A Cefalù arancine, a Castel di Tusa pesce fresco © di Antonino Schiera
Cefalù 1994
Insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata. Giovanni, quella mattina di una tiepida giornata primaverile, si svegliò pensando al menù tipo che ordinava nel suo ristorante preferito a Castel di Tusa, gestito dal suo amico Angelo, dove spesso si recava. Aveva notato quel meraviglioso lembo di terra in uno dei suoi viaggi adolescenziali, in treno verso Roma, quando lo sferragliare del treno intercity diveniva metallico nell’attraversamento di un piccolo ponte ferroviario in acciaio. Il ponte si trovava qualche centinaio di metri prima della piccola stazione di Castel di Tusa e si era ripromesso di andare un giorno in automobile, per esplorare quei luoghi che si trovano sullo spegnersi di uno dei tanti crinali dei monti Nebrodi nel loro incontro con il mare. In una di quelle sortite solitarie conobbe Angelo e le specialità di mare che serviva nel suo ristorante, sotto l’occhio attento della mamma in cucina e del papà pescatore, che in alcune circostanze serviva i clienti in sala.
Da circa due anni Giovanni lavorava a Cefalù, molto più che ad un tiro di schioppo dalla sua Palermo. Ovvero ottanta chilometri, un breve viaggio da ovest verso est, lungo la costa nord tirrenica della Sicilia, caratterizzato da meravigliosi incontri tra terra e mare, insenature, spiagge, scogli, rigagnoli e romantiche calette di mare. Un andare incontro verso il sole che sorge e un lasciarselo alle spalle nell’ora del tramonto. Da qualche mese Giovanni era stato nominato responsabile di gruppo per un’azienda che operava nel settore assicurativo. Un lavoro che lo portava ad essere in continuo contatto con le persone, lui che da piccolo era talmente timido e insicuro da evitare pure di guardarsi allo specchio, per non rivelare ai propri occhi i suoi stessi, presunti tali, difetti fisici. Le sue giornate di lavoro erano caratterizzate da momenti in cui stava seduto dietro la scrivania dell’ufficio a fare i bilanci e conti e altri in cui andava in giro per incontrare i clienti nella cittadina normanna bagnata dal mar Tirreno. In sintesi un ragazzo di belle speranze che si era diplomato da poco e che si era iscritto all’università, ma con scarsi risultati per mancanza di tempo e di voglia di stare ore seduto davanti i libri. Giovanni talvolta si recava a Pollina, un paese abbarbicato su un colle con vista mozzafiato a trecentosessanta gradi sul mare e sulle Madonie, le montagne anfiteatro che il gioco e il capriccio della natura ha eretto, nella loro maestosa imponenza, al confine tra le province di Palermo e Messina. Percorreva molti chilometri con la sua nuova fiammante Polo Volkswagen bianca, con il tettuccio apribile, conosceva perfettamente ogni via di Cefalù, che esplorava a piedi, ogni sua contrada e la strada statale 113, che in quello spaccato della Sicilia lambisce sinuosa il mare. Una mattina di una tiepida giornata primaverile caratterizzata da una discreta irradiazione solare, che cominciava a scaldare la fredda e serena notte, Giovanni si alzò dal letto stiracchiandosi e sbadigliando per il sonno arretrato. Aveva l’abitudine di andare a letto presto, spesso si svegliava la notte e pensava a Francesca, la donna che amava e che aveva conosciuto un anno prima a Palermo. Era una docente di italiano, storia e geografia, professione che svolgeva in seguito al conseguimento della laurea con il massimo dei voti ed in seguito aveva portato a termine un dottorato di ricerca. Innamorata della filosofia e del mondo classico, tante erano le affinità elettive, volendo scomodare Wolfgang Goethe, con Giovanni il quale era affascinato e attratto anche dalla sua profonda conoscenza frutto di anni di studio. La casa di Giovanni sorgeva nel pieno del centro storico di Cefalù, in via Veterani a due passi dal Duomo. Vi si accedeva da una stretta e irta scala che portava nella zona giorno e con la stanza da letto che dava sulla via. Attraverso una scala a chiocciola poteva giungere a una piccola mansarda con il vasistas che si apriva direttamente sul tetto spiovente, un luogo adatto per essere ispirati e scrivere le poesie che un giorno contava di pubblicare. Gli stretti vicoli con i balconi ornati da fiori e poi le piazze con solitarie panchine notturne erano i suoi posti preferiti dove fermarsi a meditare. Il garrire delle rondini tra le case, i tetti che cominciavano a sberluccicare, le campane a festa per l’annuncio della Pasqua, caratterizzavano la primavera e preludevano l’imminente arrivo di una nuova afosa estate.
Una trentina di chilometri a est rispetto Cefalù, in direzione Messina, alcune imbarcazioni della piccola marineria di Castel di Tusa erano al largo dalla sera prima. I pescatori, ormai stanchi, stavano issando le reti, ansiosi di tirare un sospiro di sollievo: non potevano permettersi una battuta di pesca a vuoto e speravano di vendere il pescato ai ristoratori del posto e agli avventori del piccolo porticciolo, che sorgeva al limitare delle arcate della linea ferroviaria. Bisognava quantomeno coprire le spese. Le strette maglie delle reti, lavorate con pazienza dai pescatori, erano punteggiate da scure, altre volte brillanti informi masse di varie forgie e colori. “Qualcosa abbiamo preso!” – pensavano i pescatori issandole a bordo, quando il sole ormai si era staccato di parecchio dall’orizzonte e a casa le pentole per il pasto di mezzogiorno erano già sul fuoco. La linea della terra, che determinava il limite del mare, era ormai alla vista e l’approdo nella confortevole e sicura terra ormai vicino.
Intanto a Cefalù Giovanni guardando l’orologio si accorse che le lancette segnavano le tredici. Era ora di buttare giù un boccone per la pausa pranzo. “Stasera mi aspetta una lauta cena a base di pesce!” – pensò. Per il pranzo si diresse alla rosticceria di don Totò, che aveva lavorato tanti anni negli Stati Uniti, per ritornare sui suoi passi nella terra natia a preparare arancine, panelle, crocchè, rascatura, melanzane alla parmigiana, patatine fritte e al forno, anelletti al forno, calamari fritti. C’era l’imbarazzo della scelta al di là della vetrina e poi, per chiudere il pasto, un bicchiere di acqua naturale, anche se una buona birra avrebbe avuto più senso, ma il lavoro che proseguiva nel pomeriggio imponeva di rimanere sobri. Don Totò offriva la possibilità di scegliere anche un hamburger o un hot dog, ormai di moda nel regno dello street food, una reminiscenza del suo periodo americano che faceva presa tra gli innumerevoli clienti. Le ore seguenti la pausa pranzo, come sempre, erano le più pesanti. Giovanni non amava le attese caratterizzate dall’ozio, aveva peraltro terminato di leggere l’ultimo libro, così pensò di gettarsi a capofitto sul lavoro.
Mancavano ancora tre ore all’arrivo in stazione del treno da Palermo, con a bordo la sua fidanzata, Francesca. Qualche ora prima avevano litigato al telefono e per cercare di chiarire l’aveva invitata a cena e non vedeva l’ora di incontrarla, a maggior ragione perché, qualche mese prima, durante una romantica cena, le aveva chiesto di sposarla e lei aveva risposto si! “Pronto Angelo, desidero prenotare per due persone” – disse Giovanni al titolare del ristorante, chiamando dal suo nuovissimo Motorola, uno dei primi cellulari che costavano un occhio della testa e che cominciavano a diffondersi negli anni novanta. Intanto, quando il sole stava tramontando sul mare, Francesca scendeva dal treno regionale: Giovanni l’attendeva all’interno della sua auto. Si diedero un bacio sulle labbra, si abbracciarono e con il tettuccio apribile spalancato sul cielo, si avviarono verso Castel di Tusa, percorrendo la statale 113 settentrionale sicula. Un meraviglioso susseguirsi di curve e rettifili tra cielo e colline in un armonioso e romantico incontro, fatto di odori, percezioni, rumori e sensazioni e con in sottofondo la musica di Roberto Vecchioni. Durante il breve viaggio Giovanni non capiva se brontolava più il quattro cilindri tedesco della sua auto o il suo stomaco, che già pregustava il pesce cucinato dalla mamma di Angelo.
Giovanni e Francesca arrivarono mezz’ora prima rispetto all’orario previsto dalla prenotazione, avevano il tempo di fare pace e di confermare il loro sentimento amoroso. “Sai – disse Giovanni a Francesca – il titolare del ristorante, mio amico di vecchia data, mi ha chiesto di descrivere in prosa poetica questo magnifico luogo, vorrei leggerti cosa ho scritto. Si intitola Scorci di mare a Castel di Tusa”. “Perché no!” – rispose Francesca.
Il mulinar del vento a volte mite, altre volte roboante, forgia la roccia nell’insenatura, fuor dall’increspatura del mare. Come rotondo cristallo luccicante, il sole si affaccia sullo specchio d’acqua; sull’erta i merli di una torre a rimirar uno stormo di uccelli. La risacca si ritrae e si contrae sui ciottoli planati sulle anse, le cui asperità vengono plasmate nell’incanto di un armonioso suono. I fragori degli elementi richiamano i pescatori verso il porto, come ventre di madre, come culla di braccia bruciate dal sole. Lo sferragliare del treno, ferro contro il ferro, sulle arcate richiamano gli sguardi di imberbi bimbi con occhi ancora lucidi di pianto Sguardi pervasi dal blu marino. Irte strade che si accavallano sinuose, tra lampioni suadenti e romantici; pupille di gatti dinoccolati e pavidi nella sua essenza, tra le bouganville. Punta di piramide, lassù tra gli ulivi e gibbose scanalature sulla roccia. La magia del luogo incontra il mare e la terra e gli elementi tutti. In questo rifiorire di colori, sensazioni, immagini, atmosfere. I visitatori, i pescatori, le mamme ed i bimbi cantano, semplicemente vivendo, l’inno a questa vita che ci è stata donata in questo meraviglioso lembo di terra.
“Spero ti sia piaciuta” – chiese Giovanni. Lei rispose di si. Era l’amore per la scrittura una delle affinità che li teneva uniti. Nel frattempo si erano fatte le otto di sera e sentiva il suo stomaco che ancora brontolava, sullo sfondo sonoro del mare che si infrangeva sui ciottoli. Giovanni troncò il discorso poetico e si fiondò incontro ad Angelo, che attendeva i clienti di fronte l’antico granaio trasformato sapientemente in ristorante. “Cosa mi prepari di buono?” – chiese Giovanni ad Angelo – “Verso l’ora di pranzo le barche sono rientrate con le reti piene, puoi scegliere liberamente, abbiamo tutto fresco” – rispose. Posso ordinare il solito, pensò Giovanni e ad alta voce disse, mentre Angelo si aggirava tra i tavolini: “Insalata di mare, spaghetti allo scoglio, grigliata di gamberoni, un quarto di vino bianco della casa, sorbetto al limone e per finire grappa non barricata”. E Francesca? Non la vedeva più. Sparita! Probabilmente si era adirata per la sua fretta di sedersi a tavola. Uscì fuori dal locale per cercarla. Sul ponte della ferrovia il transito di un treno diretto a Messina lo distrasse, così come la vista delle barche tirate a secco sulla riva prospiciente. Giovanni adirato immaginava Francesca già alla stazione per rientrare a casa in treno, lasciandolo così da solo. Era proprio suscettibile, pensò. Tornò indietro e intanto Angelo si sbracciava per attirare la sua l’attenzione: “L’insalata di mare è già servita a tavola – gli disse – e il vino è bello fresco”. Giovanni aprì la porta d’ingresso e si avviò verso l’interno del locale, già si immaginava nuovamente nella condizione di single e si chiedeva se in effetti non sarebbe stato meglio rimettersi in gioco sperando in un nuovo rapporto di coppia, lui che credeva nell’amore sincero ed esclusivo tra due persone. Doveva riavvolgere il nastro della sua esistenza? Doveva cancellare tutti i ricordi e i momenti passati insieme a lei? Improvvisamente si ritrovò proiettato nelle nitidi immagini del loro ultimo viaggio ad Amsterdam tra i canali della Venezia del Nord. Due anni prima il suo amico Kees gli aveva dato la possibilità di usare un appartamento nel centro della città olandese. Ricordava bene ancora l’indirizzo, Egelantiersgracht 8, Canale della Rosa Canina tradotto dall’olandese. Mancavano pochi giorni a Natale e la città era addobbata a festa. Le acque dei canali erano quasi ghiacciate e il freddo era particolarmente intenso. Dieci giorni indimenticabili caratterizzati dalla visita ai due principali musei della città: il Rembrandt Museum e il Van Gogh Museum e poi il giro in battello con assaggio di formaggi, tartine e un bicchiere di spumante, con il magnifico attraversamento dei ponti illuminati dalle lampadine. Le visite nelle principali chiese dove si svolgevano concerti di musica classica, scaldati da un vin brulé. La sortita a L’Aja la fiabesca capitale con il suo magnifico castello circondato dalle acque e poi nella vicina Scheveningen beach, la spiaggia degli olandesi nel mare del Nord. Non potevo che scrivere dei versi:
Mi manca il forte abbraccio delle montagne, un abbraccio che non puoi farmi sentire. Poiché piatta e grigia ti estendi con i tuoi innumerevoli canali e pozze d’acqua. Forte e netta senti la mano dell’uomo che ti modella secondo le necessità, pittori sublimi hanno tratto ispirazioni di tale intensità da essere ancora ricordati.Van Gogh, Rembrandt, Vermeer famosi ancor oggi, altri meno conosciuti disegnano quanto possibile per renderti più colorata. Murales, tram, treni, strade, insegne, musei, un turbinio colorato che si contrappone ai canali, campanili, alberi, pianure immersi nella bruma.
Tornato alla realtà Giovanni alzò lo sguardo, fisso verso il basso e cupo per la situazione che si era venuta a creare, vide Francesca sorridente e radiosa seduta al tavolo che gustava la sua insalata di mare: “Pensavi che avrei lasciato mangiare queste bontà soltanto a te?” – disse lei e mentre lo diceva ammiccava con lo sguardo colmo di desiderio e di amore. Giovanni si sedette e, incrociato lo sguardo di Angelo con un cenno d’intesa, gli disse: “al posto della grappa stasera prosecco per brindare”.
Antonino Schiera
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Bel racconto, intriso dei profumi della Sicilia e dell’amore dell’autore per la sua terra natale. Il mare è sempre il comprimario, il protagonista che fa da cornice al duro lavoro dei pescatori, alla loro tenacia, alla voglia di non arrendersi alla povertà e ai cibi che vengono cucinati nel ristorante del luogo. Bella anche la poesia inserita all’interno della storia.
Grazie Elettra per il tuo gradito e pertinente commento.
Bel racconto, si legge tutto d’un fiato
Grazie per il commento
Ci sono autori che scrivono racconti con una fluida e semplice musicalità che quasi ti
sembra poesia, Antonino Schiera è uno di questi, perciò mi piace paragonare questo
suo breve racconto ad un sonetto, dove un vero poeta riesce a scrivere in pochissimi
versi un grande contenuto: profumi, piatti tradizionali, impatto visivo di un paesaggio
tipico del meridione, storia d’amore, tutto racchiuso in poche preziose parole, come
nel racconto che ho appena letto.
Non a caso penso alla poesia, mi ci porta l’autore col suo modo di scrivere ma anche
per la bella poesia che inserisce nel racconto, che completa il quadro e dà valore a
tutta l’opera.
Lieta di avere scoperto la sua arte, nonché la sua bravura.
Mimma Raspanti
Grazie di cuore Mimma. Soprattutto, e sai che non è retorica, detto da una brava poetessa come te non può che farmi piacere.
L’ha ripubblicato su Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lavae ha commentato:
Bel racconto, intriso dei profumi della Sicilia e dell’amore dell’autore per la sua terra natale. Il mare è sempre il comprimario, il protagonista che fa da cornice al duro lavoro dei pescatori, alla loro tenacia, alla voglia di non arrendersi alla povertà e ai cibi che vengono cucinati nel ristorante del luogo. Bella anche la poesia inserita all’interno della storia.
Elettra Prodan