Recensioni – Marhanima, testo poetico e opere tridimensionali di Poesia Sculturata della scrittrice Giovanna Fileccia (Ed. Simposium)

(nella foto in alto da sinistra a destra Francesco Ferrante, Alessandra De Caro, Antonino Schiera, Veronica Giuseppina Billone, Giovanna Fileccia)

Marhanima
Copertina

Al ritmo del vento.

E adesso voglio capire con gli occhi
e collegare gli occhi al cuore
e sentire il battito ad ogni palpito di ciglia.
Al ritmo del vento che porta
la sabbia tra le operose
mani creatrici di vita
guidate da pensieri
in scatole di cartone
da fili di corde
che si sciolgono
in versi d’amore.

Si apre con questi versi di Veronica Giuseppina Billone, poetessa e mente della casa editrice Simposium, il testo poetico Marhanima della scrittrice Giovanna Fileccia pubblicato nel 2017.

Giovanna Fileccia
La scrittrice Giovanna Fileccia

Mani d’acqua salata
abbracciano
baie e promontori
sussurrano alla terraferma
antiche memorie e
segreti in divenire

scrive Giovanna e aggiungo, che i versi nel loro incipit iniziale sono talmente musicali, chiari, lineari, ispirati che il mio compito si potrebbe esaurire qua. Proverò lo stesso, con il sigaro in bocca che diffonde, tra una tirata e l’altra, bluastri ed effimeri pensieri, a dare una mia impressione dell’opera peraltro impreziosita dalle prefazioni del compianto Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa e della dirigente alla Sovrintendenza del Mare Alessandra De Caro. La psicoterapeuta Caterina Vitale ha invece curato la postfazione, offrendo ai lettori una sua personale e qualificata disamina dell’opera.

Il mare è l’elemento cardine della struttura narrativa che, nel suo dispiegarsi all’interno delle pagine del libro, tocca diversi temi quali, ad esempio, l’amore per il mare stesso, per gli elementi naturali, per le creature che lo popolano, per la vita in generale. Ma Giovanna Fileccia non si ferma qui e come l’antesignana di Greta Thunberg descrive nei sui versi la sofferenza del mare spesso violato dal cemento e dall'”olio nero”.

Colori che cambiano passando dal meraviglioso blu naturale, al già citato nero, fino a trasformarsi drammaticamente nel rosso sangue di naufraghi e di pescatori in pericolo, perché non sempre il mare è amorevole e calmo.

Veronica_Giuseppina_Billone.1
Veronica Giuseppina Billone

Nel suo descrivere gli abissi del mare la Fileccia sembra riuscire trasformarsi, idealmente, in un sottomarino che esplora le profondità marine fino a incontrare, citandolo nel testo, il leggendario Colapesce, che in una delle versioni siciliane è rimasto in fondo al mare, per sopperire alla mancanza di una delle tre colonne che reggono l’isola.

Il libro si legge come una canto lento, scandendo le parole e cercando di fissare nella mente gli innumerevoli tasselli dei quali è composto. Così da costruire un elemento che da liquido diventa solida e protettrice terra, che prova a ribaltare il concetto di mare infido, spesso pericoloso che nell’immaginario collettivo e nei racconti si fa strada.

Basti pensare a chi deve deve conviverci per lavoro, trovandosi pertanto in balia dei suoi umori, a chi lo teme perché lo vive come elemento estraneo rispetto alla quotidianità, un po’ come l’aria durante il volo. Uno stato meraviglioso, sia per il mare che per l’aria, che le paure ancestrali, dovute ad un’esperienza negativa, dovute a fattori esterni, relegano a momento di pura preoccupazione.

Pertanto Giovanna Fileccia ha il merito di riportare le cose al posto giusto, se consideriamo che nasciamo e ci riproduciamo nei primi mesi di vita in un ambiente liquido, se pensiamo che il primo atto di una nuova vita è quello di respirare aria vitale che poi, come il mare diventano elementi indispensabili per la nostra sopravvivenza

Giovanna_Fileccia
Giovanna Fileccia

Il brodo primordiale di questa alchimia magica, mi riferisco al fatto che Giovanna, riesce a riempire pagine su pagine di impressioni, sentimenti, emozioni, trova terreno fertile nel suo approccio creativo della vita che le permette di vedere il bene dove c’è il bene e di estrarre il bene dove potrebbero prevalere esclusivamente il male e la paura.

Infine qualche parola sulle opere tridimensionali che completano il concetto innovativo di Poesia Sculturata ovvero la trasposizione di alcune liriche a sculture create con materiali diversi: l’idea nasce, a mio parere, dalla necessità dell’autrice di toccare con mano le sue belle liriche, che divengono così da elemento puramente auditivo a elemento cenestetico, creando così un incontro simbiotico che arricchisce i lettori.

Antonino Schiera

Foto di Gruppo a Terrasini per Marhanima
Foto di gruppo al termine della presentazione di Marhanima del 14 dicembre 2019 a Terrasini

Recensioni – La scrittrice e professoressa Antonella Ricciardo Calderaro scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

Il 19 ottobre 2019 si è svolta a Villa Piccolo di Calanovella a Capo D’Orlando,  la prima presentazione assoluta della mia terza silloge poetica MEDITARE E SENTIRE data alle stampe dal Convivio Editore (PER I DETTAGLI RELATIVI ALLA PRESENTAZIONE CLICCA QUA). I relatori erano il poeta e scrittore Biagio Balistreri e la scrittrice Antonella Ricciardo Calderaro della quale riporto il suo intervento nella sua interezza e alla quale vanno i mie sentiti ringraziamenti, estesi al Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo di Calnovella l’avvocato Andrea Pruiti Ciarello.

Antonino Schiera

“Sono poeta, narratore e blogger”. Così si presenta Antonino Schiera sul suo blog e credo che questa sia proprio, anche nell’ordine dei termini, l’essenza piena di Antonino: consulente assicurativo nel quotidiano, esperto di marketing e comunicazione come settore formativo, permea ogni aspetto della sua esistenza dell’esigenza, per lui primaria e vitale, della poesia. Un’esigenza prepotente, che gli consente di percepire l’afflato lirico, la suggestione di persone e situazioni, la magia ancestrale di luoghi come Villa Vina, che ha visitato in uno dei suoi frequenti soggiorni a Capo d’Orlando. Per inciso, Antonino nasce e vive a Palermo, ma è talmente innamorato della nostra cittadina da tornarci, con la sua compagna, in occasione delle ferie estive e spesso nei fine settimana.

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Ricordo che, con umiltà, quasi con una sorta di timore, mi ha confessato il desiderio che la sua ultima creatura, la sua silloge poetica Meditare e sentire, ricevesse l’imprimatur del meraviglioso scenario della Villa, proprio perché Antonino aderisce ai luoghi archetipici e li restituisce sotto forma di poesia. Al Presidente della Fondazione ed a me è sembrato giusto accontentarlo, soddisfare il suo desiderio!

Ecco, in sintesi, il suo iter letterario: risale al 2013 il suo esordio con la pubblicazione della “Raccolta di poesie, aforismi e dediche d’amore” Percorsi dell’anima; seguono, nel 2015, due brevi storie, Moderno emigrante e Natale a Trieste, e, nel 2016, la seconda silloge poetica, Frammenti di colore, finalista nella sezione poesie del 2° Premio letterario-giornalistico “Piersanti Mattarella”. Vanta la collaborazione con quotidiani e riviste, senza contare la sua costante attività di promotore e organizzatore di eventi culturali [sono sue, ad esempio, l’ideazione e la conduzione dell’evento “Calici di Poesie” ad Isnello, che ha suscitato l’apprezzamento di critici e pubblico].

Senza dubbio, è riscontrabile dalla prima alla terza raccolta un proficuo percorso di ricerca e di crescita, che si raddensa attorno alla riflessione sull’essenza stessa della poesia e sulla sua valenza, riflessione già presente nell’incipit della silloge che oggi presentiamo e, peraltro, preannunciata dal titolo, che ne contiene già il Leitmotiv: la quadratura del cerchio, la coincidenza degli opposti, dati dai due elementi “meditare”, con accezione che rimanda alla sfera della ratio, e “sentire”, che risulta anfibologico, e quindi ambiguo, ma comunque rinvia al campo della percezione.

E, a proposito di ambiguità, mi piace rilevare che è la medesima ambiguità del percorso che guida Antonino dalla narrativa poematica e dalla prosa lirica alla tensione estrema, all’inarcamento propri della poesia, che conduce, quand’è autentica, ad una vertigine d’infinito.

En passant, a mo’ di annotazione, ricordo a me stessa che le due azioni, “meditare” e “sentire”, in posizione inversa, sono presenti nel decalogo laico In morte di Carlo Imbonati di Alessandro Manzoni, carme che, com’è noto, l’autore ripudiò, ma che contiene in nuce i pilastri della sua poetica.

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Locandina

E, quasi a voler dimostrare e ribadire la natura della sua ispirazione, Antonino fa seguire a “Riflessioni e pensieri” sulla valenza della poesia un carme-manifesto dallo stesso titolo, il cui Leitmotiv è isolabile con facilità nella tensione verso l’equilibrio cosmico; dello stesso carme si identificano, poi, cifra, genere e cadenza in un continuum narrativo-poetico che ha il sapore del flusso di coscienza e che esalta le interferenze tra la sequenzialità del tempo narrativo e la verticalità del tempo della poesia.

Mi piace, a questo punto, segnalare, all’interno della raccolta, un itinerario ideale in sette tappe, che mi sembra possa evidenziare la linea progressiva cui accennavo prima, con un incipit nell’ “omino” del componimento Il cammino, una breve pausa nel “limbo” di Desolazione, un accenno di transizione nel tempo futuro delle azioni di La rosa dei pensieri, una stasi apparentemente descrittiva nell’omaggio a Palermo di Le balate della Vucciria, un’accelerazione nell’ “ossimoro duale” di Vele, l’universalizzazione delle emozioni nei “bagliori cosmici” di Notte di San Lorenzo, per approdare, infine, all’ “aria che tutto intorno purifica” di Neve.

Altrettanto evidente, all’interno dell’itinerario, è la Weltanschauung del poeta: una concezione del mondo, della vita e della funzione dell’uomo interamente permeata di una forza cosmica primordiale, facilmente riconducibile all’amore, in tutte le sue declinazioni.

Meditare e Sentire a Capo D'Orlando (10)
Biagio Balistreri, Antonietta Calderaro, Antonino Schiera a Capo D’Orlando

Certo, affiora a tratti nei versi qualche grumo magmatico indistinto, traspare a volte tra le pieghe della pagina una voluttà di pianto, un singulto, soffocato in alcuni casi, in altri esplodente ed esplosivo. Ma prevale su tutto la densità, a tratti naïf, di ‘presenze’ (la donna, il viaggio, il treno, il mare…) che riconducono ad archetipi solari, certamente pregnanti di potenzialità di vita. Basterebbe individuare, a riprova di quanto appena affermato, la ‘presenza’, fisica e metaforica, del mare [e/o dell’acqua] in tutte le liriche della silloge, al punto che mi sembra che proprio la voce del mare farebbe volentieri da sottofondo musicale alle poesie, tanto sono impregnate di essa, come traspare anche dall’illustrazione di copertina, dominata da tonalità e sfumature di colore che, dal blu cobalto all’azzurro tenue e al bianco, mi suggeriscono il ritmo vitale alterno di sistole e diastole.

E ancora, per tutta la silloge ho individuato una costante oscillazione tra una realtà concreta, spessa, tangibile e una torbida, sfuggente, greve, plumbea e spesso mistificata e mistificante.

“S’inseguono sogni e reali inquietudini / come schizzi nella tela / della nostra esistenza”, scrive l’A. in Crepuscolo. E a me vien da pensare ad emozioni non seguite e verbalizzate nel loro flusso vitale, ma incistate e restituite sotto forma di macchie d’inchiostro, non inquietanti, ma rasserenate dallo sguardo superiore del sublime della poesia.

Antonino, insomma, accarezza l’immagine di un sé sul punto di essere fagocitato entro le pieghe e le piaghe di un’esistenza percepita come campo minato, ma nell’atto successivo di essere sollevato e salvato dal potere demiurgico della poesia.

In conclusione, quando ho iniziato a leggere le poesie di Antonino Schiera, mi sono chiesta se avessero la natura di ειδύλλιον, di bozzetti naturalistici rasserenanti e idealizzati, o se avessero l’essenza e la complessità di flussi di coscienza, se avessero valenza lirica o meditativa. Oggi concludo che queste poesie sono, semplicemente, portatrici di essenza di canto e, se è vero che il sorriso è il respiro dell’anima, le liriche di Antonino respirano…e sorridono!

Antonella Ricciardo Calderaro

Recensioni – La poetessa Emilia Ricotti scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

MEDITARE E SENTIRE di Antonino Schiera

2019, Il Convivio Editore

Recensione di Emilia Ricotti

Meditare e sentire e ricordare io aggiungerei.

Non scendere le scale dell’oblio, ecco con questo monito di Antonino Schiera mi piace iniziare a descrivere la sua silloge Meditare e sentire, custodire il ricordo che lo ha forgiato.

Ed in Giovinezza è quello dell’amico Benedetto, dove l’iterazione non è casuale.

Resta il ricordo dell’amore Il ricordo della imberbe e rosea pelle di ragazzino un po’ ribelle, che tornando lassù da dove è arrivato, ci lascia un po’ più soli. L’ennesimo tramonto su questo mare che ha visto i tuoi natali.

… dopo l’ennesima sigaretta accesa ….al vento.

O i versi dedicati alla nonna

cardine del perfetto ingranaggio dell’Universo di cui facesti parte integrante e amorevole.

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Copertina del libro

Il ricordo tempio dell’esistenza, tenero ed amorevole, espressione della dimensione del suo star bene con se stesso, e a chi spesso si chiede e ci chiede cos’è la poesia, se essa sia enigma.. o una miriade di altro, si può rispondere che qui la poesia è opificio e risonanza magnetica dell’anima, basta aprire il dischetto e decodificare i passaggi nodali di un’anima che si denuda degli inutili orpelli e si offre ai suoi lettori con l’innocenza di un bimbo e suggerisce

s’inseguono sogni…

come schizzi

nella tela della nostra esistenza.

Calpesterai le macerie

Lasciate dai miei sogni,

non essere triste per il grondare di questa pioggia

che fa piangere pure le statue”

….

Oggi sono sospeso in questo limbo

E in questi versi come non avvertire l’eco di Chanson d’automne di Paul Verlaine

I lunghi singulti

dei violini

d’autunno

mi lacerano il cuore

d’un languore

monotono.

…..

E mi abbandono

al triste vento

che mi trasporta

di qua e di là

simile ad una

foglia morta. 

(Paul Verlaine)

densa di una malinconia che consola se stessa, in Petrarca, sommo poeta, è la celebrata voluptas dolendi , il poeta che per conoscere meglio la sua anima e i suoi meandri aveva scelto Sant’Agostino e le sue confessioni, in un colloquio incessante che gli dispiega universi sconosciuti, e dunque cos’è la poesia se non questo colloquio con l’anima e quando tutto ciò va a fondersi con la ricerca filosofica di Sant’Agostino in Petrarca e nei percorsi che scaturiscono dall’esperienza umana e con essa si saldano in Antonino Schiera, così da farne un unicum, c’è da bearsene.

Il fluire salvifico del tempo che

ha lavato, diluito le ire ancestrali

di un uomo ferito più volte, ma mai domo

… Le prime luci dell’alba indicavano la strada da prendere.

Vasta dunque la tavolozza delle sue emozioni che si modulano sulle note di un ritmo interno, sulla spianata di un’anima che ha tasti infiniti e mirabili.

Emilia Ricotti 

Per conoscere meglio la poetessa Emilia Ricotti:

  1. Intervento di Emilia Ricotti, autrice della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno
  2. Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) di Emilia Ricotti
  3. Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

 

Recensioni – La poetessa e scrittrice palermitana Franca Alaimo riguardo Meditare e Sentire (Il Convivio Editore)

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Franca Alaimo

Pubblico volentieri la recensione che Franca Alaimo ha dedicato alla mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore).

L’abbondanza dell’aggettivazione nell’ultima raccolta poetica di Antonino Schiera rivela la qualità emotiva della sua ispirazione poetica, che ruota attorno a pochi temi, che finiscono con l’intrecciarsi, creando un dialogo che dà luogo a due processi paralleli: l’antropomorfizzazione degli elementi naturali, così come le persone umane finiscono con l’assumere qualcosa degli stati e degli umori della natura.

L’autore, insomma, descrive i suoi stati d’animo riflettendoli nell’ambiente circostante creando sintonie piacevoli, armonie sorprendenti. Allo stesso tempo la natura assume su di sé stai d’animo e pensieri dell’io lirico.

L’autore Schiera attinge materia dalla sua biografia, oscillando ripetutamente tra gioia e dolore, tra memorie dolorose e speranza nel futuro. Spesso è la sua donna ad ispirargli i versi, ora delicati e sereni, ora più malinconici, allorquando qualche incomprensione sembra adombrare l’armonia della relazione amorosa.

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Copertina del libro

La tessitura lessicale delle poesie di A. Schiera, appare non sempre omogenea: aperta com’è, a volte, ad espressioni del parlato, e, a volte, carica di sintagmi e termini piuttosto antiquati, anche all’interno di uno stesso testo. Ritornano pure degli stereotipi espressivi, che egli farebbe bene ad evitare. Nel complesso è un libro che mette in rilievo la sensibile umanità del suo autore, la sua aspirazione ad un mondo più giusto e pacificato, come dimostrano alcuni testi di ispirazione sociale.

Franca Alaimo

Recensioni – Luciana Cusimano traccia un’interessante disamina di Meditare e sentire (Il Convivio Editore), raccolta di poesie di Antonino Schiera [VIDEO]

Meditare e sentire” è la naturale prosecuzione di un percorso introspettivo e di consapevole crescita interiore iniziato con le prime due sillogi “Percorsi dell’anima” e “Frammenti di colore”, un percorso a tappe, con un’ideale scadenza triennale. Ancora una volta, la poesia scaturisce dall’esigenza di mettere nero su bianco i sentimenti che scaturiscono da una riflessione, un’immagine, un dialogo, una situazione, così da eternarle. Versi intensi e pieni di vita che celano un profondo coinvolgimento emotivo e in cui la ricercatezza dei temi si fonde con la semplicità delle immagini suggerite. La poesia di Antonino, infatti, nasce e si evolve dall’osservazione e dalle immagini, posto che il canale visivo è quello prioritario per garantirci una piena interazione con la realtà.

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Luciana Cusimano e Antonino Schiera

La poesia suggella le grandi trasformazioni dell’esistenza e sublima il dolore e il cambiamento. E’ una forma di dialogo con se stessi, con l’inconscio, di interazione con le persone che si incontrano. Dunque, uno strumento di conoscenza. Un esercizio quotidiano e spontaneo lontano dalla vanagloria che consente di comunicare con il mondo esterno con sincerità e onestà intellettuale.

La raccolta esprime una precisa visione del mondo, fondata sulla riflessione quale strumento e metodo per cogliere le innumerevoli declinazioni emotive e sentimentali dell’esistenza. Tutti i componimenti, nella loro diversità, sono attraversati dall’incanto e dal senso di meraviglia che nasce dall’ammirazione degli elementi naturali che connotano il paesaggio. Alla loro vivida descrizione si accompagnano diversi stati d’animo. Il lettore viene condotto per mano in sentieri sensoriali fatti di luci e suoni alla scoperta e alla soluzione dell’inquietudine e del rimpianto e guidato verso la condivisione di desideri e legittime aspirazioni.

Il poeta mostra una sensibilità matura: parte dalla consapevolezza che dalla narrazione di vicende strettamente personali e da mere suggestioni sensoriali si può astrarre verso esperienze universali, storie in cui tutti possiamo scorgere segmenti di noi stessi e delle nostre esistenze.

Il titolo rievoca un processo razionale e intuitivo, logico ed emotivo. Meditare e sentire come frutto di un processo desueto e insolito, per questi tempi caotici e liquidi, ma che premia l’animo se esercitato con costanza e rispetto per i momenti che sa regalare al sé.

L’io dell’autore si relazione con un universo al femminile: il mondo come natura, come spasimo d’amore, come società. La poesia tratteggia una Natura che è madre e matrigna, amica fedele e amante, croce e delizia ma anche fertile dama. La poesia, in questa silloge, si fa fimmina.

La Natura è sfondo e costante presenza che consente di condividere ogni moto dell’animo quasi fino ad umanizzarsi essa stessa e diventare metafora e personificazione dell’umano sentire. Il paesaggio è luogo fisico ma anche occasione di identificazione e abbandono.

Scrivere diventa un modo per fissare lo scorrere del flusso vitale e scandire il decorso del tempo, attraverso un linguaggio immediato e realistico che non ha motivo di essere ermetico e intraducibile. Perché la poesia è vita nella vita e dalla vita trae spunto, attingendo al mondo degli affetti interiori e dall’amore per la propria terra per giungere a sfiorare, quasi a volerle sanare, le piaghe della società.

Meditare e sentire presentazione alla Real Fonderia
Meditare e sentire: presentazione alla Real Fonderia Palermo

E’ una poesia che mette d’accordo tutti, arrivando a tutti. Genera testi che sono nutrimento intellettuale ed emotivo. Perché le poesie vengono generate dalla mente di chi scrive ma prima ancora sono nell’aria in cui girano; sono un moto ondoso che sa cogliere la contentezza, l’emozione e la gioia ma anche la disperazione  dell’animo. Per questo, fare poesia non equivale a vincere una gara metrica e il poeta non avverte la necessità di essere sofisticato. Solo così il lettore potrà comprendere e immedesimarsi, accostandosi al testo come a uno strumento che gli consentirà di vedere meglio parti di sé e del mondo. Si origina così il miracolo della poesia come “Meditare e sentire”, schiudendosi nel cuore di chi legge così come si è schiusa nel cuore di chi scrive.

Luciana Cusimano

Contributo video durante la lettura della recensione di Luciana Cusimano a Isnello

Recensioni – La poetessa Lavinia Alberti scrive su Meditare e sentire [VIDEO]

In occasione della prima presentazione a Palermo della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore), il giorno 29 novembre 2019 alla Real Fonderia, la poetessa e collaboratrice giornalistica Lavinia Alberti è intervenuta con una recensione preceduta da una breve introduzione con i saluti al numeroso pubblico presente. Riporto per intero l’intervento ringraziando pubblicamente la poetessa.

(Antonino Schiera)

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Presentazione di Meditare e sentire

Buonasera a tutti,

volevo intanto dirvi due parole su Antonino. Conosco Antonino da un po’ di anni, ma l’ho conosciuto meglio effettivamente negli ultimi due anni in occasione di “Calici di poesie a Isnello”, rassegna poetica fortemente voluta da Antonino che si è svolta in due edizioni, nel 2018 e 2019 a cui ho preso parte anche io. In quelle occasioni ho avuto modo di conoscerlo in qualità di moderatore. Mi sono accostata ai suoi testi da poco. Ho letto le sue raccolte (Percorsi dell’anima, Frammenti di colore e ora Meditare e sentire) e devo dire che ho notato una evoluzione, uno stile più maturo e più consapevole da certi punti di vista. Stasera vi leggerò quelle che sono state le mie impressioni su questa terza raccolta.

MEDITARE E SENTIRE – la terza raccolta di Antonino Schiera

Meditare e sentire. Sin dal titolo la raccolta si presenta accattivante suggerendo oltre alla congiunzione che unisce i due verbi anche un ipotetico accento forse voluto da parte del poeta con una doppia valenza a significare che meditare è anche sentire. Questa nuova raccolta poetica di Antonino Schiera si presenta dunque dal carattere fortemente introspettivo e riflessivo.

Si tratta di un percorso fatto di vissuti, di cammini, di inciampi, di strade ritrovate, di consapevolezze maturate pian piano dentro il poeta; un sentiero di ombre e di luci, di gioie e di dolori, in continuo divenire che ha preso forma tramite la parola poetica.

Un tragitto metaforico che Schiera inizia con la poesia Il cammino, in cui attraverso gli elementi naturali – come l’acqua – descrive la catarsi che essa gli ha procurato, lavandogli le ferite e i pensieri. Una purificazione che ben si coglie quando egli dice: di acqua sotto i ponti ne è passata tanta/ ha scrostato i pensieri più reconditi/ ha lavato e diluito le ire ancestrali/ di un uomo ferito più volte/ma mai domo. Così come l’acqua un ruolo catartico svolge anche la luce, quella dell’alba, che segna l’inizio del giorno e dunque anche l’apertura a nuove possibilità. Stessa variabile è offerta dal crepuscolo e dalla notte, che divengono qui metafore dell’incontro e di “blandi ed amorevoli pensieri”. Poi c’è il mare, che conduce il poeta talvolta all’oblio (che in primavera scioglie i suoi colori/nell’animo freddo e glaciale, sbiadito/come i ricordi di un tempo/che è fuggito via/come preistorici granelli di sabbia/tra dita callose di pescatore), mentre lo stesso mare procura talvolta un emergere e un riaffiorare di immagini del passato, legate alla sfera della familiarità e del sentimento amoroso.

C’è dunque una continua ricerca di luci e crepuscoli, di mare e montagne nelle poesie di Schiera, una voglia di ritrovare in questi elementi, attraverso una meditazione interiore, la via dell’autentica conoscenza di sé. Ciò è ben evidente nella poesia In riva la lago in cui il poeta dice: nuvola mi sento/o forse ancora nuvola sono/inseguo una nuova alba/un nuovo tramonto/e poi un’alba ancora pallida/e un tramonto rosso, come se egli sentendosi appunto parte della natura, cercasse risposte e conforto da essa. Quest’ultima risuona nell’animo del poeta che non manca di sottolinearne le suggestioni ricorrendo a figure retoriche come la sinestesia ad esempio nella poesia A te donna generatrice, quando scrive di “una fragorosa solitudine” o “di un gatto che sorseggia gli ultimi raggi di una luna alquanto piena”, come l’ossimoro nella stessa poesia, reso evidente nell’espressione “equilibrio instabile”; altre figure retoriche si ritrovano nei versi intitolati Sul tuo volto, dove “una mano agguerrita per aspri combattimenti nell’anima” diventa la metafora dell’energia vitale con cui si affrontano le battaglie della vita. Nella stessa non mancano poi delle rime che in modo asimmetrico si legano tra loro in rime finali come certezze/ carezze, coraggioso/rugoso. Più avanti nella poesia Giostra il poeta non manca di accostare la precarietà della vita (“fremono tremule foglie al vento”) al desiderio di far risorgere la stessa energia vitale attraverso disegni e diramazioni che “brulicano di vita come una giostra solitaria che attende colorati bimbi”, dove il poeta sembra volere con forza ritrovare il clown, il bambino che c’è in ognuno di noi, di pascoliana memoria.

Diverse sono le tematiche all’interno della raccolta, che non comprende solo quella sentimentale ed esistenziale, ma anche quella sociale, come si coglie nella poesia Pensiero di un migrante, in cui si leggono espressioni forti come: naufrago/ nel mare della solitudine/che mi tiene lontano dalla terra mia/ […] rischio di soffocare/ acqua salata al posto dell’aria […] ad attendermi sulla spiaggia/ il sorriso di un mio simile/ che mi ama. Diverse sono ancora le poesie più intimiste, in cui il lettore riesce a cogliere un certo senso di sottrazione nel poeta: una mancanza di qualcosa che ha avuto e che poi gli è stato tolto. Questo è quanto si evince ad esempio dalla poesia Alessio, dedicata al figlio mai nato, cui il poeta associa l’immagine di un mare burrascoso. Il mare è in tempesta/sbiadisce il mio dolore/attenua i miei pensieri/vivifica le mie speranze, quasi come se il poeta volesse affogare, dimenticare, ma al contempo trasformare questi vissuti in altro, in versi appunto.

Schiera è riuscito a fare tutto questo, a descrivere il proprio poliedrico mondo interiore, il proprio sentire sublimandolo attraverso la parola poetica.

Lavinia Alberti

Galleria fotografica

Recensioni – Il poeta e scrittore Biagio Balistreri partendo da Meditare e sentire, traccia un bilancio delle tre opere di Antonino Schiera

Meditare e Sentire a Capo D'Orlando (3)Pubblico la relazione che il poeta e scrittore Biagio Balistreri ha preparato e letto durante la presentazione della mia ultima raccolta di poesie Meditare e sentire – Il Convivio Editore, avvenuta il 19 ottobre a Villa Piccolo a Capo D’Orlando. A Biagio Balistreri, mio carissimo amico, vanno i miei sinceri ringraziamenti.

 

ANTONINO SCHIERA Meditare e sentire – Il Convivio Editore

19 Ottobre 2019 Villa Piccolo – Capo D’Orlando

Ho affettuosamente seguito il percorso poetico di Antonino Schiera lungo tutti e tre i libri finora pubblicati: Percorsi dell’Anima, Frammenti di colore e l’attuale Meditare e sentire.

Va preliminarmente detto che il principale tema che davvero accomuna i tre libri è quello dell’amore, nelle sue diverse declinazioni: come afferma lo stesso poeta “Io mi limito a riportare in versi ciò che provo: amore sentimentale, fraterno, filiale, verso la natura”.

Meditare e Sentire a Capo D'Orlando (20)
Biagio Balistreri in piedi

Nella raccolta Percorsi dell’anima, l’autore dedicava molto spazio alle riflessioni, espresse principalmente nella forma di aforismi. Nell’ultima raccolta, dopo due pagine iniziali dedicate ai pensieri del poeta, gli aforismi sono invece trasferiti direttamente nella poesia, che assume così una particolare pregnanza riflessiva, rendendosi quindi più universale. Vorrei esemplificare questo processo con la lettura delle chiuse di alcuni brani, dove la riflessione appare più evidente che altrove.

L’omino lasciò il ponticello sul quale si era rifugiato

e ricominciò il cammino verso la vita.

Le prime luci dell’alba indicavano la strada da prendere.

IL CAMMINO

In lontananza il pianto di un bambino

che diventa solitudine,

tra i banchi ed i quaderni

di una scuola di periferia.

Comincia l’attesa!

DISTACCO

Non nacquero rimpianti, vergogne, né paure:

soltanto il desiderio di accompagnare la mia solitudine alla tua

nel viaggio, irto di ostacoli e contraddizioni…

su, per le vie dell’universo.

PER LE VIE DELL’UNIVERSO

La poesia lo ha liberato.

E se guarda indietro si rattrista.

pensa e scrive, la gioia riacquista.

VALLE

Docile si avvicina il dolore

contrastato dalla voglia di vivere

annegato nel sentire quotidiano

di sorrisi, di doni destinati

a chi riesce a celare il dolore

in un semplice travestimento

da pagliaccio.

AL BUIO

In Percorsi dell’anima, il tema dell’amore si dispiega fra l’osservazione degli elementi e degli eventi naturali, che Schiera giunge a elencare ossessivamente (“Sole, Luna; Terra, Mare; Caldo, Freddo”). Elementi che a volte sono anche contenitori non silenziosi delle tracce dell’uomo, mentre i loro modi di manifestarsi sono continuamente posti in parallelo con i sentimenti e gli accadimenti umani, e con questi si rapportano talvolta con sottile malinconia, talvolta con un sentimento di matura accettazione.

Nella seconda raccolta, Frammenti di colore, trova uno spazio inatteso il tema del bimbo e in particolare del bimbo che nasce – ma che è al contempo anche l’adulto che nella solitudine si ritrova imberbe e, forse, inadeguato – nonché il tema del distacco del bimbo dalla madre, dai genitori, che in realtà appaiono soltanto capaci di guardarlo e attendere che cresca e scopra il senso del dolore. Temi che donano alla raccolta, accanto al contrastato rapporto con la natura, metafora di ogni sentimento, una dolorosa intensità per la consapevolezza che ogni stagione della vita deve fare i conti con l’umana fragilità.

Antonino_Schiera
Antonino Schiera

Questo doloroso sentire sembra svanito nell’ultima raccolta, fatta eccezione per la poesia GIOVINEZZA, dove il poeta afferma che “il tempo della giovinezza / sfuma i colori della vita, / li rende più opachi / meno lucenti”. La raccolta appare quasi interamente dedicata ai temi dell’amore, come già detto declinato in tutte le sue varianti, anche familiari, come si riscontra facilmente nelle toccanti poesie Alla nonna e Alessio (a mio figlio mai vissuto).

La riflessione poetica pone l’autore al centro di un universo di relazioni, molto spesso problematiche e poco inclini alla felicità, ma piuttosto votate alla determinazione di una identità complessa. A questo conduce la funzione del “meditare” sulla propria presenza nel mondo, e del “sentire”, sia pure con il carico di sofferenza che questo comporta. In tal senso la stessa terra, evocata essenzialmente in termini di natura nelle precedenti raccolte, qui viene pressoché sempre indicata come “terra madre”, testimoniando lo stretto coinvolgimento dell’io nelle due funzioni del titolo. E quindi, ponendosi al centro di tutto, il poeta può osare: osa, incurante di Giovanni Pascoli, dedicare una poesia alla Notte di San Lorenzo, e poi osa, incurante di Renato Guttuso, dedicarne una alle Balate della Vucciria.

Ma tutto questo non gli impedisce istanti di ineffabile dolcezza, come in Al mare d’estate e soprattutto in Treno. Quest’ultimo brano, Treno, mi sembra una delle composizioni più riuscite della raccolta, e condensa in pochi versi proprio l’atmosfera più congeniale per la meditazione e la contemplazione della natura e di se stessi, risolvendosi poi in un sentire finalmente acquietato e sereno.

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Copertine di Frammenti di colore e Percorsi dell’anima

Anche la forma poetica nel corso delle tre raccolte si è evoluta, divenendo maggiormente attenta e consapevole e, come ha affermato Giovanna Fileccia nella sua recensione, “elegante e ricercata”. Qualche cedimento del passato ad un eccesso di locuzioni prosastiche viene qui risolto in una diversa capacità di sintesi poetica, evitando cadute di ritmo e di musicalità del verso. Si pensi alle irte vie ancheggianti e alle salite che ansimano giustamente citate in prefazione da Francesca Luzzio quali esempi di antropomorfizzazione della natura. È un processo che impegna profondamente il poeta e che certamente non si esaurisce con gli esiti di questa raccolta.

Infatti, noi sappiamo che Antonino Schiera è persona instancabile in tutte le sue attività, compresa quella dello scrivere. E quindi lo attendiamo fiduciosi, a breve, alla prossima pubblicazione.

Biagio Balistreri

Recensioni – La poetessa Giovanna Fileccia scrive della mia terza raccolta di poesie Meditare e sentire (Il Convivio Editore)

MEDITARE E SENTIRE di Antonino Schiera

2019, Il Convivio Editore

Recensione di Giovanna Fileccia

Le vie traverse del meditare e del sentire

Ho conosciuto Antonino Schiera nel 2016 nella veste di collaboratore giornalistico: in quell’occasione mi intervistò durante la presentazione di uno dei miei libri a Villa Niscemi. Da quel momento è nata una stima reciproca e un dialogo costruttivo sulla letteratura in generale, e sulla poesia in particolare. Entrambi guardiamo alla poesia come a una cordicella che lega noi agli altri: come se le parole fossero i minuscoli fili che compongono la cordicella rendendola resistente e compatta. La poesia, come la cordicella, ci rende resistenti, compatti. Ci fortifica, ci salva quasi da noi stessi: un processo comune a chi, come noi, incide su carta le proprie paure, i propri dolori, le proprie emozioni più profonde. E, scrivendo, affiorano sentimenti comuni che appartengono a ogni essere umano.

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Antonino Schiera e Giovanna Fileccia

Il titolo della silloge Meditare e sentire apre spiragli che indicano due vie. La prima verte sui percorsi umanistici della filosofia e della psicologia. Nella lirica Vestigia, Schiera scrive:“Pensoso trasudo poesie\ nelle fresche estati di montagna.\Echi pietrosi sulla montagna grande\rimbalzano su antichi fasti,\ridotti a vestigia di antica cultura\che dall’alto i pensieri domina.” Egli in questi versi ermetici sembra trasportarci in luoghi quasi sacri, dove la montagna diviene spazio ideale in cui ascoltare se stesso. Ma non solo, perché l’ascolto di un eco pietroso che arriva dall’alto, -ed è quindi divino-, fa sì che i pensieri appaiono ridimensionati. Ed ecco l’immensità della montagna trasudare poesia.

L’altra via che indica il titolo verte verso la consapevolezza: basterebbe, infatti che la e congiunzione fosse sostituita dalla è verbo. Sono certa che anche l’autore sarà d’accordo con me, perché ritengo che il meditare sia il sentire: l’essere sospesi dentro i propri pensieri, dentro i propri respiri che inevitabilmente fissano gli attimi, gli sguardi, le parole, le emozioni. Meditare e sentire: parole sulle quali potremmo scrivere un trattato sull’animo umano, un saggio che possa chiarirci come possiamo, noi esseri senzienti, approcciare alla parte più recondita del nostro “io”. Nella sua prefazione alla silloge la professoressa Francesca Luzzio associa la poesia di Antonino Schiera a quella di Giorgio Caproni: una poesia schietta, malinconica, piena di interrogativi, che traccia la ricerca del sé. A questo proposito riporto i versi iniziali della poesia con la quale Antonino apre il libro: Il cammino “Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta\ha scrostato i pensieri più reconditi,\ha lavato e diluito le ire ancestrali\di un uomo ferito più volte, ma mai domo.” Pochi versi che contengono tutto un percorso di ricerca, di un uomo che pur ferito non si è piegato alla sconfitta.

La poesia di Antonino è elegante e ricercata, in molte liriche ho trovato un verso che pur rivelando il suo mondo, in realtà risulta quasi indecifrabile a chi legge. La sua non è una poesia immediata, perché sofferta, pudica, nel senso che l’autore piuttosto che manifestare lo strazio che sente, costruisce attorno al dolore una corazza di metafore, aggettivi, avverbi per proteggersi e allo stesso tempo per abbracciarsi coccolarsi così da lenire le sue ferite profonde.

Egli all’inizio delle sue Riflessioni afferma che la poesia è “motore per la nostra esistenza”; e così come il motore è posto all’interno di una macchina, anche il mondo interiore sta nei pensieri, nelle sensazioni, e nel cuore, scrigno che muove i sentimenti che si auspica siano lasciati liberi di fluire. Ed è libero di fluire il mare, elemento principe, motore di rigenerazione energetica per la nostra vita sulla Terra. Schiera ha scelto proprio un panorama marino per la copertina di Meditare e sentire. Nell’osservare l’immagine della copertina si percepisce un senso di pace, di libertà, di armonia. Il mare è uno degli elementi in cui l’autore si rispecchia: ora “voce cristallina”, ora come “mare che abbraccia”. Ne Il mare d’inverno “Salsedine diventa” come energia capace di risanare ogni mancanza.

I poeti amano gridare in silenzio. Sono una voce che urla nel deserto: puoi urlare quanto vuoi e non saprai mai se qualcuno ti ascolta. Il bello della poesia è che chi urla a volte può essere ascoltato. Antonino, come molti poeti, urla, ma il suo dolore è contenuto, non trasborda, è come il mare che pur invadendo la spiaggia, poi, al largo ritorna.

Giovanna Fileccia

Terrasini, 9 ottobre 2019

Cenni biografici 

Giovanna Fileccia è l’inventrice di una nuova espressione artistica che ella stessa ha

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La poetessa Giovanna Fileccia

denominato POESIA SCULTURATA: opere tridimensionali che crea prendendo spunto dalle sue poesie. Per le sue opere tridimensionali utilizza materiali di recupero e materiali preziosi, e poi cartone e stoffe ma, soprattutto, gli elementi del mare tra cui sabbia e conchiglie. 

Ed. Simposium ha pubblicato tre suoi libri: “Sillabe nel Vento” (2012), “La Giostra dorata del Ragno che tesse” (2015) e “MARHANIMA Testo poetico e opere tridimensionali di Poesia Sculturata”.

Il 22 settembre 2018 a Terrasini, ha dato lettura scenica di SCOSSA”: monologo con il quale si è classificata al primo posto al concorso “Va in scena lo Scrittore 2018” della FUIS, Federazione Unitaria Italiana degli Scrittori, Roma.

Ha donato l’opera AMORE A DUE VOCI, tratta dall’omonima poesia, a Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato a chiusura della mostra personale “EQUI – LI – BRIO?” inoltre la stessa poesia AMORE A DUE VOCI è musicata e interpretata dalla cantante torinese Antonia Piccirillo.

Le sue poesie “Tramuntu Spiranzusu” e “Iddi” sono inserite negli spettacoli teatrali diretti dal regista veneto Riccardo Michelutti e recitate al nord Italia da Rita Vita Marceca e Normanna Ferro.

Gestisce il blog: Io e il Tutto che mi attornia (https://giovannafileccia.wordpress.com/).

Ha ricevuto Riconoscimenti ed Encomi alla Cultura.

Ha presentato i suoi libri in molte sedi prestigiose tra cui: “Sillabe nel Vento” a Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato, “La Giostra dorata del Ragno che tesse” al Castello di Carini e “Marhanima” all’Arsenale della Marina Regia in collaborazione con la Soprintendenza del Mare.

Da anni i suoi scritti si classificano ai primi posti in premi letterari e concorsi artistici.

Attualmente Giovanna si divide tra lettura, scrittura e fabbrilità creativa; tra recital e mostre personali; tra silenzio e caos. Scrive: poesie, fiabe, racconti, articoli di interesse sociale e culturale, prefazioni e recensioni di libri. Creatrice presso “Segui la Giraffa”. Partecipa e organizza eventi culturali, recital, mostre, presentazioni di libri. Ideatrice e conduttrice di laboratori artistici per adulti e bambini.

Maggiori info su Google.

Recensioni – Uno sguardo nel mistero di Marcella Laudicina (LFA Publisher) a cura di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione della professoressa Maria Elena Mignosi Picone:

Marcella Laudicina

Uno sguardo nel mistero

LFA Publisher

Presentazione

Marcella Laudicina, figlia di genitori trapanesi, è nata a Roma dove ha vissuto fino a quando la sua famiglia ha deciso di ritornare in Sicilia. Figlia unica, rimane orfana di padre a quindici anni e di madre a venti. Si sposa con un ingegnere e dopo una permanenza di dieci anni a Siracusa dove entrambi insegnavano, si trasferisce a Palermo dove vive e lavora. Ha frequentato il Liceo Classico Umberto I, e si è laureata in Filosofia, con una tesi sul pensiero politico-sociale di Max Weber. Ha insegnato Filosofia nei Licei Classici e Materie Letterarie nello storico Liceo Regina Margherita di Palermo. Ha preso parte a vari progetti e ha organizzato con successo corsi di scrittura creativa per i giovani. Ha pubblicato suoi racconti in Antologie come per esempio “La realtà delle donne” e in Riviste Letterarie come “Pagine”. Schiva dal partecipare ai Concorsi, è risultata vincitrice nell’unico concorso cui ha partecipato “La vita e i suoi racconti”. E’ scrittrice e anche poetessa. Ha pubblicato i libri di racconti intitolati “Percorsi” e “Dalla parte della vita”, e un libro costituito da un romanzo,”Uno sguardo nel mistero” e da tre racconti “Knot”, “Segreti di famiglia” e “Amici”.

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Maria Elena Mignosi Picone

Ora passiamo a presentare appunto quest’ultima sua opera. Intanto possiamo osservare che Marcella Laudicina è una scrittrice dalla penna fluida, chiara e raffinata; usa un linguaggio colto ma semplice, accessibile a tutti, pur toccando argomenti ardui e complessi. La sua è una prosa da abile narratrice, da vera romanziera. Sa calarsi nei personaggi che crea immedesimandosi fino in fondo nel loro animo, ma non dimenticando mai il lettore cui rivolge sempre la sua attenzione.

Ma di che cosa si occupa in questo libro Marcella Laudicina? Di un argomento non tanto comune, verso cui si sente attratta, e su cui certamente avrà influito la morte ancora in giovane età, dei genitori. Ed è il mondo del paranormale. O meglio, con un termine più appropriato, è lo Spiritualismo.

Ora una caratteristica che risalta e che è comune a tutte le sue narrazioni, è che esse seguono, tutte, l’andamento: bene-male-bene. Ella infatti inizia col descrivere una situazione di felicità; tutt’a un tratto però irrompe il male, e qui talvolta il racconto risente del genere giallo addirittura, con vicissitudini oscure e intricate; alla fine sempre si ha il trionfo del bene. Vien da pensare ai Promessi Sposi del Manzoni. E come il Manzoni infatti Marcella Laudicina ha una grande fiducia nella Provvidenza. E’ questa che in conclusione volge il male in bene.

Tornando all’argomento che l’attrae, dicevamo, esso è il mondo del paranormale o meglio lo Spiritualismo.

Una premessa fondamentale: l’opera non ha niente a che vedere con lo Spiritismo.

Si fonda invece rigorosamente sulla scienza. Tutte le affermazioni sono documentate da testimonianze scientifiche. C’è citato Marconi, lo scopritore delle onde radio, e tanti altri scienziati, di tutto il mondo e di tutte le epoche. La scienza da cui prese l’avvio lo studio di questo branca è la fisica di Einstein. Tutt’ora questo è un panorama aperto perchè Zichichi, sulle orme di Einstein, riunisce da dieci anni a Ginevra scienziati che provengono da tutte le parti, appunto per studiare quel che egli ha battezzato il Supermondo.

Un mondo, che non è il cielo ma neanche la terra, e che però risente dell’uno e dell’altra. Non sta in effetti né in cielo né in terra, è come se stesse nell’atmosfera o anche, se vogliamo, nella stratosfera.

Uno sguardo nel mistero Marcella Laudicina
Copertina del libro Uno sguardo nel mistero

Sfogliando le pagine del libro, esso è tanto pregnante di scienza, che si ha quasi l’impressione che sia un trattato scientifico. Esso è abbastanza voluminoso, di centocinquanta pagine la maggior parte delle quali è occupata dal romanzo; in questo viene riportata la teoria di ogni singolo scienziato più cenni sulla biografia, e anche la foto. Ma evidentemente Marcella Laudicina non è una scienziata, è una letterata. Allora per alleggerire quel che sarebbe stato troppo pesante, ci ha imbastito sopra una storia, e ne ha fatto un romanzo. L’impresa non era poi tanto facile ma ella ci è riuscita perfettamente. E’ un vero romanzo, anche se sui generis.

Oltre che alla fisica l’autrice fa riferimento pure alle neuroscienze, e ancora alla psicologia, alla psichiatria, alla antropologia, e così via.

L’ambito dunque è, ribadiamo, quello del paranormale o dello Spiritualismo.

Il mistero è quello della vita. E soprattutto il mistero della morte.

Un mistero di fronte al quale la scienza, in quanto scienza, non tollera limitazioni di sorta, non ammette confini. Lo scienziato è libero, e deve essere così, di spaziare ovunque si voglia volgere, anche verso quel che pare più arduo e inconcepibile, o anche più assurdo.

Puntualizziamo che non si tratta di un’opera di teologia. Nella trascendenza il mistero è quello della Trinità e della Incarnazione di Gesù. Ma di fronte a tale mistero si ergono poderose le mitiche Colonne d’Ercole: l’uomo non se lo potrà mai spiegare . Oltre qui non si va.

Allora cominciamo a esaminare vari punti cardine. E quel che vale per il romanzo vale anche per i tre racconti che sono sempre sulla stessa scia, ma senza i dettagli scientifici.

Una prima affermazione della scienza è che la vita non finisce con la morte.

Noi questo lo sappiamo dalla fede, ma qui è la scienza che parla, e che dimostra con dati alla mano. Con fenomeni paranormali quel che per noi è il morto, lo si avverte vivo. E questo è di grande consolazione nella perdita di una persona cara. La scienza si prefigge lo scopo di liberare l’uomo dal timore e anche dal dolore, o quanto meno alleviarlo.

Un’altra affermazione, strettamente connessa con la prima, cioè che la vita non finisce con la morte, è che l’anima è immortale. Anche qui un’altra coincidenza tra scienza e fede.

Un’altra ancora, a proposito di quel che è secondo la scienza il corpo astrale, distinto dal corpo fisico; esso ha le prerogative dell’agilità e della penetrazione dei corpi. In fondo richiama il corpo glorioso della fede cristiana. Le stesse prerogative le enumera San Pio X nel suo Catechismo Maggiore. Quando Gesù, dopo la Resurrezione, va a trovare i discepoli riuniti in Cenacolo, la porta era chiusa ed Egli entra senza aprirla, la oltrepassa.

Un’altra affermazione ancora, nello scopo che si prefigge pure la scienza, che è quello di guarire dalle malattie, è che il corpo si guarisce a partire dallo spirito. Le medicine orientali seguono questo criterio, ma senza andare tanto lontano qui in Europa, già nel Medio Evo, una donna, che è stata poi proclamata santa, precisamente Santa Ildegarda di Bingen, della Germania, che era una naturalista, e anche astrologa, nonché musicista, fondatrice di Monasteri (era benedettina), scrittrice (ha raccontato le visioni che aveva sin dall’età di cinque anni), ebbene ella asseriva fermamente che alla cura e guarigione del corpo si arriva dopo avere esaminato tutti i moti, le esperienze, le vicissitudini, dell’animo!

Le coincidenze, che abbiamo visto, precedentemente, fanno concludere a Marcella Laudicina che scienza e fede non sono inconciliabili. Convinzione comune a tanti scienziati che sono anche uomini di fede. Per loro non c’è contrasto tra fede e scienza.

L’unico punto che lascia un po’ perplessi è quello in cui la scrittrice, tra l’altro donna di fede, dalla profonda religiosità, che crede nella Incarnazione di Gesù, però si mostra favorevole ad ammettere la reincarnazione sostenendo sempre che è conciliabile con la fede. Ora questo, a dire la verità, ci frastorna un po’. Che motivo c’è di ammettere la reincarnazione per purificarsi, quando Gesù con l’Incarnazione e la sua Passione ci ha purificati? E ha purificato tutta l’umanità, di tutti i tempi e luoghi, fino alla fine del mondo? Ella si lascia convincere dai segni, ma questi possono essere opera del demonio che ha tutto l’interesse di togliere seguaci a Gesù! E poi per purificarci c’è il Purgatorio, c’è il Sacramento della Confessione. Per non farci cadere nel peccato e istruirci c’è la Sacra Scrittura. E che altro vogliamo?

Marcella Laudicina foto
Marcella Laudicina

Gesù non ha mai parlato di reincarnazione per purificarci perché ci ha purificato Lui!

E poi un’altra considerazione a sfavore della reincarnazione è che la persona è unica e irripetibile.

Ora, ritornando alle mire della scienza, una sfida audace si affaccia all’orizzonte: quella di riuscire a captare le voci dei defunti, che sono vivi anche se diversamente, da parte di noi della terra. Tramite le onde radio e gli strumenti della tecnologia, alcuni le hanno sentite.

Tutto questo allevia il dolore della morte dei propri cari. C’è la speranza di continuare a vivere nella loro vicinanza.

Inoltre questi esseri, pure viventi, ormai hanno raggiunto la sublimazione della carità; di conseguenza in loro alberga l’amore nella sua forma più alta e nelle sue varie sfaccettature: la tenerezza, la generosità, la giustizia, la solidarietà, la fratellanza, il perdono, e tanto altro. Allora possono essere per noi, ancora intrisi di terra, uno sprone a migliorarci, a seguire il loro esempio. E su questo insiste tanto la nostra autrice che invita accoratamente a risvegliare i valori, a vivere le virtù; nei racconti ma anche nelle poesie questo invito è costante e insistente. E questo per costruire un mondo migliore, per il futuro delle generazioni.

E per finire vorrei leggere dei versi di una poesia tratta da libro “Dalla parte della vita”. “Un mondo nuovo è possibile / Senza più odio né violenza / Senza più indifferenza / Un mondo nuovo / è possibile / Se imparerai / a essere/ Migliore / nella mente e nel cuore… / Un mondo di pace amore / giustizia e libertà / Un mondo nuovo è possibile / Se imparerai / ad amare”.

E vorrei evidenziare come questo libro riporta in esergo, una poesia dedicata al padre al quale la nostra Marcella era molto legata, poesia che sta all’inizio alla maniera di una dedica.

La poesia è questa:

A mio padre (il titolo)

“Sono fioriti i gigli rossi / che tu amavi tanto / Mentre lacrime dolci / Mi rigano il volto / il ricordo di te /Dei tuoi occhi chiari / Da bimbo / del tuo sorriso leale / Mi ristora l’anima / e mi dà ali grandi / Per volare alto / Sapendoti a me accanto”.

Da porre l’attenzione su “Sapendoti a me accanto”. Ed è quello che vuole dimostrare qui, con questa sua poderosa opera, Marcella Laudicina, che i morti, i nostri cari defunti, non sono morti ma vivi, e ci stanno sempre accanto.

Maria Elena Mignosi Picone (mio post intervista alla poetessa)

Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Senza Tempu raccolta di poesie di Emilia Merenda

Emilia_Merenda_presentazioneSi è svolta venerdì 7 giugno alle ore 16.30 presso l’Università Popolare di Palermo, la presentazione del libro di Emilia Merenda Senza Tempu. In questo post mi pregio di pubblicare l’intervento di Maria Elena Mignosi Picone, docente, poetessa e saggista (per conoscerla meglio clicca qua)

L’anima palermitana emerge da questa silloge di poesie dal titolo “Senza Tempu”, in dialetto siciliano, di Emilia Merenda, poetessa e scrittrice, che ha al suo attivo romanzi, racconti, poesie, e che ha conseguito diversi e importanti riconoscimenti e prestigiosi premi.

Il libro ha una collocazione nel tempo ben precisa: la gioventù di Emilia Merenda cade negli anni Sessanta, i meravigliosi anni Sessanta, eppure il titolo è “Senza tempu”, che sembrerebbe in contraddizione con i frequenti riferimenti ad usanze, consuetudini, tipiche di quegli anni, che invece formano il tessuto delle varie poesie.

La attrattiva di quegli anni non sta però nello splendore dell’esistenza, nelle scelte esorbitanti che conducono lontano, quanto piuttosto nella semplicità e austerità dei costumi, nella profondità degli affetti familiari, nella tenacia nei compiti che ciascuno svolge nella propria esistenza.

Ed è da qui che il tempo sfocia nel senza tempo, in quel che ha valore perenne, che è aldilà appunto di ogni temporalità: “Chiddi foru anni chini ‘i sintimentu, /,,, e fu l’amuri u nostru nutrimèntu”. L’amore trascende il tempo, è “senza tempu”.

Rimangono ancora vivi nella mente dell’autrice gesti di vita, ormai scomparsi: “quannu si calavano i panara…quannu s’aggiustavano li paracqua” e poi: “Cu’ s’u ricorda u pani cu la junta? / Sirbia pi pariggiari la pisata”.

E un vivo rimpianto la prende: “Lu pani arricugghieva la famigghia / e si pensu a ddu tempu c’ha passatu / un duluri nto cori m’attinagghia/.

Oltre il gesto, anche l’oggetto, che apparteneva a quel tempo e che ora è cambiato o non esiste più, le procura nostalgia, come il quaderno nero con il perfilo rosso delle pagine (“la cupirtina nivura e li cozza russi”), oppure “na varcuzza di carta”, o la sedia a dondolo della nonna, “na seggia chi s’annaca”.

La nonna raccontava le fiabe, seduta sulla sedia, e i nipotini stavano tutti attorno ad ascoltarla, e c’era tanta dolcezza in questo delizioso quadretto familiare, che ora forse non c’è più.

Le usanze, le consuetudini della famiglia, sono impregnate di dolce malinconia, ma il libro non è solo questo: aria malinconica che avvolge il passato.

C’è un po’ di tutto: ci sono tutte quelle sensazioni ed emozioni proprie della vita di tutti i giorni, e assieme a quelle belle, gradevoli, anche tutte quelle punzecchiature, diciamo, che ci riserva inevitabilmente la vita quotidiana, a cominciare dalla famiglia; e così trapela la furbizia del fratello, la scontrosità della cugina, l’ingenua indelicatezza del marito.

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Maria Elena Mignosi Picone

Ma quel che è tipico del carattere di Emilia Merenda è quell’umorismo, proprio del palermitano, che talora affonda le radici in circostanze anche spiacevoli, come ad esempio di fronte ad una offesa. Come reagisce la nostra Emilia? “Iu nun m’offennu, nun mi mettu a luttu / ci fazzu na risata e mi ni futtu”; oppure “me maritu è un bravu cristianu, onestu e ginirusu, / ma si si tratta di manciari, / havi li so fisimi e addiventa camurrusu”.

Tipica di Emilia è infatti la schiettezza, così, immediata, senza malizia né astio, che, lungi dall’offendere, anzi suscita il riso, una schiettezza che diventa comica. Emilia si può permettere di dire la verità, e non offende, anzi riesce gradevole e conciliante, perché il suo animo è sempre benevolo.

Anche questo è un aspetto tipico del palermitano, in particolare, del palermitano che proviene dagli spagnoli, perché così sono gli spagnoli. Questa schiettezza è del carattere spagnolo.

Accanto a questo aspetto, gioioso in fondo, c’è nel palermitano, come in tutti i siciliani, invece pure la tendenza opposta, al lamentevole, al dramma, e questo ci viene dai greci. Anche in Emilia c’è questo: la malinconia che abbiamo visto ne è un segno, anche se lieve. Nel fondo del suo animo qualcosa di pessimistico comunque c’è. Lo vedremo più avanti.

Spagnoli e greci confluiscono così nel tipo siciliano e anche palermitano, e ne vien fuori un personaggio. Anche l’aspetto lo rivela.

Ed Emilia è così. E’ un personaggio, dove l’influenza greca e spagnola si avverte visibilmente.

A questo si aggiunga l’amore per la conoscenza che è stata sempre coltivata nella sua famiglia, e anche per l’arte ( il padre si dilettava di pittura, era un sognatore), la madre, più pratica e concreta, era maestra, della scuola elementare di una volta.

Ma quel che occupa il maggiore spazio, quel che è preponderante, è nella silloge l’amore per la famiglia. Sono gli affetti familiari. Della sua famiglia di origine come di quella che si è formata col marito, i figli e i nipotini.

Emilia Merenda è stata ed è, molto amata, e non solo, ma anche ella profondamente ama. Pure i genitori, passati ormai ad altra vita, sono sempre presenti nella sua mente, e della madre afferma che è quella che dà l’amore vero. Così scrive: “Tu mi lassasti lu veru amuri / chi si tramanna di cori a cori, / n tisoru assai priziusu, / chi nun finisci mancu si si mori”. Amore che ella, da madre, inculca nelle sue figlie come il bene più prezioso: “Sugnu cunvinta e sempri l’haiu dittu / sulu l’amuri cunta nta la vita, / a li me’ figghi ci lu lassu scrittu”.

Anche la poesia nasce in lei dall’esigenza di lasciare ai figli, nipoti e ai discendenti, a chi vorrà, la testimonianza della sua vita. Scrive: “…li versi su’ tisori, / su’ la mimoria di la vita mia / l’eredità chi lassi quannu mori”. Della sua vita e della sua persona. Infatti nella poesia “Mi vogghiu prisintari” scrive: “…haiu l’amuri i quannu sugnu nata / amu la vita e cu mi sta davanti / e la me porta è sempri spalancata. / …un mmìriu a nuddu e sugnu rispettata”. Indica anche quello a cui ella tiene in particolar modo, la dignità: “A dignità ci tegnu cchiù d’a vita”. Questa è Emilia Merenda.

Anche forte è l’attaccamento alla sua terra. “Sicula sugnu, figghia di lu mari…sta terra mia / è rarica, chi nun si po’ scippari”. Emilia Merenda è sempre vissuta a Palermo, Il suo mondo è tutto qui. Ben si può adattare a lei una frase che una volta ho trovata scritta su un souvenir in un posto turistico, a Taormina per la precisione: “La mia casa può sostituire il mondo, il mondo giammai la mia casa”. E la ama tanto la sua terra che però prova dolore se la vede trascurata, ed auspica un risveglio da quel senso di fatalismo che lascia andare tutto senza valorizzare le bellezze di cui la Sicilia è ricca. Queste parole troviamo, riguardo al suo mare: “Poviru mari, / …tiatru di morti…arripigghiati dignità e vita”.

Dalla sua poesia si leva anche la voce contro i potenti della terra: “l’unicu valuri chi hannu / è lu putiri” e non assicurano pace perché convinti “chi p’aviri paci, / prima s’aviri a cumbàttiri”. Seguono essi l’antico motto dei Latini, motto nefasto: “Si vis pacem para bellum”, “Se vuoi la pace prepara la guerra”. Non è così. La pace è il frutto della giustizia e della fratellanza. Violenza genera solo violenza.

Aleggia nella poesia di Emilia Merenda anche una sottile vena di pessimismo: “Cu circa a virità mori ammazzatu”, specialmente per quanto riguarda la degenerazione della società, il mancato rispetto della natura. Nella copertina vediamo un albero che domina in aperta campagna e una bambina che se lo abbraccia. Il dipinto è della figlia, Evelyn Costa, pittrice. Certo con amore va trattata la natura e con riconoscenza e gratitudine. E perciò da lei si leva lo sdegno verso coloro che hanno il potere di migliorare le cose ma non lo fanno.

Poi, per quanto riguarda la vita di Emilia Merenda, la vita di donna, madre di famiglia, dedita alla poesia come esigenza di testimoniare per i suoi cari ma anche per gli altri, altrimenti non avrebbe pubblicato i suoi libri né fatto la presentazione come stiamo facendo ora, per quanto riguarda tutto questo, quel che emerge dalla sua poesia è soprattutto il realismo, la concretezza.

L’attenzione alle piccole cose, anche agli oggetti, abbiamo visto che suscitano ricordi, affetti, ma anche alle pietanze, “A pasta chi sardi”, e soprattutto per lei un fascino particolare hanno i libri. “I libri fanno ciavuru di vita, / …su’ l’amici chi ti dannu cumpagnia, / …di l’umanità, sunnu mimoria,…su’ tisora di carta”. E aggiunge: “…e quannu sunnu ‘nchiusi nta na stanza, / si senti di luntanu lu rispiru”.

Ecco, anche questa è Emilia Merenda.

E lei è rispecchiata appieno nel libro.

In questo c’è la sua vita, la sua esistenza con i suoi affetti, i ricordi, la nostalgia e il rimpianto; l’amore per la vita, l’umanità e la famiglia.

C’è la poesia come eredità di affetti e di valori. Il libro esprime tutto un mondo di valori da cui sfocia la saggezza della nostra Emilia, una persona saggia, equilibrata, che perde la testa solo davanti ai nipotini. “… quannu sentu / chi stannu arrivannu li mè niputedda, / …mi susu di bottu, mi mettu su l’attenti / e di tuttu dh’iddu ch’haiu pinzatu, / un nni fazzu nenti”.

La nipotina, come dice lei in una poesia, è per lei, senza dubbio alcuno, “u megghiu rialu chi fici a natura”, “ il miglior regalo che le abbia fatto la natura”.

E’dunque, questo di Emilia Merenda, dal titolo “Senza tempu”, un libro molto piacevole a leggersi, rasserenante, sicuro, e anche, in certi punti, divertente. E’ adatto per tutte le età, e soprattutto per chi voglia conoscere, o rivivere, il meraviglioso periodo di quegli anni, gli anni Sessanta, che ella coglie nei suoi molteplici aspetti che esso ci ha offerto.

Una testimonianza di vita improntata a valori, sani, intramontabili, “Senza tempu” appunto, e noi vogliamo sentire viva la speranza che questi valori ritornino, e lo possono, se il mondo della poesia riesce a dare, come questo libro, un prezioso contributo alla loro rinascita.

Grazie, diciamo dunque ad Emilia, per averci offerto un libro così gradevole ed edificante.

Maria Elena Mignosi Picone PALERMO 2019