Protagonisti – Vincenzo Perricone fondatore di Siciliando

Vincenzo Perricone
Vincenzo Perricone

La Sicilia sta conoscendo, negli ultimi anni, un notevole progresso nelle relazioni turistiche permettendosi di registrare una crescita costante a due cifre. La prova sta nel fatto che le attività produttive nel settore stanno aumentando di numero, insieme alle più svariate iniziative, per rendere sempre più appetibile la nostra regione agli occhi dei turisti italiani e stranieri.

Ho incontrato, per rimanere in tema, Vincenzo Perricone che ha avuto un’idea che nel tempo sta mostrando tutta la sua bontà.

Tu sei il fondatore del gruppo Siciliando che sul social network Facebook conta quasi 65.000 iscritti. Come e quando ti è venuta l’idea di portare avanti questo progetto?

Vincenzo Perricone – “Sono passati oltre quattro anni da quella sera di giugno: dopo una giornata in cui avevo letto e ascoltato di notizie di cronaca nera, disservizi e contestazioni politiche e mi accingevo, spegnendo la tv, ad ascoltare un po’ di musica, sorseggiando un calice di vino rosso, li è stato un attimo, improvvisamente la leggerezza di quella musica, stava cambiando quelle sensazioni negative.

Improvvisamente l’idea di creare per farmene dono e per donarlo a tante persone che come me avevano bisogno di pensare positivo. Quale idea migliore di pensare alla mia terra, del bello che la mia terra poteva offrire, del bello che si può trovare in tante persone indipendentemente dal loro stato sociale, dalle proprie possibilità. Insomma un qualcosa che funzionasse a far emergere soltanto il bello, sommerso da tutte le altre notizie che ci procurano preoccupazioni e crucci senza per questo nascondere la testa sotto la sabbia.”

Attraverso il gruppo riuscite a diffondere una forma di turismo culturale e rispettoso dell’ambiente. Ti chiedo un tuo pensiero riguardo questo incontro, che possiamo definire virtuoso.

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La pagina Facebook di Siciliando

Vincenzo Perricone – “Questo sodalizio di cui parli culturale e ambientale è la massima espressione a cui ognuno di noi si dovrebbe ispirare in ogni attività professionale e ricreativa. Noi di Siciliando proviamo sempre ad anteporre il rispetto dell’ambiente, inserendo le nostre attività sociali. Partendo dall’ambiente cambia radicalmente la stessa organizzazione e notiamo gradimento da parte dei nostri iscritti a cui ci piace ricordarglielo durante i tour o altri eventi in cui è possibile manifestare questo virtuosismo.”

Di quali strumenti deve dotarsi una regione come la nostra, per essere ancora più performante rispetto all’offerta turistica? Sottolineando il fatto che il turismo rappresenta un’importante fetta del Prodotto Interno Lordo e che crea opportunità di lavoro e ricchezza economica.

Vincenzo Perricone – “Beh credo che ci siano diverse persone tra le nostre istituzioni valide e preposte ad occuparsi di questa importantissima attività, ed intendo in termini di sviluppo e bonifica delle vie di accesso ai vari siti che ancora abbisognano di grandi sistemazioni. In particolare le strade e non soltanto dei capoluoghi ma anche all’interno dell’Isola, nei paesi che per molti casi rappresentano maggiormente luoghi di attrazioni, ma mi permetto di menzionare anche l’esigenza di avere strutture ricettive importanti (alberghi nuovi e in zone strategiche e nelle grandi città ) ed anche porti e porticcioli per favorire un approdo facile nei diversi punti costieri (ricordiamoci che siamo un’isola), per le grandi navi crocieristiche e imbarcazioni minori.

Tutto ciò detto, a mio modesto avviso, non può comunque realizzarsi se non incentivando gli investimenti dei privati e  degli imprenditori di paesi esteri che, in una logica di sinergie, vogliano portare nuovi investimenti, come dicevo prima, nella nostra Isola e pertanto in Italia. Infine dobbiamo essere bravi tutti che amiamo la nostra terra (croce e delizia) a fare promozione sana e non smettere mai di divulgare e condividere, per creare un’eco virale ed attrattivo.”

I nostri lettori come possono mettersi in contatto e soprattutto come possono interagire con il gruppo Siciliando? Immagina pertanto di parlare con una persona che non sa nulla di voi. Cosa diresti?

Vincenzo Perricone – “La nostra organizzazione si manifesta tramite l’Associazione Culturale senza fini di lucro, SiciliandoStyle e per estensione nella comunicazione il gruppo FB Siciliando, le varie pagine tematiche collegate (tra cui voglio ricordare quella dedicata alla cucina siciliana) , il blog ed il sito www.siciliando.org.

Siciliando (logo)

La nostra mission è quella di promuovere in tutte le sue espressioni il brand Sicilia, il nostro slogan dice “Raccontiamo emozioni, bellezze e meraviglie di Sicilia” e lo facciamo traducendo le dichiarazioni di intenti in eventi vari, come mi piace ripetere dal virtuale al reale. Tour nel territorio siciliano (isole incluse), passeggiate culturali, mostre fotografiche, presentazioni libri, mostre di pittura, reading, presentazione di giovani talenti ma anche promuovendo e realizzando per i nostri associati, corsi di fotografia, corsi di inglese e promuovendo partnership con altre Associazioni o Enti e concedendo in molti casi il nostro patrocinio gratuito per dare visibilità tramite il web alle iniziative e alle persone.

Lo abbiamo fatto realizzando e partecipando negli ultimi 4 anni a circa 70 eventi nel nome della cultura e della crescita esperienziale. Infine cerchiamo di non perdere di vista i meno fortunati partecipando e sostenendo iniziative sociali. A parte i vari canali di comunicazione menzionati siamo altresì raggiungibili tramite l’indirizzo mail siciliandostyle@gmail.com o tramite il numero whatsapp 3661332786.”

Cosa bolle in pentola? Quali sono i futuri progetti che riguardano Siciliando?

Vincenzo Perricone – “Tante iniziative nuove che via via posteremo e diffonderemo tramite i nostri canali di comunicazione. La nostra pentola è in continua ebollizione e questo grazie anche al team di grande valore cui mi pregio di gestire e che senza la loro collaborazione, tutto diventerebbe di difficile attuazione.

Stiamo crescendo piano piano e nei nostri programmi vorremmo trovare una sede immersa nel centro storico di Palermo ma incrementando sempre più (grazie a collaborazioni di volontari) anche una voce nelle varie province siciliane (punti di riferimento già esistenti nel trapanese, messinese, nella provincia di Palermo) .

Il desiderio prossimo la realizzazione di uno spazio culturale stabile ma anche itinerante da mettere a disposizione delle varie associazioni, artisti ma che diventi soprattutto il nostro “quartier generale” da dove far nascere nuove idee e collaborazioni che abbiano come obiettivo la crescita e la diffusione continua nel nome della nostra terra di Sicilia.”Calendario_2019_Siciliando

Nel ringraziare Vincenzo Perricone per la bella chiacchierata che ci ha concesso desidero ricordare che sabato 17 novembre 2018 è stato presentato il calendario per l’anno 2019 di Siciliando. Un evento che è servito anche a raccontare quattro anni di attività dell’associazione

Antonino Schiera

360 gradi di bellezza – Riserva naturale orientata Capo Gallo [VIDEO]

Oggi, con il nostro 360 gradi di bellezza, ci troviamo nella riserva naturale orientata di Capo Gallo.

La riserva si estende in un’ area di circa 586 ettari ed è costituita principalmente dal Monte Gallo, un massiccio carbonatico, formatosi decine di milioni di anni or sono fra il periodo Mesozoico e l’Eocene medio. Il Monte Gallo termina in un promontorio, denominato Capo Gallo, sul quale sorge un faro che ne segnala la posizione.
Il promontorio si trova nella zona nord-occidentale di Palermo e separa i due golfi di Mondello e Sferracavallo, nei quali sorgono gli omonimi quartieri marinari della città. Capo Gallo fa parte del territorio comunale di Palermo che, avendo già dal 1996 la Riserva di Monte Pellegrino, può vantare il singolare primato di possedere ben due riserve naturali entro i propri confini.
Il lato costiero della Riserva di Capo Gallo si estende dal capo omonimo verso ovest fino a Punta Barcarello e, data la natura carsica delle rocce, il mare le ha modellate nelle forme più bizzarre, formando una serie di grotte affascinanti, come la Grotta dell’olio che ricorda un po’ la famosissima Grotta azzurra di Capri. Nell’antichità queste grotte furono abitate dall’uomo e in talune di esse sono stati rinvenuti graffiti preistorici ed altri reperti archeologici di notevole importanza.
Per accedere a buona parte della riserva è necessario l’approdo marino, visto che i collegamenti terrestri che partono dalle due borgate marinare non si incontrano. Per tale ragione nel punto centrale della riserva viene spesso praticato il naturismo. I luoghi più agevoli da raggiungere sono spesso affollati nella stagione estiva a causa della vicinanza al mare e la riserva tutta è posta sotto la vigilanza delle guardie naturalistiche del parco che controllano il rispetto dei regolamenti da parte di turisti e bagnanti.
Il tratto di mare che unisce Capo Gallo con la vicina Isola delle Femmine è stato dichiarato riserva marina. Più precisamente l’Area naturale marina protetta Capo Gallo – Isola delle Femmine (tale è la corretta denominazione), istituita con decreto del Ministero dell’Ambiente del 24 luglio 2002, ha una superficie di 2.173 ettari e la sua gestione è affidata al consorzio creato tra i Comuni di Palermo e quello di Isola delle Femmine.
(si ringrazia il sito http://www.siciliaccessibile.it/ dal quale sono tratte le informazioni)

 

Eventi – Il fotografo Giuseppe Cultrara rievoca gli antichi giochi dei bambini [VIDEO]

Iucannu_di_Giuseppe_Cultrara
Giuseppe Cultrara

Il 3 novembre scorso è stata presentata al pubblico la mostra fotografica in bianco e nero, realizzata dal fotografo isnellese Giuseppe Cultrara che ha per titolo Iucannu. Il luogo scelto dal fotografo per presentare ed esporre gli scatti fotografici, è la sala principale del  Centro Sociale di Isnello. La presentazione si è svolta davanti un folto pubblico che ha partecipato con grande interesse al varo dell’esposizione degli scatti fotografici.

Il tema della mostra, come si evince dal titolo stesso, è legato alla rievocazione, attraverso alcuni scatti fotografici in bianco e nero, dei giochi con cui, i bambini in tempi non lontani, si divertivano.

Insieme all’autore hanno dialogato l’amico isnellese Toti Sireci e Michele Di Donato fotografo di San Severo trapiantato a Castelbuono: quest’ultimo attraverso il suo profilo facebook ha scritto “Sabato 3 novembre, di fronte ad una sala stracolma, ho avuto l’onore di fare una lettura pubblica del portfolio che compone la mostra fotografica Iucannu di Giuseppe Cultrara. Un lavoro eccellente, declinato in uno scintillante bianconero, dal quale traspare tutto l’amore che Peppe ha per il suo paese. Un racconto per immagini dei giochi di gioventù che, purtroppo, sono stati soppiantati da tablet, cellulari e quant’altro. Una sequenza splendida di un fotografo che è cresciuto a vista d’occhio e che, adesso si, è pronto per il grande pubblico. Ad maiora semper, bro!”

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Si ringrazia Rosanna Augello del gruppo Siciliando per alcune fotografie dell’evento

Auguriamo a Giuseppe Cultrara la realizzazione dei suoi sogni nell’ambito dei suoi progetti culturali frutto di una passione che lo porta ad eseguire degli scatti fotografici di notevole valenza artistica. Peraltro le premesse sono davvero ottime considerato che Giuseppe Cultrara, come ci ha detto, ha già in programma di esporre le sue fotografie a Collesano e prossimamente anche a Palermo.

Antonino Schiera

 

 

 

Storie – Moderno Emigrante [VIDEO]

Dedicato a tutte quelle persone che hanno perso il lavoro.

(Palermo, gennaio 2004)

Il tardo pomeriggio a Palermo, seppur invernale, era tiepido. Una delle tante giornate che al suo volgere regalava, giochi di colori e di sfumature tali da rasserenare l’animo. Il sole ormai era dietro le montagne. Alla stazione dei treni era un viavai di persone, chi era pronto a partire, chi invece era sopraggiunto per salutare amici e parenti in procinto di lasciare l’isola.

Il convoglio pronto sul binario, cominciava a riempirsi, gli scompartimenti del treno cominciavano a brulicare di vita. Luigi era da solo, come sempre puntuale aveva già sistemato le valigie e viveva in silenzio l’attesa, prima della partenza. Aveva appena trascorso le feste natalizie in casa sua insieme alla moglie, al figlio, ai suoi genitori e ai suoi fratelli

L’attesa era carica di nostalgiche sensazioni, di solitudine che gli facevano compagnia e delle quali era pervaso. Luigi non piangeva, non poteva permettersi di mostrare la sua debolezza e giocava con se stesso a fare il duro. I soliti ritardatari, invece, con il sorriso tirato cercavano il loro posto riservato, tra sbuffi di fatica e valigie tirate a forza. Il capostazione con il suo tipico berretto e la paletta fischiò, confermando il via libera al convoglio ormai pronto per la sua corsa verso il continente!

I macchinisti diedero dunque corrente ai motori ed il treno uscì sferragliante, ma deciso nella sua possente forza, dalla stazione di Palermo, attraversando la ragnatela di binari. Si sentiva nell’aria come un ruggito: il profondo dolore di Luigi si fondeva con con il rumore emesso dal locomotore.

Luigi si accese una sigaretta. Era seduto sul suo sedile lato finestrino, perché amava vedere lo scorrere del paesaggio, che cambiava velocemente come fosse fotogrammi di un film. Sperava di rimanere solo nello scompartimento che aveva scelto, sentiva come se i suoi pensieri, un misto di fallimento e frustrazione, potessero essere letti dagli altri viaggiatori. E lui non voleva.

Palermo era alle spalle ormai e pensò che mancavano molti chilometri per arrivare alla sua meta, oltre mille chilometri di freddi binari inumiditi dalla notte. Attraversando la dorsale tirrenica della sua Sicilia, seppur a ritmi lenti, arrivò a Messina, propaggine estrema di un trampolino che lo avrebbe proiettato su, su, verso il continente.

Alla sua destra sfilavano monti e vallate ornati da agglomerati di luci di strade e paesini; alla sua sinistra sfilava il mare ormai tetro e punteggiato di luci di lampare e la costa che appariva come una lunga collana di perle giallognole. E poi romantici, ma non per lui, lungomari affollati di coppiette.

Sentendo che stava per lasciare l’isola, Luigi provò un groppo allo stomaco, ma sapeva che doveva farlo. Era sprofondato nei suoi tristi pensieri, quando si sentì salutare dalla cortese voce di un passeggero appena salito sul treno. Prese un libro e cominciò a fare finta di leggere. I suoi pensieri dovevano rimanere tali e non parole che potessero tradire la sua malinconia. Messina fu annunciata dalla vista del continente, la Calabria infiocchettata di puntini luminosi era al di là della Stretto.

Luigi fingendo di essere un turista qualsiasi, andò a prendere un caffè nel bar della nave. Vortici di aria e profumi di zagara lo attendevano su nella balconata della nave. Sentiva il distacco dalla sua terra come il bimbo appena nato, al quale viene reciso il cordone ombelicale, per l’ennesima volta.

Da giovane, studente imberbe aveva studiato materie tecniche, era dunque affascinato dal rito quotidiano del traghettamento, che permetteva ai treni di andare di qua e di là, lungo lo stivale. Sapeva, tra le nuvole grigiastre, sprigionate da un’altra sigaretta accesa, che il tratto calabro della ferrovia era a doppio binario ed offriva spunti di riflessione non solo paesaggistici, ma anche ingegneristici.

Il capostazione fischiò anche a Villa San Giovanni per l’ennesima partenza, le poche fermate previste ed il percorso disposto a via libera avrebbero offerto, al convoglio, una galoppata quasi ininterrotta fino a Napoli.

Luigi non provò nemmeno a dormire, il pacchetto di sigarette ed un libro giallo gli facevano compagnia. Lo sguardo spesso buttato sul quadrante dell’orologio. Gallerie, viadotti e rettifili ferrati si alternavano a perdifiato.

Il sole, scacciando la luna, fece il suo ritorno alle porte di Roma. Anche la Campania, ancora ammantata dal buio della notte, era ormai un ricordo, centinaia di chilometri indietro. Sulla direttissima fino a Firenze l’elettromotrice poté sfruttare tutta la sua potenza imprimendo al convoglio una velocità tale da fare dimenticare a Luigi le sue amare riflessioni. Con il viso attaccato al finestrino, vide sfilare la campagna toscana. E poi ancora Bologna, Verona. Con gli occhi lucidi, si ritrovò a risalire la valle dell’Adige. Trento, Bolzano ed infine il Brennero al confine con l’Austria.Viaggio_In_Germania

L’Italia era terminata! “Willkommen in Österreich”, Benvenuti in Austria. Innsbruck la prima ridente città, su oltre il Brennero. E poi ancora risalendo la valle dell’Inn, tra monti scoscesi e foreste continentali: Schwaz, Worgl, Kufstein: il treno arrivò in Germania, Rosenheim prima e Monaco di Baviera poi, meta finale del suo viaggio.

Controllore_esteroIntanto quasi sorridente, volse lo sguardo al passeggero appena salito e disse: “Guten Tag”, Buongiorno. Il controllore tedesco fece altrettanto, salutò con un sorriso e chiese il biglietto. Luigi sapeva che al di là del confine poteva trovare lavoro. La stazione di Monaco di Baviera era enorme: centinaia di negozi e migliaia di passeggeri che brulicavano sui quattro livelli di cui due sotterranei.

Mise da parte il bambino che era in lui ed entrò nell’ufficio informazioni e chiese a bassa voce, nel suo blando tedesco un elenco telefonico. Fuori nevicava e faceva un freddo intenso da gelare il naso e le mani. Riempì un foglio di carta con una sfilza di nomi, una sfilza di aziende italiane e cominciò a telefonare da una cabina telefonica: “pronto sono un italiano che cerca lavoro, mi propongo per qualsiasi mansione possa servirvi…”

Antonino Schiera (Tutti i Diritti Riservati)

Storie – Natale a Trieste: l’idealizzazione di un amore

Natale a Trieste – Breve racconto di Antonino Schiera

Mare_mare_mareLa nave della Marina Italiana, lasciò il porto di Trieste per una nuova esercitazione in mare aperto. La seconda guerra mondiale, era terminata da circa venti anni, ma la memoria dell’uomo spesso è rancorosa nella sua pervicacia. Cosicché le armi avevano smesso di tuonare, ma non per sempre. La mano era sempre pronta a premere nuovamente il grilletto. La minaccia di una nuova guerra era sempre presente e gli stati che fino a qualche anno prima avevano combattuto tra di loro, continuavano a mostrare i muscoli attraverso il dispiegamento di forze militari. Milioni di morti, sofferenza, distruzione, disperazione non erano bastati a placare definitivamente gli animi.

Mancavano pochi giorni al Natale del 1964. Francesco era imbarcato su una nave da guerra italiana, che in quel tempo di precaria tregua, serviva da deterrente e da monito contro nuovi potenziali conflitti. Francesco stava svolgendo il servizio militare nella città della bora, 18 mesi lontano da casa. La sua famiglia viveva in Sicilia nel capo opposto, verso sud, dello stivale.

Pola_(incrociatore)_-_foto_ufficialeNell’animo di Francesco, albergavano due sentimenti contrastanti: da un lato provava nostalgia per la sua mamma, per il suo papà e per i suoi fratelli rimasti nella terra natia. Dall’altro lato, invece, viveva con gioia la possibilità di esplorare, di conoscere nuovi mari, nuove terre e nuove genti, ma anche le usanze e le tradizioni di altri popoli. Insomma poteva vedere il mondo attraverso gli occhi non solo suoi, ma anche di tutte le nuove persone che aveva modo di conoscere.

Aveva un animo sensibile Francesco. Spesso vergava poesie, non le scriveva nemmeno, ma rimanevano nella sua mente: gli facevano compagnia nei momenti di solitudine, quando le ripeteva come una nenia. Per la prima volta nella sua vita osservava le luminarie, le stelle ed i riverberi di luce dei presepi da una prospettiva diversa, dal mare. Una grande novità per lui, dato che non era abituato a navigare in mare, che aveva reso originale e che percepiva come fosse le braccia di una mamma, che culla il suo bambino.

Quel giorno la sua nave con i motori avanti tutta, era in piena navigazione verso sud, nel Foto_free_nave_da_guerraMare Adriatico. Alla sua destra Francesco coglieva con lo sguardo nitida la costa italiana, con il campanile di San Marco a Venezia che si stagliava alto. Alla sua sinistra la costa della Jugoslavia era meno netta, ma ben visibile. Il compito di Francesco era quello di vegliare sulla sicurezza dell’equipaggio, controllando tutte le comunicazioni radio che potevano presagire ad un imminente pericolo. Il Natale imminente non addolciva i cuori di uomini al potere in piena guerra fredda e quindi bisognava stare sempre sul chi va là.

Francesco amava leggere e quella sera, nei momenti di pausa, era immerso nella lettura di un romanzo d’amore. Nella sua mente si era fatto un’idea di come poteva apparire la ragazza protagonista della storia condita di baci, sospiri, carezze e lettere. La radio gracchiava messaggi in chiaro ed il telegrafo di bordo continuava a ad emettere suoni, che solo lui e pochi altri potevano interpretare. Una serie interminabili di punti e di linee da far venire un mal di testa memorabile.

Il mare forza sei, con onde alte e maestose faceva beccheggiare la nave, in una sorta di danza innaturale piena di cigolii, che faceva sussultare tutto l’equipaggio e spostare da un punto all’altro tutto ciò che non era saldamente fissato alla nave stessa.

Francesco era nato in una località di mare. Lo osservava, sin da piccolo, dalla terrazza della sua casa a Palermo a volte agitato, altre volte calmo, altre volte ancora semplicemente romantico, come il suo animo. Ma non immaginava che potesse esprimere una forza tale, da dominare un ammasso ferroso di diverse tonnellate di stazza.

piazza-dell-unita-d-italiaIntanto era calato il buio in quella notte che annunciava l’arrivo del Natale. La notte successiva sarebbe stata la vigilia della ricorrenza più importante della comunità cristiano cattolica. Francesco contava ormai i minuti che lo separavano dal turno di riposo. I suoi occhi, azzurri come il cielo, cercavano di intravedere ogni segno di vita nel buio della notte, ma il nero pece del mare aveva il sopravvento su tutto ciò che appariva sfavillante soltanto qualche ora prima.

Francesco voltando l’ennesima pagina del romanzo che stava leggendo vide l’immagine di una giovane donna impressa in una fotografia, che era celata tra le pagine di quel libro preso dalla biblioteca di bordo. Il tomo era enorme, ormai logorato da tante mani avide e bramose di sentimenti. Nella pagina successiva trovò una lettera che la donna aveva scritto ad un uomo. Lesse la lettera. Arrivato il suo turno di riposo, si calò nella brandina e chiuse gli occhi. “Mia cara non trovo le parole per dirti quanto sono felice in questo momento, ogni tua lettera rinnova ed intensifica il legame che ci unisce, qualsiasi dubbio che prima affioriva nella mia mente ora è solo un lontano ricordo. Devo dirti grazie, mille volte, per la gioia che mi dai: a volte mi sembra che la vita mi abbia dato troppo concedendomi la gioia di essere amato da te…”.

L’indomani mattina con i motori a tutta forza la nave puntava la prua verso la base, il porto di Trieste che in quel 24 dicembre del 1964 era sfavillante di luci natalizie, mercatini, giostre e teatrini posti nelle strade della città.

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Katarina aveva appena 16 anni e viveva a Fiume insieme ai suoi genitori ed ai suoi fratelli. Era una studentessa modello, ligia ai doveri scolastici e familiari. Spesso si recava a Trieste dai suoi zii per dare loro compagnia. Con il suo sorriso radioso e la sua proverbiale allegria era capace di risollevare gli umori più cupi. Per questo gli zii, Goran e Dragana, che non avevano figli erano felici di ospitarla in casa durante le vacanze scolastiche o nei fine settimana.

In una delle sue passeggiate domenicali Katarina, che aveva gli occhi profondi e neri, incrociò quelli di Francesco altrettanto profondi e blu. Lei stava ordinando un gelato al bar, sotto la stretta sorveglianza degli zii, lui era seduto al tavolo tra sbuffi di aria fredda e cristallina con lo sguardo malinconico e sognante. Era bellissimo nella sua divisa da marinaio in libera uscita e lei lo era altrettanto, agli occhi di Francesco, nel suo bel vestitino con i svolazzi di tessuto colorato ed i riporti in pelle; le calze lunghe; le scarpe da collegiale e quel leggero spruzzo di lentiggini nel viso, che la rendevano ancora più intrigante. Fu un amore a prima vista. Un amore adolescenziale una sorta di romantica idealizzazione, che si concretizzava nelle parole, nei gesti, nelle carezze, spesso immaginate e negli sguardi di Francesco e Katarina. Con una scusa Katarina si allontanò dagli zii e si intrattenne a parlare con Francesco nella città vecchia, il fragore del mare contro la riva come sottofondo. Si scambiarono gli indirizzi con la promessa di scriversi durante i lunghi periodi di navigazione.

Riuscirono a vedersi altre volte, ma di rado, quelle poche volte in cui la nave di Francesco rimaneva attraccata al porto e Katarina riusciva a raggiungerlo nel molo principale. La corrispondenza era fitta e piena di sentimenti, immortalati, nero su bianco, nelle tante lettere che si scrivevano: “Forse non resisterò a tanta felicità. Ti ringrazio per la tua completa dedizione, del tuo amore così impaziente, certo ti assicuro che sarai felice con me, farò tutto quello che è nelle mie forze ed oltre…” Passarono dodici lunghi mesi dal loro primo incontro.

Quella mattina del 24 dicembre Katarina era sul molo ad aspettare il suo Francesco. Poterlo abbracciare e stringere forte a se rappresentava ancora una volta il coronamento di una lunga e trepidante attesa, fatta di notti insonni e desideri d’amore.

Francesco tornato nel frattempo nella sua postazione di telegrafista contava i minuti ed osservava le onde che l’affilata prua della sua nave fendeva nel suo moto ondivago. Mancavano ormai poche miglia all’approdo ed il suo cuore batteva sempre più forte. Sapeva, però, che una volta arrivati in porto doveva sottoporsi allo snervante rituale tipico della marineria, prima dello sbarco definitivo a terra. La certezza di potersi perdere negli occhi di Katarina lo tranquillizzava e nello stesso tempo lo rendeva impaziente.

In lontananza riusciva ormai a udire il suono delle campane a festa di Trieste per Folla_a_Triestel’imminente festività. La nave rallentò sfruttando l’abbrivio per entrare in porto. Ormai i motori erano al minimo e finalmente avvenne lo sbarco. La vide lì, con il fazzoletto bianco in mano e l’ombrello per ripararsi dalla pioggia. Katarina tentava di distinguersi tra la folla. I parenti, gli amici, le mogli, le fidanzate dei marinai formavano un gruppo consistente e indistinto di persone. Francesco corse a perdifiato giù dalla scaletta, si fece largo tra le persone. Ad un certo punto non la vide più. Sembrava di fosse smaterializzata, ma sapeva che lei era lì ad attenderlo. D’improvviso si dovette fermare. Non era più certo di andare nella giusta direzione. Tutto intorno era un brulicare di persone, di pianti, di abbracci scomposti dalla felicità. I secondi, i minuti passavano e la folla cominciò a dilatarsi. Francesco era disperato, non la vedeva ancora e non sentiva la sua voce. La bora scura particolarmente intensa in quel giorno, rendeva quel momento ancora più drammatico, pensò che forse non era lei la ragazza che aveva intravisto con il fazzoletto in mano. Temette che Katarina non aveva trovato il modo di venire a Trieste da Fiume, la città dove viveva con la sua famiglia. I colori divennero sbiaditi, la vista cominciava ad offuscarsi. Un colpo di tosse, un altro ancora, il vento che gli trafiggeva la gola. Il suono della campana era sempre più lontano come l’odore dei dolcetti natalizi e del vin caldo.

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Navi_nel_porto_di_trieste.jpgFrancesco sentì una fitta nel polpaccio destro, pensava di avere urtato qualcosa di duro nella sua spasmodica ricerca di Katarina. Invece sentì sulla pelle l’acre ruvidosità di una coperta ed il lenzuolo bianco di una brandina. Il vento era, come per magia, sparito. Non capiva più nulla e nel tentativo di dare una risposta alle sue domande si sollevò di scatto urtando la testa contro qualcosa di duro. Si svegliò definitivamente dal sonno profondo in cui era caduto per via della stanchezza. Guardò l’orologio e capì che era giunto di nuovo il suo turno al telegrafo. La nave beccheggiava ancora in alto mare ed il boato dei flutti che si infrangevano sullo scafo, lo riportò alla realtà. Si rese conto che aveva sognato. Un bellissimo sogno che, una volta svanito, aveva il sapore del fiele. Francesco aveva sognato di potere avere accanto una donna da amare e con la quale creare una famiglia, come quella annunciata dalla stella cometa nella grotta di Betlemme, in quel preciso istante secondo la tradizione.

Sul viso di Francesco si materializzò un sorriso amaro in quanto aveva realizzato che al suo ritorno a Trieste nessuno lo avrebbe atteso e che la nave non era ancora ormeggiata. Katarina era soltanto un’immagine onirica, uscita dalle pagine di uno sbiadito e logoro libro d’amore.

Antonino Schiera (dedicata al mio amato zio Giacomo – Tutti i Diritti Riservati)

Società – Il coraggio di chi non volta lo sguardo

Ero a Palermo in un assolato e solitario pomeriggio di periferia dentro un autobus. Avevo non più di 19 anni. In quella occasione nessuno poteva intervenire in quanto il mezzo pubblico era vuoto, pertanto rischiai da solo la rappresaglia dei due vigliacchi, che preferirono, dopo avermi minacciato, dileguarsi negli oscuri antri della loro meschina esistenza.

Avevo appena sventato un tentativo di violenza in altre parole ero riuscito a far desistere due loschi ragazzi dalla malsana e assurda idea di relegare a infimo ruolo di oggetto sessuale, una semplice e pacifica ragazza, che in quel caldo pomeriggio di inizio estate ebbe la sfortuna di incrociare i due individui sull’autobus.

La cronaca di questi giorni è costellata, purtroppo, da nuovi episodi di violenza becera e tribale da parte di uomini, che perdono la ragione e armano la loro mano contro la donna alla quale avevano promesso amore, passione e fedeltà. Una sorta di fil rouge doloroso che nessuno riesce ad interrompere.

A Palermo fa notizia, in queste ore, l’intervento di una donna che difende un’altra donna nella pubblica via, dalla violenza di un uomo che dovrebbe invece amarla. Tra l’indifferenza di chi come lei era stato testimone dell’episodio.

Violenza sui ragazziPenso che sia arrivato il momento di dire definitivamente basta alla violenza sulle donne, basta con il femminicidio, basta con l’uso della forza nelle relazioni tra gli uomini e le donne.

360 gradi di bellezza – Mondello e il suo promontorio che Johann Wolfgang Goethe ammaliarono.

Il Montepellegrino visto da Mondello ha assunto, per un magico, scherzoso, gioco della natura la forma di un cane accucciato. Non possiamo sapere se questa era la prospettiva dalla quale Johann Wolfgang Goethe lo osservava. “Montepellegrino? Il più bel promontorio del mondo” vergò lo scrittore, poeta e drammaturgo tedesco nel suo libro Viaggio in Italia. Il_Montepellegrino

Quasi in cima al monte sorge il Santuario di Santa Rosalia all’interno del quale dimorano i resti della Santa Patrona di Palermo e dove campeggia, tra le altre epigrafi, il ricordo di quel viaggio di Goethe a Palermo che iniziò il 2 aprile 1787.

Scarica Baldovino-Rosalia Sinibaldi in formato Word, mio breve monologo

 

 

L’antico stabilimento balneare detto Charleston (stile liberty e art nouveau), progettato dall’architetto Rudolf Stualker, doveva sorgere nella città di Ostenda in Belgio, ma venne spostato nella località di Mondello in virtù della maggior bellezza del paesaggio di quest’ultima. A partire dal 15 luglio del 1913 fa la sua bella figura nel bel mezzo del mare, al centro della spiaggia.

Mondello è un quartiere di Palermo che vive di turismo e di pesca legato territorialmente alla vicina Partanna, località nei tempi andati legata perlopiù all’agricoltura e alla pastorizia ed impreziosita da storiche ville ottocentesche, appartenenti ai nobili di allora. Per trovare a iosa le preziose ville in stile liberty di fine ottocento, bisogna invece calpestare il territorio della vicinissima Valdesi e della stessa Mondello.

Simmetricamente opposto al Montepellegrino sorge il Monte Gallo dove insiste una riserva naturale orientata, che arriva fino al mare e si sviluppa lungo la costa fino a Barcarello. Nella cima del Monte Gallo campeggia il semaforo di origine borbonica che fungeva da osservatorio aeronavale, all’interno del quale vive un eremita che si fa chiamare Isravele.

Insinuata tra i monti, salendo verso la Favorita e la Piana dei Colli, inizia la pianura, che ha favorito la nascita ed il successivo sviluppo urbanistico di Palermo.

 

Video – “L’ultima occasione” cortometraggio di Salvo Anello vincitore del premio cortocortomonamour.

Il video del cortometraggio di Salvo Anello, pubblicato su YouTube è dedicato e prende spunto da una storia di un pezzo di Palermo, localizzato nella periferia nord ovest della città. Il quartiere si chiama Arenella e sorge tra le falde scoscese di Montepellegrino ed il mare, spesso punteggiato da barche di pescatori e da navi in transito da e verso il porto di Palermo.

Chi conosce questi luoghi sa che sono meravigliosi per i colori, gli odori, i paesaggi, le tradizioni che offrono. Potrebbero acquisire maggiore valore e visibilità se si risolvesse l’ormai annosa questione della Chimica Arenella, un tempo Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg, che versa in uno stato di totale abbandono in una piccola ma significativa porzione del quartiere. E che riporta alla luce antiche storie legate al potere economico, alle guerre tra stati, all’evoluzione dei processi industriali.

L’area dove ricade l’ex Chimica Arenella, potrebbe diventare un polo di attrazione turistico e culturale stile Cantieri Culturali alla Zisa, che sorgono dalla parte opposta della città. Ma prima bisogna intervenire per bonificare l’area ed avviare successivamente gli interventi di riqualificazione di questo pezzo di storia industriale palermitana.

Non aggiungo altro. Lasciamo parlare le belle immagini corredate da musica sublime e dal testo tratti da YouTube.

Buona Visione:

 

 

Vincitore del premio CORTO CORTO MONAMOUR.

L’Ultima Occasione – Regia di Salvo Anello – Scritto e diretto da Salvo Anello

TRAMA: Un bambino entra in un antica fabbrica abbandonata alla ricerca di un pallone finito li dentro per caso. Si troverà a girovagare fra gli edifici di una fabbrica inquietante, fin quando accadrà qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.

COMMENTO DELLA CRITICA: Un breve excursus nell’ex Chimica Arenella di Palermo che affonda le radici in un passato ricco di storia, nel divenire di un silenzio sopito e mai frustrato, dove aleggia la speranza di un futuro migliore in cui rincorrere la ricerca del bene comune. A tratti s’intravede la storia, che incornicia la speranza, e il cadavere diventa appello incessante di vita, all’imbrunire di un ricordo che non può rimanere inascoltato. E’ questo un messaggio sincero per non cadere nell’oblio ma nella realtà che ci rende liberi nella nostra dignità. E il silenzio dei luoghi scorre il tempo e si trasforma in armonia che stride, e appare all’orizzonte il senso della vita. La Chimica Arenella di Palermo durante il primo conflitto mondiale divenne la più importante industria d’Europa del settore chimico e nel dopoguerra era capace da sola di produrre l’intero fabbisogno mondiale di acido citrico. Questa è quindi la storia di un sogno. Il sogno di un uomo che, attratto fin da bambino da quel che rimaneva di una vecchia fabbrica, sognava di riportare ai vecchi fasti quel luogo che diede da vivere a tante famiglie. Il sogno di un bambino, che incuriosito, andava in esplorazione, nella speranza di rincontrare il nonno mai conosciuto.

Riflessioni – Alluvioni, sottopassi e tombini italici.

In Italia, nel periodo invernale quando le pertubazioni e le piogge si fanno frequenti, non passa giorno,  nel quale non si parli di allagamenti, frane e dissesti idrogeologici, con conseguenze gravi sulle vite umane e sui beni materiali.
 
E’ una situazione che si ripete da qualche anno a questa parte ed in questo primo scorcio di inverno 2014, già sono state numerose le emergenze documentate dai mass media. In particolare sono state state colpite la Liguria, la Lombardia e l’Emilia Romagna.
 
E’ stato coniato un neologismo “bombe d’acqua” per spiegare la gravità della situazione ogni volta che si presenta. Questo neologismo la dice lunga sull’atteggiamento di chi tiene le fila delle comunicazioni e della politica in Italia.
 
Si vuole e si tenta di dare la responsabilità di tanti morti e di tanti danni materiali esclusivamente a madre natura.
 
Non sono d’accordo su questa tesi in quanto, se è vero che abbiamo assistito ad eventi talvolta eccezionali, in molti altri casi la colpa è della errata gestione del territorio che necessita si di essere antropoformizzato e plasmato per dare spazio alle esigenze dell’uomo, ma non deve essere violentato e degradato ad un puro contenitore di case, strade, fabbriche, discariche e tutto ciò che comporta una colata di cemento. Senza un minimo di logica e di rispetto per l’ambiente e per la natura.
 
Per una semplicissima quanto banale legge fisica l’acqua, essendo un fluido incomprimibile, quando cade da qualche parte deve andare e per la legge di gravità tende ad andare verso il basso. Se osservate un temporale in una zona dove insistono alberi, terreni, piante, anche se scoscesa, vedrete l’acqua defluire in maniera copiosa solo dopo che tutto il terreno l’avrà assorbita. Quindi difficilmente potrà causare danni, perché dovrebbe piovere per molti giorni di seguito.
 
Lo stesso quantitativo di acqua che cade in una città o in un paese invece causa danni ingenti, in quanto i vari piani edilizi, salvo rari casi, hanno previsto questa banale necessità dell’acqua di defluire pacatamente verso valle. Per non parlare poi dell’abusivismo edilizio.
 
Quindi cominciamo a responsabilizzare le figure professionali, istituzioni e politici compresi, che hanno il compito da dare un senso al nostro territorio ed alle nostre città.
 
L’esempio eclatante è Genova che sorge ai piedi di una catena montuosa che prima riusciva ad assorbire e ad inglobare la massa d’acqua che cadeva dal cielo e adesso non più: troppe strade, troppe case, troppe costruzioni in genere anche a monte. A valle poi nemmeno a parlarne. I torrenti ed i fiumi, come il Bisagno, sono stati ristretti per far posto alle necessità della città e quindi quando si ingrossano fanno danni.
 
Parliamo dei sottopassi che sono diventati un caso nazionale. Costruiti per migliorare la viabilità sono diventati oggi un problema ogni volta che piove. Chi li ha progettati non ha pensato di creare un efficace sistema di smaltimento delle acque, per esempio utilizzando delle idrovore o innestando delle pompe negli scoli dell’acqua per farla risalire verso l’alto! 
 
Troppo difficile da realizzare?
 
Ci sono tante persone che sono morte a causa di improvvisi allagamenti dei sottopassi. A Palermo per esempio ogni volta che piove squadre di Vigili Urbani presiedono i sottopassaggi per avvertire gli automobilisti del pericolo e successivamente per chiuderli quando vengono invasi dall’acqua. Almeno si tenta di prevenire e questo va bene.
 
I tombini sono stati messi lì nel titolo così quasi per gioco. Immaginando di vederli volare, leggeri ed inutili ogni volta che la pressione delle acque va fuori controllo.
 
Quanti morti e quanti danni dovremo ancora contare prima che si intervenga in maniera strutturale? Oppure come sempre dobbiamo affidarci allo “stellone italico” per superare questa ennesima crisi?