Recensioni – Lo specchio e le Guzzi. Genialità e fragilità di Antonio Ligabue (Il Convivio 2019) di Bartolomeo Errera

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la pittrice, poetessa e organizzatrice di eventi culturali Flavia Vizzari ha dedicato al romanzo del poeta e scrittore Bartolomeo Errera edito da Il Convivio nell’anno 2019, la cui copertina è rappresentata nell’immagine sopra.

Quando ci si trova davanti un autore la cui biografia è difficile da rintracciare, quasi sicuramente ci troviamo di fronte ad un autore molto valido.

Il poeta e scrittore Bartolomeo Errera

Io non sono una critica letteraria per questo motivo, infatti, avendo ricevuto l’invito di esprimere un parere sulla pubblicazione Lo Specchio e le Guzzi – genialità e fragilità di Antonio Ligabue di Bartolomeo Errera (cosi come mi è capitato precedentemente con altri autori), mi sono “messa a studiare”.

Non mi ero mai interessata prima, pur essendo pittrice, all’artista Ligabue, quindi per me quest’esperienza è del tutto nuova. Innanzitutto è chiaro che ci troviamo di fronte ad un autore maturo, di notevole esperienza letteraria e culturale, un nobile è Bartolomeo Errera, in quanto barone della Vanella, ma non di quelli che pullulano in certi ambienti falsati, ma di quelli veri la cui nobiltà è veramente insita in loro; scrittore, laureato in Giurisprudenza che per un periodo ha fatto l’avvocato di professione, interessato alla storia, e dunque, non poteva auto esimersi dal desiderio di dare luce e verità ad un grande pittore del novecento italiano. 

In quarta di copertina del libro leggiamo: – <La storia ci ha consegnato uno straordinario pittore, Antonio Ligabue, bollandolo con il marchio di squilibrato mentale (Al Matt, “il matto” in dialetto romagnolo). Il romanzo di Bartolomeo Errera vuole remare contro i precostituiti concetti per offrire al lettore una realtà da pochi conosciuta e per restituire alla storia un personaggio del tutto diverso dalle etichette. È una saga dell’uomo, della famiglia, della società, della storia, attraverso la vita di uno dei protagonisti dell’arte del ‘900, a partire dai suoi primi anni e dal suo amore per le colline svizzere…>

Le scelte non sono un caso, ma il frutto di ciò che ci emoziona, che ci sprona a coltivare e sviluppare; Bartolomeo Errera anche in precedenti sue pubblicazioni, anche poetiche, si è interessato ad analizzare l’uomo spesso alla continua ricerca di se stesso, al suo linguaggio espressivo, al significato delle sue parole. Scavare nell’animo umano per Bartolomeo Errera è un andare oltre le apparenze dell’umano sentire, questo suo desiderio dell’andare oltre, l’ha spinto in passato anche a creare un movimento poetico definito appunto “dell’oltre”.

Un suo soggiorno a Gualtieri nel 2013 lo portò a sviluppare in se il progetto di scrivere della vita del pittore Antonio Laccabue conosciuto come Ligabue per il fine di ridare verità alla sua storia, di tramandare ai posteri il dubbio che forse Ligabue non era il matto che si è sempre detto. Completato questo bellissimo romanzo, la bozza di esso, fu inviata a diverse case editrici prima della pubblicazione con Il Convivio, e come spesso accade con le opere notevoli e di qualità c’è chi l’ha copiato, come anche è stata rubata l’idea per farne un film, dice l’autore: – <Così va il mondo, tu crei altri plagiano>, ma questo è un altro argomento!

Ritornando al romanzo Lo Specchio e le Guzzi, però, anche se il protagonista della storia è il Ligabue, egli non è l’unico personaggio di questo libro, di cui va indagata l’interiorità e di cui ne viene descritta, nelle pagine, la sensibilità e la sofferenza o la gioia, pur se breve e di alcuni soli istanti. Lo scrittore riesce con la sua sapiente abilità narrativa a dare un’anima a molti personaggi di questo romanzo e a far risaltare in ciascuno di loro la propria anima e sensibilità.

La pittrice e poetessa Flavia Vizzari

Errera fa uso, in alcune parti del romanzo, della ripetizione narrativa della storia e questo suo ripetere alcuni concetti in vari punti, porta inconsciamente il lettore a rimettere continuamente in gioco le stesse emozioni e ad entrare sempre più dentro i personaggi, soprattutto del personaggio Ligabue, nel suo modo di reagire alle emozioni e soprattutto al dolore, descrivendo le sue reazioni con “dondolava il busto del suo corpo ciondolando la testa…”, “ripeteva a cantilena dondolandosi nevrotico…”, “ciondolandosi con onomatopeiche interpretazioni di animali da cortile…”, “inizia a ciondolarsi, muove la testa al ritmo di una cantilena a labbra serrate…”. Questo dondolare, è descritto al massimo della bellezza alla fine del XIV capitolo, quando il pittore si rifugia in un buco scavato in un covone, “le pareti di fieno gli danno calore, sono un surrogato alle braccia della mamma… ciondola il lungo collo da una parte all’altra al ritmo dei rintocchi… scuote la testa incessante… per ore ed ore portando nel cuore della notte spettri lontani… Suoni che lo calmano e lo rassicurano nelle notti scure…”. Forse gli tornava alla mente quando ancora in fasce “la sua sicurezza era la cesta di vimini… ”.

Gli oggetti che danno calore, che proteggono sono molti in questo romanzo, oltre al covone di fieno che protegge Toni (Ligabue), anche la mamma Maria Elisabetta, si lascia proteggere, nel corso degli anni della sua dolorosa vita, dal nero scialle donatole da suor Crocifissa, “pianse tutta la notte avvinghiata allo scialle nero come unica sicurezza”, o al momento del distacco dal suo primogenito “stringere al petto Antonio racchiudendolo nello scialle nero; come due ali chiuse a proteggerlo… ”, e ancora “non proferì parole, scomparve con il collo e la testa tra le trame dello scialle nero, unico suo conforto… sentiva nella lana l’odore del suo bambino… ”.

Il suono e i silenzi accompagnano i vari personaggi e le loro emozioni.

Il silenzio, il non proferire parole nel momento di immenso dolore accomuna mamma Maria Elisabetta e il figlio Toni. Il silenzio è il mezzo narrativo con cui l’autore ci dona la massima percezione del grande dolore provato dai personaggi, da Maria Elisabetta quando “restò con le gambe a chiudere la pancia… si vergognava… represse in gola le risposte che aveva pronte… ”, o successivamente alla morte dei figli “non mosse un solo muscolo del corpo e restò muta… quella donna non collaborava e se ne stava muta con lo sguardo perso nel nulla… lo sguardo fisso nel vuoto, la bocca serrata come una porta segreta… ” e ritorna con il dolore ancora una volta il conforto dello scialle: – “Silenziosa, con le braccia appoggiate sui ginocchi, stringeva in mano uno scialle nero, consunto e sbiadito dal tempo.”. 

Il silenzio è spesso presente anche in Ligabue, poiché il non parlare era un mezzo per non pensare, per dimenticare e meno soffrire. All’interrogatorio di Meier, “Il ragazzo non rispondeva, era assente nella sua presenza… Per una buona mezz’ora tentò di avere una qualche risposta… ”, anche Marino Mazzacurati “vuole farlo uscire dalla sua corazza, dal suo mutismo.”

Anche il personaggio di Elise ha la sua maniera di difesa, per lei ed il figliastro Antonio. “Costruirà un ombrello sopra il quale tutto scivolerà oltre, mentre sotto restavano riparati solo lei ed il suo figlio adottato.”, “l’ombrello protettivo costruito da Elise, superiore anche a quello di una mamma naturale… ”.

I suoni che circondano le vallate descritte sono anche quelli della natura e degli animali, che in assenza Antonio Ligabue emula nell’atto di dipingere. 

Colpiscono il lettore anche stralci di vera poesia narrativa come la descrizione della riflessione di una madre che sta per essere privata dell’unico figlio: – “Questi rami non produrranno più e si copriranno di neve. Loro sono sterili fino alla primavera, mentre io lo sarò per sempre e la neve cadrà sui miei capelli imbiancandoli.”, oppure similitudini come in: – “Si sentiva come il sasso che affondava, senza poter porre resistenza alla sua fine nel greto. Si sentiva come l’acqua che, trafitta dalla pietra, non poteva porre resistenza accogliendo dentro di sé un improvviso sconvolgimento.”

Posso dire che sono arrivata alla fine del libro e leggendo l’ultima pagina, ho pianto! Grazie di cuore Bartolomeo per questo tuo dono.

Flavia Vizzari

Prime di copertina di una parte della vasta produzione letteraria di Bartolomeo Errera

Recensioni – Il capezzale racconti (Kimerik 2012) della scrittrice Emilia Merenda, recensione di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la docente, poetessa e saggista Maria Elena Mignosi Picone ha dedicato alla raccolta di racconti Il capezzzale della scrittrice Emilia Merenda edito da Kimerik nel 2012.

La poetessa Emilia Merenda

Il Capezzale, titolo di uno dei primi racconti di questo libro della scrittrice Emilia Merenda, è stato scelto da lei come titolo del libro. Ma non sembra una scelta fatta a caso. Infatti in questo si riflette il motivo ispiratore di tutti e dieci racconti.
Per comprendere meglio quanto affermato bisogna fare un accenno al contenuto del racconto. Si impernia su una famiglia, padre medico, madre dedita alla famiglia e cinque figlie di cui l’ultima nata dopo tanto tempo quando la madre aveva quarant’anni. Ora proprio l’ultima, a differenza delle altre, più docili, tutte sposate e rimaste in paese, mostrava atteggiamenti di ribellione verso i componenti della famiglia. Diceva che non poteva avere la mentalità della altre, amava andare fuori (viveva col marito a Roma), e non le interessava niente della casa paterna che le sorelle, che avevano tutte una loro casa nel paese, volevano darle, morti ormai da tempo i genitori. Nei riguardi della madre, poi, la vedeva solo come una generatrice di figli non come donna ed essendo nata lei dopo tanti figli più grandi, si era sentita sempre come fosse sopportata, accettata malvolentieri. Era una sua impressione. 

Ma tutto cambia in lei alla scoperta del capezzale. Maneggiandolo e smontandolo, vi trova una lettera scritta dalla madre al marito: “Caro amore mio…quella sera, quando ritornasti a notte inoltrata e piano mi raggiungesti a letto, mi amasti come non avevi fatto mai, come fosse la prima volta. Ricordi? Quando ti ho detto: “ho quarant’anni, vuoi farmi fare un altro figlio? E tu mi hai risposto: “il mio amore per te non è cambiato, è sempre stato lo stesso, speriamo che possa nascere un’altra femmina. Voglio ringraziarti e dirti d’essere stata felice di avere avuto la piccola Silvia, è stato il frutto del nostro amore, rinnovato nel tempo”. Il capezzale, con la lettera che nascondeva, fa crollare di colpo le sue errate convinzioni; e, sentendosi accettata con amore, non solo cambia, e decidere di mantenere la casa per sé, ma si stabilisce nella sua interiorità un equilibrio che non aveva avuto mai.

Ecco sta qui il nucleo del libro che si potrebbe definire “un canto di rinascita nell’amore. E questo risvolto, questo tipo di sbocco, lo troviamo in tutti gli altri racconti, certamente in situazioni diverse e con personaggi diversi. Così è nel più lungo dei racconti La trapunta ricamata, nel quale l’autrice dimostra veramente  potenzialità da romanziera, in cui la nonna che vive col figlio vedovo e la nipote, nel dialogo, sapientemente architettato tra loro due, racconta della sua vita, dell’amore che ha coraggiosamente perseguito, e tutto ciò sprona e incoraggia la nipote, ostacolata dal padre, a dedicarsi al teatro come ardentemente desiderava, e lo stesso figlio poi si dedica alla pittura, una passione a lungo sopita. Il tutto nella legittima libertà e con piena soddisfazione per tutti.

Lo stesso osserviamo nell’altro racconto, l’ultimo, A fuitina, l’unico scritto in vernacolo, col linguaggio estremamente colorito e pittoresco, tipico del dialetto siciliano, in cui una giovane, con l’amorevole complicità della nonna, riesce ad attuare il suo piano di fuga con l’innamorato, di contro alla volontà della famiglia, e si costruisce audacemente la sua felicità.

Maria Elena Mignosi Picone autrice della recensione

Ecco alla definizione di “canto di rinascita nell’amore”, potremmo aggiungere: “con intelligenza”. E questo lo possiamo dedurre ad esempio dal comportamento dei protagonisti di fronte all’obbedienza. E’ questa sicuramente un valore, ma a condizione che chi comandi, diciamo, dia direttive conformi al bene assoluto, altrimenti è anzi doveroso disobbedire. E i personaggi lo usano bene il discernimento. Vivono la vita con criterio e si costruiscono la felicità con intelligenza. Non cedono ai condizionamenti di mentalità, di convenienza e simili. Sono dei vincitori, e in nome dell’amore. Il sentimento dell’amore ammanta tutti i racconti. Vi domina sovrano.

Un altro esempio, questa volta, di un cuore inaridito che trova la felicità. “Margherita era una ragazza semplice, come il nome del fiore di campo che portava e che avevano strappato senza apprezzarne le qualità, perché di poco valore. Soltanto chi possedeva un animo gentile poteva scoprire la dolcezza del suoi profumo…Qualcuno dall’animo gentile era entrato nel cuore di Margherita, riuscendo a percepire la dolcezza di quel raro profumo”.

Ancora il racconto Il dono in cui la sventurata vecchietta riesce a superare la sua mala sorte nel dedicarsi agli altri e trova consolazione nell’affetto di una bambina vicina di casa. Dalle sue parole un’analisi meravigliosa del sentimento dell’amore, anche in età avanzata. “Le persone possono dare tanto amore, anche da vecchi; l’amore è formato da un insieme di attenzioni, anche all’apparenza piccole, ma che, messe insieme, formano un grande sentimento…l’amore non si esprime solo col cuore, ma con le parole, con le azioni, e anche con il silenzio, e non avendo più l’agilità e la forza fisica dei giovani, le persone anziane possono dimostrarlo usando altri modi…adesso posso aiutare con le parole e con la pazienza di sapere ascoltare” e conclude “l’amore è come un diamante ricco di sfaccettature, è un dono e a volte è più faticoso prenderlo che darlo. Ma se si ama veramente, non ci si aspetta di essere ricambiati e se da giovani abbiamo amato, diventando vecchi, non ce ne possiamo dimenticare”.

Come possiamo osservare da quanto sopra, rilevante è la presenza dei nonni e delle persone anziane nell’opera di Emilia Merenda. Vi figurano impersonando la saggezza, l’esperienza di vita con le quali essi danno un apporto di vera ricchezza a quanti li circondano, ai giovani soprattutto.

Ed è vera ricchezza questa, non quella che comunemente si intende, quella economica per la quale tanti si rovinano. Con squisita sensibilità e profondità di pensiero Emilia Merenda ribalta la concezione corrente, come nel racconto “La seconda ricchezza” o nell’altro “I bambini nascono tutti uguali”. Ricchezza è una bella famiglia felice, ricchezza è l’effusione di affetto di cui una madre colma la sua bambina; povera è invece la bambina ricca ma sola e con i genitori assenti perché troppo indaffarati.

Un profondo senso di tenerezza suscitano certi racconti dove affiora l’autrice da bambina o da adolescente come in La festa della mia vendemmia e La bottega del barbiere, come ad esempio nel coinvolgimento della piccola nel pestare l’uva assieme agli altri bambini, incoraggiata dalla presenza rassicurante del nonno, e l’euforia che le si sprigiona nell’animo, per cui il compito diventa un divertimento;  o il taglio delle trecce,   operato dal barbiere venuto a casa, che le fa provare un  senso di pudore, sentendosi depauperata, quasi denudata, senza i suoi capelli lunghi.

Ecco è questo un libro veramente delizioso, ricco di sentimento, di amore, di tenerezza, ma anche di insegnamenti, ricco di profondità, in cui balza in maniera efficace ed incisiva, la intelligenza, la fermezza, la buona volontà. Un libro gradevole come lettura ma anche educativo e perciò lo giudicherei molto adatto alla narrativa nelle scuole. Non dovrebbe mancare nelle biblioteche scolastiche. Specialmente in Sicilia. Emilia Merenda è siciliana, palermitana precisamente, e ha sempre vissuto nella sua città da cui non si è mai allontanata. Ha respirato nella sua famiglia l’amore alla conoscenza e la passione per l’arte. Sua madre era una maestra-casalinga. Di quelle maestre che curavano non solo l’istruzione, ma anche la formazione umana e morale; il padre era appassionato di pittura e il nonno, che era baritono, di musica e di canto. L’arte si fondeva con l’amore familiare perché i momenti a questa dedicati erano momenti di partecipazione e di aggregazione familiare.

Sposata e madre di due figlie, Emilia Merenda si è dedicata alla scrittura. Ma non è solo autrice di racconti, è anche poetessa, sia in lingua che in vernacolo. Le sue poesie sono state molto apprezzate, motivo per cui ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti e conseguito innumerevoli premi, tutti primi premi. Emilia Merenda ha saputo presentare la propria terra, la Sicilia, nelle sue peculiari caratteristiche, sia di mentalità, di condizionamenti ma anche nei tipi umani più comuni come il saggio del paese o il barbiere, la vecchietta, e così via.

E su tutto risalta l’autenticità della sua voce, della sua ispirazione come mirabilmente esprime nei versi posti in esergo all’opera, Certi voti, che non possiamo non riportare: “Certi voti mi parranu e nun sentu / taliu e nun viu nenti, / caminu e nun sacciu d’unni iri / la teste mi machinia / e sula sula / la manu accumincia a scurriri / ‘nta lu fogghiu biancu. / li pinzeri diventanu paroli, / la testa si svacanta / e lu cori finarmenti, / si rasserena.”

La poesia, come tutta l’opera, sia in versi che in prosa, di Emilia Merenda è pura ispirazione. Ella è un’artista genuina, trasparente, e come lo è nel pensiero, lo è anche nella espressione. Il suo stile è limpido, piano, scorrevole ed è pregno di armoniosa eleganza. E’ dunque, per concludere, questo di Emilia Merenda, un libro piacevolissimo, e anche edificante.

E dietro le sue pagine si avverte sempre la presenza dell’autrice. Per chi ha la fortuna, poi, come me, di conoscerla direttamente, quel che colpisce in lei, oltre l’amabilità, è la sua umiltà. Accanto a lei si sente sprigionare il profumo della umiltà, e con questo , della serietà, perché dove non c’è umiltà non c’è neanche serietà. Emilia Merenda. Una persona che lascia il segno. Una persona che non si dimentica.

Maria Elena Mignosi Picone

Pagina di vendita del libro con la sintesi dello stesso.

Recensioni – Focu raccolta di poesie di Giuseppe Gerbino (Drepanum) a cura di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la docente, saggista e poetessa Maria Elena Mignosi Picone, ha dedicato alla raccolta di poesie Focu di Giuseppe Gerbino.


Maria Elena Mignosi Picone

Una fiamma rosseggiante, che  traduce, in immagine, il titolo, Focu,  balza dinanzi sulla copertina della silloge di poesie di Giuseppe Gerbino, nativo di Erice, poeta siciliano dell’area trapanese.

Il fuoco, che già nell’antica filosofia greca era considerato, assieme all’acqua, all’aria e alla terra, elemento primordiale, indispensabile e vitale per l’esistenza, è  il fulcro dell’opera.

 “Abbrucia Focu! Abbrucia e duna luci!/ Lu scuru, no, nun havi a supraniari!”  Volgendosi attorno, la vita, nella mancanza di autenticità  e di sincerità, appare al poeta come una folla di maschere, come un circo dove ognuno recita una parte. La malvagità  umana sia del passato,( i campi di concentramento), sia del presente, (la sorte dei migranti che spesso annegano nel mare), lo turba profondamente. Lo scontro continuo tra bene e male lo disorienta: “Lu beni, ‘u mali: sti du’ frati / chi nta la nostra vita tennu bancu, / pi curpa d’iddi, a voti mi svalancu / circannu l’equilibriu.”

Quanta sofferenza per la durezza di cuore! Ecco, è  qui che Giuseppe Gerbino, compartecipe del dolore degli sventurati, emerge nella sua vera essenza. E qual è? La misericordia.  “…vulissi fari lu sartu di li cori” per  ricucirne appunto le ferite. Nella vita ha scelto di fare il professore: insegnare è  un’opera di misericordia. È  anche padre di famiglia. La dedizione, la sollecitudine,  l’abnegazione sono aspetti precipui della sua persona.

Deliziose sono poi certe poesie che sono dialoghi come quello tra il bimbo nascituro e la sua mamma. Qui come in altre si nota che il poeta procede nei versi lasciando in sospeso il lettore e solo alla fine a sorpresa svela di chi si tratta.

Nella misericordia rientra pure la comprensione. Anche di fronte a certi atteggiamenti altrui che potrebbero sembrare di disordine, di ribellione, egli sa andare a fondo nell’anima, e lungi dal condannare, ne capisce le ragioni recondite, e invita alla compassione: “Talia di dintra,  sunnu marturiati.”

Il poeta Giuseppe Gerbino

Di fronte al male, non c’è  in lui mai acredine ma semmai talora fa capolino l’umorismo.

E invita al perdono: “Si cerchi Diu…Lu trovi travistutu di pizzenti / …maschiratu /… di vicchiareddu / …talia li suffirenti, / li malati / …Ma si lu cerchi dintra un omu tintu/ e nun c’è  proprio versu di truvallu: / Diu, allora è  dintra a tia, …picchi, ti sta nsignannu a pirdunallu.”

Ecco, in questo nostro tempo in cui assistiamo alla disumanizzazione della società,  con l’indifferenza, la durezza di cuore, la violenza come presunta espressione di forza e di superiorità,  Giuseppe Gerbino ci insegna che il fuoco, che può  annientare il buio, l’oscurità,  le tenebre, è  l’amore, portato perfino alle estreme conseguenze. È  la misericordia, è  la comprensione.

E insegna anche il rispetto alla donna. Ne dà  l’esempio: “Lu me birrittu/ mi levu pi tia, donna, matri, amanti, / pi tia chi si pilastru di la casa, /  pi tia chi si megghiu d’un diamanti, / senza di tia, lu monnu mori, sfasa”.

Per non dire del rispetto e dell’attaccamento alla sua amata: “Senza di tia, /…la vita mia chi fussi? Jorna privi / di senzu, privi di significatu.” E altrove: “…vogghiu essiri la vita, luci d’idda, / ed idda, amuri, vita e luci mia!”

Ecco il fuoco. Amore che dà  luce, vita e calore.

E nel dare la ricetta della vita: “Rispettu e amuri…la bona vulunta`, …autostima…senzu d’umurismu”.

Alla dolcezza di queste poesie contribuisce anche lo stile adottato da Giuseppe Gerbino: sono endecasillabi a rima alternata, o di altro tipo.

Stile soave, delicato, musicale.  Esempio: “È  l’arba, e ‘n celu c’è  na russaria: / signali chi lu suli sta affacciannu, / l’urtima stidda a stentu parpagghia, / la luna audaciu  audaciu  va squagghiannu”. Oppure nella poesia “Mari” : “Mari agitatu, mari timpistusu, / chi sbatti nta li scogghi priputenti”. La poesia continua ed egli si paragona al mare perché  è  pure agitato.

Ma Il nostro poeta ha un rimedio eccellente, e qui c’è  la poesia come rifugio e consolazione: “… sugnu agitatu propriu comu a tia / e… scappu ‘ngruppa di la me puisia”!

Maria Elena Mignosi Picone è inserita nel novero dei poeti ai quali ho dedicato un post nella sezione PROTAGONISTI

Recensioni – Raccolta di poesie Meditare e Sentire di Antonino Schiera (Il Convivio Editore), recensione dello scrittore, storico Emanuele Drago

Emanuele Drago

Appare subito evidente nella nuova silloge del poeta Antonino Schiera dal titolo Meditare e Sentire una dicotomia tra due diverse tendenze che caratterizzano il suo modo di poetare. Da un lato una dimensione se così si può dire “descrittiva”, che predilige l’esteriorità e l’osservazione della natura, mentre dall’altro un poetare più propriamente verticale che tende a dar voce al proprio stato d’animo e al proprio vissuto esistenziale. Ora è proprio questa seconda dimensione, che molto spesso viene solo allusa, sfiorata e mai portata alle estreme conseguenze che lascia intravedere nella sua poetica di Schiera un mondo non ancora pienamente espresso ed esplorato. Insomma, il lettore ha la sensazione di trovarsi davanti alla punta dell’iceberg di una interiorità che solo improvvisi guizzi e lampi lirici lasciano intravedere. Dunque, come già detto, da un lato la poesia di Schiera, che non segue una vera e propria metrica ma dei versi liberi che prediligono tuttavia le anafore o ossimorici nonsense, è descrittiva e pone al centro la natura e l’analisi delle cose (il crepuscolo, la risacca del mare, la descrizione del lago e del profumo della zagara) mentre dall’altro si contraddistingue talvolta per l’uso di immagini sovrapposte che solo apparentemente sembrano vivere una vita propria, ma che in realtà trovano la propria ragion d’essere nell’animo e nell’intenzionalità del poeta. Dunque, a mio avviso, non è tanto il meditare che rende interessante l’evoluzione della sua poesia, ma per il sentire che dal meditare si genera. Mi spiego meglio: è come la poesia di Schiera acquisisse potere e forza lirica proprio quando cerca di superare la mera osservazione della natura; insomma, quando trasforma la natura in pretesto, in specchio, in palinsesto della propria anima; o ancora meglio, quel palcoscenico che egli finisce per piegare e curvare a quelle che sono le intime esigenze della propria interiorità. Ed è qui, a mio avviso, che la poetica di Schiera cerca di andare oltre, rifuggendo dal rischio sempiterno della banalità descrittiva. Si tratta di movimento verticale, o fintamente orizzontale (come accade ad esempio nella lirica Pale di fico d’India) nel quale quell’interiorità molto spesso sottaciuta riesce a manifestarsi in una plastica immagine della natura. Allora, più che nelle riflessioni moralistiche o moraleggianti la poesia di Schiera svela il suo carattere nascosto allorquando cerca di “scorticare” un angolo della propria interiorità, sebbene ancora con quell’eccessivo contegno di una sofferenza sottaciuta, o nascosta spesso in una soggettività impersonale (Il buio). In tal senso interessanti sono alcune espressioni che rivelano questa sofferenza sottaciuta e solo lambita (“intanto il vento insidia il mio tepore già dispersoVolto di donna; “Meglio che sparisca nelle nebbie della desolazioneDesolazione; “una giovinezza evaporata nei primordi/salgo sull’altare di un monastero nefastoVista sul mare; “pensoso trasudo poesieVestigia; o in quel mirabile inizio di In Riva al Lagonuvola mi sento o forse ancora nuvola sono, inseguo una nuova alba, un nuovo tramonto e poi un’alba ancora pallida e un tramonto rosso”; “inebriato dall’ebbrezza dei fumi del vino redento dai peccati / dono a te mio simile umanoide quanto ho da regalare perché totalmente mioIdentità). Ed è in queste espressioni, in queste impennate, in questa inaspettata verticalità terminologica che il poeta a mio avviso lascia intravedere ciò che potrebbe ricavare dal pozzo della propria angoscia. Perché è quando cerca di “complicarsi” in questa disperata lotta con la propria parte più intima che la poesia di Schiera rivela una espressività terminologica che appare potenzialmente ancora fruttuosa.

Emanuele Drago

Recensioni – Raccolta di poesie Grovigli di un passato di Marisa Briguglio (Armenio Editore – 2019) a cura di Antonino Schiera

Copertina

L’anima mia. La notte scese su di me,/ l’oscurità avvolse l’anima mia./ Ogni suono era spento./ Buio tutto intorno./ Sentivo il cuore battermi forte come se volesse uscire dal mio petto./ Battiti assordanti di atroce dolore…

Inizio la mia recensione riportando i primi versi che aprono la raccolta di poesie Grovigli di un passato di Marisa Briguglio, che catapultano immediatamente il lettore in un mondo in cui la sofferenza e il dolore vengono evidenziati dalla sensibilità dell’autrice, che affida ai suoi versi il compito di rappresentarli. Nella raccolta di poesia ricorre spesso il sostantivo anima che la poetessa evidenzia nel suo mondo, caratterizzato dal rapporto amorevole e servizievole con i suoi cari ed in particolare con la nipote Paola Raffaele, autrice dei disegni contenuti all’interno del libro. Sono sentimenti che non si esauriscono nell’ambito familiare, ma che esondano, come un fiume in piena, all’esterno attenzionando le persone che necessitano di amorevoli cure, non soltanto attraverso la sua presenza, ma anche attraverso iniziative nel mondo associazionistico, finalizzate al miglioramento della qualità della loro esistenza.

Riporto la definizione di anima tratta dall’Enciclopedia On-Line Treccani: nell’accezione più generica, come del resto nella coscienza comune, è il principio vitale dell’uomo, di cui costituisce la parte immateriale, che è origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale. Insisto su questo tema in quanto nelle poesie di Marisa Briguglio, non si assiste semplicemente ad una sorta di martellante ritornello rafforzativo di un concetto, piuttosto ad un desiderio di straniamento, finalizzato ad affermare che l’uomo e la donna non sono fatti di solo corpo, ma anche di sogni, desideri, percezioni, viaggi. Il tutto finalizzato a rendere meno nitido, meno forte il dolore insito nell’esistenza.

Una poetica che ha una funzione catartica, legata al vissuto e al sentire dell’autrice, ma anche una funzione di tipo sociale in quanto il lettore viene sensibilizzato a prestare la giusta attenzione a temi quali la solidarietà e l’assistenza.

L’autrice dedica la sua opera ai suoi genitori Rosa e Nino e li cita rispettivamente nella poesia Il Silenzio e Un sorriso, ma non li chiama per nome quasi volendo avocare a se l’onere di ricordare a tutti i figli di rispettare e amare i propri genitori.

Un altro tema toccato dall’autrice nei suoi versi è la rinascita favorita dal trascorrere del tempo e non è un caso che viene sottolineata nei versi conclusivi nella poesia L’anima mia, anche se la vera protagonista è la notte che spavalda e invadente acuisce il dolore (vedi i primi versi riportati all’inizio della recensione) e poi… Mi addormentai/ vidi mari agitati e lontani./ Il giorno ritornò./ L’anima mia era ancora avvolta nell’oscurità/ Più passavano le ore,/ più mi sentivo/ distrutta,/ tormentata,/ vuota di ogni colore./ Solo con il tempo,/ ho intravisto sprazzi di luce/ per amore della vita./ L’anima mia è rinata.

Marisa Briguglio e Paola Raffaele

L’animo sensibile di Marisa Briguglio non poteva non partorire una poesia legata a una delle nefandezze che più ha caratterizzato e caratterizza purtroppo ancora, la storia dell’uomo: la guerra. Ne parla nella poesia Venti di guerra. Sento arrivare venti di guerra,/ venti lontani/ che distruggeranno tutto con n le loro mani./ Non sento parlare dell’umanità/ ormai rassegnata,/ che cammina nella terra bagnata/ dal suo stesso pianto,/ perché teme/ di non vedere il domani…

La raccolta di poesie è suddivisa in quattro sezioni: squarcio, donne, battiti, dolori, sorrisi ed è arricchita dai disegni di Paola Raffaele. Alla fine di tanto ascoltare, desiderare di sconfiggere il dolore, desiderare di aiutare il prossimo, osservare il male che ci circonda che può essere anche rappresentato dall’indifferenza, attraverso i suoi versi liberi punteggiati da rime sparse, l’autrice si congeda dai suoi lettori con una poesia che rappresenta un invito all’ottimismo, che si ancora fortemente al desiderio di un futuro migliore. E lo fa con la poesia dal titolo:

Un sorriso:

Un sorriso inaspettato,
che ti toglie il fiato,

Un sorriso di un bambino,
che illumina il suo viso
di luce immacolata.

Un sorriso di un padre,
che per ogni sofferenza cancellata
racchiude coraggio e fierezza alla vita ingrata.

Un sorriso sincero,
svestito di ogni cattiveria,
di ogni forma di costrizione
bello da donare ma anche da ricevere.
Un sorriso libero.
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Recensioni – Lo scrittore Biagio Balistreri recensisce La gondola dei folli di Franca Alaimo, Spazio Cultura Edizioni

Franca Alaimo
LA GONDOLA DEI FOLLI
Spazio Cultura Edizioni – Palermo 2020

Avevo dato un titolo a questa breve relazione sul romanzo La Gondola dei Folli di Franca Alaimo, e il titolo era “Poesia, fantasia e cultura”, perché queste sono le caratteristiche di fondo dell’opera. Confesso preliminarmente di non avere ancora letto Vite Ordinarie, anche se il libro si trova sulla mia scrivania da molto tempo. E volontariamente non l’ho ancora letto (adesso naturalmente lo farò) perché essendo, per motivi diciamo così di ufficio, entrato in contatto in anteprima con La Gondola dei Folli, romanzo che mi ha subito colpito apprezzandolo e giudicandolo una gemma preziosa, desideravo non essere influenzato dall’altra importante opera in prosa di Franca Alaimo.

Credo che pressoché tutte le persone che mi ascoltano conoscano abbastanza bene Franca Alaimo poeta e la sua capacità di amalgamare nei suoi versi memoria, fantasia, cultura e vita, condite naturalmente con una straordinaria sensibilità. In La Gondola dei Folli queste qualità sono tutte presenti, insieme, mi sembra, al desiderio di raggiungere con la sua scrittura un pubblico ben più vasto, nonché appartenente a molte più classi di età, di quello che, ahimè, la vera poesia, oggi, sia in grado di raggiungere. Valgano, a questo proposito, le frequenti e un po’ tristi riflessioni del nostro carissimo amico Nicola Romano.

La scrittrice Franca Alaimo

Per raggiungere questo scopo, l’Autrice, partendo dall’affermazione che “la realtà è immaginazione e l’immaginazione è realta”, e forse anche dalla famosa frase della Tempesta di Shakespeare “siamo fatti della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”, propone al lettore una favola onirica adatta a tutte le età, da quella della protagonista, Franziska, che è una ragazzina, a quella di noi lettori un po’ più maturi. Una favola che si svolge a Venezia, la quale, per sua natura, è una città di sogno, o, come ha detto Rilke, citato dalla stessa Alaimo, “solo qui, ci si ritrova fra cose indicibili”.
La tesi di fondo di Franca Alaimo consiste nel credere che la cultura inviti al sogno e lo arricchisca. È dolcissimo il rapporto esistente fra Franziska e suo padre, grande intenditore d’arte, che crea una grande confidenza fra la bambina e il mondo degli artisti, fino al punto che ella sembra non provare meraviglia quando la Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer la invita di notte a un viaggio in gondola sulla laguna. La gondola si popola poi di scrittori, musicisti e artisti, ma anche, e insieme, di personaggi delle opere d’arte, cosa che d’altra parte era pure la ragazza di Vermeer, la quale però
allo stesso tempo era una persona realmente esistita, ma continuamente alla ricerca della propria identità. Questa mescolanza di artisti realmente esistiti e di personaggi immaginati dagli artisti è la cifra più interessante della creazione di Franca Alaimo, perché riempie di sostanza – sia pure della sostanza dei sogni – cioè di sofferenza, amore, intelligenza, e in generale sentimenti, anche quelle che finora per noi sono state sempre pure immagini. D’altra parte uno dei protagonisti in carne e ossa del racconto, il padre di Franziska, in un colloquio con la figlia asserisce: “i personaggi dei romanzi sono onnipotenti come la fantasia.”

Al centro lo scrittore Biagio Balistreri

E che di sogno si tratti a un certo punto l’Autrice non può che affermarlo esplicitamente, e ciò avviene quando la Ragazza con l’orecchino, rivelando l’intero gioco letterario, dice alla bambina: “Taci! O mi desterai per sempre dal tuo sogno che mi sta sognando e sparirò prima del previsto”.
Ma perfino la gondola ha una sua sostanza. Ho scoperto infatti che La gondola dei folli –che immediatamente richiama La nave dei folli, famoso dipinto di Hieronymus Bosch – è parte del titolo di una manifestazione, La calunnia: la gondola dei folli, curata fra Venezia e Roma nel 2016, in celebrazione del celebre cantante bulgaro, il basso Boris Christoff, dallo storico e critico d’arte Gabriele Romeo, peraltro palermitano e al quale il romanzo è dedicato. Quindi non ci sorprende che in uno dei viaggi della gondola nei quali si sostanzia il racconto, compaia a una finestra proprio Boris Christoff in persona, che intona “la calunnia è un venticello…”.
Così, in tre notti di navigazione in laguna, “fantasmi” di artisti realmente esistiti e personaggi creati dall’immaginazione degli artisti, da Don Chisciotte a Dürer, a Ofelia, a Christoff, a Lady Macbeth e alla stessa Ragazza con l’orecchino di perla, raccontano ciascuno se stesso, scambiandosi, in un’atmosfera fiabesca, memorie e drammi personali, rivelando la propria sostanza e i propri sentimenti e interloquendo fra di loro e con la giovanissima Franziska, che, guarda caso, ha lo stesso nome dell’Autrice.
A giustificare il tutto, a mio parere, giunge assolutamente opportuna, verso la fine del racconto, la comparsa di Fernando Pessoa, il quale, con la surreale invenzione degli eteronimi, che ha caratterizzato tutta la sua breve esistenza, ha di fatto equiparato gli scrittori e i personaggi, rendendo in qualche modo ancora più realistica e giustificata l’operazione letteraria condotta da Franca Alaimo. D’altra parte, chi vada a Lisbona, può tranquillamente sedersi in un accogliente portico accanto a Fernando Pessoa, e chiacchierare con lui, o, a scelta, con un suo eteronimo.
Il prefatore del libro, Giannino Balbis, ha affermato, fra l’altro, che questo romanzo va letto almeno tre volte. Devo confessare di averlo letto più di tre volte, grazie anche alla brevità del testo, che lo rende ancora più vicino a una favola, ricavandone sempre un forte godimento.

Antonella Ricciardo Calderaro

Un’ultima notazione vorrei dedicare alla immagine della copertina di questo volume, onirica opera del pittore Casimiro Piccolo di Calanovella, normalmente esposta nella Casimiroteca a Villa Piccolo in Capo d’Orlando, e gentilmente concessa dalla Fondazione Piccolo, anche grazie all’affettuoso interessamento dei comuni amici Antonino Schiera e Antonella Ricciardo Calderaro. Immagine che ha consentito una presentazione fisica del volume che si rivelasse al livello qualitativo del suo contenuto.

Biagio Balistreri

Recensioni – La Casa dell’Ammiraglio di Tommaso Romano (CulturelitEdizioni) a cura della scrittrice Myriam De Luca

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la poetessa e scrittrice Myriam De Luca, ha dedicato all’ultima opera del poeta, scrittore e saggista Prof. Tommaso Romano.

La Casa dell’Ammiraglio è l’ennesimo capolavoro letterario di Tommaso Romano, ascrivibile a un genere di narrativa psicologica ad alto tasso evocativo ed emozionale. Dalla prima all’ultima pagina, l’introspezione e la condizione della mente sono la cifra stilistica di questo romanzo.
Uno stupore sincero per la capacità dell’autore di entrare dentro “le cose”, di non cedere alla perversione dell’infelicità, di camminare alto sulla mediocrità di certe persone, di costruire scale davanti a mura altissime.

Myriam De Luca


L’Ammiraglio abita tre case diverse:
La casa familiare che condivide con la moglie.
La casa di campagna che considera un “naturale prolungamento della casa madre”, dove si annoda con lo spirito della natura e con quello dell’amatissimo padre che, indomito, aleggia tra vigneti e foraggere.
La casa dell’anima, all’interno di un palazzetto Liberty vicino l’Hotel des Palmes su cui ruota la narrazione.
La casa dell’anima era, pertanto, a volte custodita come la dimora delle mirabilie nel fluire dell’apparenza di visite furtive o di ritorni ripetuti e spesso insensati, altre rare volte vissuta come la casa della devozione sincera, dell’autentica dedizione, della leale passione.

Quarta di copertina

In questo luogo, sacro e inviolabile, l’anima dell’Ammiraglio pulsa di vita, si nutre di affetti e calore, di ricordi e di pace. Uno spazio psichico circoscritto, dove trovare un equilibrio fra il mondo interno e quello esterno.
Una sorta di centro spirituale in strettissimo rapporto con tutti gli oggetti presenti nella casa da lui collezionati nel corso della sua esistenza.

D’altronde, l’Ammiraglio, quando non aveva né gradi né mostrine e neppure decorazioni al merito, poco più che adolescente aveva segnato il suo personale destino con l’acquisto di una potiche in vetro squisitamente Liberty, comperata per poche lire al mercato delle pulci della sua città sempre molto amata, malgrado la crescente volgarità.

Fin da fanciullo, infatti, egli nutre un singolare interesse per il bello e una straordinaria passione nel ricercare oggetti rari, insoliti ed eleganti. Un’anomala occupazione per un ragazzo di quell’età che diverrà un destino da cui non potrà più sottrarsi. Attraverso ogni porcellana, ogni quadro, ogni statua si apre un varco verso l’assoluto, tra il divenire e l’eternità.

Il professore Tommaso Romano (a destra) al Premio Arenella Città di Palermo insieme a Katiuska Falbo e Francesco Anello

L’effimero nella bellezza delle cose si fa eterno e si manifesta l’invisibile.
Fra poltrone, merletti e sofà con un bicchiere colmo a metà di Porto da
centellinare d’inverno, lo zammut da versare copioso sull’acqua fredda
d’estate, un sigaro toscano o una pipa, un libro amico o un giornale da
consumare, l’Ammiraglio passava le giornate e gli anni si cumulavano fra i
tanti abitanti silenziosi di quella magione amata, mai tradita.

In un totale e dolce abbandono, l’Ammiraglio si gode il privilegio di sentire bellezza in un tempo che rimane immutato e, sprofondando nella poltrona materna foderata di rosso carminio, si lascia abbracciare dal mare calmo della sua anima libera.

Myriam De Luca

La Casa dell’Ammiraglio in versi
Mi immergo nella profonda
e viva bellezza degli oggetti
della mia casa
Essi si fanno padre, madre
diventano il fanciullo che ero
la voglia di andare e di tornare
Sono il passato, il presente,
il futuro da lasciare a chi
vorrà ricordarmi
Orfani o morti
sarebbero stati
se non li avessi salvati
da mercanti e rigattieri
Gioiscono e piangono
insieme a me
Muti mi amano
con la sola pretesa di essere
ogni tanto spolverati
al contrario di tanti stolti che
con untuose e rumorose parole
mi adulano per sfruttare
il mio talento
Provvida la loro presenza
quando la tirannia del tempo
mi ha portato via la giovinezza,
gli amici cari, il mio fedele cane,
il senso del giorno e della notte
Efficaci antidoti ai rigurgiti di vita,
al brutto e all’ingiusto,
ai torti e alle accuse,
all’invidia e al rancore
E tra queste “cose”
e in ciò che scrivo nessuno
potrà mai uccidermi
né il tempo, né la morte
decretare la mia fine

Myriam De Luca

L’opera di Tommaso Romano è stata recensita anche dallo scrittore Salvatore Vecchio e pubblicata nel magazine culturale Culturelite.

Recensioni – Nel buio ricami di luce, poesie di Angelo Abbate edite da Thule

Copertina

“La poesia di Angelo Abbate è come uno specchio che riflette ciò che giace nel profondo della sua anima, ciò che non tutti riescono a cogliere anche dopo una breve conversazione. Dietro il suo piglio energico e determinato, si trova uno spirito sensibile che attinge continuamente da una fonte inesauribile di ispirazione, che è la vita” scrive il poeta palermitano Pietro Vizzini nella sua nota critica inserita nell’ultima raccolta di poesie del poeta Angelo Abbate Nel buio ricami di luce. L’opera è stata pubblicata nel mese di dicembre 2019 dalla casa editrice Thule diretta dal professore, poeta e saggista Tommaso Romano.

La raccolta di poesie di Angelo Abbate si presenta in effetti come un affresco composto da numerose sfaccettature, che immergono il lettore nel mare vasto dell’esistenza, frutto della sensibilità e dell’impegno sociale dell’autore. Una sorta di quadro tridimensionale che tocca, attraverso i versi, temi diversi tra loro divenendo un percorso variegato e multiforme.

Montagne di nubi oscurano il cielo                                                                              un’arcana foschia avvolge la sera.                                                                              Tra le pieghe della pelle                                                                                                  un freddo insolente si insinua                                                                                      s’ode il crepitio della pioggia                                                                                        che lentamente scivola, viscida,                                                                                    nel cuore di una notte di ghiaccio                                                                              che non ristora il sonno                                                                                                  e non assopisce le inquietudini                                                                                      stagnanti tra le anse della perfidia…

Esordisce così l’autore con la prima poesia che, partendo dalla descrizione poetica di un evento atmosferico, conduce nel suo progredire nelle pieghe dell’esistenza, connotata da rapporti con le persone che si frantumano, fino al desiderio accorato di pace nutrito dall’ indomita speranza che non si esaurisce mai. Ecco la sensibilità di Angelo Abbate, citata da Pietro Vizzini, che si materializza sin dai primordi della raccolta e che viene confermata quando l’autore ne Il cielo di Aleppo rivolge la sua attenzione alla sofferenza generata dalla guerra in particolare nei più piccoli… dell’innocenza spogliati i bambini dei sogni e dei giochi privati in freddi e improvvisati giacigli…

Pietro Vizzini

Ed ancora ne I ragazzi speciali, poesia dedicata a chi vive la propria esistenza in una diversa abilità che non amano arrampicarsi sulle pareti lisce il sabato sera non fanno le ore piccole…

Non mancano nella raccolta di Angelo Abbate accorati e amorevoli richiami alla famiglia come nelle poesie Vecchio padre, Giulia e Perché madre e poi un riferimento alle antiche civiltà nelle poesie Pantalica e Dalle ceneri rivive Himera.

Non poteva mancare nell’opera un riferimento al mare in particolar modo nella poesia …Nel mare dell’oblio… e nella poesia All’amico navigante, considerato che l’autore è stato Ufficiale delle Capitanerie di Porto, esperienza di vita che lo ha certamente arricchito e condotto a guardare il mondo con gli occhi dell’altro.

Nessun poeta, penso, può avere soffocato in via definitiva l’Io bambino che è in ciascuno di noi e nemmeno il sentimento dell’amore romantico. Per quanto riguarda Angelo Abbate ne è testimonianza la poesia Girotondo d’amore che ricorda i giochi dei bambini nel suo titolo, per poi virare nella descrizione di un amore sofferto e caratterizzato dalla partenza senza nessun ritorno e dalla conseguente attesa di un nuovo giorno, metafora utilizzata per rappresentare la rinascita perché no nella sfera amorosa:

Un’altra partenza                                                                                                      per un viaggio che non ha ritorno                                                                             la malinconia silente mi avvolge                                                                      fremiti d’inquietudini mi rincorrono                                                              lacrime asciutte inondano il mio cuore                                                            spasimi di ghiaccio mi attanagliano                                                                         in un gelido sepolcro di nebbia…

La silloge è arricchita da alcuni dipinti del maestro Carlo Puleo a partire dalla prima di copertina che porta il titolo della stessa. La prefazione è curata dallo storico e critico letterario Giuseppe Bagnasco, le postfazioni sono delle poetesse Dorothea Matranga e Maria Antonietta Sansalone. Note critiche di Tommaso Romano e Pietro Vizzini.

Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti commento di Francesca Luzzio

Ricevo e pubblico volentieri il commento che la poetessa Francesca Luzzio ha scritto per l’ultima opera di José Russotti.

Josè Russotti, Arrèri ô scuru, Dietro al buio, Poesie in vernacolo siciliano e lingua italiana, collana “Lepisma Floema” – Controluna ed.

La poesia è esplicazione dell’io nella pluralità del suo sentire e trova nelle parole lo strumento del suo essere.

José Russotti esprime la sua essenza esistenziale con parole in dialetto siciliano e in italiano, comunque, in entrambe le versioni linguistiche, le poesie riescono sempre a raggiungere un’adeguata pregnanza semantica che esprime appieno i sentimenti, i palpiti interiori del poeta, sia che ad ispirarlo siano gli affetti familiari o il suo amato paese, sia che allarghi la prospettiva esistenziale-affettiva ad eventi e problematiche sociali. In ogni caso, c’è un’espressione appropriata che coinvolge il lettore se non in una corrispondenza, almeno in una comprensione del suo variegato ed intenso sentire. Questo nel processo memoriale, assume un andamento nello stesso tempo dinamico e regressivo in quanto ha per oggetto la “durata” della vita, nel senso bergsoniano del termine, infatti il passato si mescola al presente e lo condiziona: “Io sono solo e dannato \ a scontare i giorni che mi rimangono, \ solo e perso, lontano da te, \ a contare le mille parole \ che non ti ho detto mai.” ( Suru-Solo, pagine: 120, 121).

Non solo il tempo, ma anche lo spazio spesso si compenetra d’interiorità umana, diventa insomma ambiente condivisore del sentire del poeta: “Incollata all’angolo spesso ascoltavi \….\ e tra stanze chiuse e crepe di lava spingevi \ i rumori dell’anima verso la bocca del forno (Cetti voti- Certe volte, pagine: 46 e 47). In questo contesto spazio-temporale, José Russotti rivela dolore, sofferenza, tormento, ma anche amore e speranza, anzi la sofferenza è generata proprio dall’amore che nella sua persistenza diventa dolore, soprattutto di fronte alla morte: “… la morte non concede ritorno. \ Mi è rimasta la tua giacca appesa al gancio, \ e la tela scarabocchiata di tanti pensieri.” (E campu ‘itia …- E vivo di te…, pagine: 60, 61). Ma il poeta si guarda anche intorno e non può non accorgersi dei delitti di mafia, quale quello d’Impastato e di Portella della Ginestra o non soffrire di fronte all’epilettica Maria Catena: “Quante volte …,\ …\ cadesti a terra a peso morto,\ con la lingua serrata tra i denti \ e una bava di sangue al lato della bocca. ” (Suru u jancu di ll’occhi-Solo il bianco degli occhi, pagine: 122,123).

Si potrebbe scrivere a lungo sulla pluralità tematica presente nella silloge, ma sempre si rivela un’anima sensibile e piena d’intuito nel cogliere in versi liberi, con un frequente uso metaforico del linguaggio e con un ritmo correlato all’essenza del sentire, la variegata realtà della sua vita e del mondo che lo circonda, insomma José Russotti manifesta una vis creativa che fa del poeta una sorta di demiurgo platonico che vivifica la parola, dandole un ordine rivelatore della sua “anima mundi.”

Francesca Luzzio

Recensioni – Oggetti in terapia di Giovanna Fileccia a cura di Antonino Schiera

Quante sono le persone che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, riescono a inventare qualche cosa di nuovo? Quanti sarebbero in grado di inventare la ruota, se non fosse già stata inventata? O, formulando la domanda da un’altra angolazione, che cosa è il pensiero creativo e come si possono concepire idee originali? Sono domande contenute nella quarta di copertina de “Il pensiero laterale” di Edward de Bono nato a Malta nel 1933, laureato in psicologia e medicina e considerato una delle massime autorità del pensiero creativo.

Edward De Bono

Vi starete chiedendo cosa c’entra l’opera di De Bono con il libro “Oggetti in terapia” della scrittrice Giovanna Fileccia, oggetto della recensione in questo post? La risposta sta nel fatto che Giovanna Fileccia è una scrittrice, o tessitrice di parole come l’ho definita in una nostra conversazione, che ha assurto la creatività a ruolo primario e fondamentale nella sua esistenza, a maggior ragione quando scrive un libro. A tal proposito può servire leggere la sua biografia contenuta nel blog che gestisce personalmente.

Adesso provate a chiudere gli occhi e immaginate una penna a sfera, un carillon, un frigorifero, uno specchio, un paio di scarpe, un divano e altri oggetti della nostra quotidianità, che si riuniscono nottetempo per una terapia di gruppo, diretti e orchestrati da un orologio a pendolo. E non poteva essere altrimenti considerato che Pendolo è uno degli oggetti più antichi! E non solo è anche dotato di lancette per segnare e scandire il tempo a disposizione a modo suo! Una situazione surreale ed originale, che rivela ai lettori l’abilità dell’autrice nel dare vita agli oggetti e nell’attribuire loro un’anima, che esprime preoccupazioni, sentimenti, disagi tipici di noi umani.

La storia si sviluppa attraverso venti capitoli nei quali i principali protagonisti sono gli oggetti e due umani, Armando Fieravalli e Ugo Raimondi. Ogni capitolo è introdotto da una citazione riferita a personaggi famosi, scelta da Giovanna Fileccia, che ha un’attinenza precisa con il tema del capitolo stesso e non solo, le citazioni hanno il pregio di rivelare quali sono i principi e i valori che la scrittrice vuole trasmettere ai suoi lettori.

Copertina del libro

Il libro pubblicato da Scatole Parlanti nel 20119 è acquistabile online oppure ordinandolo nelle migliori librerie d’Italia.

Per chiudere ecco cosa scrive l’editore nel libro dell’autrice: Giovanna Fileccia scrive in italiano e in dialetto siciliano. È un’artista poliedrica, artefice di una nuova forma d’arte, la Poesia Sculturata. Dal 2013 allestisce mostre personali. Il suo percorso artistico inizia nel 2009 dopo una serie di studi e approfondimenti filosofici e letterari. Per le Edizioni Simposium ha pubblicato Sillabe nel Vento (2012), La Giostra dorata del Ragno che tesse (2015) e Marhanima (2018). Vincitrice di premi letterari e concorsi artistici, alcune sue opere sono inserite in antologie, raccolte poetiche, libri d’arte e tesi di specializzazione. Il monologo Scossa ha vinto il primo premio al concorso “Va in scena lo Scrittore 2018” della f.u.i.s. Oggetti in terapia è la sua prima opera narrativa.

Recensioni – Incerto confine, nota critica di Antonio Fiori

Riguardo la silloge di Stefano VitaleIncerto confineEdizioni Disegnodiverso (2019) , pubblico la nota critica di Antonio Fiori. Il libro è arricchito dalle illustrazioni di Albertina Bollati

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Stefano Vitale

Il libro evoca l’invisibile confine di Giorgio Caproni ed intona le parole di un alfabeto che si sta rivelando muto; il poeta chiede allora soccorso al disegno e al colore, al corsivo disperato, allo spartito musicale, alla nuda cronaca, che riescono insieme a dare un corpo e una voce alla poesia. Stefano Vitale è in simbiosi con Albertina Bollati – il poeta e l’artista, la parola e le immagini in controcanto. Il progetto è umile e al contempo ambizioso: aiutarci a restare umani, a resistere alle derive, prima che la nostra parola resti definitivamente prigioniera del silenzio interiore. Bisogna dunque assecondare la “clandestina urgenza dell’andare/…/ con la voglia di fuggire/ oltre il rischio della resa/…/oltre il flusso arrogante del tempo.” Ma poi scopriamo, in una strofa dai toni caproniani, che “il nemico corre accanto a noi/ con sguardo atterrito forte ci abbraccia./ E s’incunea, s’aggroviglia./ Dio, come ci rassomiglia!”.

Il poeta, in questa urgenza, non può che attraversare la poesia civile (“Chiudere i porti”), interrogarsi e interrogarci (“Ma a che serve ricordare?”), affacciarsi al mondo “Affacciàti”), affrontare il discorso metapoetico (“Alfabeto muto”). E alla fine un dubbio (e una scoperta): “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine…” o addirittura: “Nascondersi non è un delitto…essere vetro dissimulare.”

Un libro coinvolgente, che vuole accompagnarci e sostenerci, arricchito da illustrazioni sapientemente colorate e dai tratti quasi infantili. Attraversato l’incerto confine e adempiuto al suo compito, il percorso poetico di Stefano Vitale si chiude sul mistero del tempo e della Parola: “il tempo è altro tempo, fuori dal calcolo” e “La chiave è nella Parola/ suono che resta accanto”, lasciando forse intravedere, in quella maiuscola, l’unica parola il cui alfabeto mai diverrà muto, quella ultraterrena.

Antonio Fiori

Recensioni – Il professore e narratore Salvatore Tocco scrive della silloge Terre rare e chicchi di melograno di Emilia Ricotti [VIDEO]

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che il professore e narratore Salvatore Tocco ha dedicato all’ultima raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della scrittrice Emilia Ricotti (nella foto sopra).

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Copertina del libro

La raccolta di poesie di Emilia ci pone dinanzi all’interrogativo che si pongono gli uomini di cultura negli ultimi decenni del secolo scorso: qual’è il senso dell’arte e della letteratura nella società di massa, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Walter Benjamin prima di finire suicida per sfuggire ai nazisti, aveva evidenziato la perdita di aura  come effetto della riproduzione di massa. Il museo crea un effetto di straniamento. Theodor W. Adorno, leader indiscussso della scuola di Francoforte,  alla fine della guerra sentenziava:  “Fare poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie.” Aveva apprezzato Gottfried Benn, Paul Celan, la denuncia dell’ orrore delle guerre. Era il teorico della musica atonale. L’armonia ottocentesca gli sembrava alienare la mente attraverso il coinvolgimento emotivo. Ma è il problema che attenzionava già uno dei maggiori  drammaturghi del Novecento, Bertold Brecht. Alla forma drammatica del teatro tradizionale, come della poesia, (coinvolgono lo spettatore e ne esauriscono l’attività, producendo emozioni) egli oppone il teatro epico, ma anche la poesia epica. Compito del poeta epico è rendere il lettore-spettatore attivo, sottoporlo ad argomenti, portarlo a decisioni. Usa cartelli che bloccano il fluire delle storie e sintetizzano la tematica, evitando il puro coinvolgimento emozionale catartico.

Nel Novecento Elioth e  Montale teorizzano una poesia scabra ed essenziale, Ungaretti cerca la parola che schiuda il miracolo. La poesia oggi tenta di sfuggire alla censura di Adorno, ma il poeta parla spesso di se stesso, del proprio mondo interiore. Fuori c’è la tragedia, le guerre e i fuggiaschi, chiamati con un eufemismo migranti, i campi di concentramento di milioni di persone indifese, le potenze che hanno solo di mira i beni dei paesi poveri, le terre rare, gli affari di pochi ricchissimi e la trascuratezza verso la fame dei poveri,dei diseredati. Ma come si può fare poesia sopra le nuove mire espansionistiche, predatorie. Sopra il crescere dei nazionalismi isolazionisti e rapaci? Emilia Ricotti ce ne da un esempio. O almeno ci prova. Si può fare poesia attraverso un canto che non crei miti, che non favorisca i sogni, l’intimismo. Questa poesia è, questa sì, scabra ed essenziale. Più severa della beat generetion.

Il libro Terre rare e chicchi di melograno è un atlante dei drammi presenti nel mondo, rappresentato senza mediazione linguistica. Come in  un telegiornale ci scorrono davanti centrali operative di guardie costiere che dovrebbero favorire il soccorso in mare di profughi su un gommone, con precisione giornalistica ci comunica ore, giorno e anno, la contabilità dei morti. La poetessa si pone dura a tu per tu di fronte al ministro cinico, spietato. Espone la banalità del linguaggio burocratico di fronte alla banalità del male. La barca che si rovescia, il carico di donne,  bambini, uomini riversati in mare come chicchi di melograno. Annaspano nell’acqua disperati, finché il mare non li inghiotte. Come in ogni poesia epica la conclusione è una denuncia nei confronti delle responsabilità del mondo civile, che non vuole vedere i risultati delle proprie azioni, assumere le proprie responsabilità. L’ironia diventa sarcasmo contro i potenti. La parola è secca, non ricercata, da notiziario, ma colpisce come un pugno nello stomaco.  Voltiamo pagina dell’atlante. Seguiamo la poetessa che ci guida in una discesa agli inferi:  come Virgilio fa con Dante, Emilia ci porta in Congo. Il nuovo imperialismo unisce i governi   dei paesi africani, ai pescecani delle potenze vecchie e nuove nello sfruttamento delle miniere, nelle rapine dei minerali preziosi. L’ironia genera un effetto di straniamento, scuote il sarcasmo di fronte allo sfruttamento del lavoro infantile. Una sola similitudine finale evita ogni commozione e fa riflettere. L’atlante ci porta in Galizia, dove la marea nera  causata da da una petroliera mal ridotta, distrugge  la vita. La poetessa ci concede solo un verso lirico, montaliano: l’orizzonte in fumo. Poi ci martella la testa con l’ossessiva anafora finale, fortemente accentata. E’ l’assoluto dominio della paratassi opportunamente misurata,  a rendere ossessiva la rappresentazione delle tragedie: le guerre, i bombardamenti dalla Palestina, all’Iraq, allo Yemen; i profughi, i gommoni carichi di fuggiaschi, gli annegati, Pantelleria, Lampedusa ci fanno attraversare  un mare di disumanità. Con la velocità dello sfogliarsi di un atlante. Su tutto regna la pietà, la sua pietà per un’infinita catena di casi, che si estendono e paiono non avere fine. Ridotti i verbi che indicano azione, ci vengono posti innanzi una serie visiva di quadri, noi vediamo in successione le immagini di quelle morti, di quegli sfruttamenti. Raramente ci fa godere di qualche espressione fiorita, una similitudine, una metafora. E’ questa una poesia severa, un’antipoesia. Si percorre l’Italia, si attraversano le isole, si consuma l’animo nel declinare l’elenco delle indifferenze e complicità. 

Emilia Ricotti
Emilia Ricotti alla Real Fonderia Palermo

E dove si può concludere il viaggio nel dolore se non in Libia. Nell’oasi di El Gatrun, il più grande campo di concentramento.  La denuncia degli accordi TripoliRoma, indignano e all’indignazione segue il sarcasmo dell’invettiva finale nella quale si rivolge direttamente al presidente.  La poesia abolisce le gerarchie. In ogni poesia, brevi, ma incisive, scorrono i periodi. La paratassi martella, colpisce con la denuncia la disumanità del potere, richiama i  potenti. Come osate, dice.  Come avete potuto! Voi sapevate! Mi richiama alla memoria, questa poesia, l’espressionismo del più grande poeta futurista, il russo Majakovskij de La guerra è dichiarata: la data iniziale, l’elenco dei paesi in guerra, giornali della sera, l’orrore. E dunque questa poesia ci illumina, ci chiarisce la realtà storica in cui viviamo, non  solo ci commuove. Ci strazia. Ci fa dire a ciascuno di noi: sono io innocente?

Salvatore Tocco

Per acquistare il libro on-line

Recensioni – Arrèri ô scuru (Controluna Edizioni) poesie di José Russotti recensite da Michele Barbera

Josè Russotti copertina Dietro al buio
Copertina del libro

“Ma a notti è fatta suru di sirenzi, 

unni mi peddu e mi cunfunnu 

intra stu mancanti i nenti 

iapru ‘u cori e mi lassu iri”.

(ma la notte è fatta solo di silenzi, 

dove mi perdo e mi confondo

dentro questo vuoto di nulla 

apro il cuore e mi lascio andare).

da: Arrèri ô scuru (Lepisma Floema – Controluna Edizioni)

 

Inizia con alcuni versi in vernacolo del poeta José Russotti (nella foto in evidenza), la recensione dello scrittore siciliano Michele Barbera che pubblico volentieri augurando buona lettura ai miei lettori (Antonino Schiera):

Arrèri ô scuru, Dietro al buio, poesie di José Russotti

José Russotti, il cui estro poetico è già ben noto ai nostri lettori, ci ha donato con la sua nuova silloge “Arrèri ô scuru” (Controluna Edizioni, 2019) un emozionante dualismo poetico, in cui lingua italiana e dialetto mavvaggnotu si incontrano in modo simbiotico e rendono trepidante omaggio a quelle emozioni che il critico definì “scissioni dell’animo”, ovvero pure e nude verità emozionali. 

José, da assoluto cantore dell’anima siciliana e poeta celebrativo della “bella lingua”, è riuscito a sanare il mortificante dualismo dialetto-traduzione, esaltando la musicalità poetica di entrambi i registri linguistici, talché la silloge è godibilissima nelle due anime interne che si specchiano l’una nell’altra.

La silloge è afflato di silenzi e grida che animano illusioni di vuoto e nulla, ma anche germinazioni di sentimenti caldi e passionali, ritratti impressionistici e calde emozioni a volte devastanti, come la lava della Muntagna che scorre, linfa vitale e nascosta, tra i versi dei fogghi mavvagnoti di José. 

Tenero e struggente è il messaggio di Senzio Mazza, che apre la silloge, monito ed insieme testamento spirituale a José Russotti, illuminante più di mille ed acute recensioni. Senzio, poeta dialettale finissimo, ma anche vecchiu chi bramìa, depositario di una tradizione letteraria secolare, esprime in modo semplice ma efficace il timore che la “santa palora siculana” vada perduta. L’animo dell’anziano poeta si rallegra leggendo i versi di José, mùsica e meli, per tutti coloro che vivono ‘mpettu la Muntagna. Il tempo diventa così, un inutile diaframma di fronte all’eternità dell’arte poetica, tradizione e patrimonio spirituale, ed allo stesso tempo, luogo immaginifico che frantuma la caducità dell’essere umano. Un messaggio generazionale forte, dall’alto valore simbolico. Parafrasando Pascal, nell’esortazione a José la poesia, eredità spirituale, amplifica così tanto le emozioni “che facciamo dell’eternità un niente e del niente un’eternità”. 

“Vuoto di nulla” che apre il cuore e lascia il poeta “nudo e solo” su un tappeto di pensieri. José non si nasconde dietro i versi, gioca a dadi col destino, diventa funambolo del desiderio, sospeso nel buio.  
Il dialetto scolpisce i versi nel legno vivo e duro, impregnando le liriche di antinomie e di ossimori: sfugge la dimensione del reale, la poesia irride l’illusione di vivere, ma celebra anche l’ansia del puro, la “fini d’ogni cosa” nelle “dumanni senza risposti”.

Michele Barbera
Lo scrittore Michele Barbera

Nelle liriche della silloge, la dimensione onirica ed ineffabile del sentimento poetico si scontra con la salda concretezza di un’esistenza viscerale, scevra di ipocrisie, fiorita “in un pugno di sole con attorno il mare”. Inevitabile il richiamo a Malvagna, alle pendici della Montagna, al paesaggio solare, al fuoco che brucia, alla civiltà che ha radici ataviche, ai legami familiari forti, saldi, certi, da meritare il totale ed “eterno abbandono”. 

Spesso l’uso del dialetto implica un genetico e funzionale policentrismo radicale: geografico, storico, antropologico, dove l’idioma localizzato diventa semeiotica isolazionista, comunicazione iniziatica, fatta non solo di parole, ma di simboli, di segni, di sfumature. José Russotti spezza il localismo verbale, gioca con i fonemi nel duplice registro compositivo e ne fa veicolo di messaggi empatici, universali, densi di atmosfera dominante, in cui ogni antagonismo idiomatico si arena sulle sponde del canone poetico. 

La densità dell’ispirazione poetica è pari al suo pluralismo: le relazioni affettive, l’intimismo arcaico, la sensibilità verso la Sicilia, alma mater, sin’anche la passione politica che trasmuta in rivendicazione sociale, le voci che “si chiamanu” dei migranti in mare, tutto diventa metafora di quel sentimento “vivu e dannatu” che agita l’animo del poeta che affronta, solo e nudo, i contrasti e gli affanni della vita terrena.  

Quasi in una rilettura del dubbio esistenziale che riecheggia i sepolcri foscoliani, anche la morte, specie quella solitaria, nascosta, non confortata dal pianto, diventa occasione di angoscia: “si moriri è tintu e nun duna abbentu / ancora chiù tintu è moriri a mmucciuni”. Il tremito della speranza, che fugge i morti, è amplificato dallo “spleen” (è José che così trasla “cassariamentu”) della insoddisfazione al vivere, della sofferenza che travaglia l’uomo. 

Il sentimento dominante, la cifra originale di José, è, così, l’ansia del puro, il tormento dell’innocenza, a cui solo la poesia, vera catarsi dell’anima, può trovare rimedio. Nell’amore verso chi ama, nell’amicizia, nell’afflato degli ideali, nella natura che non inganna, nei rimpianti dell’essere bambino, José ritrova orizzonti di silenzio, dove si placa ogni tensione emotiva e si rasserena l’inquietudine. 

Ci piace chiudere la lettura delle poesie di José con la doverosa citazione di “Suri d’austu”, Sole d’agosto, dove il montaliano meriggiare pallido ed assorto si veste di sembianze umane, un dialogo che diventa idillio di emozioni solari, nel canto delle cicale, tra i rami di un umile albicocco, a cui “u ma cori si ttacca e si ruspigghia all’umiri lampu di fidi”. Un umile barlume di fede, un rischiarare di speranza, che diventa liricità d’immensa eco ungarettiana, uno sbirciare l’infinito al di là della siepe cara a Leopardi, una metafora naturalistica che invita a guardare con fiducia al domani, al di là del buio, arrèri ô scuru. 

Michele Barbera (visita il suo blog)

 

Recensioni – Marhanima, testo poetico e opere tridimensionali di Poesia Sculturata della scrittrice Giovanna Fileccia (Ed. Simposium)

(nella foto in alto da sinistra a destra Francesco Ferrante, Alessandra De Caro, Antonino Schiera, Veronica Giuseppina Billone, Giovanna Fileccia)

Marhanima
Copertina

Al ritmo del vento.

E adesso voglio capire con gli occhi
e collegare gli occhi al cuore
e sentire il battito ad ogni palpito di ciglia.
Al ritmo del vento che porta
la sabbia tra le operose
mani creatrici di vita
guidate da pensieri
in scatole di cartone
da fili di corde
che si sciolgono
in versi d’amore.

Si apre con questi versi di Veronica Giuseppina Billone, poetessa e mente della casa editrice Simposium, il testo poetico Marhanima della scrittrice Giovanna Fileccia pubblicato nel 2017.

Giovanna Fileccia
La scrittrice Giovanna Fileccia

Mani d’acqua salata
abbracciano
baie e promontori
sussurrano alla terraferma
antiche memorie e
segreti in divenire

scrive Giovanna e aggiungo, che i versi nel loro incipit iniziale sono talmente musicali, chiari, lineari, ispirati che il mio compito si potrebbe esaurire qua. Proverò lo stesso, con il sigaro in bocca che diffonde, tra una tirata e l’altra, bluastri ed effimeri pensieri, a dare una mia impressione dell’opera peraltro impreziosita dalle prefazioni del compianto Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa e della dirigente alla Sovrintendenza del Mare Alessandra De Caro. La psicoterapeuta Caterina Vitale ha invece curato la postfazione, offrendo ai lettori una sua personale e qualificata disamina dell’opera.

Il mare è l’elemento cardine della struttura narrativa che, nel suo dispiegarsi all’interno delle pagine del libro, tocca diversi temi quali, ad esempio, l’amore per il mare stesso, per gli elementi naturali, per le creature che lo popolano, per la vita in generale. Ma Giovanna Fileccia non si ferma qui e come l’antesignana di Greta Thunberg descrive nei sui versi la sofferenza del mare spesso violato dal cemento e dall'”olio nero”.

Colori che cambiano passando dal meraviglioso blu naturale, al già citato nero, fino a trasformarsi drammaticamente nel rosso sangue di naufraghi e di pescatori in pericolo, perché non sempre il mare è amorevole e calmo.

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Veronica Giuseppina Billone

Nel suo descrivere gli abissi del mare la Fileccia sembra riuscire trasformarsi, idealmente, in un sottomarino che esplora le profondità marine fino a incontrare, citandolo nel testo, il leggendario Colapesce, che in una delle versioni siciliane è rimasto in fondo al mare, per sopperire alla mancanza di una delle tre colonne che reggono l’isola.

Il libro si legge come una canto lento, scandendo le parole e cercando di fissare nella mente gli innumerevoli tasselli dei quali è composto. Così da costruire un elemento che da liquido diventa solida e protettrice terra, che prova a ribaltare il concetto di mare infido, spesso pericoloso che nell’immaginario collettivo e nei racconti si fa strada.

Basti pensare a chi deve deve conviverci per lavoro, trovandosi pertanto in balia dei suoi umori, a chi lo teme perché lo vive come elemento estraneo rispetto alla quotidianità, un po’ come l’aria durante il volo. Uno stato meraviglioso, sia per il mare che per l’aria, che le paure ancestrali, dovute ad un’esperienza negativa, dovute a fattori esterni, relegano a momento di pura preoccupazione.

Pertanto Giovanna Fileccia ha il merito di riportare le cose al posto giusto, se consideriamo che nasciamo e ci riproduciamo nei primi mesi di vita in un ambiente liquido, se pensiamo che il primo atto di una nuova vita è quello di respirare aria vitale che poi, come il mare diventano elementi indispensabili per la nostra sopravvivenza

Giovanna_Fileccia
Giovanna Fileccia

Il brodo primordiale di questa alchimia magica, mi riferisco al fatto che Giovanna, riesce a riempire pagine su pagine di impressioni, sentimenti, emozioni, trova terreno fertile nel suo approccio creativo della vita che le permette di vedere il bene dove c’è il bene e di estrarre il bene dove potrebbero prevalere esclusivamente il male e la paura.

Infine qualche parola sulle opere tridimensionali che completano il concetto innovativo di Poesia Sculturata ovvero la trasposizione di alcune liriche a sculture create con materiali diversi: l’idea nasce, a mio parere, dalla necessità dell’autrice di toccare con mano le sue belle liriche, che divengono così da elemento puramente auditivo a elemento cenestetico, creando così un incontro simbiotico che arricchisce i lettori.

Antonino Schiera

Foto di Gruppo a Terrasini per Marhanima
Foto di gruppo al termine della presentazione di Marhanima del 14 dicembre 2019 a Terrasini

Recensioni – La scrittrice e professoressa Antonella Ricciardo Calderaro scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

Il 19 ottobre 2019 si è svolta a Villa Piccolo di Calanovella a Capo D’Orlando,  la prima presentazione assoluta della mia terza silloge poetica MEDITARE E SENTIRE data alle stampe dal Convivio Editore (PER I DETTAGLI RELATIVI ALLA PRESENTAZIONE CLICCA QUA). I relatori erano il poeta e scrittore Biagio Balistreri e la scrittrice Antonella Ricciardo Calderaro della quale riporto il suo intervento nella sua interezza e alla quale vanno i mie sentiti ringraziamenti, estesi al Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo di Calnovella l’avvocato Andrea Pruiti Ciarello.

Antonino Schiera

“Sono poeta, narratore e blogger”. Così si presenta Antonino Schiera sul suo blog e credo che questa sia proprio, anche nell’ordine dei termini, l’essenza piena di Antonino: consulente assicurativo nel quotidiano, esperto di marketing e comunicazione come settore formativo, permea ogni aspetto della sua esistenza dell’esigenza, per lui primaria e vitale, della poesia. Un’esigenza prepotente, che gli consente di percepire l’afflato lirico, la suggestione di persone e situazioni, la magia ancestrale di luoghi come Villa Vina, che ha visitato in uno dei suoi frequenti soggiorni a Capo d’Orlando. Per inciso, Antonino nasce e vive a Palermo, ma è talmente innamorato della nostra cittadina da tornarci, con la sua compagna, in occasione delle ferie estive e spesso nei fine settimana.

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Ricordo che, con umiltà, quasi con una sorta di timore, mi ha confessato il desiderio che la sua ultima creatura, la sua silloge poetica Meditare e sentire, ricevesse l’imprimatur del meraviglioso scenario della Villa, proprio perché Antonino aderisce ai luoghi archetipici e li restituisce sotto forma di poesia. Al Presidente della Fondazione ed a me è sembrato giusto accontentarlo, soddisfare il suo desiderio!

Ecco, in sintesi, il suo iter letterario: risale al 2013 il suo esordio con la pubblicazione della “Raccolta di poesie, aforismi e dediche d’amore” Percorsi dell’anima; seguono, nel 2015, due brevi storie, Moderno emigrante e Natale a Trieste, e, nel 2016, la seconda silloge poetica, Frammenti di colore, finalista nella sezione poesie del 2° Premio letterario-giornalistico “Piersanti Mattarella”. Vanta la collaborazione con quotidiani e riviste, senza contare la sua costante attività di promotore e organizzatore di eventi culturali [sono sue, ad esempio, l’ideazione e la conduzione dell’evento “Calici di Poesie” ad Isnello, che ha suscitato l’apprezzamento di critici e pubblico].

Senza dubbio, è riscontrabile dalla prima alla terza raccolta un proficuo percorso di ricerca e di crescita, che si raddensa attorno alla riflessione sull’essenza stessa della poesia e sulla sua valenza, riflessione già presente nell’incipit della silloge che oggi presentiamo e, peraltro, preannunciata dal titolo, che ne contiene già il Leitmotiv: la quadratura del cerchio, la coincidenza degli opposti, dati dai due elementi “meditare”, con accezione che rimanda alla sfera della ratio, e “sentire”, che risulta anfibologico, e quindi ambiguo, ma comunque rinvia al campo della percezione.

E, a proposito di ambiguità, mi piace rilevare che è la medesima ambiguità del percorso che guida Antonino dalla narrativa poematica e dalla prosa lirica alla tensione estrema, all’inarcamento propri della poesia, che conduce, quand’è autentica, ad una vertigine d’infinito.

En passant, a mo’ di annotazione, ricordo a me stessa che le due azioni, “meditare” e “sentire”, in posizione inversa, sono presenti nel decalogo laico In morte di Carlo Imbonati di Alessandro Manzoni, carme che, com’è noto, l’autore ripudiò, ma che contiene in nuce i pilastri della sua poetica.

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Locandina

E, quasi a voler dimostrare e ribadire la natura della sua ispirazione, Antonino fa seguire a “Riflessioni e pensieri” sulla valenza della poesia un carme-manifesto dallo stesso titolo, il cui Leitmotiv è isolabile con facilità nella tensione verso l’equilibrio cosmico; dello stesso carme si identificano, poi, cifra, genere e cadenza in un continuum narrativo-poetico che ha il sapore del flusso di coscienza e che esalta le interferenze tra la sequenzialità del tempo narrativo e la verticalità del tempo della poesia.

Mi piace, a questo punto, segnalare, all’interno della raccolta, un itinerario ideale in sette tappe, che mi sembra possa evidenziare la linea progressiva cui accennavo prima, con un incipit nell’ “omino” del componimento Il cammino, una breve pausa nel “limbo” di Desolazione, un accenno di transizione nel tempo futuro delle azioni di La rosa dei pensieri, una stasi apparentemente descrittiva nell’omaggio a Palermo di Le balate della Vucciria, un’accelerazione nell’ “ossimoro duale” di Vele, l’universalizzazione delle emozioni nei “bagliori cosmici” di Notte di San Lorenzo, per approdare, infine, all’ “aria che tutto intorno purifica” di Neve.

Altrettanto evidente, all’interno dell’itinerario, è la Weltanschauung del poeta: una concezione del mondo, della vita e della funzione dell’uomo interamente permeata di una forza cosmica primordiale, facilmente riconducibile all’amore, in tutte le sue declinazioni.

Meditare e Sentire a Capo D'Orlando (10)
Biagio Balistreri, Antonietta Calderaro, Antonino Schiera a Capo D’Orlando

Certo, affiora a tratti nei versi qualche grumo magmatico indistinto, traspare a volte tra le pieghe della pagina una voluttà di pianto, un singulto, soffocato in alcuni casi, in altri esplodente ed esplosivo. Ma prevale su tutto la densità, a tratti naïf, di ‘presenze’ (la donna, il viaggio, il treno, il mare…) che riconducono ad archetipi solari, certamente pregnanti di potenzialità di vita. Basterebbe individuare, a riprova di quanto appena affermato, la ‘presenza’, fisica e metaforica, del mare [e/o dell’acqua] in tutte le liriche della silloge, al punto che mi sembra che proprio la voce del mare farebbe volentieri da sottofondo musicale alle poesie, tanto sono impregnate di essa, come traspare anche dall’illustrazione di copertina, dominata da tonalità e sfumature di colore che, dal blu cobalto all’azzurro tenue e al bianco, mi suggeriscono il ritmo vitale alterno di sistole e diastole.

E ancora, per tutta la silloge ho individuato una costante oscillazione tra una realtà concreta, spessa, tangibile e una torbida, sfuggente, greve, plumbea e spesso mistificata e mistificante.

“S’inseguono sogni e reali inquietudini / come schizzi nella tela / della nostra esistenza”, scrive l’A. in Crepuscolo. E a me vien da pensare ad emozioni non seguite e verbalizzate nel loro flusso vitale, ma incistate e restituite sotto forma di macchie d’inchiostro, non inquietanti, ma rasserenate dallo sguardo superiore del sublime della poesia.

Antonino, insomma, accarezza l’immagine di un sé sul punto di essere fagocitato entro le pieghe e le piaghe di un’esistenza percepita come campo minato, ma nell’atto successivo di essere sollevato e salvato dal potere demiurgico della poesia.

In conclusione, quando ho iniziato a leggere le poesie di Antonino Schiera, mi sono chiesta se avessero la natura di ειδύλλιον, di bozzetti naturalistici rasserenanti e idealizzati, o se avessero l’essenza e la complessità di flussi di coscienza, se avessero valenza lirica o meditativa. Oggi concludo che queste poesie sono, semplicemente, portatrici di essenza di canto e, se è vero che il sorriso è il respiro dell’anima, le liriche di Antonino respirano…e sorridono!

Antonella Ricciardo Calderaro