Recensioni – Maria Elena Mignosi Picone riguardo Senza Tempu raccolta di poesie di Emilia Merenda

Emilia_Merenda_presentazioneSi è svolta venerdì 7 giugno alle ore 16.30 presso l’Università Popolare di Palermo, la presentazione del libro di Emilia Merenda Senza Tempu. In questo post mi pregio di pubblicare l’intervento di Maria Elena Mignosi Picone, docente, poetessa e saggista (per conoscerla meglio clicca qua)

L’anima palermitana emerge da questa silloge di poesie dal titolo “Senza Tempu”, in dialetto siciliano, di Emilia Merenda, poetessa e scrittrice, che ha al suo attivo romanzi, racconti, poesie, e che ha conseguito diversi e importanti riconoscimenti e prestigiosi premi.

Il libro ha una collocazione nel tempo ben precisa: la gioventù di Emilia Merenda cade negli anni Sessanta, i meravigliosi anni Sessanta, eppure il titolo è “Senza tempu”, che sembrerebbe in contraddizione con i frequenti riferimenti ad usanze, consuetudini, tipiche di quegli anni, che invece formano il tessuto delle varie poesie.

La attrattiva di quegli anni non sta però nello splendore dell’esistenza, nelle scelte esorbitanti che conducono lontano, quanto piuttosto nella semplicità e austerità dei costumi, nella profondità degli affetti familiari, nella tenacia nei compiti che ciascuno svolge nella propria esistenza.

Ed è da qui che il tempo sfocia nel senza tempo, in quel che ha valore perenne, che è aldilà appunto di ogni temporalità: “Chiddi foru anni chini ‘i sintimentu, /,,, e fu l’amuri u nostru nutrimèntu”. L’amore trascende il tempo, è “senza tempu”.

Rimangono ancora vivi nella mente dell’autrice gesti di vita, ormai scomparsi: “quannu si calavano i panara…quannu s’aggiustavano li paracqua” e poi: “Cu’ s’u ricorda u pani cu la junta? / Sirbia pi pariggiari la pisata”.

E un vivo rimpianto la prende: “Lu pani arricugghieva la famigghia / e si pensu a ddu tempu c’ha passatu / un duluri nto cori m’attinagghia/.

Oltre il gesto, anche l’oggetto, che apparteneva a quel tempo e che ora è cambiato o non esiste più, le procura nostalgia, come il quaderno nero con il perfilo rosso delle pagine (“la cupirtina nivura e li cozza russi”), oppure “na varcuzza di carta”, o la sedia a dondolo della nonna, “na seggia chi s’annaca”.

La nonna raccontava le fiabe, seduta sulla sedia, e i nipotini stavano tutti attorno ad ascoltarla, e c’era tanta dolcezza in questo delizioso quadretto familiare, che ora forse non c’è più.

Le usanze, le consuetudini della famiglia, sono impregnate di dolce malinconia, ma il libro non è solo questo: aria malinconica che avvolge il passato.

C’è un po’ di tutto: ci sono tutte quelle sensazioni ed emozioni proprie della vita di tutti i giorni, e assieme a quelle belle, gradevoli, anche tutte quelle punzecchiature, diciamo, che ci riserva inevitabilmente la vita quotidiana, a cominciare dalla famiglia; e così trapela la furbizia del fratello, la scontrosità della cugina, l’ingenua indelicatezza del marito.

Maria_Elena_Mignosi_Picone
Maria Elena Mignosi Picone

Ma quel che è tipico del carattere di Emilia Merenda è quell’umorismo, proprio del palermitano, che talora affonda le radici in circostanze anche spiacevoli, come ad esempio di fronte ad una offesa. Come reagisce la nostra Emilia? “Iu nun m’offennu, nun mi mettu a luttu / ci fazzu na risata e mi ni futtu”; oppure “me maritu è un bravu cristianu, onestu e ginirusu, / ma si si tratta di manciari, / havi li so fisimi e addiventa camurrusu”.

Tipica di Emilia è infatti la schiettezza, così, immediata, senza malizia né astio, che, lungi dall’offendere, anzi suscita il riso, una schiettezza che diventa comica. Emilia si può permettere di dire la verità, e non offende, anzi riesce gradevole e conciliante, perché il suo animo è sempre benevolo.

Anche questo è un aspetto tipico del palermitano, in particolare, del palermitano che proviene dagli spagnoli, perché così sono gli spagnoli. Questa schiettezza è del carattere spagnolo.

Accanto a questo aspetto, gioioso in fondo, c’è nel palermitano, come in tutti i siciliani, invece pure la tendenza opposta, al lamentevole, al dramma, e questo ci viene dai greci. Anche in Emilia c’è questo: la malinconia che abbiamo visto ne è un segno, anche se lieve. Nel fondo del suo animo qualcosa di pessimistico comunque c’è. Lo vedremo più avanti.

Spagnoli e greci confluiscono così nel tipo siciliano e anche palermitano, e ne vien fuori un personaggio. Anche l’aspetto lo rivela.

Ed Emilia è così. E’ un personaggio, dove l’influenza greca e spagnola si avverte visibilmente.

A questo si aggiunga l’amore per la conoscenza che è stata sempre coltivata nella sua famiglia, e anche per l’arte ( il padre si dilettava di pittura, era un sognatore), la madre, più pratica e concreta, era maestra, della scuola elementare di una volta.

Ma quel che occupa il maggiore spazio, quel che è preponderante, è nella silloge l’amore per la famiglia. Sono gli affetti familiari. Della sua famiglia di origine come di quella che si è formata col marito, i figli e i nipotini.

Emilia Merenda è stata ed è, molto amata, e non solo, ma anche ella profondamente ama. Pure i genitori, passati ormai ad altra vita, sono sempre presenti nella sua mente, e della madre afferma che è quella che dà l’amore vero. Così scrive: “Tu mi lassasti lu veru amuri / chi si tramanna di cori a cori, / n tisoru assai priziusu, / chi nun finisci mancu si si mori”. Amore che ella, da madre, inculca nelle sue figlie come il bene più prezioso: “Sugnu cunvinta e sempri l’haiu dittu / sulu l’amuri cunta nta la vita, / a li me’ figghi ci lu lassu scrittu”.

Anche la poesia nasce in lei dall’esigenza di lasciare ai figli, nipoti e ai discendenti, a chi vorrà, la testimonianza della sua vita. Scrive: “…li versi su’ tisori, / su’ la mimoria di la vita mia / l’eredità chi lassi quannu mori”. Della sua vita e della sua persona. Infatti nella poesia “Mi vogghiu prisintari” scrive: “…haiu l’amuri i quannu sugnu nata / amu la vita e cu mi sta davanti / e la me porta è sempri spalancata. / …un mmìriu a nuddu e sugnu rispettata”. Indica anche quello a cui ella tiene in particolar modo, la dignità: “A dignità ci tegnu cchiù d’a vita”. Questa è Emilia Merenda.

Anche forte è l’attaccamento alla sua terra. “Sicula sugnu, figghia di lu mari…sta terra mia / è rarica, chi nun si po’ scippari”. Emilia Merenda è sempre vissuta a Palermo, Il suo mondo è tutto qui. Ben si può adattare a lei una frase che una volta ho trovata scritta su un souvenir in un posto turistico, a Taormina per la precisione: “La mia casa può sostituire il mondo, il mondo giammai la mia casa”. E la ama tanto la sua terra che però prova dolore se la vede trascurata, ed auspica un risveglio da quel senso di fatalismo che lascia andare tutto senza valorizzare le bellezze di cui la Sicilia è ricca. Queste parole troviamo, riguardo al suo mare: “Poviru mari, / …tiatru di morti…arripigghiati dignità e vita”.

Dalla sua poesia si leva anche la voce contro i potenti della terra: “l’unicu valuri chi hannu / è lu putiri” e non assicurano pace perché convinti “chi p’aviri paci, / prima s’aviri a cumbàttiri”. Seguono essi l’antico motto dei Latini, motto nefasto: “Si vis pacem para bellum”, “Se vuoi la pace prepara la guerra”. Non è così. La pace è il frutto della giustizia e della fratellanza. Violenza genera solo violenza.

Aleggia nella poesia di Emilia Merenda anche una sottile vena di pessimismo: “Cu circa a virità mori ammazzatu”, specialmente per quanto riguarda la degenerazione della società, il mancato rispetto della natura. Nella copertina vediamo un albero che domina in aperta campagna e una bambina che se lo abbraccia. Il dipinto è della figlia, Evelyn Costa, pittrice. Certo con amore va trattata la natura e con riconoscenza e gratitudine. E perciò da lei si leva lo sdegno verso coloro che hanno il potere di migliorare le cose ma non lo fanno.

Poi, per quanto riguarda la vita di Emilia Merenda, la vita di donna, madre di famiglia, dedita alla poesia come esigenza di testimoniare per i suoi cari ma anche per gli altri, altrimenti non avrebbe pubblicato i suoi libri né fatto la presentazione come stiamo facendo ora, per quanto riguarda tutto questo, quel che emerge dalla sua poesia è soprattutto il realismo, la concretezza.

L’attenzione alle piccole cose, anche agli oggetti, abbiamo visto che suscitano ricordi, affetti, ma anche alle pietanze, “A pasta chi sardi”, e soprattutto per lei un fascino particolare hanno i libri. “I libri fanno ciavuru di vita, / …su’ l’amici chi ti dannu cumpagnia, / …di l’umanità, sunnu mimoria,…su’ tisora di carta”. E aggiunge: “…e quannu sunnu ‘nchiusi nta na stanza, / si senti di luntanu lu rispiru”.

Ecco, anche questa è Emilia Merenda.

E lei è rispecchiata appieno nel libro.

In questo c’è la sua vita, la sua esistenza con i suoi affetti, i ricordi, la nostalgia e il rimpianto; l’amore per la vita, l’umanità e la famiglia.

C’è la poesia come eredità di affetti e di valori. Il libro esprime tutto un mondo di valori da cui sfocia la saggezza della nostra Emilia, una persona saggia, equilibrata, che perde la testa solo davanti ai nipotini. “… quannu sentu / chi stannu arrivannu li mè niputedda, / …mi susu di bottu, mi mettu su l’attenti / e di tuttu dh’iddu ch’haiu pinzatu, / un nni fazzu nenti”.

La nipotina, come dice lei in una poesia, è per lei, senza dubbio alcuno, “u megghiu rialu chi fici a natura”, “ il miglior regalo che le abbia fatto la natura”.

E’dunque, questo di Emilia Merenda, dal titolo “Senza tempu”, un libro molto piacevole a leggersi, rasserenante, sicuro, e anche, in certi punti, divertente. E’ adatto per tutte le età, e soprattutto per chi voglia conoscere, o rivivere, il meraviglioso periodo di quegli anni, gli anni Sessanta, che ella coglie nei suoi molteplici aspetti che esso ci ha offerto.

Una testimonianza di vita improntata a valori, sani, intramontabili, “Senza tempu” appunto, e noi vogliamo sentire viva la speranza che questi valori ritornino, e lo possono, se il mondo della poesia riesce a dare, come questo libro, un prezioso contributo alla loro rinascita.

Grazie, diciamo dunque ad Emilia, per averci offerto un libro così gradevole ed edificante.

Maria Elena Mignosi Picone PALERMO 2019

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