Storie – A Cefalù arancine, a Castel di Tusa pesce fresco © di Antonino Schiera

A Cefalù arancine, a Castel di Tusa pesce fresco © di Antonino Schiera

Insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata. Giovanni quella mattina di una tiepida giornata settembrina si svegliò pensando al menù tipo che ordinava nel suo ristorante preferito a Castel di Tusa, gestito dal suo amico Aldo e dove spesso si recava. Da circa due anni Giovanni lavorava a Cefalù, molto più che  ad un tiro di schioppo dalla sua Palermo. Fresco di nomina a responsabile di gruppo per l’azienda per la quale prestava la sua opera, lo attendeva una giornata di lavoro diviso tra la scrivania del suo ufficio e il giro dei clienti nella cittadina normanna bagnata dal mar Tirreno. Si alzò dal letto stiracchiandosi e sbadigliando per il sonno arretrato, che anche quella notte non era riuscito a smaltire. La sua casa sorgeva nel pieno del centro storico a due passi dal Duomo, un luogo molto adatto per essere ispirati e scrivere le poesie che un giorno contava di pubblicare. I stretti vicoli con i balconi fiorati e poi le piazze con solitarie panchine erano i suoi posti preferiti dove fermarsi a meditare. Il garrire delle rondini tra le case, i tetti e i campanili della primavera scorsa e il caldo afoso dell’estate, ormai erano un ricordo.

Una trentina di chilometri a est rispetto Cefalù in direzione Messina, alcune imbarcazioni della piccola marineria di Castel di Tusa erano al largo dalla sera prima. I pescatori, ormai stanchi, stavano issando le reti ansiosi di poter tirare un sospiro di sollievo: non potevano permettersi una battuta a vuoto e speravano di potere vendere il pescato ai ristoranti del posto. Bisognava quantomeno coprire le spese. Le strette maglie delle reti erano punteggiate da grumose informi masse di varie forgie e colori. “Qualcosa abbiamo preso!” – pensavano i pescatori issandole a bordo, quando il sole ormai si era staccato di parecchio dall’orizzonte e a casa le pentole per il pasto di mezzogiorno erano già sul fuoco.

Intanto a Cefalù Giovanni guardando l’orologio si accorse che le lancette segnavano le tredici. Era ora di buttare giù un boccone per la pausa pranzo. “Stasera mi aspetta una lauta cena a base di pesce!” – pensò, e per questo si diresse alla rosticceria di don Totò, che aveva lavorato tanti anni negli Stati Uniti, per ritornare sui suoi passi nella terra natia a preparare arancine, panelle, crocchè, rascatura, melanzane alla parmigiana e fritte, patatine fritte e al forno, anelletti al forno, calamari fritti. C’era l’imbarazzo della scelta al di là della vetrina e poi, per chiudere il pasto un bicchiere di acqua naturale, anche se una buona birra avrebbe avuto più senso. Don Totò offriva la possibilità di optare per un hamburger o per un hot dog, ormai di moda nel regno dello street food, una sorta di ricordo del suo periodo americano. Il pasto poteva essere economico, ma tanto leggero no!

Le ore seguenti la pausa pranzo come sempre erano le più pesanti. Giovanni non amava le attese caratterizzate dall’ozio, aveva peraltro terminato di leggere l’ultimo libro, così pensò di gettarsi a capofitto sul lavoro. Mancavano ancora tre ore all’arrivo in stazione del treno da Palermo, con a bordo la sua fidanzata, Ginevra. Qualche ora prima avevano litigato al telefono. Per questo l’aveva invitata a cena e non vedeva l’ora di rivederla per chiarire, a maggior ragione perché le aveva chiesto la mano qualche mese prima e lei aveva risposto si!

“Pronto Aldo, desidero prenotare per due persone” – disse Giovanni al titolare del ristorante, chiamando dal suo nuovissimo Motorola, uno dei primi cellulari che costavano un occhio della testa e che cominciavano a diffondersi negli anni novanta. Intanto, quando il sole stava tramontando sul mare, Ginevra, la sua fidanzata, scendeva dal treno regionale: Giovanni l’attendeva all’interno della sua Polo Volkswagen bianca, nuova fiammante. Si diedero un bacio sulla bocca, si abbracciarono e con il tettuccio apribile spalancato sul cielo, si avviarono verso Castel di Tusa, percorrendo la statale 113, settentrionale sicula. Un meraviglioso susseguirsi di curve e rettifili tra cielo e colline in un armonioso e romantico incontro, fatto di odori, percezioni, rumori e sensazioni. Durante il breve viaggio Giovanni non capiva se brontolava più il quattro cilindri tedesco della sua auto o il suo stomaco, che già pregustava il pesce cucinato dalla mamma di Aldo.

Giovanni e Ginevra arrivarono mezz’ora prima rispetto all’orario previsto dalla prenotazione, avevano il tempo di dichiararsi e confermare il loro sentimento amoroso. “Sai – disse Giovanni a Ginevra – il titolare del ristorante, mio amico di vecchia data mi ha chiesto di scrivere una poesia ispirata da questo magnifico luogo, vorrei leggertela. Si intitola Scorci di mare a Castel di Tusa”. “Perché no!” – rispose Ginevra.

Il mulinar del vento a volte mite, altre volte roboante,

forgia la roccia nell’insenatura, fuor dall’increspatura del mare.

Come cristallo luccicante, il sole si affaccia sullo specchio d’acqua;

sull’erta i merli di una torre a rimirar uno stormo d’uccelli.

La risacca si ritrae e si contrae sui ciottoli planati sulle anse,

le cui asperità vengono plasmate nell’incanto di un armonioso suono.

I fragori degli elementi richiamano i pescatori verso il porto,

come ventre di madre, come culla di braccia bruciate dal sole.

Lo sferragliar del treno, ferro contro il ferro, sulle arcate richiamano gli sguardi di imberbi ed ancora lucidi di pianto, occhi, pervasi del blu marino.

Irte strade che si accavallano sinuose, tra lampioni suadenti e romantici;

pupille di gatto dinoccolato e pavido nella sua essenza , tra le bouganville.

Punta di piramide, lassù tra gli ulivi e gibbose scanalature sulla roccia.

La magia del luogo incontra il mare e la terra e gli elementi tutti.

In questo rifiorir di colori, sensazioni, immagini, atmosfere,

il viandante, il pescatore le mamme ed i bimbi cantano, semplicemente vivendo, l’inno a questa vita che ci è stata donata in questo meraviglioso lembo di terra.

“Spero ti sia piaciuta” – chiese Giovanni. Nel frattempo si erano fatte le otto di sera e sentiva il suo stomaco che ancora brontolava, sullo sfondo sonoro del mare che si infrangeva sui ciottoli. Non attese nemmeno la risposta e si fiondò incontro ad Aldo, che attendeva i clienti di fronte l’antico granaio trasformato sapientemente in ristorante. “Cosa mi prepari di buono?” – chiese Giovanni ad Aldo – Verso l’ora di pranzo le barche sono rientrate con le reti piene, puoi scegliere liberamente, abbiamo tutto fresco”. Posso ordinare il solito, pensò Giovanni e ad alta voce disse, mentre Aldo si aggirava tra i tavolini: “Per me il solito: insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata”. E Ginevra? Non la vedeva più. Sparita! Probabilmente si era adirata per la sua fretta di sedersi a tavola. Uscì fuori dal locale per cercarla. Sul ponte della ferrovia lo sferragliare di un treno diretto a Messina lo distrasse, così come la vista delle barche tirate a secco sulla riva prospiciente. Giovanni adirato immaginava Ginevra già alla stazione per rientrare a casa in treno, lasciandolo così da solo. Era proprio suscettibile, pensò. Tornò indietro e intanto Aldo si sbracciava per attirare l’attenzione: “l’insalata di mare è già servita a tavola – gli disse – e il vino è bello fresco”. Giovanni aprì la porta d’ingresso e si avviò verso l’interno del locale. Alzando lo sguardo, fisso verso il basso e cupo per la situazione che si era venuta a creare, vide Ginevra sorridente e radiosa seduta al tavolo che gustava la sua insalata di mare: “Pensavi che avrei lasciato mangiare queste bontà soltanto a te?” E mentre lo diceva ammiccava con lo sguardo colmo di desiderio e di amore. Giovanni si sedette e, incrociato lo sguardo di Aldo con un cenno d’intesa, gli disse: “lo stesso anche per me grazie”.

Monologhi – Guerra intestina di Antonino Schiera ©

Pubblico un mio breve monologo scritto e battuto a macchina con una Olivetti Lettera 22 nel mese di luglio dell’anno 1995 a Cefalù. Descrivo cosa avviene all’interno del nostro corpo quando siamo influenzati con piglio creativo, teatrale, ironico. Un argomento oggi divenuto molto attuale a causa del coronavirus. Infatti ho reso attuale il monologo nelle ultime pagine dello stesso. Buona lettura…:

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Luglio 1995 – Dimenticandomi cosa significa stare bene, così come mi capita ogni volta che succede, oggi mi sento uno straccio per via di un attacco di quei piccoli mostriciattoli invisibili chiamati virus. Chissà cosa sta succedendo dentro di me? Armate di globuli bianchi con la lancia in resta si muovono a ondate lungo gli infiniti canali arteriosi e venosi, oggi come fogne buie tempestate e punteggiate da mille cadaveri caduti in battaglia. Ohè chi va là, grida il comandante di una guarnigione di pronto intervento! Purtroppo sono loro, i terribili e temuti virus.

L’altro ieri il campo era ancora sgombro, ma già qualche piccolo segnale faceva presagire il peggio. Fuori il tempo faceva le bizze: un po’ caldo, un po’ freddo e una leggera e gelida brezza tristemente conosciuta dai veterani delle vecchie battaglie. Il segnale per mettere tutti in allarme, dal più piccolo globulo bianco dei cavalleggeri, ai più massicci della fanteria pesante, era stato dato. In questi casi ti accorgi subito che qualcosa non va. Le ambasciate volano letteralmente da un capo all’altro, da un accampamento a un villaggio, da una caserma a una guarnigione di pronto intervento dislocate senza sede fissa lungo le arterie. Le bandiere rosse vengono innalzate per segnalare l’invasione in atto, i fuochi vengono spenti per evitare pericolosi segnali che possano aiutare il nemico. Si il nemico! Ma cosa vuole ottenere? Cosa pensa? Come agisce? Sono tutte domande che gli strateghi, i generali del corpo umano si pongono, lambiccandosi il cervello. Un po’ perché è da una vita che subiscono attacchi violenti di ogni tipo, riuscendo si a farla franca ma, perbacco, senza riuscire a sconfiggere definitamente, senza la benché minima prova di appello, il nemico.

Sulle questioni appena poste c’è da riflettere attentamente, in quanto è soltanto scoprendo le reali intenzioni degli agenti patogeni, che si può intraprendere una strategia vincente. Certo le informazioni che arrivano dalle altre battaglie non sono delle migliori. Si è sperimentato che senza un reale sostegno della mente pensante è difficile, con la sola forza dell’esercito, battere i virus. Diventa pertanto fondamentale assumere farmaci, coprirsi bene, non fare sforzi fuori luogo. E questo i generali lo sanno. Sappiamo anche noi, adesso, il perché di quell’aria funebre, ansiosa, trepidante d’attesa, che si manifesta nell’atto di un attacco dei mostriciattoli.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995

La fucina posta nei meandri più reconditi del corpo umano, viene alimentata con del carbone che, dapprima, nero e duro, diventa poi ardente e friabile. Il calore che ne scaturisce è di quelli memorabili, i fluidi cominciano a scorrere più velocemente cosicché l’intervento delle prime avanguardie contro i virus si fa più immediato e tempestivo. L’aumento della temperatura corporea velocizza la produzione di globuli bianchi, utili al sistema immunitario per combattere gli agenti patogeni; accelera il metabolismo e aumenta il consumo di ossigeno. La sensazione di calore che pervade tutti indistintamente è la conferma definitiva dell’attacco avvenuto. Non c’è più tempo da perdere. Anni di lotta hanno fornito la necessaria esperienza per organizzare gli interventi: per primi entrano in azione le unità di pronto intervento che forniscono alle retrovie le necessarie informazioni sul tipo di attacco. Ecco che diviene importante conoscere il tipo di virus che ha invaso l’organismo; dove si trova il primo focolaio dell’infezione; dove il virus si è annidato con maggiore virulenza. In un secondo tempo intervengono le guarnigioni più lente perché più equipaggiate. In questi frangenti avvengono le battaglie decisive, non che si possa sconfiggere il nemico subito, ma in questa fase si stanno già decidendo le sorti della guerra.

Dattiloscritto luglio 1995
Dattiloscritto luglio 1995 con Olivetti Lettera 22

Invero nelle retrovie i veterani, i globuli bianchi corazzati quelli con più esperienza, perché immunizzati, scalpitano per intervenire. Ma un conto è agire contro un nemico provato da perdite e sconfitte, un altro conto è combattere contro un esercito ancora nel pieno delle proprie forze. Un tifo da stadio rimbomba dentro l’organismo durante le battaglie. I virus sapendo di avere vita breve se non si verificano subito le prime vittorie, gridano come ossessi. Come orde di barbari tentano di conquistare nuove posizioni. Le posizioni conquistate in precedenza devono essere difese a spada tratta. In occasioni come queste occorrono centinaia di barellieri, così da sgombrare il campo dai cadaveri che seguono due destinazioni diverse: al forno crematorio vanno i virus attaccanti perché di essi non resti più alcuna traccia; nei cimiteri comuni vanno i globuli bianchi fautori dell’ennesimo successo dell’organismo sui virus  mostriciattoli. Quattro, cinque giorni di battaglia, talvolta di più, servono per liberarsi dal nemico. Le bandiere rosse vengono gradualmente sostituite con quelle verdi che indicano l’avvenuta liberazione. Quante sofferenze, quanti lutti in attesa di un nuovo giorno all’insegna della pace, della fratellanza, del benessere, della salute.

Marzo 2020 – La luce soffusa della stanza bluastra e tante lucine sui macchinari che si accendono e si spengono ad intermittenza. I respiratori alitano artificialmente, inspirando ed espirando senza pausa. Il battito del cuore amplificato e storpiato dal rumore stridulo dei cicalini elettronici e le linee che rappresentano le pulsazioni cardiache che salgono e che scendono. Un tubo di plastica che mi entra direttamente nella trachea. E poi fili che salgono e che scendono, connettori, morsetti e adattatori che sembrano quasi avvolgermi in un bozzolo apparentemente mortale. Le flebo e i farmaci che non riesco nemmeno a contare. Al di là del vetro solo il silenzio e la solitudine di un corridoio inanimato. Attorno a me vedo delle figure amorfe di verde vestite e poi maschere e occhiali e i guanti di lattice. Non riesco a sentirne il calore vorrei toccarli, sentire l’odore della pelle, specchiarmi nel lago dei loro occhi. Che strano odore di disinfettante nell’aria e poi il caldo abbraccio di un letto che non è il mio. Ogni tanto qualcuno di loro si avvicina con sguardo benevolo e qualche parola di incoraggiamento.

A quando il risveglio da questo brutto sogno? A quando il lieto fine di un film drammatico e crudele? No! Non è un sogno, non è un film drammatico. Sono proprio io in rianimazione. In una di quelle sale dove si pratica la terapia intensiva. Ma se non ricordo male l’ultima volta erano state issate  le bandiere verdi al posto di quelle rosse. I mostriciattoli erano stati sconfitti! Cosa è andato storto? Devo risvegliarmi, capire cosa mi sta succedendo! Sono perso nel vuoto temporale. Forse sto per morire!

Non voglio morire senza sapere chi sono, senza sapere perché mi trovo qui. Adesso ricordo: ero disteso nel mio letto con la febbre a trentanove, mia mamma che piangeva: “ti sei beccato il coronavirus di sicuro” –  diceva. E io no, non è possibile. Il solito inguaribile ottimista ricordando che quando ero piccolo e gli amici e i parenti mi chiedevano: “Come stai?” Io rispondevo sempre: “Bene!!!”, anche se avevo la febbre alta e la tosse convulsa e mia nonna che mi portava in montagna per respirare aria buona.

Cosa posso inventarmi per capire cosa succede fuori da questo posto? Il cellulare, ora controllo, ma dov’è? Non lo trovo, lo hanno certamente sequestrato. Un giornale. Si posso leggere un giornale, lo chiederò al primo infermiere che si avvicina. Ma come faccio a leggerlo sono bloccato in questo letto e non posso muovere nemmeno un braccio! Ecco ci sono, chiederò a mia moglie appena viene a trovarmi e poi c’è mio figlio. Si, chi meglio di loro possono raccontarmi quanto mi è successo! Ma no non ho più una moglie da tanto tempo e poi mio figlio studia e lavora lontano da qui. Chiederò ai miei cari quando verranno a trovarmi. Li faranno entrare? Non ne sono certo. Ho trovato! Posso rivolgermi a Dio, non importa quale, basta che mi salvi. Posso pregarlo di salvarmi? Mia nonna mi diceva sempre di non allontanarmi da lui! Ma quando ho pregato l’ultima volta? Da quanto tempo non vado in chiesa? Oddio devo stare calmo e aspettare che tutto passi. Non ho altra scelta se non aspettare.

Dentro di me avviene il delirio, ora sono cosciente ma è come se mi trovassi sulle montagne russe, alterno ebbrezza a disperazione. Passano i giorni, oggi mi sento decisamente meglio, non sono più intubato e respiro autonomamente. Il dottore e gli infermieri mi lanciano occhiate e sorrisi, mi sembrano soddisfatti di come stanno andando le cose. La flebo continua a instillare medicinale nelle mie vene, goccia dopo goccia. Ma sono io che mi sento meglio adesso, non ho più paura di morire. E comincio a riprendere il controllo della situazione, non mi sento più in balia degli eventi. Penso che potrò rivedere i miei cari, che potrò ricominciare a scrivere e a viaggiare, ma anche ad amare.

Torno nel mio letto d’ospedale senza tutti quei macchinari che mi toglievano lo spazio vitale. Ora è come se avessi una normale influenza, posso alzarmi dal letto, posso affacciarmi dalla finestra e osservare il panorama. La notte riesco a dormire e alterno momenti di veglia ad altri in cui sprofondo nel sonno.

I fuochi vengono riaccesi; i forni crematoi lavorano a pieno regime; i caduti in battaglia ricevono degna sepoltura; le guarnigioni di globuli bianchi vengono sciolte e messe a riposo; la temperatura scende; le bandiere verdi sventolano alte; i generali contano le perdite ed hanno una nuova arma, frutto dell’esperienza, contro il corona virus; il respiro si fa più regolare. Tutti volgono lo sguardo al cielo, verso l’imboccatura da dove provengono ogni volta i mostriciattoli e pregano perché la mente-organismo che occupano sia prudente per il futuro, si copra bene e non prenda freddo.

Antonino Schiera ©

360 gradi di bellezza – Cefalù e il suo Duomo patrimonio dell’Unesco [VIDEO]

(Fonte siciliamare)

Dislocato ai piedi di un promontorio roccioso, in provincia di Palermo, sorge uno dei borghi più belli d’Italia, il Comune di Cefalù, che ogni anno viene preso d’assalto da numerosi turisti, sia italiani che stranieri; durante la stagione estiva, il piccolo comune arriva a triplicare la propria popolazione, che riempie le piazze e le strade più importanti del paese.

La cittadina, sviluppatasi attorno al Duomo di Cefalù, voluto da Ruggero II, ha conservato con il passare dei secoli il suo antico aspetto, con le sue strade strette del centro storico, tipicamente medioevali. I palazzi che arricchiscono la città sono costituiti da decorazioni architettoniche e le numerose chiese presenti manifestano tutta l’importanza della sede vescovile. Particolarmente caratteristico è il borgo marinaro, con le case antiche fronteggianti il mare.

Cefalù offre moltissimi punti di interesse per una vacanza all’insegna del mare di Sicilia. Durante la propria vacanza a Cefalù, non si può non visitare il duomo, che nel 2015 è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco. Il duomo di Cefalù, secondo una leggenda, sarebbe stato realizzato in seguito al voto di Salvatore de Ruggero II, dopo essere scampato da una tempesta.

Per altre informazioni su Cefalù clicca su: https://siciliamare.info/cefalu-cosa-ce-da-fare-e-da-vedere/