complotti e guerre batteriologiche tra potenze mondiali, altri ancora addebitano l’evoluzione pericolosa del coronavirus alle cattive abitudini alimentari e igieniche dei cinesi. La Cina e il suo presidente Xi Jinping (leggi il mio post sulla sua recente visita in Italia) al netto del sospetto che abbia gravemente ritardato a dare la notizia sul pericolo imminente, sembra si stia comportando bene, nel senso che non ha preso sottogamba la situazione ed ha preso tutti i provvedimenti necessari perché quanto meno l’epidemia in atto non diventi pandemia.

Un’altra zona d’ombra, che mette in difficoltà e genera paura, riguarda le condizioni relative al contagio. Nel momento stesso in cui gli scienziati hanno divulgato la notizia, ipotesi non confermata finora, che il virus può essere trasmesso da persone che non hanno i sintomi della malattia. La paura fa perdere la razionalità riguardo le decisioni da prendere, riguardo il conteggio degli ammalati, dei morti e delle persone guarite. Si era anche ventilata l’ipotesi catastrofica che, anche dopo la guarigione rimaneva una positività potenzialmente ancora infettiva. Da qui la decisione, spesso contestata, di chiudere intere città e, peggio ancora per chi vive l’esperienza, navi con tutte le persone a bordo.

Riguardo la necessità di arginare l’epidemia attraverso il controllo degli spostamenti e la messa in quarantena delle persone a rischio contagio, va ricordato che non è un’operazione semplice e va ricordato che il focolaio del coronavirus parte dalla Cina, che ha una popolazione di oltre un miliardo di persone. I numeri  si prestano sempre a diverse interpretazioni, ma una cosa è certa: fino ad ora l’epidemia non è esplosa in tutto il mondo e non è diventata certamente pandemia.

Noi italiani abbiamo sperato fino all’ultimo di non essere toccati dal contagio, speranza disattesa dalle notizie prima provenienti dal nord e successivamente dal sud Italia e con le varie regioni che vengono toccate giorno dopo giorno, ma con numeri finora per fortuna esigui. Anche da noi non sono mancate le polemiche politiche, ma soprattutto le divergenze tra scienziati e luminari sulle strategie di lotta al virus da adottare e sull’analisi del fenomeno.

Ma vediamo cosa ha dichiarato il direttore Europa dell’Organizzazione Mondiale della Salute, Hans Kluge, in queste ore: “Ad oggi ci sono 80.980 casi di Covid-19 in 33 paesi, 13 dei quali nella Regione europea. Oltre il 95% dei casi è in Cina, solo il 3% al di fuori. I nostri pensieri vanno a tutti i cittadini nel mondo in Europa e in Italia colpiti dal virus. Quattro soggetti su cinque affetti da coronavirus hanno sintomi lievi e si riprendono, mentre il tasso di mortalità è del 2%, in soggetti soprattutto sopra i 65 anni con altre patologie. Da esperto di malattie infettive dico però che chiunque muoia è già troppo”.

Walter Ricciardi membro italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e neoconsigliere del ministro della Salute, ha dichiarato: “Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è da non sottovalutare, ma va posto nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, solo il 5 per cento è gravissimo”

Questi dati sono incoraggianti perché dimostrano che il tasso di guarigione, in attesa del vaccino, è alto e l’augurio è che tutto possa risolversi presto e nel migliore dei modi anche perché l’economia mondiale, non esclusa naturalmente l’Italia, ne sta soffrendo le conseguenze.

Per chiudere la mia riflessione sottolineo il fatto che ognuno di noi, enti, politica, sanità, stati deve fare la sua parte per risolvere tutti insieme la questione così come egregiamente dalla favola africana del colibrì che riporto qua.

La favola del colibrì

Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all’avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l’incendio stava per arrivare anche lì. Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme. La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?” L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere lincendio!” Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?” e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua. A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme. Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell’antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell’aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco. A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. Con l’arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio poteva dirsi ormai domato. Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco. Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che insieme si può spegnere un grande incendio. D’ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo.”