Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti commento di Francesca Luzzio

Ricevo e pubblico volentieri il commento che la poetessa Francesca Luzzio ha scritto per l’ultima opera di José Russotti.

Josè Russotti, Arrèri ô scuru, Dietro al buio, Poesie in vernacolo siciliano e lingua italiana, collana “Lepisma Floema” – Controluna ed.

La poesia è esplicazione dell’io nella pluralità del suo sentire e trova nelle parole lo strumento del suo essere.

José Russotti esprime la sua essenza esistenziale con parole in dialetto siciliano e in italiano, comunque, in entrambe le versioni linguistiche, le poesie riescono sempre a raggiungere un’adeguata pregnanza semantica che esprime appieno i sentimenti, i palpiti interiori del poeta, sia che ad ispirarlo siano gli affetti familiari o il suo amato paese, sia che allarghi la prospettiva esistenziale-affettiva ad eventi e problematiche sociali. In ogni caso, c’è un’espressione appropriata che coinvolge il lettore se non in una corrispondenza, almeno in una comprensione del suo variegato ed intenso sentire. Questo nel processo memoriale, assume un andamento nello stesso tempo dinamico e regressivo in quanto ha per oggetto la “durata” della vita, nel senso bergsoniano del termine, infatti il passato si mescola al presente e lo condiziona: “Io sono solo e dannato \ a scontare i giorni che mi rimangono, \ solo e perso, lontano da te, \ a contare le mille parole \ che non ti ho detto mai.” ( Suru-Solo, pagine: 120, 121).

Non solo il tempo, ma anche lo spazio spesso si compenetra d’interiorità umana, diventa insomma ambiente condivisore del sentire del poeta: “Incollata all’angolo spesso ascoltavi \….\ e tra stanze chiuse e crepe di lava spingevi \ i rumori dell’anima verso la bocca del forno (Cetti voti- Certe volte, pagine: 46 e 47). In questo contesto spazio-temporale, José Russotti rivela dolore, sofferenza, tormento, ma anche amore e speranza, anzi la sofferenza è generata proprio dall’amore che nella sua persistenza diventa dolore, soprattutto di fronte alla morte: “… la morte non concede ritorno. \ Mi è rimasta la tua giacca appesa al gancio, \ e la tela scarabocchiata di tanti pensieri.” (E campu ‘itia …- E vivo di te…, pagine: 60, 61). Ma il poeta si guarda anche intorno e non può non accorgersi dei delitti di mafia, quale quello d’Impastato e di Portella della Ginestra o non soffrire di fronte all’epilettica Maria Catena: “Quante volte …,\ …\ cadesti a terra a peso morto,\ con la lingua serrata tra i denti \ e una bava di sangue al lato della bocca. ” (Suru u jancu di ll’occhi-Solo il bianco degli occhi, pagine: 122,123).

Si potrebbe scrivere a lungo sulla pluralità tematica presente nella silloge, ma sempre si rivela un’anima sensibile e piena d’intuito nel cogliere in versi liberi, con un frequente uso metaforico del linguaggio e con un ritmo correlato all’essenza del sentire, la variegata realtà della sua vita e del mondo che lo circonda, insomma José Russotti manifesta una vis creativa che fa del poeta una sorta di demiurgo platonico che vivifica la parola, dandole un ordine rivelatore della sua “anima mundi.”

Francesca Luzzio

Recensioni – Oggetti in terapia di Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera

Quante sono le persone che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, riescono a inventare qualche cosa di nuovo? Quanti sarebbero in grado di inventare la ruota, se non fosse già stata inventata? O, formulando la domanda da un’altra angolazione, che cosa è il pensiero creativo e come si possono concepire idee originali? Sono domande contenute nella quarta di copertina de “Il pensiero laterale” di Edward de Bono nato a Malta nel 1933, laureato in psicologia e medicina e considerato una delle massime autorità del pensiero creativo.

Edward De Bono

Vi starete chiedendo cosa c’entra l’opera di De Bono con il libro “Oggetti in terapia” della scrittrice Giovanna Fileccia, oggetto della recensione in questo post? La risposta sta nel fatto che Giovanna Fileccia è una scrittrice, o tessitrice di parole come l’ho definita in una nostra conversazione, che ha assurto la creatività a ruolo primario e fondamentale nella sua esistenza, a maggior ragione quando scrive un libro. A tal proposito può servire leggere la sua biografia contenuta nel blog che gestisce personalmente.

Adesso provate a chiudere gli occhi e immaginate una penna a sfera, un carillon, un frigorifero, uno specchio, un paio di scarpe, un divano e altri oggetti della nostra quotidianità, che si riuniscono nottetempo per una terapia di gruppo, diretti e orchestrati da un orologio a pendolo. E non poteva essere altrimenti considerato che Pendolo è uno degli oggetti più antichi! E non solo è anche dotato di lancette per segnare e scandire il tempo a disposizione a modo suo! Una situazione surreale ed originale, che rivela ai lettori l’abilità dell’autrice nel dare vita agli oggetti e nell’attribuire loro un’anima, che esprime preoccupazioni, sentimenti, disagi tipici di noi umani.

La storia si sviluppa attraverso venti capitoli nei quali i principali protagonisti sono gli oggetti e due umani, Armando Fieravalli e Ugo Raimondi. Ogni capitolo è introdotto da una citazione riferita a personaggi famosi, scelta da Giovanna Fileccia, che ha un’attinenza precisa con il tema del capitolo stesso e non solo, le citazioni hanno il pregio di rivelare quali sono i principi e i valori che la scrittrice vuole trasmettere ai suoi lettori.

Copertina del libro

Il libro pubblicato da Scatole Parlanti nel 20119 è acquistabile online oppure ordinandolo nelle migliori librerie d’Italia.

Per chiudere ecco cosa scrive l’editore nel libro dell’autrice: Giovanna Fileccia scrive in italiano e in dialetto siciliano. È un’artista poliedrica, artefice di una nuova forma d’arte, la Poesia Sculturata. Dal 2013 allestisce mostre personali. Il suo percorso artistico inizia nel 2009 dopo una serie di studi e approfondimenti filosofici e letterari. Per le Edizioni Simposium ha pubblicato Sillabe nel Vento (2012), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015) e Marhanima (2018). Vincitrice di premi letterari e concorsi artistici, alcune sue opere sono inserite in antologie, raccolte poetiche, libri d’arte e tesi di specializzazione. Il monologo Scossa ha vinto il primo premio al concorso “Va in scena lo Scrittore 2018” della f.u.i.s. Oggetti in terapia è la sua prima opera narrativa.

Recensioni – Incerto confine, nota critica di Antonio Fiori

Riguardo la silloge di Stefano VitaleIncerto confineEdizioni Disegnodiverso (2019) , pubblico la nota critica di Antonio Fiori. Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Albertina Bollati

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Stefano Vitale

Il libro evoca l’invisibile confine di Giorgio Caproni ed intona le parole di un alfabeto che si sta rivelando muto; il poeta chiede allora soccorso al disegno e al colore, al corsivo disperato, allo spartito musicale, alla nuda cronaca, che riescono insieme a dare un corpo e una voce alla poesia. Stefano Vitale è in simbiosi con Albertina Bollati – il poeta e l’artista, la parola e le immagini in controcanto. Il progetto è umile e al contempo ambizioso: aiutarci a restare umani, a resistere alle derive, prima che la nostra parola resti definitivamente prigioniera del silenzio interiore. Bisogna dunque assecondare la “clandestina urgenza dell’andare/…/ con la voglia di fuggire/ oltre il rischio della resa/…/oltre il flusso arrogante del tempo.” Ma poi scopriamo, in una strofa dai toni caproniani, che “il nemico corre accanto a noi/ con sguardo atterrito forte ci abbraccia./ E s’incunea, s’aggroviglia./ Dio, come ci rassomiglia!”.

Il poeta, in questa urgenza, non può che attraversare la poesia civile (“Chiudere i porti”), interrogarsi e interrogarci (“Ma a che serve ricordare?”), affacciarsi al mondo “Affacciàti”), affrontare il discorso metapoetico (“Alfabeto muto”). E alla fine un dubbio (e una scoperta): “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine…” o addirittura: “Nascondersi non è un delitto…essere vetro dissimulare.”

Un libro coinvolgente, che vuole accompagnarci e sostenerci, arricchito da illustrazioni sapientemente colorate e dai tratti quasi infantili. Attraversato l’incerto confine e adempiuto al suo compito, il percorso poetico di Stefano Vitale si chiude sul mistero del tempo e della Parola: “il tempo è altro tempo, fuori dal calcolo” e “La chiave è nella Parola/ suono che resta accanto”, lasciando forse intravedere, in quella maiuscola, l’unica parola il cui alfabeto mai diverrà muto, quella ultraterrena.

Antonio Fiori

Recensioni – Il professore e narratore Salvatore Tocco scrive della silloge Terre rare e chicchi di melograno di Emilia Ricotti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che il professore e narratore Salvatore Tocco ha dedicato all’ultima raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della scrittrice Emilia Ricotti (nella foto sopra).

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Copertina del libro

La raccolta di poesie di Emilia ci pone dinanzi all’interrogativo che si pongono gli uomini di cultura negli ultimi decenni del secolo scorso: qual’è il senso dell’arte e della letteratura nella società di massa, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Walter Benjamin prima di finire suicida per sfuggire ai nazisti, aveva evidenziato la perdita di aura  come effetto della riproduzione di massa. Il museo crea un effetto di straniamento. Theodor W. Adorno, leader indiscussso della scuola di Francoforte,  alla fine della guerra sentenziava:  “Fare poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.” Aveva apprezzato Gottfried Benn, Paul Celan, la denuncia dell’ orrore delle guerre. Era il teorico della musica atonale. L’armonia ottocentesca gli sembrava alienare la mente attraverso il coinvolgimento emotivo. Ma è il problema che attenzionava già uno dei maggiori  drammaturghi del Novecento, Bertold Brecht. Alla forma drammatica del teatro tradizionale, come della poesia, (coinvolgono lo spettatore e ne esauriscono l’attività, producendo emozioni) egli oppone il teatro epico, ma anche la poesia epica. Compito del poeta epico è rendere il lettore-spettatore attivo, sottoporlo ad argomenti, portarlo a decisioni. Usa cartelli che bloccano il fluire delle storie e sintetizzano la tematica, evitando il puro coinvolgimento emozionale catartico.

Nel Novecento Elioth e  Montale teorizzano una poesia scabra ed essenziale, Ungaretti cerca la parola che schiuda il miracolo. La poesia oggi tenta di sfuggire alla censura di Adorno, ma il poeta parla spesso di se stesso, del proprio mondo interiore. Fuori c’è la tragedia, le guerre e i fuggiaschi, chiamati con un eufemismo migranti, i campi di concentramento di milioni di persone indifese, le potenze che hanno solo di mira i beni dei paesi poveri, le terre rare, gli affari di pochi ricchissimi e la trascuratezza verso la fame dei poveri,dei diseredati. Ma come si può fare poesia sopra le nuove mire espansionistiche, predatorie. Sopra il crescere dei nazionalismi isolazionisti e rapaci? Emilia Ricotti ce ne da un esempio. O almeno ci prova. Si può fare poesia attraverso un canto che non crei miti, che non favorisca i sogni, l’intimismo. Questa poesia è, questa sì, scabra ed essenziale. Più severa della beat generetion.

Il libro Terre rare e chicchi di melograno è un atlante dei drammi presenti nel mondo, rappresentato senza mediazione linguistica. Come in  un telegiornale ci scorrono davanti centrali operative di guardie costiere che dovrebbero favorire il soccorso in mare di profughi su un gommone, con precisione giornalistica ci comunica ore, giorno e anno, la contabilità dei morti. La poetessa si pone dura a tu per tu di fronte al ministro cinico, spietato. Espone la banalità del linguaggio burocratico di fronte alla banalità del male. La barca che si rovescia, il carico di donne,  bambini, uomini riversati in mare come chicchi di melograno. Annaspano nell’acqua disperati, finché il mare non li inghiotte. Come in ogni poesia epica la conclusione è una denuncia nei confronti delle responsabilità del mondo civile, che non vuole vedere i risultati delle proprie azioni, assumere le proprie responsabilità. L’ironia diventa sarcasmo contro i potenti. La parola è secca, non ricercata, da notiziario, ma colpisce come un pugno nello stomaco.  Voltiamo pagina dell’atlante. Seguiamo la poetessa che ci guida in una discesa agli inferi:  come Virgilio fa con Dante, Emilia ci porta in Congo. Il nuovo imperialismo unisce i governi   dei paesi africani, ai pescecani delle potenze vecchie e nuove nello sfruttamento delle miniere, nelle rapine dei minerali preziosi. L’ironia genera un effetto di straniamento, scuote il sarcasmo di fronte allo sfruttamento del lavoro infantile. Una sola similitudine finale evita ogni commozione e fa riflettere. L’atlante ci porta in Galizia, dove la marea nera  causata da da una petroliera mal ridotta, distrugge  la vita. La poetessa ci concede solo un verso lirico, montaliano: l’orizzonte in fumo. Poi ci martella la testa con l’ossessiva anafora finale, fortemente accentata. E’ l’assoluto dominio della paratassi opportunamente misurata,  a rendere ossessiva la rappresentazione delle tragedie: le guerre, i bombardamenti dalla Palestina, all’Iraq, allo Yemen; i profughi, i gommoni carichi di fuggiaschi, gli annegati, Pantelleria, Lampedusa ci fanno attraversare  un mare di disumanità. Con la velocità dello sfogliarsi di un atlante. Su tutto regna la pietà, la sua pietà per un’infinita catena di casi, che si estendono e paiono non avere fine. Ridotti i verbi che indicano azione, ci vengono posti innanzi una serie visiva di quadri, noi vediamo in successione le immagini di quelle morti, di quegli sfruttamenti. Raramente ci fa godere di qualche espressione fiorita, una similitudine, una metafora. E’ questa una poesia severa, un’antipoesia. Si percorre l’Italia, si attraversano le isole, si consuma l’animo nel declinare l’elenco delle indifferenze e complicità. 

Emilia Ricotti
Emilia Ricotti alla Real Fonderia Palermo

E dove si può concludere il viaggio nel dolore se non in Libia. Nell’oasi di El Gatrun, il più grande campo di concentramento.  La denuncia degli accordi TripoliRoma, indignano e all’indignazione segue il sarcasmo dell’invettiva finale nella quale si rivolge direttamente al presidente.  La poesia abolisce le gerarchie. In ogni poesia, brevi, ma incisive, scorrono i periodi. La paratassi martella, colpisce con la denuncia la disumanità del potere, richiama i  potenti. Come osate, dice.  Come avete potuto! Voi sapevate! Mi richiama alla memoria, questa poesia, l’espressionismo del più grande poeta futurista, il russo Majakovskij de La guerra è dichiarata: la data iniziale, l’elenco dei paesi in guerra, giornali della sera, l’orrore. E dunque questa poesia ci illumina, ci chiarisce la realtà storica in cui viviamo, non  solo ci commuove. Ci strazia. Ci fa dire a ciascuno di noi: sono io innocente?

Salvatore Tocco

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Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti recensite da Michele Barbera

Josè Russotti copertina Dietro al buio
Copertina del libro

“Ma a notti è fatta suru di sirenzi, 

unni mi peddu e mi cunfunnu 

intra stu mancanti i nenti 

iapru ‘u cori e mi lassu iri”.

(ma la notte è fatta solo di silenzi, 

dove mi perdo e mi confondo

dentro questo vuoto di nulla 

apro il cuore e mi lascio andare).

da: Arrèri ô scuru (Lepisma Floema – Controluna Edizioni)

 

Inizia con alcuni versi in vernacolo del poeta José Russotti (nella foto in evidenza), la recensione dello scrittore siciliano Michele Barbera che pubblico volentieri augurando buona lettura ai miei lettori (Antonino Schiera):

Arrèri ô scuru, Dietro al buio, poesie di José Russotti

José Russotti, il cui estro poetico è già ben noto ai nostri lettori, ci ha donato con la sua nuova silloge “Arrèri ô scuru” (Controluna Edizioni, 2019) un emozionante dualismo poetico, in cui lingua italiana e dialetto mavvaggnotu si incontrano in modo simbiotico e rendono trepidante omaggio a quelle emozioni che il critico definì “scissioni dell’animo”, ovvero pure e nude verità emozionali. 

José, da assoluto cantore dell’anima siciliana e poeta celebrativo della “bella lingua”, è riuscito a sanare il mortificante dualismo dialetto-traduzione, esaltando la musicalità poetica di entrambi i registri linguistici, talché la silloge è godibilissima nelle due anime interne che si specchiano l’una nell’altra.

La silloge è afflato di silenzi e grida che animano illusioni di vuoto e nulla, ma anche germinazioni di sentimenti caldi e passionali, ritratti impressionistici e calde emozioni a volte devastanti, come la lava della Muntagna che scorre, linfa vitale e nascosta, tra i versi dei fogghi mavvagnoti di José. 

Tenero e struggente è il messaggio di Senzio Mazza, che apre la silloge, monito ed insieme testamento spirituale a José Russotti, illuminante più di mille ed acute recensioni. Senzio, poeta dialettale finissimo, ma anche vecchiu chi bramìa, depositario di una tradizione letteraria secolare, esprime in modo semplice ma efficace il timore che la “santa palora siculana” vada perduta. L’animo dell’anziano poeta si rallegra leggendo i versi di José, mùsica e meli, per tutti coloro che vivono ‘mpettu la Muntagna. Il tempo diventa così, un inutile diaframma di fronte all’eternità dell’arte poetica, tradizione e patrimonio spirituale, ed allo stesso tempo, luogo immaginifico che frantuma la caducità dell’essere umano. Un messaggio generazionale forte, dall’alto valore simbolico. Parafrasando Pascal, nell’esortazione a José la poesia, eredità spirituale, amplifica così tanto le emozioni “che facciamo dell’eternità un niente e del niente un’eternità”. 

“Vuoto di nulla” che apre il cuore e lascia il poeta “nudo e solo” su un tappeto di pensieri. José non si nasconde dietro i versi, gioca a dadi col destino, diventa funambolo del desiderio, sospeso nel buio.  
Il dialetto scolpisce i versi nel legno vivo e duro, impregnando le liriche di antinomie e di ossimori: sfugge la dimensione del reale, la poesia irride l’illusione di vivere, ma celebra anche l’ansia del puro, la “fini d’ogni cosa” nelle “dumanni senza risposti”.

Michele Barbera
Lo scrittore Michele Barbera

Nelle liriche della silloge, la dimensione onirica ed ineffabile del sentimento poetico si scontra con la salda concretezza di un’esistenza viscerale, scevra di ipocrisie, fiorita “in un pugno di sole con attorno il mare”. Inevitabile il richiamo a Malvagna, alle pendici della Montagna, al paesaggio solare, al fuoco che brucia, alla civiltà che ha radici ataviche, ai legami familiari forti, saldi, certi, da meritare il totale ed “eterno abbandono”. 

Spesso l’uso del dialetto implica un genetico e funzionale policentrismo radicale: geografico, storico, antropologico, dove l’idioma localizzato diventa semeiotica isolazionista, comunicazione iniziatica, fatta non solo di parole, ma di simboli, di segni, di sfumature. José Russotti spezza il localismo verbale, gioca con i fonemi nel duplice registro compositivo e ne fa veicolo di messaggi empatici, universali, densi di atmosfera dominante, in cui ogni antagonismo idiomatico si arena sulle sponde del canone poetico. 

La densità dell’ispirazione poetica è pari al suo pluralismo: le relazioni affettive, l’intimismo arcaico, la sensibilità verso la Sicilia, alma mater, sin’anche la passione politica che trasmuta in rivendicazione sociale, le voci che “si chiamanu” dei migranti in mare, tutto diventa metafora di quel sentimento “vivu e dannatu” che agita l’animo del poeta che affronta, solo e nudo, i contrasti e gli affanni della vita terrena.  

Quasi in una rilettura del dubbio esistenziale che riecheggia i sepolcri foscoliani, anche la morte, specie quella solitaria, nascosta, non confortata dal pianto, diventa occasione di angoscia: “si moriri è tintu e nun duna abbentu / ancora chiù tintu è moriri a mmucciuni”. Il tremito della speranza, che fugge i morti, è amplificato dallo “spleen” (è José che così trasla “cassariamentu”) della insoddisfazione al vivere, della sofferenza che travaglia l’uomo. 

Il sentimento dominante, la cifra originale di José, è, così, l’ansia del puro, il tormento dell’innocenza, a cui solo la poesia, vera catarsi dell’anima, può trovare rimedio. Nell’amore verso chi ama, nell’amicizia, nell’afflato degli ideali, nella natura che non inganna, nei rimpianti dell’essere bambino, José ritrova orizzonti di silenzio, dove si placa ogni tensione emotiva e si rasserena l’inquietudine. 

Ci piace chiudere la lettura delle poesie di José con la doverosa citazione di “Suri d’austu”, Sole d’agosto, dove il montaliano meriggiare pallido ed assorto si veste di sembianze umane, un dialogo che diventa idillio di emozioni solari, nel canto delle cicale, tra i rami di un umile albicocco, a cui “u ma cori si ttacca e si ruspigghia all’umiri lampu di fidi”. Un umile barlume di fede, un rischiarare di speranza, che diventa liricità d’immensa eco ungarettiana, uno sbirciare l’infinito al di là della siepe cara a Leopardi, una metafora naturalistica che invita a guardare con fiducia al domani, al di là del buio, arrèri ô scuru. 

Michele Barbera (visita il suo blog)

 

Recensioni – Marhanima, testo poetico e opere tridimensionali di Poesia Sculturata della scrittrice Giovanna Fileccia (Ed. Simposium)

(nella foto in alto da sinistra a destra Francesco Ferrante, Alessandra De Caro, Antonino Schiera, Veronica Giuseppina Billone, Giovanna Fileccia)

Marhanima
Copertina

Al ritmo del vento.

E adesso voglio capire con gli occhi
e collegare gli occhi al cuore
e sentire il battito ad ogni palpito di ciglia.
Al ritmo del vento che porta
la sabbia tra le operose
mani creatrici di vita
guidate da pensieri
in scatole di cartone
da fili di corde
che si sciolgono
in versi d’amore.

Si apre con questi versi di Veronica Giuseppina Billone, poetessa e mente della casa editrice Simposium, il testo poetico Marhanima della scrittrice Giovanna Fileccia pubblicato nel 2017.

Giovanna Fileccia
La scrittrice Giovanna Fileccia

Mani d’acqua salata
abbracciano
baie e promontori
sussurrano alla terraferma
antiche memorie e
segreti in divenire

scrive Giovanna e aggiungo, che i versi nel loro incipit iniziale sono talmente musicali, chiari, lineari, ispirati che il mio compito si potrebbe esaurire qua. Proverò lo stesso, con il sigaro in bocca che diffonde, tra una tirata e l’altra, bluastri ed effimeri pensieri, a dare una mia impressione dell’opera peraltro impreziosita dalle prefazioni del compianto Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa e della dirigente alla Sovrintendenza del Mare Alessandra De Caro. La psicoterapeuta Caterina Vitale ha invece curato la postfazione, offrendo ai lettori una sua personale e qualificata disamina dell’opera.

Il mare è l’elemento cardine della struttura narrativa che, nel suo dispiegarsi all’interno delle pagine del libro, tocca diversi temi quali, ad esempio, l’amore per il mare stesso, per gli elementi naturali, per le creature che lo popolano, per la vita in generale. Ma Giovanna Fileccia non si ferma qui e come l’antesignana di Greta Thunberg descrive nei sui versi la sofferenza del mare spesso violato dal cemento e dall'”olio nero”.

Colori che cambiano passando dal meraviglioso blu naturale, al già citato nero, fino a trasformarsi drammaticamente nel rosso sangue di naufraghi e di pescatori in pericolo, perché non sempre il mare è amorevole e calmo.

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Veronica Giuseppina Billone

Nel suo descrivere gli abissi del mare la Fileccia sembra riuscire trasformarsi, idealmente, in un sottomarino che esplora le profondità marine fino a incontrare, citandolo nel testo, il leggendario Colapesce, che in una delle versioni siciliane è rimasto in fondo al mare, per sopperire alla mancanza di una delle tre colonne che reggono l’isola.

Il libro si legge come una canto lento, scandendo le parole e cercando di fissare nella mente gli innumerevoli tasselli dei quali è composto. Così da costruire un elemento che da liquido diventa solida e protettrice terra, che prova a ribaltare il concetto di mare infido, spesso pericoloso che nell’immaginario collettivo e nei racconti si fa strada.

Basti pensare a chi deve deve conviverci per lavoro, trovandosi pertanto in balia dei suoi umori, a chi lo teme perché lo vive come elemento estraneo rispetto alla quotidianità, un po’ come l’aria durante il volo. Uno stato meraviglioso, sia per il mare che per l’aria, che le paure ancestrali, dovute ad un’esperienza negativa, dovute a fattori esterni, relegano a momento di pura preoccupazione.

Pertanto Giovanna Fileccia ha il merito di riportare le cose al posto giusto, se consideriamo che nasciamo e ci riproduciamo nei primi mesi di vita in un ambiente liquido, se pensiamo che il primo atto di una nuova vita è quello di respirare aria vitale che poi, come il mare diventano elementi indispensabili per la nostra sopravvivenza

Giovanna_Fileccia
Giovanna Fileccia

Il brodo primordiale di questa alchimia magica, mi riferisco al fatto che Giovanna, riesce a riempire pagine su pagine di impressioni, sentimenti, emozioni, trova terreno fertile nel suo approccio creativo della vita che le permette di vedere il bene dove c’è il bene e di estrarre il bene dove potrebbero prevalere esclusivamente il male e la paura.

Infine qualche parola sulle opere tridimensionali che completano il concetto innovativo di Poesia Sculturata ovvero la trasposizione di alcune liriche a sculture create con materiali diversi: l’idea nasce, a mio parere, dalla necessità dell’autrice di toccare con mano le sue belle liriche, che divengono così da elemento puramente auditivo a elemento cenestetico, creando così un incontro simbiotico che arricchisce i lettori.

Antonino Schiera

Foto di Gruppo a Terrasini per Marhanima
Foto di gruppo al termine della presentazione di Marhanima del 14 dicembre 2019 a Terrasini

Recensioni – La scrittrice e professoressa Antonella Ricciardo Calderaro scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

Il 19 ottobre 2019 si è svolta a Villa Piccolo di Calanovella a Capo D’Orlando,  la prima presentazione assoluta della mia terza silloge poetica MEDITARE E SENTIRE data alle stampe dal Convivio Editore (PER I DETTAGLI RELATIVI ALLA PRESENTAZIONE CLICCA QUA). I relatori erano il poeta e scrittore Biagio Balistreri e la scrittrice Antonella Ricciardo Calderaro della quale riporto il suo intervento nella sua interezza e alla quale vanno i mie sentiti ringraziamenti, estesi al Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo di Calnovella l’avvocato Andrea Pruiti Ciarello.

Antonino Schiera

“Sono poeta, narratore e blogger”. Così si presenta Antonino Schiera sul suo blog e credo che questa sia proprio, anche nell’ordine dei termini, l’essenza piena di Antonino: consulente assicurativo nel quotidiano, esperto di marketing e comunicazione come settore formativo, permea ogni aspetto della sua esistenza dell’esigenza, per lui primaria e vitale, della poesia. Un’esigenza prepotente, che gli consente di percepire l’afflato lirico, la suggestione di persone e situazioni, la magia ancestrale di luoghi come Villa Vina, che ha visitato in uno dei suoi frequenti soggiorni a Capo d’Orlando. Per inciso, Antonino nasce e vive a Palermo, ma è talmente innamorato della nostra cittadina da tornarci, con la sua compagna, in occasione delle ferie estive e spesso nei fine settimana.

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Ricordo che, con umiltà, quasi con una sorta di timore, mi ha confessato il desiderio che la sua ultima creatura, la sua silloge poetica Meditare e sentire, ricevesse l’imprimatur del meraviglioso scenario della Villa, proprio perché Antonino aderisce ai luoghi archetipici e li restituisce sotto forma di poesia. Al Presidente della Fondazione ed a me è sembrato giusto accontentarlo, soddisfare il suo desiderio!

Ecco, in sintesi, il suo iter letterario: risale al 2013 il suo esordio con la pubblicazione della “Raccolta di poesie, aforismi e dediche d’amore” Percorsi dell’anima; seguono, nel 2015, due brevi storie, Moderno emigrante e Natale a Trieste, e, nel 2016, la seconda silloge poetica, Frammenti di colore, finalista nella sezione poesie del 2° Premio letterario-giornalistico “Piersanti Mattarella”. Vanta la collaborazione con quotidiani e riviste, senza contare la sua costante attività di promotore e organizzatore di eventi culturali [sono sue, ad esempio, l’ideazione e la conduzione dell’evento “Calici di Poesie” ad Isnello, che ha suscitato l’apprezzamento di critici e pubblico].

Senza dubbio, è riscontrabile dalla prima alla terza raccolta un proficuo percorso di ricerca e di crescita, che si raddensa attorno alla riflessione sull’essenza stessa della poesia e sulla sua valenza, riflessione già presente nell’incipit della silloge che oggi presentiamo e, peraltro, preannunciata dal titolo, che ne contiene già il Leitmotiv: la quadratura del cerchio, la coincidenza degli opposti, dati dai due elementi “meditare”, con accezione che rimanda alla sfera della ratio, e “sentire”, che risulta anfibologico, e quindi ambiguo, ma comunque rinvia al campo della percezione.

E, a proposito di ambiguità, mi piace rilevare che è la medesima ambiguità del percorso che guida Antonino dalla narrativa poematica e dalla prosa lirica alla tensione estrema, all’inarcamento propri della poesia, che conduce, quand’è autentica, ad una vertigine d’infinito.

En passant, a mo’ di annotazione, ricordo a me stessa che le due azioni, “meditare” e “sentire”, in posizione inversa, sono presenti nel decalogo laico In morte di Carlo Imbonati di Alessandro Manzoni, carme che, com’è noto, l’autore ripudiò, ma che contiene in nuce i pilastri della sua poetica.

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Locandina

E, quasi a voler dimostrare e ribadire la natura della sua ispirazione, Antonino fa seguire a “Riflessioni e pensieri” sulla valenza della poesia un carme-manifesto dallo stesso titolo, il cui Leitmotiv è isolabile con facilità nella tensione verso l’equilibrio cosmico; dello stesso carme si identificano, poi, cifra, genere e cadenza in un continuum narrativo-poetico che ha il sapore del flusso di coscienza e che esalta le interferenze tra la sequenzialità del tempo narrativo e la verticalità del tempo della poesia.

Mi piace, a questo punto, segnalare, all’interno della raccolta, un itinerario ideale in sette tappe, che mi sembra possa evidenziare la linea progressiva cui accennavo prima, con un incipit nell’ “omino” del componimento Il cammino, una breve pausa nel “limbo” di Desolazione, un accenno di transizione nel tempo futuro delle azioni di La rosa dei pensieri, una stasi apparentemente descrittiva nell’omaggio a Palermo di Le balate della Vucciria, un’accelerazione nell’ “ossimoro duale” di Vele, l’universalizzazione delle emozioni nei “bagliori cosmici” di Notte di San Lorenzo, per approdare, infine, all’ “aria che tutto intorno purifica” di Neve.

Altrettanto evidente, all’interno dell’itinerario, è la Weltanschauung del poeta: una concezione del mondo, della vita e della funzione dell’uomo interamente permeata di una forza cosmica primordiale, facilmente riconducibile all’amore, in tutte le sue declinazioni.

Meditare e Sentire a Capo D'Orlando (10)
Biagio Balistreri, Antonietta Calderaro, Antonino Schiera a Capo D’Orlando

Certo, affiora a tratti nei versi qualche grumo magmatico indistinto, traspare a volte tra le pieghe della pagina una voluttà di pianto, un singulto, soffocato in alcuni casi, in altri esplodente ed esplosivo. Ma prevale su tutto la densità, a tratti naïf, di ‘presenze’ (la donna, il viaggio, il treno, il mare…) che riconducono ad archetipi solari, certamente pregnanti di potenzialità di vita. Basterebbe individuare, a riprova di quanto appena affermato, la ‘presenza’, fisica e metaforica, del mare [e/o dell’acqua] in tutte le liriche della silloge, al punto che mi sembra che proprio la voce del mare farebbe volentieri da sottofondo musicale alle poesie, tanto sono impregnate di essa, come traspare anche dall’illustrazione di copertina, dominata da tonalità e sfumature di colore che, dal blu cobalto all’azzurro tenue e al bianco, mi suggeriscono il ritmo vitale alterno di sistole e diastole.

E ancora, per tutta la silloge ho individuato una costante oscillazione tra una realtà concreta, spessa, tangibile e una torbida, sfuggente, greve, plumbea e spesso mistificata e mistificante.

“S’inseguono sogni e reali inquietudini / come schizzi nella tela / della nostra esistenza”, scrive l’A. in Crepuscolo. E a me vien da pensare ad emozioni non seguite e verbalizzate nel loro flusso vitale, ma incistate e restituite sotto forma di macchie d’inchiostro, non inquietanti, ma rasserenate dallo sguardo superiore del sublime della poesia.

Antonino, insomma, accarezza l’immagine di un sé sul punto di essere fagocitato entro le pieghe e le piaghe di un’esistenza percepita come campo minato, ma nell’atto successivo di essere sollevato e salvato dal potere demiurgico della poesia.

In conclusione, quando ho iniziato a leggere le poesie di Antonino Schiera, mi sono chiesta se avessero la natura di ειδύλλιον, di bozzetti naturalistici rasserenanti e idealizzati, o se avessero l’essenza e la complessità di flussi di coscienza, se avessero valenza lirica o meditativa. Oggi concludo che queste poesie sono, semplicemente, portatrici di essenza di canto e, se è vero che il sorriso è il respiro dell’anima, le liriche di Antonino respirano…e sorridono!

Antonella Ricciardo Calderaro

Recensioni – La poetessa Emilia Ricotti scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

MEDITARE E SENTIRE di Antonino Schiera

2019, Il Convivio Editore

Recensione di Emilia Ricotti

Meditare e sentire e ricordare io aggiungerei.

Non scendere le scale dell’oblio, ecco con questo monito di Antonino Schiera mi piace iniziare a descrivere la sua silloge Meditare e sentire, custodire il ricordo che lo ha forgiato.

Ed in Giovinezza è quello dell’amico Benedetto, dove l’iterazione non è casuale.

Resta il ricordo dell’amore Il ricordo della imberbe e rosea pelle di ragazzino un po’ ribelle, che tornando lassù da dove è arrivato, ci lascia un po’ più soli. L’ennesimo tramonto su questo mare che ha visto i tuoi natali.

… dopo l’ennesima sigaretta accesa ….al vento.

O i versi dedicati alla nonna

cardine del perfetto ingranaggio dell’Universo di cui facesti parte integrante e amorevole.

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Copertina del libro

Il ricordo tempio dell’esistenza, tenero ed amorevole, espressione della dimensione del suo star bene con se stesso, e a chi spesso si chiede e ci chiede cos’è la poesia, se essa sia enigma.. o una miriade di altro, si può rispondere che qui la poesia è opificio e risonanza magnetica dell’anima, basta aprire il dischetto e decodificare i passaggi nodali di un’anima che si denuda degli inutili orpelli e si offre ai suoi lettori con l’innocenza di un bimbo e suggerisce

s’inseguono sogni…

come schizzi

nella tela della nostra esistenza.

Calpesterai le macerie

Lasciate dai miei sogni,

non essere triste per il grondare di questa pioggia

che fa piangere pure le statue”

….

Oggi sono sospeso in questo limbo

E in questi versi come non avvertire l’eco di Chanson d’automne di Paul Verlaine

I lunghi singulti

dei violini

d’autunno

mi lacerano il cuore

d’un languore

monotono.

…..

E mi abbandono

al triste vento

che mi trasporta

di qua e di là

simile ad una

foglia morta. 

(Paul Verlaine)

densa di una malinconia che consola se stessa, in Petrarca, sommo poeta, è la celebrata voluptas dolendi , il poeta che per conoscere meglio la sua anima e i suoi meandri aveva scelto Sant’Agostino e le sue confessioni, in un colloquio incessante che gli dispiega universi sconosciuti, e dunque cos’è la poesia se non questo colloquio con l’anima e quando tutto ciò va a fondersi con la ricerca filosofica di Sant’Agostino in Petrarca e nei percorsi che scaturiscono dall’esperienza umana e con essa si saldano in Antonino Schiera, così da farne un unicum, c’è da bearsene.

Il fluire salvifico del tempo che

ha lavato, diluito le ire ancestrali

di un uomo ferito più volte, ma mai domo

… Le prime luci dell’alba indicavano la strada da prendere.

Vasta dunque la tavolozza delle sue emozioni che si modulano sulle note di un ritmo interno, sulla spianata di un’anima che ha tasti infiniti e mirabili.

Emilia Ricotti 

Per conoscere meglio la poetessa Emilia Ricotti:

  1. Intervento di Emilia Ricotti, autrice della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno
  2. Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) di Emilia Ricotti
  3. Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

 

Recensioni – La poetessa e scrittrice palermitana Franca Alaimo riguardo Meditare e Sentire (Il Convivio Editore)

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Franca Alaimo

Pubblico volentieri la recensione che Franca Alaimo ha dedicato alla mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore).

L’abbondanza dell’aggettivazione nell’ultima raccolta poetica di Antonino Schiera rivela la qualità emotiva della sua ispirazione poetica, che ruota attorno a pochi temi, che finiscono con l’intrecciarsi, creando un dialogo che dà luogo a due processi paralleli: l’antropomorfizzazione degli elementi naturali, così come le persone umane finiscono con l’assumere qualcosa degli stati e degli umori della natura.

L’autore, insomma, descrive i suoi stati d’animo riflettendoli nell’ambiente circostante creando sintonie piacevoli, armonie sorprendenti. Allo stesso tempo la natura assume su di sé stai d’animo e pensieri dell’io lirico.

L’autore Schiera attinge materia dalla sua biografia, oscillando ripetutamente tra gioia e dolore, tra memorie dolorose e speranza nel futuro. Spesso è la sua donna ad ispirargli i versi, ora delicati e sereni, ora più malinconici, allorquando qualche incomprensione sembra adombrare l’armonia della relazione amorosa.

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Copertina del libro

La tessitura lessicale delle poesie di A. Schiera, appare non sempre omogenea: aperta com’è, a volte, ad espressioni del parlato, e, a volte, carica di sintagmi e termini piuttosto antiquati, anche all’interno di uno stesso testo. Ritornano pure degli stereotipi espressivi, che egli farebbe bene ad evitare. Nel complesso è un libro che mette in rilievo la sensibile umanità del suo autore, la sua aspirazione ad un mondo più giusto e pacificato, come dimostrano alcuni testi di ispirazione sociale.

Franca Alaimo

Recensioni – Luciana Cusimano traccia un’interessante disamina di Meditare e sentire (Il Convivio Editore), raccolta di poesie di Antonino Schiera [VIDEO]

Meditare e sentire” è la naturale prosecuzione di un percorso introspettivo e di consapevole crescita interiore iniziato con le prime due sillogi “Percorsi dell’anima” e “Frammenti di colore”, un percorso a tappe, con un’ideale scadenza triennale. Ancora una volta, la poesia scaturisce dall’esigenza di mettere nero su bianco i sentimenti che scaturiscono da una riflessione, un’immagine, un dialogo, una situazione, così da eternarle. Versi intensi e pieni di vita che celano un profondo coinvolgimento emotivo e in cui la ricercatezza dei temi si fonde con la semplicità delle immagini suggerite. La poesia di Antonino, infatti, nasce e si evolve dall’osservazione e dalle immagini, posto che il canale visivo è quello prioritario per garantirci una piena interazione con la realtà.

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Luciana Cusimano e Antonino Schiera

La poesia suggella le grandi trasformazioni dell’esistenza e sublima il dolore e il cambiamento. E’ una forma di dialogo con se stessi, con l’inconscio, di interazione con le persone che si incontrano. Dunque, uno strumento di conoscenza. Un esercizio quotidiano e spontaneo lontano dalla vanagloria che consente di comunicare con il mondo esterno con sincerità e onestà intellettuale.

La raccolta esprime una precisa visione del mondo, fondata sulla riflessione quale strumento e metodo per cogliere le innumerevoli declinazioni emotive e sentimentali dell’esistenza. Tutti i componimenti, nella loro diversità, sono attraversati dall’incanto e dal senso di meraviglia che nasce dall’ammirazione degli elementi naturali che connotano il paesaggio. Alla loro vivida descrizione si accompagnano diversi stati d’animo. Il lettore viene condotto per mano in sentieri sensoriali fatti di luci e suoni alla scoperta e alla soluzione dell’inquietudine e del rimpianto e guidato verso la condivisione di desideri e legittime aspirazioni.

Il poeta mostra una sensibilità matura: parte dalla consapevolezza che dalla narrazione di vicende strettamente personali e da mere suggestioni sensoriali si può astrarre verso esperienze universali, storie in cui tutti possiamo scorgere segmenti di noi stessi e delle nostre esistenze.

Il titolo rievoca un processo razionale e intuitivo, logico ed emotivo. Meditare e sentire come frutto di un processo desueto e insolito, per questi tempi caotici e liquidi, ma che premia l’animo se esercitato con costanza e rispetto per i momenti che sa regalare al sé.

L’io dell’autore si relazione con un universo al femminile: il mondo come natura, come spasimo d’amore, come società. La poesia tratteggia una Natura che è madre e matrigna, amica fedele e amante, croce e delizia ma anche fertile dama. La poesia, in questa silloge, si fa fimmina.

La Natura è sfondo e costante presenza che consente di condividere ogni moto dell’animo quasi fino ad umanizzarsi essa stessa e diventare metafora e personificazione dell’umano sentire. Il paesaggio è luogo fisico ma anche occasione di identificazione e abbandono.

Scrivere diventa un modo per fissare lo scorrere del flusso vitale e scandire il decorso del tempo, attraverso un linguaggio immediato e realistico che non ha motivo di essere ermetico e intraducibile. Perché la poesia è vita nella vita e dalla vita trae spunto, attingendo al mondo degli affetti interiori e dall’amore per la propria terra per giungere a sfiorare, quasi a volerle sanare, le piaghe della società.

Meditare e sentire presentazione alla Real Fonderia
Meditare e sentire: presentazione alla Real Fonderia Palermo

E’ una poesia che mette d’accordo tutti, arrivando a tutti. Genera testi che sono nutrimento intellettuale ed emotivo. Perché le poesie vengono generate dalla mente di chi scrive ma prima ancora sono nell’aria in cui girano; sono un moto ondoso che sa cogliere la contentezza, l’emozione e la gioia ma anche la disperazione  dell’animo. Per questo, fare poesia non equivale a vincere una gara metrica e il poeta non avverte la necessità di essere sofisticato. Solo così il lettore potrà comprendere e immedesimarsi, accostandosi al testo come a uno strumento che gli consentirà di vedere meglio parti di sé e del mondo. Si origina così il miracolo della poesia come “Meditare e sentire”, schiudendosi nel cuore di chi legge così come si è schiusa nel cuore di chi scrive.

Luciana Cusimano

Contributo video durante la lettura della recensione di Luciana Cusimano a Isnello