Note critiche – Il poeta e scrittore Biagio Balistreri scrive riguardo il secondo romanzo di Antonella Ricciardo Calderaro, Il limbo del gelso bianco

Ricevo e pubblico volentieri l’intervento che il poeta e scrittore Biagio Balistreri ha elaborato e letto in occasione della prima presentazione a Palermo de Il limbo del gelso bianco di Antonella Ricciardo Calderaro. La presentazione si è svolta presso la Galleria Nicola Scafidi all’interno di Villa Niscemi rappresentanza ufficiale del Comune di Palermo, il giorno 19 luglio 2021. Una data simbolica, il ventinovesimo anniversario della Strage di Via D’Amelio, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, che ben si attaglia con i temi trattati dal libro. Per l’occasione ho scritto un mio articolo sul sito d’informazione Il Salto della Quaglia dall’eloquente titolo: Strage di Via D’Amelio: 57 giorni dopo l’inizio del terrore.

Antonino Schiera


Copertina

Il limbo del gelso bianco
di Antonella Ricciardo Calderaro
PUNGITOPO Editore – Gioiosa Marea – 2020 Nota critica di Biagio Balistreri

Il tema omerico del “ritorno”, ovvero del “νόστος” (il viaggio di ritorno in greco, nostos, da cui, come tutti sappiamo, deriva la parola “nostalgia”, a noi molto cara e densa di significati sentimentali ed esistenziali) è uno dei temi che pervadono l’intera civiltà occidentale, e quindi la nostra cultura, e
sicuramente anche molte altre culture, perché è legato ad una necessità
naturale dell’essere umano: quella di ritrovare la propria “completezza”
che il distacco dalle origini ha spezzato, vietando così che si compisse.
Se poi il distacco è stato generato da cause violente, come nel caso della
storia narrata in questo romanzo – un connubio fra terrorismo e mafia, che
immediatamente fornisce al lettore l’indicazione dell’ambientazione
siciliana delle vicende – cause in seguito alle quali la protagonista, Vittoria
Lizzardi Castillo, ha dovuto rinunciare non soltanto alla propria terra, ma
anche al proprio cognome, essendo sottoposta a un regime di protezione
instaurato dalle istituzioni in favore dell’unica superstite di un antico
casato nobiliare, il mondo da recuperare è sicuramente molto più vasto e
articolato rispetto al caso di un allontanamento volontario.
A proposito del cognome, in un breve ma divertente passaggio l’Autrice
narra anche un accanimento precedente, quando la “o” finale dell’originale
Lizzardo era stata sostituita «da una più modesta e ‘plebea’ “i”…
declassazione proditoriamente compiuta da un impiegato dell’anagrafe
corrotto e colluso con i villani, invidiosi del prestigio dei Lizzardo».
Vittoria, dunque, dà vita al proprio νόστος quando, senza alcuna
autorizzazione ufficiale, decide di lasciare l’algida Milano e di ritornare,
con un lungo viaggio in automobile, nel suo paese, sito fra la costa tirrenica
della Sicilia e i monti Nebrodi, autentica Svizzera del Sud, per l’esigenza
irrinunciabile di riappropriarsi del suo presente, attraverso la riconquista di
un passato mai davvero vissuto, ma soltanto immaginato.
Al lettore appare subito colma di tenerezza, e al contempo di sottile
sofferenza, la ricognizione che ella, subito dopo il suo arrivo, conduce nelle
singole stanze della antica e da lungo tempo disabitata dimora familiare,
soffermandosi soprattutto su quei dettagli e quei decori che la caratterizzano quale dimora nobiliare, più ancora che sui suoi ricordi, a
volte troppo poco nitidi.
Ma sono altri gli eventi e le circostanze che conducono Vittoria a recuperare
a poco a poco il rapporto fra i luoghi ritrovati e la propria vita. Da un lato il
mare e il sole, ovviamente accolti come requisiti essenziali ed
estremamente gradevoli della Sicilia, in cui immergersi senza esitazioni;
dall’altro le figure di mamma Grazia e della figlia Aurora, inseparabile
amica d’infanzia, le quali immediatamente la riaccolgono e le consentono
di rientrare a pieno titolo nella propria esistenza spezzata.
Quella di mamma Grazia è davvero la figura centrale del romanzo. Tata
d’infanzia e successivamente madre sostitutiva, con affetto inalterato dopo
tanti anni, prodiga di consigli e di mille attenzioni, rappresenta la divinità
protettrice, in pratica una specie di Atena popolare che, con la sua
amorevole presenza e la sua antica saggezza, consentirà alla protagonista di reinserirsi, passo dopo passo, anche rincontrando antiche conoscenze, nella vita del paese, sul quale fin dall’inizio aleggia un’aura di mistero che andrà infittendosi sempre di più.
Ma un altro incontro è altrettanto importante per il reinserimento nella
realtà ritrovata, quello che avviene sulla spiaggia assolata con un bambino,
Vincenzo, piccolo Telemaco di primo acchito sconosciuto, ma con il quale
s’instaura subito un simpatico rapporto di profonda empatia e che col
tempo, infatti, assumerà in misura completa le sembianze di un figlio. Un
piccolo Telemaco la cui appassionata descrizione restituisce
immediatamente l’immagine di un dio greco in erba: “due occhi azzurro
cielo fanno da armonioso contrappunto ad una folta e ispida capigliatura di
un rosso acceso, le cui propaggini si allungano su spalle esili di bambino”.
Per non rubare nulla ai lettori non mi soffermerò sui particolari del thriller
che occupa gran parte del romanzo. Un thriller molto teso tra mafia,
massoneria e antico terrorismo, sapientemente condotto avanti e indietro
nel tempo, frammischiando misteri antichi e misteri attuali fra di loro e con
le sensazioni, i sentimenti e le azioni sempre più decise della protagonista,
volte a dipanare gli stessi misteri e riappropriarsi appieno della sua vita.
Dirò soltanto una cosa: la nostra ulisside Vittoria non mancherà di
affrontare i Proci che l’avevano spodestata.

Ma nella famiglia riconquistata non c’è più nessuna consanguineità: quello
che si ricostituisce e permane è un sentimento profondo di amore, che
l’Autrice così descrive: “Aurora e Vittoria procedono insieme, tenendosi
per mano, come sorelle. E tali sono se è vero, com’è vero, che i legami di
parentela spesso prescindono dalle leggi della riproduzione e scrivono altre norme e codici altri, in cui prevale il legame per antonomasia, quello della condivisione intima di affetti e di esperienze di vita”.
Amore per le persone più vicine, dunque, ma accanto a questo, prepotente,
l’amore per la terra siciliana a lungo sognata e desiderata. Una terra che
non tradisce i ricordi, ma anzi li rinnova. E, per inciso, devo ringraziare
Antonella Ricciardo per averci anche riservato, in un breve passaggio, la
descrizione di una gita in uno dei luoghi più belli dei Nebrodi e di tutta
l’Italia: la splendida cascata del Catafurco, evocatrice, per la rinascente
Vittoria, dell’atto stesso del nascere, che “eterna un rito atavico di
passaggio dal buio alla luce”.
La descrizione dei luoghi e insieme dei sentimenti ad essi collegati è una
caratteristica essenziale e in qualche misura esclusiva della prosa della
nostra Autrice. Ogni particolare rilevato ha una sua ragione unica e
imprescindibile di essere, come risulta, quale esempio tipico, dalla
descrizione del cimitero del paese. “L’antico convento … mette in mostra
uno splendido campanile rivestito di maioliche policrome, onore e vanto
ieri dei monaci basiliani, oggi degli abitanti del paese, ai quali il pietoso
ufficio della visita ai loro cari risulta in qualche modo alleggerito dalla
rifrazione prismatica delle sue sfaccettature”. Non basta infatti ad
Antonella Ricciardo cogliere e riferire le caratteristiche del paesaggio; anzi
non si sottrae mai dal fornire ampia testimonianza del senso profondo che
lo stesso paesaggio, sia come espressione della Natura, sia come risultato
dell’intervento umano, rende a noi viandanti che lo attraversiamo.
Alcune circostanze mi hanno spinto a leggere due volte, a distanza di poco
tempo, “Il limbo del gelso bianco”, e la seconda volta, affievolitesi
l’emozione e la tensione dovute al thriller, ho gustato ancora di più la
scrittura della nostra Autrice, rafforzando il mio convincimento che la
Grecia moderna è certamente in Grecia, ma la Grecia classica è rimasta
integra in Sicilia, arricchendosi, naturalmente, di tutto il contributo della
modernità.

Biagio Balistreri

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