Recensioni – Focu raccolta di poesie di Giuseppe Gerbino (Drepanum) a cura di Maria Elena Mignosi Picone

Ricevo e pubblico volentieri la recensione che la docente, saggista e poetessa Maria Elena Mignosi Picone, ha dedicato alla raccolta di poesie Focu di Giuseppe Gerbino.


Maria Elena Mignosi Picone

Una fiamma rosseggiante, che  traduce, in immagine, il titolo, Focu,  balza dinanzi sulla copertina della silloge di poesie di Giuseppe Gerbino, nativo di Erice, poeta siciliano dell’area trapanese.

Il fuoco, che già nell’antica filosofia greca era considerato, assieme all’acqua, all’aria e alla terra, elemento primordiale, indispensabile e vitale per l’esistenza, è  il fulcro dell’opera.

 “Abbrucia Focu! Abbrucia e duna luci!/ Lu scuru, no, nun havi a supraniari!”  Volgendosi attorno, la vita, nella mancanza di autenticità  e di sincerità, appare al poeta come una folla di maschere, come un circo dove ognuno recita una parte. La malvagità  umana sia del passato,( i campi di concentramento), sia del presente, (la sorte dei migranti che spesso annegano nel mare), lo turba profondamente. Lo scontro continuo tra bene e male lo disorienta: “Lu beni, ‘u mali: sti du’ frati / chi nta la nostra vita tennu bancu, / pi curpa d’iddi, a voti mi svalancu / circannu l’equilibriu.”

Quanta sofferenza per la durezza di cuore! Ecco, è  qui che Giuseppe Gerbino, compartecipe del dolore degli sventurati, emerge nella sua vera essenza. E qual è? La misericordia.  “…vulissi fari lu sartu di li cori” per  ricucirne appunto le ferite. Nella vita ha scelto di fare il professore: insegnare è  un’opera di misericordia. È  anche padre di famiglia. La dedizione, la sollecitudine,  l’abnegazione sono aspetti precipui della sua persona.

Deliziose sono poi certe poesie che sono dialoghi come quello tra il bimbo nascituro e la sua mamma. Qui come in altre si nota che il poeta procede nei versi lasciando in sospeso il lettore e solo alla fine a sorpresa svela di chi si tratta.

Nella misericordia rientra pure la comprensione. Anche di fronte a certi atteggiamenti altrui che potrebbero sembrare di disordine, di ribellione, egli sa andare a fondo nell’anima, e lungi dal condannare, ne capisce le ragioni recondite, e invita alla compassione: “Talia di dintra,  sunnu marturiati.”

Il poeta Giuseppe Gerbino

Di fronte al male, non c’è  in lui mai acredine ma semmai talora fa capolino l’umorismo.

E invita al perdono: “Si cerchi Diu…Lu trovi travistutu di pizzenti / …maschiratu /… di vicchiareddu / …talia li suffirenti, / li malati / …Ma si lu cerchi dintra un omu tintu/ e nun c’è  proprio versu di truvallu: / Diu, allora è  dintra a tia, …picchi, ti sta nsignannu a pirdunallu.”

Ecco, in questo nostro tempo in cui assistiamo alla disumanizzazione della società,  con l’indifferenza, la durezza di cuore, la violenza come presunta espressione di forza e di superiorità,  Giuseppe Gerbino ci insegna che il fuoco, che può  annientare il buio, l’oscurità,  le tenebre, è  l’amore, portato perfino alle estreme conseguenze. È  la misericordia, è  la comprensione.

E insegna anche il rispetto alla donna. Ne dà  l’esempio: “Lu me birrittu/ mi levu pi tia, donna, matri, amanti, / pi tia chi si pilastru di la casa, /  pi tia chi si megghiu d’un diamanti, / senza di tia, lu monnu mori, sfasa”.

Per non dire del rispetto e dell’attaccamento alla sua amata: “Senza di tia, /…la vita mia chi fussi? Jorna privi / di senzu, privi di significatu.” E altrove: “…vogghiu essiri la vita, luci d’idda, / ed idda, amuri, vita e luci mia!”

Ecco il fuoco. Amore che dà  luce, vita e calore.

E nel dare la ricetta della vita: “Rispettu e amuri…la bona vulunta`, …autostima…senzu d’umurismu”.

Alla dolcezza di queste poesie contribuisce anche lo stile adottato da Giuseppe Gerbino: sono endecasillabi a rima alternata, o di altro tipo.

Stile soave, delicato, musicale.  Esempio: “È  l’arba, e ‘n celu c’è  na russaria: / signali chi lu suli sta affacciannu, / l’urtima stidda a stentu parpagghia, / la luna audaciu  audaciu  va squagghiannu”. Oppure nella poesia “Mari” : “Mari agitatu, mari timpistusu, / chi sbatti nta li scogghi priputenti”. La poesia continua ed egli si paragona al mare perché  è  pure agitato.

Ma Il nostro poeta ha un rimedio eccellente, e qui c’è  la poesia come rifugio e consolazione: “… sugnu agitatu propriu comu a tia / e… scappu ‘ngruppa di la me puisia”!

Maria Elena Mignosi Picone è inserita nel novero dei poeti ai quali ho dedicato un post nella sezione PROTAGONISTI

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