Presentazioni – Cerchi ascensionali di Francesca Luzzio a Castelbuono

Cerchi Ascensionali Castelbuono
Cerchi Ascensionali a Castelbuono

Continua il tour di presentazioni che vede impegnata la poetessa Francesca Luzzio nella promozione della sua ultima opera dal titolo Cerchi Ascensionali, una raccolta di poesie pubblicata di recente da il Convivio Editore di Giuseppe Manitta.

L’autrice incontrerà i lettori venerdì 20 settembre 2019, alle ore 17.30 a Castelbuono in provincia di Palermo, nella sala delle Capriate che si trova nella Biblioteca Comunale all’interno del complesso Badia di Santa Venera. Da sottolineare il Patrocinio del Comune di Castelbuono, della Biblioteca Comunale e la fattiva collaborazione della poetessa castelbuonese Cinzia Pitingaro.

Relatore sarà il professore Guglielmo Peralta, moderatrice Luciana Cusimano Presidentessa dell’Associazione Amici del Museo Civico di Castelbuono, che al nostro blog dice “Siamo molto lieti di accogliere e ospitare presso la nostra Biblioteca Comunale la poetessa Francesca Luzzio. La presentazione della sua ultima silloge poetica, Cerchi ascensionali, sarà un’occasione di accostamento alla bellezza e alle potenzialità del verso che tutte le corde sa toccare. Percorreremo un itinerarium mentis a partire dal sè, per passare alla duplice natura umana-crogiolo di bene e male- fino all’osservazione di una società imbarbarita che non deve perdere la Speranza di puntare verso l’alto. Come in una rinnovata Commedia, ogni componimento di ogni Cerchio è un passo che la poetessa compie verso il più auspicabile degli approdi. Un sentito grazie a Francesca Luzzio per il garbo e lo stile che la contraddistingue e rappresenta.”

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Luciana Cusimano

In precedenza il libro è stato presentato in due occasioni a Palermo a Villa Malfitano a cura dell’Associazione Culturale Dante Alighieri e presso il Liceo Classico Garibaldi e in un’altra data nella cittadina di origine della poetessa Montemaggiore Belsito.

Il libro di poesie è stato recensito recentemente dalla poetessa Maria Elena Mignosi Picone, recensione che potrete leggere cliccando in questo link:

Recensione di Cerchi Ascensionali

Per conoscere meglio la poetessa Francesca Luzzio CLICCA QUA

Recensioni – Uno sguardo nel mistero di Marcella Laudicina (LFA Publisher) a cura di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione della professoressa Maria Elena Mignosi Picone:

Marcella Laudicina

Uno sguardo nel mistero

LFA Publisher

Presentazione

Marcella Laudicina, figlia di genitori trapanesi, è nata a Roma dove ha vissuto fino a quando la sua famiglia ha deciso di ritornare in Sicilia. Figlia unica, rimane orfana di padre a quindici anni e di madre a venti. Si sposa con un ingegnere e dopo una permanenza di dieci anni a Siracusa dove entrambi insegnavano, si trasferisce a Palermo dove vive e lavora. Ha frequentato il Liceo Classico Umberto I, e si è laureata in Filosofia, con una tesi sul pensiero politico-sociale di Max Weber. Ha insegnato Filosofia nei Licei Classici e Materie Letterarie nello storico Liceo Regina Margherita di Palermo. Ha preso parte a vari progetti e ha organizzato con successo corsi di scrittura creativa per i giovani. Ha pubblicato suoi racconti in Antologie come per esempio “La realtà delle donne” e in Riviste Letterarie come “Pagine”. Schiva dal partecipare ai Concorsi, è risultata vincitrice nell’unico concorso cui ha partecipato “La vita e i suoi racconti”. E’ scrittrice e anche poetessa. Ha pubblicato i libri di racconti intitolati “Percorsi” e “Dalla parte della vita”, e un libro costituito da un romanzo,”Uno sguardo nel mistero” e da tre racconti “Knot”, “Segreti di famiglia” e “Amici”.

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Maria Elena Mignosi Picone

Ora passiamo a presentare appunto quest’ultima sua opera. Intanto possiamo osservare che Marcella Laudicina è una scrittrice dalla penna fluida, chiara e raffinata; usa un linguaggio colto ma semplice, accessibile a tutti, pur toccando argomenti ardui e complessi. La sua è una prosa da abile narratrice, da vera romanziera. Sa calarsi nei personaggi che crea immedesimandosi fino in fondo nel loro animo, ma non dimenticando mai il lettore cui rivolge sempre la sua attenzione.

Ma di che cosa si occupa in questo libro Marcella Laudicina? Di un argomento non tanto comune, verso cui si sente attratta, e su cui certamente avrà influito la morte ancora in giovane età, dei genitori. Ed è il mondo del paranormale. O meglio, con un termine più appropriato, è lo Spiritualismo.

Ora una caratteristica che risalta e che è comune a tutte le sue narrazioni, è che esse seguono, tutte, l’andamento: bene-male-bene. Ella infatti inizia col descrivere una situazione di felicità; tutt’a un tratto però irrompe il male, e qui talvolta il racconto risente del genere giallo addirittura, con vicissitudini oscure e intricate; alla fine sempre si ha il trionfo del bene. Vien da pensare ai Promessi Sposi del Manzoni. E come il Manzoni infatti Marcella Laudicina ha una grande fiducia nella Provvidenza. E’ questa che in conclusione volge il male in bene.

Tornando all’argomento che l’attrae, dicevamo, esso è il mondo del paranormale o meglio lo Spiritualismo.

Una premessa fondamentale: l’opera non ha niente a che vedere con lo Spiritismo.

Si fonda invece rigorosamente sulla scienza. Tutte le affermazioni sono documentate da testimonianze scientifiche. C’è citato Marconi, lo scopritore delle onde radio, e tanti altri scienziati, di tutto il mondo e di tutte le epoche. La scienza da cui prese l’avvio lo studio di questo branca è la fisica di Einstein. Tutt’ora questo è un panorama aperto perchè Zichichi, sulle orme di Einstein, riunisce da dieci anni a Ginevra scienziati che provengono da tutte le parti, appunto per studiare quel che egli ha battezzato il Supermondo.

Un mondo, che non è il cielo ma neanche la terra, e che però risente dell’uno e dell’altra. Non sta in effetti né in cielo né in terra, è come se stesse nell’atmosfera o anche, se vogliamo, nella stratosfera.

Uno sguardo nel mistero Marcella Laudicina
Copertina del libro Uno sguardo nel mistero

Sfogliando le pagine del libro, esso è tanto pregnante di scienza, che si ha quasi l’impressione che sia un trattato scientifico. Esso è abbastanza voluminoso, di centocinquanta pagine la maggior parte delle quali è occupata dal romanzo; in questo viene riportata la teoria di ogni singolo scienziato più cenni sulla biografia, e anche la foto. Ma evidentemente Marcella Laudicina non è una scienziata, è una letterata. Allora per alleggerire quel che sarebbe stato troppo pesante, ci ha imbastito sopra una storia, e ne ha fatto un romanzo. L’impresa non era poi tanto facile ma ella ci è riuscita perfettamente. E’ un vero romanzo, anche se sui generis.

Oltre che alla fisica l’autrice fa riferimento pure alle neuroscienze, e ancora alla psicologia, alla psichiatria, alla antropologia, e così via.

L’ambito dunque è, ribadiamo, quello del paranormale o dello Spiritualismo.

Il mistero è quello della vita. E soprattutto il mistero della morte.

Un mistero di fronte al quale la scienza, in quanto scienza, non tollera limitazioni di sorta, non ammette confini. Lo scienziato è libero, e deve essere così, di spaziare ovunque si voglia volgere, anche verso quel che pare più arduo e inconcepibile, o anche più assurdo.

Puntualizziamo che non si tratta di un’opera di teologia. Nella trascendenza il mistero è quello della Trinità e della Incarnazione di Gesù. Ma di fronte a tale mistero si ergono poderose le mitiche Colonne d’Ercole: l’uomo non se lo potrà mai spiegare . Oltre qui non si va.

Allora cominciamo a esaminare vari punti cardine. E quel che vale per il romanzo vale anche per i tre racconti che sono sempre sulla stessa scia, ma senza i dettagli scientifici.

Una prima affermazione della scienza è che la vita non finisce con la morte.

Noi questo lo sappiamo dalla fede, ma qui è la scienza che parla, e che dimostra con dati alla mano. Con fenomeni paranormali quel che per noi è il morto, lo si avverte vivo. E questo è di grande consolazione nella perdita di una persona cara. La scienza si prefigge lo scopo di liberare l’uomo dal timore e anche dal dolore, o quanto meno alleviarlo.

Un’altra affermazione, strettamente connessa con la prima, cioè che la vita non finisce con la morte, è che l’anima è immortale. Anche qui un’altra coincidenza tra scienza e fede.

Un’altra ancora, a proposito di quel che è secondo la scienza il corpo astrale, distinto dal corpo fisico; esso ha le prerogative dell’agilità e della penetrazione dei corpi. In fondo richiama il corpo glorioso della fede cristiana. Le stesse prerogative le enumera San Pio X nel suo Catechismo Maggiore. Quando Gesù, dopo la Resurrezione, va a trovare i discepoli riuniti in Cenacolo, la porta era chiusa ed Egli entra senza aprirla, la oltrepassa.

Un’altra affermazione ancora, nello scopo che si prefigge pure la scienza, che è quello di guarire dalle malattie, è che il corpo si guarisce a partire dallo spirito. Le medicine orientali seguono questo criterio, ma senza andare tanto lontano qui in Europa, già nel Medio Evo, una donna, che è stata poi proclamata santa, precisamente Santa Ildegarda di Bingen, della Germania, che era una naturalista, e anche astrologa, nonché musicista, fondatrice di Monasteri (era benedettina), scrittrice (ha raccontato le visioni che aveva sin dall’età di cinque anni), ebbene ella asseriva fermamente che alla cura e guarigione del corpo si arriva dopo avere esaminato tutti i moti, le esperienze, le vicissitudini, dell’animo!

Le coincidenze, che abbiamo visto, precedentemente, fanno concludere a Marcella Laudicina che scienza e fede non sono inconciliabili. Convinzione comune a tanti scienziati che sono anche uomini di fede. Per loro non c’è contrasto tra fede e scienza.

L’unico punto che lascia un po’ perplessi è quello in cui la scrittrice, tra l’altro donna di fede, dalla profonda religiosità, che crede nella Incarnazione di Gesù, però si mostra favorevole ad ammettere la reincarnazione sostenendo sempre che è conciliabile con la fede. Ora questo, a dire la verità, ci frastorna un po’. Che motivo c’è di ammettere la reincarnazione per purificarsi, quando Gesù con l’Incarnazione e la sua Passione ci ha purificati? E ha purificato tutta l’umanità, di tutti i tempi e luoghi, fino alla fine del mondo? Ella si lascia convincere dai segni, ma questi possono essere opera del demonio che ha tutto l’interesse di togliere seguaci a Gesù! E poi per purificarci c’è il Purgatorio, c’è il Sacramento della Confessione. Per non farci cadere nel peccato e istruirci c’è la Sacra Scrittura. E che altro vogliamo?

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Marcella Laudicina

Gesù non ha mai parlato di reincarnazione per purificarci perché ci ha purificato Lui!

E poi un’altra considerazione a sfavore della reincarnazione è che la persona è unica e irripetibile.

Ora, ritornando alle mire della scienza, una sfida audace si affaccia all’orizzonte: quella di riuscire a captare le voci dei defunti, che sono vivi anche se diversamente, da parte di noi della terra. Tramite le onde radio e gli strumenti della tecnologia, alcuni le hanno sentite.

Tutto questo allevia il dolore della morte dei propri cari. C’è la speranza di continuare a vivere nella loro vicinanza.

Inoltre questi esseri, pure viventi, ormai hanno raggiunto la sublimazione della carità; di conseguenza in loro alberga l’amore nella sua forma più alta e nelle sue varie sfaccettature: la tenerezza, la generosità, la giustizia, la solidarietà, la fratellanza, il perdono, e tanto altro. Allora possono essere per noi, ancora intrisi di terra, uno sprone a migliorarci, a seguire il loro esempio. E su questo insiste tanto la nostra autrice che invita accoratamente a risvegliare i valori, a vivere le virtù; nei racconti ma anche nelle poesie questo invito è costante e insistente. E questo per costruire un mondo migliore, per il futuro delle generazioni.

E per finire vorrei leggere dei versi di una poesia tratta da libro “Dalla parte della vita”. “Un mondo nuovo è possibile / Senza più odio né violenza / Senza più indifferenza / Un mondo nuovo / è possibile / Se imparerai / a essere/ Migliore / nella mente e nel cuore… / Un mondo di pace amore / giustizia e libertà / Un mondo nuovo è possibile / Se imparerai / ad amare”.

E vorrei evidenziare come questo libro riporta in esergo, una poesia dedicata al padre al quale la nostra Marcella era molto legata, poesia che sta all’inizio alla maniera di una dedica.

La poesia è questa:

A mio padre (il titolo)

“Sono fioriti i gigli rossi / che tu amavi tanto / Mentre lacrime dolci / Mi rigano il volto / il ricordo di te /Dei tuoi occhi chiari / Da bimbo / del tuo sorriso leale / Mi ristora l’anima / e mi dà ali grandi / Per volare alto / Sapendoti a me accanto”.

Da porre l’attenzione su “Sapendoti a me accanto”. Ed è quello che vuole dimostrare qui, con questa sua poderosa opera, Marcella Laudicina, che i morti, i nostri cari defunti, non sono morti ma vivi, e ci stanno sempre accanto.

Maria Elena Mignosi Picone (mio post intervista alla poetessa)

Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Senza Tempu raccolta di poesie di Emilia Merenda

Emilia_Merenda_presentazioneSi è svolta venerdì 7 giugno alle ore 16.30 presso l’Università Popolare di Palermo, la presentazione del libro di Emilia Merenda Senza Tempu. In questo post mi pregio di pubblicare l’intervento di Maria Elena Mignosi Picone, docente, poetessa e saggista (per conoscerla meglio clicca qua)

L’anima palermitana emerge da questa silloge di poesie dal titolo “Senza Tempu”, in dialetto siciliano, di Emilia Merenda, poetessa e scrittrice, che ha al suo attivo romanzi, racconti, poesie, e che ha conseguito diversi e importanti riconoscimenti e prestigiosi premi.

Il libro ha una collocazione nel tempo ben precisa: la gioventù di Emilia Merenda cade negli anni Sessanta, i meravigliosi anni Sessanta, eppure il titolo è “Senza tempu”, che sembrerebbe in contraddizione con i frequenti riferimenti ad usanze, consuetudini, tipiche di quegli anni, che invece formano il tessuto delle varie poesie.

La attrattiva di quegli anni non sta però nello splendore dell’esistenza, nelle scelte esorbitanti che conducono lontano, quanto piuttosto nella semplicità e austerità dei costumi, nella profondità degli affetti familiari, nella tenacia nei compiti che ciascuno svolge nella propria esistenza.

Ed è da qui che il tempo sfocia nel senza tempo, in quel che ha valore perenne, che è aldilà appunto di ogni temporalità: “Chiddi foru anni chini ‘i sintimentu, /,,, e fu l’amuri u nostru nutrimèntu”. L’amore trascende il tempo, è “senza tempu”.

Rimangono ancora vivi nella mente dell’autrice gesti di vita, ormai scomparsi: “quannu si calavano i panara…quannu s’aggiustavano li paracqua” e poi: “Cu’ s’u ricorda u pani cu la junta? / Sirbia pi pariggiari la pisata”.

E un vivo rimpianto la prende: “Lu pani arricugghieva la famigghia / e si pensu a ddu tempu c’ha passatu / un duluri nto cori m’attinagghia/.

Oltre il gesto, anche l’oggetto, che apparteneva a quel tempo e che ora è cambiato o non esiste più, le procura nostalgia, come il quaderno nero con il perfilo rosso delle pagine (“la cupirtina nivura e li cozza russi”), oppure “na varcuzza di carta”, o la sedia a dondolo della nonna, “na seggia chi s’annaca”.

La nonna raccontava le fiabe, seduta sulla sedia, e i nipotini stavano tutti attorno ad ascoltarla, e c’era tanta dolcezza in questo delizioso quadretto familiare, che ora forse non c’è più.

Le usanze, le consuetudini della famiglia, sono impregnate di dolce malinconia, ma il libro non è solo questo: aria malinconica che avvolge il passato.

C’è un po’ di tutto: ci sono tutte quelle sensazioni ed emozioni proprie della vita di tutti i giorni, e assieme a quelle belle, gradevoli, anche tutte quelle punzecchiature, diciamo, che ci riserva inevitabilmente la vita quotidiana, a cominciare dalla famiglia; e così trapela la furbizia del fratello, la scontrosità della cugina, l’ingenua indelicatezza del marito.

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Maria Elena Mignosi Picone

Ma quel che è tipico del carattere di Emilia Merenda è quell’umorismo, proprio del palermitano, che talora affonda le radici in circostanze anche spiacevoli, come ad esempio di fronte ad una offesa. Come reagisce la nostra Emilia? “Iu nun m’offennu, nun mi mettu a luttu / ci fazzu na risata e mi ni futtu”; oppure “me maritu è un bravu cristianu, onestu e ginirusu, / ma si si tratta di manciari, / havi li so fisimi e addiventa camurrusu”.

Tipica di Emilia è infatti la schiettezza, così, immediata, senza malizia né astio, che, lungi dall’offendere, anzi suscita il riso, una schiettezza che diventa comica. Emilia si può permettere di dire la verità, e non offende, anzi riesce gradevole e conciliante, perché il suo animo è sempre benevolo.

Anche questo è un aspetto tipico del palermitano, in particolare, del palermitano che proviene dagli spagnoli, perché così sono gli spagnoli. Questa schiettezza è del carattere spagnolo.

Accanto a questo aspetto, gioioso in fondo, c’è nel palermitano, come in tutti i siciliani, invece pure la tendenza opposta, al lamentevole, al dramma, e questo ci viene dai greci. Anche in Emilia c’è questo: la malinconia che abbiamo visto ne è un segno, anche se lieve. Nel fondo del suo animo qualcosa di pessimistico comunque c’è. Lo vedremo più avanti.

Spagnoli e greci confluiscono così nel tipo siciliano e anche palermitano, e ne vien fuori un personaggio. Anche l’aspetto lo rivela.

Ed Emilia è così. E’ un personaggio, dove l’influenza greca e spagnola si avverte visibilmente.

A questo si aggiunga l’amore per la conoscenza che è stata sempre coltivata nella sua famiglia, e anche per l’arte ( il padre si dilettava di pittura, era un sognatore), la madre, più pratica e concreta, era maestra, della scuola elementare di una volta.

Ma quel che occupa il maggiore spazio, quel che è preponderante, è nella silloge l’amore per la famiglia. Sono gli affetti familiari. Della sua famiglia di origine come di quella che si è formata col marito, i figli e i nipotini.

Emilia Merenda è stata ed è, molto amata, e non solo, ma anche ella profondamente ama. Pure i genitori, passati ormai ad altra vita, sono sempre presenti nella sua mente, e della madre afferma che è quella che dà l’amore vero. Così scrive: “Tu mi lassasti lu veru amuri / chi si tramanna di cori a cori, / n tisoru assai priziusu, / chi nun finisci mancu si si mori”. Amore che ella, da madre, inculca nelle sue figlie come il bene più prezioso: “Sugnu cunvinta e sempri l’haiu dittu / sulu l’amuri cunta nta la vita, / a li me’ figghi ci lu lassu scrittu”.

Anche la poesia nasce in lei dall’esigenza di lasciare ai figli, nipoti e ai discendenti, a chi vorrà, la testimonianza della sua vita. Scrive: “…li versi su’ tisori, / su’ la mimoria di la vita mia / l’eredità chi lassi quannu mori”. Della sua vita e della sua persona. Infatti nella poesia “Mi vogghiu prisintari” scrive: “…haiu l’amuri i quannu sugnu nata / amu la vita e cu mi sta davanti / e la me porta è sempri spalancata. / …un mmìriu a nuddu e sugnu rispettata”. Indica anche quello a cui ella tiene in particolar modo, la dignità: “A dignità ci tegnu cchiù d’a vita”. Questa è Emilia Merenda.

Anche forte è l’attaccamento alla sua terra. “Sicula sugnu, figghia di lu mari…sta terra mia / è rarica, chi nun si po’ scippari”. Emilia Merenda è sempre vissuta a Palermo, Il suo mondo è tutto qui. Ben si può adattare a lei una frase che una volta ho trovata scritta su un souvenir in un posto turistico, a Taormina per la precisione: “La mia casa può sostituire il mondo, il mondo giammai la mia casa”. E la ama tanto la sua terra che però prova dolore se la vede trascurata, ed auspica un risveglio da quel senso di fatalismo che lascia andare tutto senza valorizzare le bellezze di cui la Sicilia è ricca. Queste parole troviamo, riguardo al suo mare: “Poviru mari, / …tiatru di morti…arripigghiati dignità e vita”.

Dalla sua poesia si leva anche la voce contro i potenti della terra: “l’unicu valuri chi hannu / è lu putiri” e non assicurano pace perché convinti “chi p’aviri paci, / prima s’aviri a cumbàttiri”. Seguono essi l’antico motto dei Latini, motto nefasto: “Si vis pacem para bellum”, “Se vuoi la pace prepara la guerra”. Non è così. La pace è il frutto della giustizia e della fratellanza. Violenza genera solo violenza.

Aleggia nella poesia di Emilia Merenda anche una sottile vena di pessimismo: “Cu circa a virità mori ammazzatu”, specialmente per quanto riguarda la degenerazione della società, il mancato rispetto della natura. Nella copertina vediamo un albero che domina in aperta campagna e una bambina che se lo abbraccia. Il dipinto è della figlia, Evelyn Costa, pittrice. Certo con amore va trattata la natura e con riconoscenza e gratitudine. E perciò da lei si leva lo sdegno verso coloro che hanno il potere di migliorare le cose ma non lo fanno.

Poi, per quanto riguarda la vita di Emilia Merenda, la vita di donna, madre di famiglia, dedita alla poesia come esigenza di testimoniare per i suoi cari ma anche per gli altri, altrimenti non avrebbe pubblicato i suoi libri né fatto la presentazione come stiamo facendo ora, per quanto riguarda tutto questo, quel che emerge dalla sua poesia è soprattutto il realismo, la concretezza.

L’attenzione alle piccole cose, anche agli oggetti, abbiamo visto che suscitano ricordi, affetti, ma anche alle pietanze, “A pasta chi sardi”, e soprattutto per lei un fascino particolare hanno i libri. “I libri fanno ciavuru di vita, / …su’ l’amici chi ti dannu cumpagnia, / …di l’umanità, sunnu mimoria,…su’ tisora di carta”. E aggiunge: “…e quannu sunnu ‘nchiusi nta na stanza, / si senti di luntanu lu rispiru”.

Ecco, anche questa è Emilia Merenda.

E lei è rispecchiata appieno nel libro.

In questo c’è la sua vita, la sua esistenza con i suoi affetti, i ricordi, la nostalgia e il rimpianto; l’amore per la vita, l’umanità e la famiglia.

C’è la poesia come eredità di affetti e di valori. Il libro esprime tutto un mondo di valori da cui sfocia la saggezza della nostra Emilia, una persona saggia, equilibrata, che perde la testa solo davanti ai nipotini. “… quannu sentu / chi stannu arrivannu li mè niputedda, / …mi susu di bottu, mi mettu su l’attenti / e di tuttu dh’iddu ch’haiu pinzatu, / un nni fazzu nenti”.

La nipotina, come dice lei in una poesia, è per lei, senza dubbio alcuno, “u megghiu rialu chi fici a natura”, “ il miglior regalo che le abbia fatto la natura”.

E’dunque, questo di Emilia Merenda, dal titolo “Senza tempu”, un libro molto piacevole a leggersi, rasserenante, sicuro, e anche, in certi punti, divertente. E’ adatto per tutte le età, e soprattutto per chi voglia conoscere, o rivivere, il meraviglioso periodo di quegli anni, gli anni Sessanta, che ella coglie nei suoi molteplici aspetti che esso ci ha offerto.

Una testimonianza di vita improntata a valori, sani, intramontabili, “Senza tempu” appunto, e noi vogliamo sentire viva la speranza che questi valori ritornino, e lo possono, se il mondo della poesia riesce a dare, come questo libro, un prezioso contributo alla loro rinascita.

Grazie, diciamo dunque ad Emilia, per averci offerto un libro così gradevole ed edificante.

Maria Elena Mignosi Picone PALERMO 2019

Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo la raccolta di poesie di Francesca Luzzio Cerchi Ascensionali (Il Convivio Editore)

Ricevo e pubblico volentieri l’intervento recensione della poetessa, saggista e docente Maria Elena Mignosi Picone, alla presentazione di martedì 04 giugno presso il Liceo Garibaldi di Palermo della raccolta di poesie Cerchi Ascensionali di Francesca Luzzio.

Francesca Luzzio

Cerchi ascensionali

Il Convivio Editore

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Maria Elena Mignosi Picone

Francesca Luzzio con questo titolo dato alla sua silloge di poesie, “Cerchi ascensionali”, ci introduce evidentemente in un’atmosfera di positività, perché l’ascendere è positivo, il discendere è negativo. E si ascende dal male al bene o dal bene al meglio. Infatti nel primo e terzo cerchio la poetessa tratta del male, nel secondo e nel quarto, invece, del bene. Di fronte al male, nelle sue varie gradazioni, specialmente quelle più gravi, ella rimane sbigottita e senza parole. In una poesia dedicata al compianto Mario Luzi, così si esprime: “…tu che conosci ormai il mistero, / dimmi, è proprio questa / la Poesia che Dio pose nelle cose?”, e in un’altra: “Tu, mio Dio, vedi il mondo, la gente / e forse sai / perché tanto sangue / sparso come niente /…io non so, sono incapace / di scoprire / il senso di tanto soffrire”. E qui si avverte in lontananza l’eco del Leopardi, della poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, nei suoi interrogativi carichi di mistero: “Dimmi, o luna: a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi? / dimmi: ove tende / questo vagar mio breve / il tuo corso immortale”? Oltre l’eco del Leopardi avvertiamo, nella poesia di Francesca Luzzio, anche l’eco di Dante, appunto nei Cerchi, che ci ricordano la struttura della Divina Commedia, delle bolge dell’Inferno, dei gironi del Purgatorio, del Paradiso.

Quest’ascesi, dunque, che è essenzialmente spirituale, per comprenderla basti pensare alla distinzione che facevano i Latini tra homo e vir. Il trasformarsi da homo, che segue l’istinto, l’impulso, a vir, che segue le virtù, che si sa dominare, è ascendere. E ascendere nell’uomo equivale a trasumanare, cioè andare oltre l’umano. C’è una poesia che porta proprio questo titolo “Trasumanare”, ed è dedicata alla madre. In questa scrive: “con lei comincio la festosa danza…/ saliamo i..gradini ed insieme voliamo /… lasciamo il corpo e trasumaniamo”. In un’altra poesia dal titolo molto significativo, “Evaporazione esistenziale” dedicata al padre, leggiamo: “…l’anima evapora leggera / né il corpo mio la trattiene”.

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Francesca Luzzio

Nel primo Cerchio Francesca Luzzio incentra la sua attenzione sul male, però quello comune un po’ a tutti, che in genere proviamo nella vita di ogni giorno; mali lievi, in un certo senso, che sono piuttosto dovuti alla fragilità umana, come la stanchezza, nella fatica del vivere, la noia, nella monotonia della quotidianità, l’incomprensione, nella comunicazione con gli altri, l’ingratitudine, e via dicendo. Nel terzo cerchio il male assume una valenza più drammatica e tragica; la poetessa prende in considerazione i gravi fenomeni che si verificano nel mondo: la guerra, la violenza; è il male con spargimento di sangue e soppressione della vita. Ed ella si rivolge, con un tratto carico di umanità, direttamente alle vittime: ai migranti, ai deportati, ai disoccupati, alle donne offese e violentate, ma anche alle vittime di calamità naturali, ai terremotati, e pure agli sfrattati. A tutta quella umanità dolente alla quale è vicina con cuore di madre, sentendo come sua la sofferenza degli altri. Sono versi molto delicati e commoventi, come altrettanto delicati, ma intrisi di gioia e amore, sono quelli dedicati agli affetti familiari nel secondo Cerchio: ai genitori, al marito, alla figlia; ai nipotini e a parenti vari, non dimentica nessuno. Non manca neanche l’amore verso il paese natìo, Montemaggiore Belsito, e verso la città dove si è trasferita, Palermo. Né tralascia il pensiero verso gli amici, nel campo della cultura, come Elio Giunta e Giorgio Barberi Squarotti. Sono versi di una dolcezza ineffabile, che esprimono tutto l’amore di cui la nostra poetessa è circondata, amore che anche lei dà senza misura, e con tanta tenerezza. “…mio ascensionale amore”. Amore umano che le dà tanta gioia e pienezza di vita: “La brillante allegria / che i miei gioielli / umani e veri / mi sanno sempre dare”. Un amore così profondo che talvolta non ha bisogno neanche di parole perché il silenzio stesso è eloquente e si vive in un’atmosfera che trascende il tempo perché si assapora la dimensione dell’eterno: “Non serve parlare: vivo l’eternità!”. Talora, quando i suoi nipotini sono partiti, una riflessione si affaccia alla sua mente: “La stasi non è fine / è attesa, preludio di nuova felicità”. In questo Cerchio, pregnante dell’amore più profondo come è quello familiare, Francesca Luzzio si sente ascendere (il mio ascensionale amore) a qualcosa di più alto. E’ qui che ella getta i semi della trascendenza: il gusto dell’eterno.

La terrestrità allora si colora di celestialità. Il terrestre e il sublime si intrecciano e si fondono in un moto ascensionale. L’amore infatti è preludio, in anime sensibili e profonde, di ardori trascendentali, di vera ascesi, umana e spirituale. L’essere umano, sotto l’effetto dell’amore, comincia quasi a divinizzarsi. Affermava il filosofo greco Aristotele che l’uomo è animale razionale, animale perché ha in comune con gli animali l’anima sensitiva, ma ha in più l’intelletto e la volontà, e la coscienza, che costituiscono l’anima spirituale, lo spirito. Ora l’ascesi consiste nel coltivare lo spirito, nel valorizzare le potenze spirituali in modo tale che il risultato sia appunto il vir, dei Latini, l’uomo di carattere, il vero uomo.

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Copertina del libro

E si comincia col coltivare l’animo con tutto ciò che è bello, ad esempio con la musica, l’arte, la natura, tutte cose prettamente umane e terrene che, però, come sosteneva Giovanni Paolo II, (egli lo diceva alludendo allo studio del Latino e Greco, riferendosi agli Studi Umanistici), sono fattori che preparano la strada alla fede. Comincia allora nell’uomo una altalena tra la terra e il cielo, che risalta dai seguenti versi nella poesia Estasi: “Aquila in volo raggiungo il cielo/…/In terra torno e sono umana” o altrove, nella poesia “Verso te, Signore”: “…estatico coinvolgimento / mi conduce verso te; Signore” e poi, ad un tratto: “un tuono rimbomba / ed io torno qui, / nella terra e nel tempo”. Si comincia ad assaporare la fede: “…ci culli, Signore, / ed è bello sentire le tue braccia / il tuo incanto d’amore”. E a questo punto ella allora si chiede: “E’ trasumanazione”?

Così quella trasumanazione, che già cominciava ad avvertire, in quelle poesie dedicate ai genitori, passati ormai all’altra vita, vivendo la poetessa quell’atmosfera quasi surreale in cui ci fa immergere la morte dei nostri cari, qui ritorna, però dinanzi alla dimensione del sacro, dinanzi a Dio.

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Francesca Luzzio a sinistra

Qui nel quarto Cerchio la terrestrità e la celestialità assumono una connotazione diversa: la terrestrità si fa temporalità, e la celestialità si fa eternità. Infatti nei versi della poesia “Nascere e morire”, ella scrive: “…tutti siamo nati / costretti a leggere / il libro terrestre della temporalità. /…/ Infine, finita la lettura / del terrestre spartito, /…si apre una porta dorata: vedo luce infinita di eternità”.

Però, come si arriva alla trasumanazione? Vivendo l’amore e la carità, e non tutti lo comprendono, solo pochi. Scrive: “Bisogna raccogliere quei fiori / che hanno per molti, strani nomi, / pochi li chiamano amore e carità”.

Ecco è proprio qui, nell’amore e nella carità, che la poetessa ravvisa il rimedio a tanto male che c’è nel mondo. E allora, quando scettica si chiedeva: “Chissà…chissà / se a poco a poco / il mondo cambierà”!, ora invece il suo scoraggiamento si muta in speranza, anche se insiste che sono ancora pochi gli uomini che vivono l’amore e la carità: “pochi amanti raccolgono perle e fiori /e sanno tramutarli in oasi d’amore”.

Un ruolo fondamentale ha in questo la poesia. La nostra autrice si chiedeva: “La poesia ci può aiutare / a non far nascere / Gesù nel terrore”? E noi rispondiamo di sì. Tante gocce fanno un oceano. Ma certo è necessario un aiuto dall’alto. E’ la Madonna, dice Francesca, che può aiutarci, che può rendere possibile pure l’impossibile. E ricorre all’immagine delle rette parallele che, si sa, non si incontrano mai. Indicativi questi versi: “Il mare oggi ha tre confini: / distinte linee parallele /…Arcana metafora di parallele linee / presenti, -assenti, indecise-offuscate dell’anima mia”; però osserva: “Ma se volgo gli occhi / e il campanile guardo / trovano incontro in te, / Maria”. Con l’aiuto della grazia che ci viene dalla Madonna, tutto è possibile. Lo è il trasumanare. La sicurezza della possibilità della trasumanazione, la certezza della possibile divinizzazione dell’uomo, è espressa nei seguenti versi, nella poesia dedicata al padre, “Evaporazione esistenziale”, versi nei quali sembra compendiarsi tutta l’opera e che suggellano il moto ascensionale che fa dell’homo il vir, appunto l’uomo di carattere, il vero uomo. Ecco i “Cerchi ascensionali” che le fanno dire: “Ti raggiungo lassù, padre, dammi una mano, / il vento è propizio, ce la posso fare”!

Maria Elena Mignosi Picone

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Recensioni – Intervento di Emilia Ricotti, autrice della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno

Ricevo e pubblico volentieri l’intervento dell’autrice Emilia Ricotti, alla presentazione di martedì 21 maggio 2019, presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo, della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori)

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Emilia Ricotti

Terre rare e chicchi di melograno

LuoghInteriori

Presentazione

Per leggere la silloge in questione bisogna sfuggire alla tentazione di aprirla e richiuderla, bella presentazione!

Una via di fuga come incipit, sì perché Terre rare e chicchi di melograno mette possiamo dire il dito non sulla piaga, ma sulle piaghe ed in una società che per vivere ha spesso imparato a voltarsi dall’altra parte, non è facile, non è proprio facile ed io non so quale ardore mi abbia procurato leggere e scrivere di così gravi e profonde piaghe.

Emilia_Ricotti
Emilia Ricotti

Certo non ci sono i divieti dei gulag russi, o altre nefandezze analoghe, la stampa, si dice, è libera, ma voltare pagina è possibile lo stesso e la censura è la nostra. Levi, consentitemi la comparazione impari, pubblicato nel 47 da una piccola casa editrice torinese di Francesco De Silva, visto sfavorevolmente da Natalia Ginzburg consulente della Einaudi e da Cesare Pavese, fu rifiutato dalla prestigiosa casa editrice, solo nel 58 verrà pubblicato da Einaudi, forse troppo recenti i crimini che raccontava e la gente non era propensa a fissarvi lo sguardo.

L’opera di Levi io penso abbia contribuito in maniera cospicua a fare nascere una coscienza, che considerando lo scempio di ieri, ammonisce per il futuro e il giorno della memoria e ogni altra testimonianza, che ci porta a scrutare il proliferare dell’orrore dell’uomo sull’uomo e che contribuisce ad evitarne la reiterazione, è benvenuta.

Manzoni racconta la guerra di successione di Mantova e del Monferrato e la peste, non per spaventarci, ma per mostrarci lo strazio di queste scelte sugli ultimi.

L’elenco di questa letteratura, che io considero salvifica, è lunghissimo e superfluo insistervi, perché oggi è facile vedere e non guardare, sentire e non ascoltare, e come un medico cosciente ha bisogno di guardare e di ascoltare, così io ho scritto Terre rare e chicchi di melograno con lo sguardo non metaforicamente rivolto agli ultimi, come chi ha bisogno di voti e strombazza, ma con lo sguardo rivolto alle piaghe degli ultimi e so che questa scelta mi sottrae lettori.

Vedete io non credo in una poesia che intrattiene e come recentemente ha detto Christos Ikonomou durante dei corsi di scrittura creativa, gli aspiranti scrittori sono chiusi completamente su se stessi, vivono dentro una bolla privi dell’ambizione di essere letti altrove, avvitati su se stessi, e lui dice spacchiamola questa bolla!

Ebbene io ho l’ambizione di essere letta altrove, dove però non è facile giungere, i miei non sono noir che alla scoperta dell’assassino di turno ti inquietano, ma torni sicuro alla tua vita di sempre, i miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire , di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita e in una società che cerca ogni antitesi allo stress, è stress bello e buono, ma io dico, è coscienza di cui riappropriarsi, è passare dall’inerzia di lasciarsi vivere a quella di vivere, è un prezzo che bisogna pagare per vivere, non ci sono da leggere, da rintracciare messaggi di parte, ma la ricerca di un unico messaggio che auspica la rinascita di un nuovo umanesimo, con un’unica domanda, se ci fossi io dall’altra parte?

Vittorio Gassman, leggendo Dante, affermava che la poesia non va spiegata, ma ognuno, si sa, dice ciò che pensa ed io credo che ricercarne la genesi, aiuti a comprenderla.

Dal Mediterraneo, al Congo, a Savar in India, il mio è un giro del mondo apparentemente

Terre_rare_e_chicchi_di_melograno
Copertina del libro

sconnesso, ma in realtà intrinsecamente connesso, poesia epica, per raccontare il mio giro del mondo da nord a sud, da est, ad ovest, ed a Savar c’è una fabbrica che implode ed è il Rana Plaz, i bambini in Congo dodici ore nel buio, con i piedi nell’acqua a scavare ed a sera con la pala in spalla, “i bambini puoi pagarli di meno e caricarli di più,” è un giro del mondo privo di paesaggi ameni, ma ti sfilano sotto gli occhi coste, pesci, uccelli, inceneriti dal greggio vomitato dalla Prestige o si ode il tonfo della miniera di San Josè, trenta tre in trappola, e per entrambi i disastri sentenze shock : tutti assolti, nessun colpevole!

O ancora si stagliano paesaggi spettrali e uomini in tuta per setacciare uno stagno, non colmo di rane, ma di appestati di iodio e di cesio del terzo millennio e per evocare la Shoah una squadra ed un righello in mano agli ingegneri di genti per la soluzione finale.

Da Dakar a Tenerife ci giunge un pianto lungo di donne, sono le madri di Thiaroye sur mer che fanno resistenza all’esilio dei figli in Europa.

Ed ancora da Locarno, a Lampedusa, a Pantelleria c’è un denominatore comune un’umanità in tour, ma è un tour forzato, dove anche un’isola amena acquista i contorni di un lager :

“La collina è un lager, ,….

Il filo spinato è il mare”

Pantelleria dove:

“quando s’alza il vento

pista tagliente

più della lava “

O Borgo Mezzanone

“dignità e gara d’appalto al ribasso,

fatturato al galoppo,

anche di domenica

zaino in spalla, schiena sui pedali,

la luce accesa alle quattro del mattino

e una scritta” Benvenuti.”

Ma i luoghi dello sfruttamento proliferano dall’Europa, all’Asia, all’Africa, all’America, e tornando all’Italia c’è Sesto Fiorentino un’officina dismessa “e in fuga da un rogo sono cento, un po’ più , un po’ meno chissà! “

E se sposti il tuo tour più a sud Incontri Timothy dalla Nigeria alla Libia seduto su un materasso lercio sa che qui l’inferno è più inferno.

Raccontare le migrazioni e lo sfruttamento globale vuol dire acquisire la coscienza di guardare alla crisi dell’Europa, che è crisi globale e che esige analisi e strategie globali.

Sappiamo che ciò che contraddistingue l’Europa è la convivenza in uno spazio relativamente ridotto di culture, lingue, tradizioni, allora chiedersi quale intellettuale allora dovrà partorire l’Europa, rendere compatibile la diversità culturale, in Europa e nel mondo è come dice Javier Cercas realizzare l’unione politica: “pluribus unum”, “dai molti uno”,

Dalle nostre pseudo sicurezze abbiamo il dovere di guardare ai più disagiati del mondo, occorre acquisire il globalismo della coscienza.

Civiltà è cancellare dalla faccia della terra la guerra come soluzione dei conflitti.

Utopia?

E’ questa l’utopia di un nuovo umanesimo e per suffragare una tale teorema, mi avvalgo del testamento spirituale di Albert Einstein “Manifesto Einstein-Russell” del 55, ci chiede un nuovo pensiero, fatto di nuovi passi da muovere, non per dare la vittoria ad un gruppo, ma per impedire un disastro,

Hiroshima è lontana, chiudete gli occhi e immaginate Londra, Mosca e New York distrutte da una bomba all’idrogeno!

Questo è terrorismo?

Terrorismo è non dirlo e raccontarci fandonie, c’è la nostra vita di mezzo!

Dei figli!

e dei figli dei figli!

Uno tsunami nucleare!

Sì, perché anche se Il mondo si rialza nei secoli, non si riprende la terra e la distruzione dilaga su un territorio più vasto, come hanno visto a Bikini. Lo sapete già nel cinquantacinque si poteva costruire una bomba più potente di molto.

Venti volte cento e cinquanta volte dieci più potente di quella di Hiroshima! Immaginate oggi nel duemila e quattordici!

Una bomba se esplode, invia particelle nell’aria che a poco a poco si abbassano sotto forma di pioggia, ma di pioggia mortale, perché radioattive.

Con bombe all’idrogeno, c’è la fine della razza umana di mezzo, morte, immediata per pochi e lenta per i più.

Ma ditemi: dobbiamo cancellare la razza umana oppure rinunciare alla guerra.
Non si costruisce sulla distruzione degli altri!

E non è moralismo, da niente.

L’evoluzione raggiunta senza saggezza azzera ogni progresso. L’uomo dovrà rinunciare alla guerra, se non vuole rottamare se stesso, il mondo e l’intera umanità.

Limitare la sovranità nazionale, umanità non è un termine vago, ma l’uomo ci sta dentro coi figli, coi figli dei figli e coi padri dei padri.

Gravità e resistenza, solo due forze, da vincere per librarsi nell’aria e cancellare la speranza da folli che le guerre continuino e basta vietare le armi moderne.

La guerra è la guerra e gli accordi di pace si dissolvono in tempo di guerra. Resta la tentazione terribile di una bella bomba all’idrogeno per accaparrarsi la vittoria finale.

Vittoria mortale!

Molti obiettano: non si cambia il mondo con i sogni!

Io rispondo: Non si cambia coi crimini!

Presentazione_Terre_rare_e_chicchi_di_melograno
Antonino Schiera, Emilia Ricotti

Non si vive con la paura che torni Pearl Harbour o le torri gemelle, e se si attacca è così, se si fa un passo indietro la tensione si scioglie, le questioni da un capo all’altro del mondo: comunista o anticomunista, europeo, asiatico, americano, bianco o nero, si placano.

Non risolve la guerra! E bisogna capirlo ad oriente e occidente!

E’ il progresso che vince, quando è conoscenza e saggezza.

E’ questa l’utopia di un nuovo umanesimo e il ruolo della donna e dei giovani deve essere centrale.

Ci aiutano Albert Einstein, il Mahatma Gandhi, Nelson Mandela e tutti quelli che hanno saputo pensare alla pace.

Auspico un movimento analogo a quello che dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta condusse alla conclusione della guerra in Vietnam, fu un movimento pacifista di portata mai vista negli Stati Uniti e il cui slogan era lavoro e giustizia, rivolto contro i programmi che favorivano la spesa bellica a danno di quella sociale, oggi auspico il radicarsi di tale orientamento insieme alla tutela del pianeta, e come Martin Luther King ha sognato e realizzato l’integrazione dei neri, così io anelo a un mondo che bandisca la guerra dalla faccia della terra.

Ripudiando questa sorta di pietrificazione del presente che genera una visione falsificata della realtà e chiudo con i versi di Lucio Dalla in Piazza grande.

“e se il mondo non ha sogni io li ho, e te li do.”

Emilia Ricotti

Recensione del libro di Maria Elena Mignosi Picone

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Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) di Emilia Ricotti

Ricevo e pubblico volentieri la recensione della professoressa Maria Elena Mignosi Picone (clicca qua per conoscerla meglio) che ha regalato ai presenti, durante la presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) di Emilia Ricotti svoltasi il 21 maggio scorso nella Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo.  Buona lettura.

 

Emilia Ricotti

Terre rare e chicchi di melograno

Luoghi interiori

Presentazione

Accostandoci a questo libro, notiamo subito che è diverso dagli altri libri di poesie. Questa silloge di Emilia Ricotti, dal titolo “Terre rare e chicchi di melograno” si presenta alquanto inconsueta. Perché? Mentre gli altri libri di poesie ruotano tutti in genere attorno alle tematiche ad esempio dell’amore, degli affetti familiari, della natura e anche del dolore, della fede, qui invece niente di tutto questo. E neanche la musicalità propria della poesia, con le strofe, le rime; questi sono versi liberi che però una loro cadenza ce l’hanno, specialmente verso la fine di ogni poesia, dove si avverte un certo ritmo che man mano si fa sempre più rapido e incalzante.

Qui dunque c’è qualcosa di nuovo; neanche il dolore che in genere nella poesia viene sublimato e sfocia nella speranza e nella rigenerazione, qui no. E allora cosa c’è? Qui in questi versi di Emilia Ricotti che, oltre che poetessa, è scrittrice. Ecco, c’è la sua essenza che è quella di drammaturga. Ha scritto parecchie opere teatrali, di grande pregio e che hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti. Perciò noi qui troviamo il dramma. Non uno come in un’opera teatrale, ma tanti quante sono le poesie. Ogni poesia un dramma. Dramma che è tragedia, che è catastrofe. Sul tipo dell’11 Settembre a Manhattan. Ma proprio questo non c’è. E c’è un motivo. L’autrice non prende in considerazione qualsiasi tipo di dramma o catastrofe, ma quel che più le preme cogliere è il dramma causato dall’ingiustizia. Ingiustizia che spacca l’umanità in due fronti, da un lato gli oppressori, dall’altro gli oppressi; da un lato i carnefici, dall’altro le vittime. E così troviamo questi versi: “Non sono le due torri, / non è l’undici settembre, / ma il 24 Aprile 2013 / al Rana Plaza, trappola mortale”.  Siamo in Asia, in Bangladesch, ci sono crepe nell’edificio, che è una fabbrica tessile. “Le crepe al diavolo, / se ci sono restano, / si deve andare avanti! /…/ in Europa aspettano e in Usa anche!” Ribatte un altro: “E la sicurezza”? e in risposta: “Io devo vivere, / tu sopravvivere”! E poi il crollo. I morti tra gli operai? “…dieci volte cento / e dodici volte dieci”, “Rana Plaza /…/ trappole mortali, / trappole occidentali”.

Ecco, è questa la poesia di Emilia Ricotti: una denuncia, aperta e coraggiosa, delle responsabilità che ci sono alla base delle catastrofi; uomini avidi e senza scrupoli, assolutamente incuranti dei lavoratori, tesi solo al profitto e assolutamente privi del benché minimo senso di umanità.

E non solo verso gli adulti ma anche verso bambini e bambine. E’ lo sfruttamento. Ecco che l’attenzione della poetessa si sposta all’Africa, nel Congo, una delle “terre rare”, ricca di preziosi minerali, tra cui il coltan, che è quello con cui si fanno gli smartphone, i computer. Leggiamo: “Vola via l’oro del Congo, / vola verso gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Belgio, …la Cina”. Qui lo sfruttamento indegno dei bambini. “I bambini puoi pagarli di meno, tenerli nell’acqua, ..per una miseria…dodici ore nel fango / e il futuro rubato”. E a conclusione della poesia, una ironia amara, tragica: “E gli squali a braccetto / con un patto d’acciaio”. E questa è l’Africa. Il Congo specialmente.  Bambini soldato,”…bambine dai due agli undici anni / prelevate di notte, / trascinate nella foresta”. “Qui la pietà è stata fatta a pezzi, / l’orrore dilaga”.

Ecco, da questi stralci si può ben comprendere quale è la poesia di Emilia Ricotti in questo libro “Rare terre e chicchi di melograno”. Ma chi sono per lei i chicchi di melograno? Lo desumiamo dai seguenti versi: “Lui in quattro minuti rovescia il suo carico / come chicchi di melograno /…li hai visti quei chicchi / alzarsi, inginocchiarsi, inchinarsi / per allinearsi col mare / in un equilibrio impossibile”. I chicchi di melograno sono gli oppressi, gli sfruttati, le vittime, in contrapposizione alle terre rare, dove si scatena l’avidità con conseguente oppressione e mancanza assoluta di pietà. L’oppressione si manifesta anche nei processi, come avvenne in Spagna all’affondamento di una petroliera, che dava già segni ma nessuno intervenne. Tutti rimandavano, e non solo. Fatto il processo, la conclusione quale fu? “Tutti assolti, / nessun colpevole”, “Undici anni persi di battaglie legali”, “Tutti assolti, /nessun colpevole”. E altrove con ironia: “ e la pace e la giustizia è servita”.

Emilia Ricotti mette in luce le contraddizioni,  i retroscena dei fatti, come ad esempio possa finire una guerra in Arabia  quando l’Occidente ha tutto l’interesse di commerciare le armi. Così scrive: “obbiettivo Yemen, / pioggia di bombe, / giro d’affari alle stelle” e conclude: “Partita doppia intrigante / gli occidentali forniscono munizioni… / e violazioni / del diritto / umanitario , / il regime saudita”.

Questo libro potrebbe racchiudersi tutto in una frase degli antichi romani, “Mors tua vita mea”.

E questa è la molla della società odierna. Il profitto al primo posto. L’interesse al vertice . Tutto il resto, non conta: morti di innocenti…chicchi di melograno!

Questo libro è lo specchio dei mali di oggi: traffico di armi,  traffico di organi, di droga; tratta di uomini-merce, migrazione; corruzione.

C’è tutto il marcio del mondo, a livello planetario: Africa, America, Asia, ed Europa.

Sembrerebbe un telegiornale, ma non è telegiornale, è poesia. E quasi quasi ci si sorprende che notizie , così pesanti, angoscianti possano assurgere a poesia. Eh sì, è possibile. Del resto anche il male, il dolore, la tragedia lo può. Pensiamo ai Tragici Greci, pensiamo a Shakespeare. Dipende dall’animo. L’animo di un poeta è diverso da quello di un cronista. Ed Emilia Ricotti ha lo spirito della drammaturga. Come lo ha riversato nelle opere teatrali così lo  riversa pure nella poesia. Sembrerebbe più difficile invece no perché mentre l’opera teatrale si costruisce, la poesia è ispirazione. E’ immediata.

E ce ne accorgiamo anche dallo stile. Immediato, conciso, lapidario.  Un linguaggio il suo, un po’ particolare, con varie parole inglesi, talora usate con sfumatura ironica. Il linguaggio dell’esistenza ma attinente ad un determinato settore, quello della politica e della economia soprattutto. Un linguaggio sbrigativo, attuale, però che mantiene sempre un buon tono, sostenuto,  data la cultura dell’autrice che è laureata in lettere. Spesso ogni verso è costituito da una sola parola e questo conferisce un ritmo incalzante che accentua la drammaticità come nella poesia: “Berlino 1961- 1989” dove scrive: “Dimmi, chi sei tu, / che ad ogni crocevia costruisci altri muri? / Che difendi? / La pancia, / la razza, / la borsa, / il mattone, la pelle?”. In maniera quasi telegrafica inquadra poi tutta una situazione, con l’indicazione del periodo, del luogo e del fatto: “2005: una piroga scompare / e in villaggio a Dakar /… un pianto lungo di donne”, “Ore ventidue: quattordici ore a martello, bombardamento a tappeto”; “America centrale: / Honduras / Salvador / Guatemala / triangolo d’oro…triangolo dei disperati”. Lo stile contribuisce alla drammaticità come risalta molto efficacemente nella seguente strofe: “La collina è un lager / il filo spinato è il mare. / Lampedusa bolle: / non si violenta un’isola”, dove il martellare della penultima sillaba di ogni verso quasi richiama la musica delle Messe di Requiem, di Mozart, Verdi; sembrano quelle cadenze i rintocchi di campane a morto. Non manca però neanche la rima in certi punti di varie poesie: “…e cresce il clamore tra due fronti, / l’uno con casco, scudo, / manganello ed elmetto / l’altro a mani nude, giubbotto e berretto”.

Emilia Ricotti con questo libro non finisce di sorprenderci, sia per la scelta del contenuto, così angosciante, che per la forma che si va adattando al pensiero quasi come un guanto alla mano. E la sua è vera poesia nonostante all’inizio si abbia l’impressione di una  forma discorsiva che rasenta quasi la prosa, ma, rileggendola, assaporandola, si scopre che c’è vera poesia. E’ vera arte. E dello spessore degno di una drammaturga, di una drammaturga profondamente impegnata ed empatica.

Ci sono dei versi poi dove affiora il suo animo materno quando si chiede: “E se hai sognato riscatto, successo, futuro, / se a tredici anni hai lasciato tua madre / con una maglietta a righe, / i calzoncini corti, /, il viso fresco, / …e davanti alla sabbia ocra / seminata di ossa spolpate,  / hai imparato che se cadi, rimani indietro, / e ‘ questo il riscatto?”

Risalta anche la umanità di Emilia Ricotti. Indicativi questi versi: “Presidente, quando ti sei alzato dal tavolo / sei andato a guardare sulla sabbia dorata?/ Lì ai piedi di una collina di sabbia e di roccia / tutti intenti ad aspettare un convoglio / non ci sono cammelli distesi, / ma uomini e donne. / Distesi bocconi”.

Qui in questa silloge Emilia Ricotti ci si svela in tutte le pieghe del suo animo: lo sdegno, la riprovazione, l’ironia; il senso materno, l’umanità, e così via. Ed è il suo animo che si sente vibrare, fremere, compatire, che dà bellezza anche ai contenuti più deprimenti, e lungi dal rendere l’opera pesante, invece ha il potere di coinvolgere, interessare e fare riflettere.

Nel contrasto tra terre rare e chicchi di melograno, tra la opulenza e la disperazione, la nostra poetessa drammaturga mette in luce la abissale ingiustizia che esiste nel mondo; e non le sfugge nessuno dei fatti tra i più significativi, dall’Europa all’Africa; dall’Asia all’America. Si passa da una poesia all’altra in un incessante calarsi nelle sofferenze più atroci che possano esistere, ma questo ha alla fine un effetto quasi salutare, perché suscita nell’animo del lettore, una reazione verso l’affermazione della giustizia. Alla fine non si esce depressi come dal telegiornale, ma forti ed energici, decisi a lottare per porre fine un giorno a queste nefandezze. E’ il trionfo della giustizia che si reclama con tutte le proprie forze affinchè scompaia una buona volta questo scandaloso divario tra “Terre rare e chicchi di melograno”.

Maria Elena Mignosi Picone

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Presentazioni – Terre rare e chicchi di melograno (LuoghInteriori) poesie di Emilia Ricotti

Appuntamento con i lettori martedì 21 maggio 2019 alle ore 17.00 presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi a Palermo per la prima presentazione della raccolta di poesie Terre rare e chicchi di melograno della poetessa e drammaturga palermitana Emilia Ricotti.

All’evento poetico saranno presenti l’autrice e le relatrici la professoressa Maria Elena Mignosi e la professoressa Michela Sacco Messineo. Il coordinamento è affidato a chi scrive. Ingresso libero.

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La poetessa Emilia Ricotti

“I miei versi ti caricano di una tensione che è responsabilità di fare, di dire, di essere, di sentire, di guardare e se presi alla lettera ti complicano la vita…” scrive l’autrice Emilia Ricotti (Palermo, giugno 1949). Si laurea in Lettere e Filosofia, con specializzazione in Lettere classiche, presso l’Università di Palermo nel giugno 1971. Insegna letteratura italiana e storia ininterrottamente dal 1972 fino al 2006-2007, anno in cui rassegna le dimissioni per dedicarsi interamente all’attività letteraria. Associata alla S.I.A.E. nella categoria autori, dal 2011. Per la drammaturgia, con Casa memoria ha vinto il “Premio Autori Italiani 2013”, con La pescatrice di perle nel 2015, con Io, ero tutto diverso nel 2017, con Mare deserto il Premio Centro Attori 2018, tutti e quattro i concorsi indetti da «Sipario». È su “Cyclopedia” di «Sipario» con Achuna Mathata, su «Sipario Bis» con: Mare deserto, C’era una volta una conca d’oro, la trilogia di Mandela life e con i testi premiati da «Sipario» nelle edizioni 2013, 2015, 2017. È sul n. 793-794 del mensile «Sipario» con La pescatrice di perle e sul n. 823-824 Speciale Autori Italiani per l’Europa con Mare deserto.

 

 

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Emilia Ricotti è stata finalista nella sezione Teatro al “Premio inedito Colline d’Oro di Torino 2014” e nell’Edizione XVII 2018 le è stata attribuita una Menzione per l’opera Io, ero tutto diverso.

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Antonino Schiera