… di Antonino Schiera
Il conflitto tra genitori e figli è un fenomeno antico. Altresì detto conflitto generazionale (o gap generazionale) non è altro, in sintesi, che il divario di idee, valori, opportunità, stili di vita e visioni del mondo che separa le generazioni più giovani da quelle adulte e anziane. Un fenomeno che oggi sta assumendo contorni inediti e preoccupanti.
Se un tempo la “crisi” era il motore della crescita, lo strappo necessario con cui l’adolescente si opponeva all’autorità per costruire la propria identità, oggi la rottura sembra consumarsi in un silenzio interrotto solo da esplosioni di rabbia. Al centro di questo sommovimento, di questo progresso o regresso dipende come lo vediamo, c’è la famiglia, un tempo porto sicuro e oggi, troppo spesso, epicentro di profonde crisi relazionali.
Dopo i dodici anni, afferma lo psicologo, saggista e psicoanalista italiano Umberto Galimberti, le parole dei genitori non contano più. Conta solo l’esempio. E l’esempio, oggi, spesso non c’è perché, sempre secondo Galimberti, con la mitologia del giovanilismo sfrenato, molti genitori si mettono in competizione coi loro figli sui comportamenti, o peggio, compiono l’errore di diventare amici dei loro figli. No, dice Galimberti. Non bisogna diventare amici dei figli. Gli amici i figli se li trovano da sé. Se diventi loro amico vuol dire che hai paura di loro: paura di cosa fanno se i rapporti diventano tesi. Ma i rapporti devono diventare tesi. Dopo i dodici anni i ragazzi devono staccarsi dall’amore incondizionato dei genitori, e per staccarsi devono sbattere la porta. Devono fare quello che Sigmund Freud chiamava il superamento del complesso di Edipo: uccidere, simbolicamente, il mondo genitoriale.
Secondo la pedagoga e saggista professoressa Anna Maria Lo Piccolo, autrice del saggio “Lineamenti di didattica” (Ex Libris – Fondazione Thule Cultura, 2026), perché si possa riuscire nell’ascolto è necessario guardare il “volto dell’altro”, consentendo l’autonomia di crescita, praticando l’amore verso l’altro, curando pertanto l’aspetto relazionale.
Ho sempre sostenuto che lo sviluppo della tecnologia e la relativa invasione di strumenti creati per “riempire il tempo” a scapito della meditazione e della corretta comunicazione, siano una delle cause principali del fenomeno dell’incomunicabilità generazionale. Prima dell’avvento della televisione il desco familiare rappresentava il momento in cui si poteva dialogare, si poteva tentare di risolvere, attraverso le parole, i conflitti e i momenti di crisi, ci si poteva confrontare e raccontare. Naturalmente non tento di scrivere l’elogio della famiglia nel periodo precedente l’avvento della tv, ma ritengo che lo spartiacque del peggioramento dei rapporti tra genitori e figli lo si possa individuare in quel momento. Se fino a qualche decennio fa si litigava su quale canale sintonizzare la tv con l’imperativo comunque di stare in silenzio, altrimenti non si capiva cosa veniva detto, con l’avvento dei telefoni cellulari prima e degli smartphone più di recente il desco familiare, ma anche il tavolo al ristorante, diviene spesso un luogo all’interno del quale i canali sensoriali sono impegnati in qualcosa che non riguardano la comunicazione e le relazioni condivise tra i presenti.
L’uso stesso, spesso esagerato, delle chat nei social o nelle applicazioni dedicate rischia di esacerbare la capacità di relazionarci ad personam o de visu in maniera armonica, costruttiva ed efficace e quando succede capita di essere distratti dalle continue notifiche che arrivano dallo smartphone. Il fatto stesso di essere sempre rintracciabili, non favorisce affatto la comunicazione, non solo tra genitori e figli oggetto di questo articolo.
La velocità con cui il progresso tecnologico soprattutto nell’ambito delle comunicazioni, ma anche dell’intrattenimento avanza è un altro dei motivi che aumenta il distacco tra genitori e figli in quanto i primi, pur con l’auspicio di Galimberti di mantenere il loro ruolo, hanno una grande difficoltà a stare al passo con il progresso e talvolta non ne comprendono l’utilità e la necessità.
Ma esistono dei capisaldi ai quali poter fare riferimento. Secondo i principi della programmazione neurolinguistica, la mappa non è il territorio pertanto ogni persona (e quindi ogni bambino o adolescente) percepisce la realtà attraverso una propria “mappa” soggettiva, influenzata da filtri personali. Il genitore deve esserne consapevole e anche i figli una volta diventati adulti, impara a non imporre la propria visione, ma a comprendere come l’altro interpreta il mondo. Non da meno è la consapevolezza che le persone usano canali preferenziali per processare le informazioni: visivo, uditivo, olfattivo, cinestesico adattandosi ai quali migliora la comprensione reciproca.
Se osserviamo il mondo animale, del quale facciamo parte non dimentichiamolo mai pur con le necessarie distinzioni, tutto ciò che l’istinto e la natura insegna loro attiene alla necessità di sopravvivere seguendo delle regole e dei comportamenti ben definiti. Un processo nel quale l’importanza della comunicazione e dell’imprinting attraverso soprattutto l’esempio sono alla base della sopravvivenza della specie. Ma il mondo animale non conosce gli effetti dello sviluppo tecnologico, piuttosto li subisce e si fa guidare dall’istinto e dai codici nascosti all’interno del dna, istinto che comunque la nostra specie non ha del tutto abbandonato e non potrà mai farlo pena l’estinzione della specie.
Per chiudere ritengo di importanza fondamentale la capacità del “cucciolo d’uomo” una volta svezzato di affrontare “la giungla” ovvero le difficoltà che la nostra società ci pone davanti. Quel famoso cordone ombelicale che va staccato non soltanto fisicamente al momento della nascita, permettendo l’affermazione dei propri ideali, dei propri desideri, dell’affermazione di vedersi collocati all’interno della società così come si desidera realizzando ciò che si ama fare.
Questa considerazione ritengo possa aiutare i genitori ad accettare le scelte dei propri figli possibilmente nell’alveo di valori referenziali condivisi, di una comunicazione efficace ed amorevole, rispettando le differenze che spesso ottimisticamente vanno in direzione del miglioramento.
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