Protagonisti – Intervista di Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli.

La poetessa Lavinia Alberti

Ricevo e pubblico volentieri l’intervista della poetessa Lavinia Alberti allo scrittore e drammaturgo Tommaso Urselli, che saluto complimentandomi con lui per le opere che ha realizzato. Con questo primo contributo artistico di Lavinia, spero di una lunga serie, inizia una collaborazione con il mio blog RIFLESSIONE D’AUTORE all’insegna della poesia e delle buone letture. L’immagine in evidenza di Tommaso Urselli è tratta dal suo blog tommasourselli.wordpress.com.


di Lavinia Alberti

Leggendo la tua raccolta ho notato alcune particolarità. Nella tua poesia (in particolare nella sezione “La lingua delle cose”) fai riferimento a oggetti concreti, casalinghi, che sembrano avere un’anima e rappresentare te stesso, le tue moltitudini. Spiegaci perché ti servi proprio di questi oggetti per descrivere certi sentimenti e sensazioni, come l’angoscia e la solitudine, che nella tua poetica si impongono in maniera molto forte (nei componimenti “Pattumiera vs frigorifero” e “Lampadina”); in questi ultimi emerge infatti l’idea della precarietà e dello smarrimento dell’esistenza, della quotidianità. Ecco, a proposito: nel caso della poesia “Lampadina” (che mi ha colpito molto), quale messaggio hai voluto dare al lettore? Nasce da qualche tuo vissuto personale? Ti sei mai sentito come questa lampadina, che in un certo senso affida la propria “luminosità” a qualcosa di esterno?

Tommaso Urselli – Non sono partito dall’intenzione di comunicare un particolare messaggio né una specifica emozione. A volte mi capita di cercare di percepire la “voce” delle cose: è un gioco che facevo anche da ragazzo, potevo restare anche molto tempo così, come in uno stato di “ascolto sospeso”… è dunque un sentire che mi appartiene da sempre – a costo che venga scambiato per una qualche forma di autismo –, un bisogno forse un po’ “primitivo”… probabilmente, se aderissi a una religione, l’animismo sarebbe la mia. C’è poi da aggiungere che il periodo di lockdown in cui sono stati elaborati i testi di questa sezione, ha sicuramente nel bene e nel male – facilitato questo approccio, questo dialogo con gli oggetti che ci tengono compagnia. Ma restando nell’ambito della poesia, possiamo rifarci al concetto di correlativo oggettivo proposto da Eliot: credo che nelle composizioni cui fai riferimento, sia questo il meccanismo messo in moto. Però, ripeto, almeno in questo caso non è intenzionale. È che a volte, nel silenzio, in certe ore o situazioni particolari, forse capita a tutti di provare la sensazione di percepire un po’ meglio ciò che ci sta attorno… di accorgerci come per la prima volta di qualcosa che durante il quotidiano davamo un po’ per scontato e di cominciare a sentirne, improvvisamente, la vita… un certo “movimento” di cui anche la materia inanimata è carica. Ecco, forse la poesia può fungere da “apparecchio ricevente” per ascoltare un po’ meglio il vibrare del mondo a tutti i livelli – animale, vegetale, minerale… –: magari ha qualcosa di interessante da raccontarci, di sé e di noi. Male che vada, è comunque una possibilità di esercitarsi a sospendere il canale in emissione – che teniamo a volte acceso più del necessario – e di utilizzare quello in ricezione…

Riguardo alla domanda specifica sul testo “Lampadina”… non credo la questione stia tanto nell’“affidare la luminosità a qualcosa di esterno”, quanto invece nel realizzare che questa “luminosità” è il risultato, la  conseguenza di qualcosa che entra in relazione con qualcos’altro. Non ci può essere “luminosità” senza relazione; anche la luce elettrica non è che relazione tra un polo negativo e un polo positivo, punti di partenza e di arrivo degli elettroni (in eccesso in un polo e in difetto nell’altro) viaggianti attraverso un sottilissimo filamento che a sua volta esercita un’azione di “resistenza” – ancora una volta una relazione –… da cui la “luminosità”: in qualche modo “l’oggetto lampadina” muore e nasce “l’oggetto luce”. Allora forse la questione è: sono più interessato alla “lampadina” o alla “luce”?

Intendiamoci, non mi sono posto questi interrogativi prima di scrivere, e il testo non vuole dare risposte in merito. Forse le poesie sono semplicemente dei potenziali dispositivi di risonanza… possono facilitare una certa relazione tra il mondo e chi scrive, tra chi scrive e chi legge…

Quali sono le ragioni profonde che ti hanno spinto a elaborare queste poesie? Nascono dall’esperienza del trauma (ad esempio la morte di tuo padre) o sono nate prima di questo accadimento?

Tommaso Urselli – Le poesie connesse alla morte di mio padre sono quelle della sezione “Oggi ti sono passato vicino” (da cui anche il titolo del libro); le altre sono quasi tutte state scritte successivamente e in periodi anche molto differenti tra loro, come è raccontato nelle note finali. Non c’è necessariamente un trauma all’origine dei testi; credo anzi che in alcuni si possa percepire anche divertimento e ironia, in altri ancora la parola che si vuole fare corpo, teatro, cerca una sua fisicità… di cui forse ora, a causa della particolare situazione che stiamo tutti vivendo, si sente un particolare bisogno. Ma al di là della genesi e delle differenti motivazioni dei testi, credo che li accomuni una necessità: il tentativo di non accomodarsi, di non elaborare “ricette” – o per lo meno di allontanarsene appena ne nasce la tentazione –, di cercare sempre con e attraverso il  linguaggio uno spostamento possibile… “un altro sguardo”, per dirla con le parole di Antonio Neiwiller, artista e uomo di teatro al cui lavoro è dedicata una composizione della raccolta.

In che modo la tua formazione letteraria e teatrale ti ha influenzato nella stesura di questa silloge? Quanto invece sono state importanti le esperienze non volute della tua vita?

Tommaso Urselli – I legami più immediati con il teatro sono rintracciabili – almeno  per me, ma non sono sicuro sia lo stesso anche per il lettore – nella sezione “Corpo-città” che contiene il testo dedicato a Neiwiller, cui prima accennavo; nella sezione intorno alla figura di Ipazia D’Alessandria, su cui ho scritto qualche anno fa una drammaturgia messa in scena dalla compagnia Pacta dei Teatri; e nei testi della sezione “In labirinto” (tempo fa avevo indagato drammaturgicamente il tema, ne erano nati due studi teatrali – uno con gli attori Massimiliano Speziani e Ruggero Dondi, l’altro con Filippo Gessi e Francesca Perilli, e Massimiliano Speziani alla regia – e una lettura scenica che eseguivo di persona). 

Riguardo alla domanda sulle “esperienze non volute”… sinceramente non saprei rispondere. Tutto sommato credo che – mi piaccia o no – le esperienze fatte le ho tutte volute; forse è crudele ma temo sia così.

Quali sono i tuoi progetti futuri in campo letterario? Scriverai altre poesie o ti cimenterai in altri generi?

Tommaso Urselli – Lo chiederò alla lampadina, magari saprà consigliarmi.


POESIE TRATTE DALLA RACCOLTA “OGGI TI SONO PASSATO VICINO

Giorno cinque (dalla sezione “Oggi ti sono passato vicino”)

 È questo il nostro tratto comune?
 Questo ritmo del pensare a volte lento
 e ingarbugliato – ma sempre in cerca
 di un’uscita, uno spiraglio di luce –
 che poi si fa veloce, frenetico…
 a tratti s’apre e ogni cosa intorno
 abbraccia in violento turbinio.
 Lo senti? Tutto sbatte, le porte
 le finestre: ogni angolo di casa
 s’è animato e gira al ritmo del
 pensiero fatto canto. E mi vedo
 e ti vedo, in questo giro di vita,
 a ballare un ballo strano, personale:
 non ha un che di fanciullesco?
 
 
 I (dalla sezione “Corpo-città”)
  
 Che cos’è questa nebbia
 questi occhi in mezzo alla nebbia
 queste mani queste facce
 che mi sembra di essere morto
 in mezzo a pianure di parole tutte morte
 in fila riposano
 ridono sguaiate
 si spogliano sgrammaticate
 sono zoppe e s’impigliano
 nel canale della gola
 si tuffano con la testolina piccola piccola
 dentro le vene e premono
 contro la pelle premono
 e vogliono uscire, segnare
 tutta la geografia del corpo
 scavare canali, crateri
 --
  
 Icaro caduto (dalla sezione “In labirinto”)
  
 È qua tra le costole che
 mi spuntano germogli
 mi crescono rami
 s’incrociano le vene e
 diventano verdi le mie braccia
 radici le mie ciglia
 una chiesa la mia fronte
 il petto un grande scoglio
 i piedi fiumi abitati da mille pesci
 e i miei occhi, cavi
 --
  
 Al tre per cento (dalla sezione “Parole alle formiche”)
  
 Non penso, sto
 qualche attimo col tempo del respiro.
 Poi ricado nell’amato falso
 movimento, nell’apnea di vita
 al tre per cento. 

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